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Bellezza
La bellezza occupa nella cultura giapponese uno spazio importante. E' un valore tanto radicato nel profondo che analizzare questo argomento significa addentrarsi immediatamente nel pensiero dei maggiori filosofi nipponici. Fra gli autori che si sono cimentati nell'impresa di descrivere l'importanza della bellezza nella vita giapponese, spicca la figura di Kuki Shuuzou (1888-1941). Amico di Heidegger, Löwith, Bergson, Bréhier, Sartre e Claudel, trascorse molti anni in Europa nutrendosi del pensiero filosofico occidentale, che utilizzò per mettere in luce le specificità dell'essere giapponese. L'opera di Kuki che riuscì in questo scopo fu La struttura dell'iki. Il filosofo giapponese individuò nel concetto di iki un'essenza della bellezza giapponese. La parola iki, tradotta impropriamente con "grazia", indica un fascino, uno charme, qualcosa capace di incantare, ma anche di trascendere l'individualità. Kuki ha perciò il merito di aver mostrato la complessità e diversità dei concetti giapponesi che sono alla base della nozione di eros e bellezza giapponesi. E per far ciò ricorse a quel "mondo fluttuante" (ukiyo) spesso considerato in modo riduttivo e volgare dagli occidentali. Egli afferma che:
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[...] l'iki esige un'anima disponibile al mutamento e libera, che abbia trasceso i vincoli dell'amore. [...] Quella che dichiara di "preferire la luna pure se incerta" è l'anima iki, che fa andare in collera l'innamorato.
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L'iki ha origine nel "mondo fluttuante" dove "i corpi vengono travolti dalla corrente e non riescono a tenersi a galla. La "rinuncia", e quindi anche la "noncuranza", implicite nell'iki, rappresentano la perfetta sprezzatura dell'anima che si è affinata attraversando la gelida spietatezza del mondo instabile, e il distacco di quest'anima che, con eleganza e senza rimpianti, si è affrancata dall'infondato attaccamento alla realtà". Per discernere il concetto di iki, Kuki ricorre quindi a importanti concetti dell'estetica giapponese. Ma soprattutto, individua gli attributi dell'iki che sono la "seduzione", l'"energia spirituale" e la "rinuncia". Se tale discorso appare a noi contemporanei strano e distante, non era così per i filosofi tedeschi del Novecento che ascoltarono Kuki. Il più importante di essi, Martin Heidegger, dedicò un intero saggio ai problemi introdotti da Kuki. La bellezza è un valore così importante che il nome di un personaggio dalle caratteristiche straordinarie può divenirne sinonimo. Questo è il caso della poetessa Ono no Komachi. Qualcuno potrebbe supporre, a questo punto, che il concetto di bellezza giapponese si riferisca esclusivamente alla donna. In realtà non c'è nulla di più falso. Una delle opere in cui rifulge il valore della bellezza nell'animo giapponese è il Genji Monogatari, il cui personaggio principale è lo "splendente" Genji, principe fascinoso scaturito dal pennello di una dama di corte che segnò con la sua opera lo sviluppo della lingua giapponese e del genere letterario romanzesco. Ciò dovrebbe far riflettere, poiché è proprio con un'opera apparentemente frivola (non dimentichiamo i giudizi negativi di Bousquet) che nasce addirittura la lingua giapponese e si anticipa di secoli la forma europea del romanzo. Un tale fenomeno può accadere a causa del valore centrale occupato dalla bellezza nella cultura giapponese. Questa posizione spinge gli autori nipponici (siano essi scrittori, filosofi, pittori, poeti, etc.) ad approfondire e legare le semplici percezioni estetiche a un senso molto profondo della vita. Quest'ultimo processo è per molti versi ignoto a noi occidentali, formati in un ambito culturale totalmente diverso. Ma chiunque si rende conto di tale gap nel momento in cui si accosta all'espressione giapponese dell'eros e della bellezza.
Bibliografia
Heidegger, Martin. 1990. In cammino verso il linguaggio. Mursia, Milano. 83-125.
Murasaki, Shikibu. 1992. Storia di Genji - Il principe splendente. Eiunaudi, Torino.
Kuki, Shuuzou. 1992. La struttura dell'iki. Adelphi, Milano.
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