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La bambola e il robottone
Culture pop nel Giappone contemporaneo
a cura di Alessandro Gomarasca
Einaudi, 2001
pagine 364


Giudizio della redazione: 6,0
Giudizio dei lettori: 5,3

La ragazza ritratta in copertina Il volume curato da Alessandro Gomarasca raccoglie una serie di saggi di specialisti del settore, italiani e stranieri, nonché interventi dello stesso Gomarasca.
Sebbene il libro sia stato pensato per il mercato italiano, non ha come riferimento la situazione italiana(1). Sicuramente Gomarasca voleva portare anche nel nostro paese un dibattito che all'estero si svolge ormai da molti anni: l'Italia, a volte, sembra che stia scoprendo il Giappone per la prima volta. In funzione di questo obiettivo, i limiti dei contributi ormai datati di Kinsella e Allison possono essere scusati. Sarebbe stato più interessante, però, leggere una comparazione tra il Giappone e la situazione italiana o, meglio ancora, europea, visto che si dedicano comunque due capitoli all'Italia. Magari nel prossimo libro?
Ma qual è il pubblico di riferimento per questo libro? E' un libro per esperti? Certamente richiede una conoscenza più che buona dei fenomeni in questione, perché molto spesso le teorie vengono solo citate e non spiegate. Ma il tono dei capitoli è molto diverso. Il saggio di Kinsella era stato presentato ad un convegno, quindi pensato per gli "addetti ai lavori". Alcuni capitoli hanno un tono eccessivamente accademico, altri sono per così dire "giornalistici". I contributi di Andrea Molle e Ilaria Superti si configurano unicamente come analisi etnografiche e certamente non prescrittive. Racconti al limite tra l'analisi riflessiva, l'osservazione partecipante ed il metodo delle storie di vita. Nessun tentativo di difendere o celebrare, ma semplicemente un'istantanea, anche se ciò non è esplicitato nel testo e può trarre in inganno i meno esperti. L'aver affiancato materiali così diversi dà comunque un'impressione di scollamento.
Marco Pellitteri, nell'ultima edizione del suo Mazinga Nostalgia, descrive il saggio come "altalenante", perché con "contributi critici di livello a dire il vero molto discontinuo", con esclusione dei capitoli scritti da Andrea Molle e Miyake Toshio(2).
Vorremmo porre un fermo richiamo all'importanza del rapporto tra sociologia e referente empirico. Si nota una carenza di dati quantitativi a sostegno di certe affermazioni. Sotto questo aspetto, fanno eccezione i saggi di Miyake, Molle e Superti che puntano sul contatto diretto che non prescindono dall'accertamento delle idee che guidano l'oggetto di studio, cioè i giovani. Chiedere ai giovani cosa pensano di loro stessi, perché fanno una certa cosa, etc. Sarà una nostra fissazione, ma ci piace trovare anche queste cose negli studi che leggiamo.
Il libro si muove tenendo sullo sfondo il mondo dei manga e degli anime, per trattare anche altri temi come la cultura kawaii, la figura della shoujo, il cinema horror e l'atteggiamento dei giapponesi verso la tecnologia(3). Il libro ha l'intenzione di presentare un Giappone problematico. Ma questa problematicità non va intesa esclusivamente come la fotografia di un disagio sociale, anche se esso è evocato nel libro, ma come il dilemma delle molteplici immagini che studiosi, opinionisti, cronisti hanno fornito del Giappone.
Gli autori sono molto critici con un genere di stereotipi che hanno alimentato l'orientalismo, in particolare verso l'esotismo che rischia di etichettare e chiudere l'altro in una diversità che esclude comprensione e comunicazione. Il rischio è quello di creare nuovi stereotipi, come è capitato di leggere in molte recensioni, che hanno interpretato il libro in una sola ottica: il Giappone tradizionale è ormai finito, adesso c'è un nuovo Giappone.

Per andare oltre il fen shui, il bonsai o lo shiatsu: perché, come scrive Gomarasca, "oggi l'ikebana e la cerimonia del té sono materie dei corsi serali per casalinghe". Mentre in arrivo dal Giappone ci sono nuovissime provocazioni e rivoluzioni culturali destinate a lasciare segni profondi.(4)

Vi cade anche Sharon Kinsella, quando cerca di definire con la cultura kawaii un qualcosa da contrapporre alla cultura giapponese nel suo complesso.
Il testo è lodevole per lo sforzo di rendere la cultura giovanile un oggetto di studio, ma il risultato non va molto oltre le solite banalizzazioni, presentando un mondo giovanile irrigidito nella contrapposizione tra giovani e adulti, moderno e antico, tradizionale e deviante. I tentativi di Kinsella e Gomarasca di smascherare alcuni miti dell'orientalismo non sono efficaci come auspicato.
Il curatore cerca di leggere i contributi degli autori nell'ottica dei cultural studies, che nascono in Inghilterra negli anni '50 come area di studio interdisciplinare che si occupa dell'analisi degli aspetti culturali della società. La cultura viene intesa in senso antropologico, come fatto sociale, come un insieme di significazioni storicamente prodotte in specifiche condizioni. Si studiano le pratiche culturali nel contesto delle relazioni sociali da cui emergono e attraverso cui circolano e il loro rapporto con l'organizzazione del potere(5). La cultura di massa giapponese mette così in evidenza quanto qualcosa di apparentemente esotico ed estraneo ci riguardi invece da vicino.
Secondo Gilda Lyghounis, la geisha sarebbe stata definitivamente sconfitta dalle eroine degli anime come Sailor Moon. In un suo lungo articolo sulle donne di tutto il mondo, Lyghounis fa ampio riferimento al libro curato da Gomarasca interpretandolo a suo mondo.

Le compagne devote e sottomesse cominciano a segnare il passo. I modelli delle teenager sono guerriere come Sailor Moon. O grintose signore in carriera. [...] Il fenomeno è esploso nei primi anni Ottanta, e il boom delle single per scelta aumenta continuamente. Il modello della teenager? La shoujo, la ragazza tutto muscoli, cervello e grinta che vediamo descritta in "La bambola e il robottone" appena pubblicato da Einaudi. Una dura che da bambina sogna di essere come Sailor Moon e da grande come Lara Croft, le eroine guerriere di cartoon e videogiochi.(6)

Non tutti hanno accolto positivamente il libro curato da Gomarasca. In una severa recensione(7), Cristiano Martorella rivolge al libro e al suo curatore parecchie critiche, tra cui l'aver ignorato pubblicazioni importanti di autori italiani (Luca Raffaelli e Marco Pellitteri)(8) o la presenza di tesi che sono ormai superate (Kinsella e Allison). Il libro, effettivamente, ripete anche cose già sentite e, a volte, le ripete in più saggi, ma non si può ridurlo a quello. Martorella, in altra occasione, ha mostrato la volontà di sminuire il ruolo del kawaii e su questo ci trova abbastanza concordi.
Sembra che i temi della cultura giovanile giapponese resteranno controversi ancora per parecchio tempo. Ma non sarà il caso di smetterla di parlare sempre di cultura giovanile considerando, ad esempio, che la prima invasione di anime avvenuta in Italia risale a circa vent'anni fa? Non sarà che il libro serva a placare la paura di un Giappone che non si comprende e che si vuole a tutti i costi sterilizzare con spiegazioni altamente razionalizzanti? Il rapporto fra Giappone e Occidente è problematico, inutile nasconderselo.
Ormai l'etichetta di cultura giovanile sembra inadeguata a indicare le mode che non riguardano soltanto gli adolescenti, ma anche gli adulti. Ed è giusto etichettare come moda, novità o cos'altro ciò che appassiona milioni di persone?
La cultura giovanile giapponese non riguarda soltanto un gruppo minoritario di adolescenti, ma interessa un ambiente più ampio ed ha contatti con altri settori della società (i manga, ad esempio, sono legati al mondo dell'editoria). Probabilmente sarebbe più interessante trattare queste tematiche in relazione alla cultura e alla società nel suo complesso, invece di ritagliare soltanto alcuni aspetti clamorosi (come l'enjo kousai, il rorikon, etc.).
D'altronde questi giovani ora sono invecchiati, almeno quelli degli anni '80, e non sembra che abbiano prodotto grandi cambiamenti nel Giappone contemporaneo. Molti saranno diventati uguali a quei salaryman che odiavano, altri si saranno auto-emarginati. Devono essere veramente pochi coloro che hanno mostrato di avere delle idee nuove da esprimere. Se questi fatti fossero verificati, il discorso andrebbe un po' ridimensionato. All'osservatore inesperto, i giovani sembrano sempre più dei perditempo.
Poniamoci una domanda scherzosa. Cosa distingue dall'esterno una ragazza che si veste kawaii perché è una scema completa da una che, come dice il libro, lo fa per prendere in giro la generazione dei padri e promuovere una (non ben precisata) rivoluzione dei valori? Noi non lo sappiamo. Spero che lo sappiano gli autori.
Alle sottoculture giovanili viene attribuita una rilevanza e delle speranze, a dir poco, esagerate. Non si può spiegare, o addirittura giustificare, ogni (in)azione dei giovani come una forma di protesta. Sembra che il mutamento sociale nasca solo dalle culture di strada. Una cosa è leggere un manga o vestire strano, un'altra cambiare il mondo. L'universo giovanile giapponese cambia molto velocemente, come giustamente affermano gli autori, ma la società no.
Ci è sembrato che il curatore si sbilanci un po' troppo nel definire positivamente la "giapponesizzazione" della gioventù orientale e occidentale, soprattutto nell'introduzione. E poi, esiste veramente questo fenomeno di cui parla più volte il libro? Sotto alcuni punti di vista, può essere vero che il referente culturale stia diventando il Giappone, però l'impressione è che sembri più un'aspirazione di Gomarasca che non un dato di fatto.
Personalmente, riteniamo che questo fenomeno sia in parte dovuto ad una sorta di auto-illusione da parte dell'Occidente, anche se indubbiamente esiste, in una certa misura. Sarebbe interessante avere maggiori dati empirici. Purtroppo il libro ne è quasi totalmente privo e alcuni dei già pochi riscontri oggettivi citati non aiutano certo a chiarirsi le idee (Bjork, Fiorucci, etc.).
Un'altra possibilità è che la "giapponesizzazione", sebbene abbia lambito anche i nostri lidi, sia già cosa vecchia. L'idea del libro è venuta a Gomarasca dopo una conferenza tenutasi nel 1999 ad Hong Kong.

[...] ci si rende conto che qui, come in altre parti dell'Asia, è in atto un nuovo processo di colonizzazione. Una colonizzazione che non ha nulla a che vedere con l'occupazione dell'armata rossa in seguito al take-over del 1997. I nuovi occupanti cinesi, in questo senso, paiono vestire i panni dei colonizzati più che quelli dei colonizzatori. La nuova colonizzazione è invece una specie di tsunami culturale, un'onda proveniente da Est che ha investito la gioventù asiatica in termini di stili di vita e modelli di consumo. La nuova colonizzazione è quella della cultura pop giapponese.(9)

Nel corso del 2002 si è sentito più volte parlare di invasione del Giappone da parte della cultura coreana. Il K-pop è impressionante almeno quanto il J-pop ed è ormai conosciuto in tutta l'Asia sud-orientale.
Quest'anno, in Giappone, BoA ha debuttato raggiungendo il primo posto sia nelle classifica dei singoli che degli album: secondo la rivista musicale Oricon non accadeva da vent'anni! La Corea è già definita il prossimo Giappone(10).
Concludiamo auspicando per il futuro una maggior voglia di conoscere l'altro. Leggendo il libro, si ha l'impressione che non esistano sentimenti nei giovani giapponesi, non se ne parla praticamente mai. L'approccio è troppo "freddo", accademico, come se i giovani fossero stati osservati col binocolo, da lontano. I giovani giapponesi sono innanzitutto esseri umani e meriterebbero di essere compresi, non solo sezionati. Cerchiamo di immedesimarci un po' in questi giovani. Non so se questi giovani sanno cosa vogliono, ma la domanda è: qualcuno glielo ha chiesto?

Gli autori

Anne Allison. Laureatasi all'Università di Chicago nel 1986, si è occupata come ricercatore del Giappone postbellico e dei suoi intensi cambiamenti, soprattutto dal punto di vista dei desideri e della loro influenza economica. E' professore associato di Antropologia alla Duke University. Attualmente si occupa della popolarità dei giocattoli giapponesi sul mercato mondiale. Ha pubblicato i libri Nightwork: Sexuality, Pleasure, and Corporate Masculinity in a Tokyo Hostess Club (University of Chicago Press, 1994) e Permitted and Prohibited Desires: Mothers, Comics, and Censorship in Japan (Westview-HarperCollins, 1996).
Nel libro che stiamo analizzando sono contenuti i saggi "Carne furente: bambole guerriere attraverso il Pacifico" e "Oggetti e magia come valuta di scambio: il gioco globale dei Pokémon".

Alessandro Gomarasca. Si è laureato in Lingue e Letterature Orientali presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Venezia "Ca' Foscari". Vive in Lussemburgo, dove lavora per l'Unione Europea.
Orientalista, si occupa da più di un decennio di cultura, costumi e consumi del Giappone contemporaneo, argomenti su cui ha scritto diversi saggi e articoli in quotidiani e periodici italiani e stranieri. E' autore, insieme a Luca Valtorta, di Sol mutante. Mode, giovani e umori nel Giappone contemporaneo (Costa & Nolan, 1996).
Nel libro che stiamo analizzando sono contenuti i saggi "Sotto il segno del kawaii", "Robottoni, esoscheletri, armature potenziate: le metafore del meka-corpo nell'animazione giapponese" e "Incubi rosa: il boom multimediale dell'horror".

Sharon Kinsella. Dopo aver studiato alla London School of Economics, Kinsella lavorò in Giappone, dove venne in contatto con molte giovani. Laureatasi in Sociologia ad Oxford nel 1996 ed ora è ricercatrice e lettrice alla Yale University. Da sempre si occupa delle nuove tendenze giovanili, partendo dal caso giapponese e dalle sue possibili implicazioni a livello globale.
Tra i suoi contributi più importanti: Adult Manga: Culture and Power in Contemporary Japanese Society (Curzon Press & Hawaii University Press, 2000), "Japanese high-school girl brand", in Brand.new, di Jane Pavitt (V & A Publications, 2000); "Tolerance, politics and the Japanese imagination", in Prometheus, n. 3, marzo 2000; "Pop-culture and the balance of power in Japan", in Media. Culture & Society, vol. 21, Summer 1999; "Di giapponizzazione dei giovani in Europa", in NightWave97, di Carlo Branzaglia (Costa & Nolan, 1998); "Changes in the social status, form and content of adult manga between 1985-1995", in Japan Forum, Spring 1996; "Cuties in Japan", nel libro Women, Media and Consumption in Japan, di Brian Moeran e Lise Scov (Curzon & Hawaii University Press, 1995).
Nel libro che stiamo analizzando sono contenuti i saggi "Feticci in uniforme: il fenomeno kogyaru" e "Disegni a rischio. Gli otaku e il movimento del manga amatoriale".

Andrea Molle. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo politico-sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Genova con una tesi in Sociologia dei processi culturali dal titolo "Processi culturali globali e subculture: il caso degli Otaku" (110/110 con lode ed auspicio di pubblicazione).
E' attualmente cultore della materia di Sociologia dei processi culturali presso l'Università degli Studi di Genova (dove ha tenuto il seminario Otaku: viaggio in una subcultura contemporanea) e di Sociologia della comunicazione presso l'Università degli Studi di Milano (dove ha tenuto il seminario Il cartone animato ed il fumetto giapponese nella comunicazione interculturale: un'analisi etnografica).
Nel 2002 ha pubblicato con Ilaria Superti "La famiglia animata. Uno studio dei modelli familiari attraverso i cartoni animati giapponesi", nel libro La famiglia in trasformazione, curato da Giuliano Carlini (IRRE-Liguria, Genova).
Il suo interesse principale è per la ricerca socio-antropologica applicata, in particolare, alla sfera dei media e della comunicazione ed al loro ruolo nelle trasformazioni dell'immaginario e delle condotte culturali giovanili in rapporto a sistemi socio-culturali "altri". Principalmente, ma non solo, per quanto concerne il contesto culturale giapponese.
Andrea Molle è stato il primo in Italia a parlare di una differenza tra otaku italiano e otaku giapponese in termini di shift semantico e culturale, ripendendo e sviluppando l'analisi poco approfondita di Griner e Furnari alla luce dei contributi sulla realtà del fandom italiano di Marco Pellitteri, Susanna Impegnoso, Francesco Filippi, Elena Romanello.
Nel libro che stiamo analizzando è contenuto il saggio "Otaku in Italia... se ne può parlare?".

Ilaria Superti. Laureata in Lingue e Letterature Orientali presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Venezia "Ca' Foscari". La sua tesi, di indirizzo filologico-linguistico, aveva come titolo "Nascita della grammatica descrittiva in Giappone, il caso di Fujitani Narikira" (110/110). E' attualmente cultore della materia presso la cattedra di Lingua Giapponese Classica alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Venezia "Ca' Foscari".
Dal 1997 al 2000 ha fatto parte della redazione di "Kamikaze", rivista amatoriale di critica e approfondimento su manga e anime. Nel 2002 ha pubblicato con Andrea Molle "La famiglia animata. Uno studio dei modelli familiari attraverso i cartoni animati giapponesi", nel libro La famiglia in trasformazione, curato da Giuliano Carlini (IRRE-Liguria, Genova).
Nel libro che stiamo analizzando è contenuto il saggio "Otaku: l'altra metà del cielo".

Note

1. Il libro è poi uscito anche in Francia, come Poupees, robots. La culture pop japonaise (Éditions Autrement, 2002).
2. Pellitteri, Marco. 2002. Mazinga Nostalgia. King Comics, Roma, p. 12 e p. 448.
3. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, vi rimandiamo alla nostra scheda "Giapponoide", che analizza alcuni aspetti del capitolo "Robottoni, esoscheletri, armature potenziate: le metafore del meka-corpo nell'animazione giapponese" scritto da Gomarasca in questo libro.
4. Pistolini, Stefano. Stregati dal pop levante, in "L'Espresso", 18 ottobre 2001. Facciamo notare, per correttezza, che il termine feng shui è scritto in modo errato.
5. Il critico più importante è Raymond Williams, ex-insegnante di inglese a Cambridge. Williams rilegge il canone della letteratura inglese ponendo la discussione sulla ridefinizione ideologica che ha portato all'individuazione dell'Arte Universale e Assoluta. Secondo Williams non esistono valori universali, ma solo storicamente determinati. Esistono processi storici di produzione culturale che le opere d'arte assimilano. Secondo Williams la cultura è un'esperienza che tutti condividono e nella quale letteratura e arte occupano ruoli altamente simbolici.
Negli anni '60 Claude Lévi-Strauss e Louis Althusser diedero un grosso contributo ai Cultural Studies. Secondo Lévi-Strauss non si è mai consapevoli al cento per cento della cultura in cui si è immersi. Althusser parla invece di rappresentazione culturale: il compito di un'analisi culturale è quello di decodificare il processo di rappresentazione che fa sì che un'esperienza nasca, piuttosto che analizzare l'esperienza in sé. Althusser determina le sottoculture ponendole in relazione con la cultura egemone, e quindi giustificandole come prodotti di questa.
Foucault, filosofo e storico francese, ha influenzato, insieme a Gramsci, i Cultural Studies. Gramsci parla proprio di cultura egemone e della possibilità, in un'ottica marxista, di rovesciare l'egemonia culturale e politica. Foucault e Gramsci influenzarono tantissimo l'opera di Said.
Non possiamo infine dimenticare il fondatore della scuola di Birmingham, Stuart Hall, alla quale fa riferimento anche la nascente Associazione Internazionale per i Cultural Studies.
6. Lyghounis, Gilda. Il mondo di Eva, in "Anna", n. 37, 14 settembre 2001.
7. Martorella, Cristiano. Scaffale/Saggi, in "LG Argomenti", n. 2, anno XXXVIII, aprile-giugno 2002, pp. 70-71.
8. Abbiamo già specificato all'inizio che il mercato italiano non è l'argomento principale del libro. Resta però il fatto che Luca Raffaelli, ad esempio, sia noto anche all'estero per i suoi scritti e alcuni suoi libri siano tradotti in inglese e francese. La bibliografia del libro di Gomarasca riporta solo Pellitteri, tra l'altro erroneamente come Pillitteri.
9. Gomarasca, Alessandro (a cura di). 2001. La bambola e il robottone. Einaudi, Torino, p. 3.
10. Macintyre, Donald. Paying to play, in "Time Asia", vol. 160, n. 3, 29 luglio 2002.
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