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Biennale di Venezia
"Platea dell'umanità" è il tema della 49° Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, diretta da Harald Szeemann e allestita negli spazi dei Giardini di Castello e dell'Arsenale (10 giugno - 4 novembre 2001). Il commissario del Padiglione Giappone era Oosaka Eriko, curatrice e manager dell'Art Tower Mito (prefettura di Ibaraki); commissari aggiunti sono stati Furuya Masato e Sunami Haruhisa. In questa edizione, l'attenzione verso l'Asia è stata notevole e qui si sono concentrati i lavori più innovativi. La numerosa partecipazione orientale è un segno che anche questo continente gioca alla pari degli altri nel panorama artistico internazionale. Il progresso tecnologico e lo sviluppo economico coincidono davvero con la prospettiva di un mondo migliore? Questo sembra essere il tema dominante della collettiva allestita da tre artisti - Nakamura Masato, Hatakeyama Naoya e Fujimoto Yukio - che, seppur con mezzi differenti, riflettono su temi comuni come il progresso, la crescita impetuosa delle metropoli e l'ossessività del mondo dei consumi. Nakamura presenta una installazione composta da enormi archi fluorescenti del marchio McDonald’s delimitanti il perimetro di una stanza buia. McDonald’s, che possiede punti vendita in oltre cento paesi del mondo, ha fatto sì che il suo logo diventasse parte integrante di qualunque paesaggio urbano, generando uno dei tanti non-luoghi delle città moderne. La celebre "M" gialla, simbolo indiscusso del processo di globalizzazione e omologazione dei consumi alimentari, si spoglia di questa connotazione negativa per diventare efficace elemento modulare di un'architettura esteticamente affascinante, quasi un luogo magico. Nakamura, che realizza questo tipo di installazioni previo consenso della multinazionale americana e accettando da essa un finanziamento (ma allora dove sta la provocazione?), ha intitolato significativamente la sua opera "QSC+mV/V.V", parafrasando lo slogan della catena di fast-food (Quality * Service * Clean + m * Value / Venice Version). Si tratta in generale di un'operazione che deve molto all'estetica pop, elevando un contesto commerciale e i suoi simboli ad arte, e sollevando anche la spinosa questione del rapporto tra business e arte. Kim Levin, di "Village Voice", lo premia come uno dei migliori lavori. Le fotografie della Hatakeyama immortalano paesaggi urbani nei loro vari stadi di sviluppo. Grandi città come Tokyo e Osaka vengono rappresentate nei loro scenari più inquietanti e paradossali: quartieri dormitorio, immense distese di palazzi frutto della speculazione edilizia. Possiamo così vedere uno stadio di baseball di Osaka trasformarsi in una sorta di quartiere residenziale, con tanto di villette a schiera e parcheggi, oppure addentrarci nei condotti idrici sotterranei di Tokyo, cupo e malsano contraltare dell'euforica atmosfera di Shibuya, il quartiere dei giovani. Fujimoto Yukio, specialista in ingegneria musicale, realizza opere che sono sculture ma anche oggetti sonori. L'artista utilizza il suono come mezzo espressivo, mirando a stimolare la percezione e la coscienza assopita dalla quotidianità, un tentativo di destare i nostri sensi offuscati dal sovraccarico di suoni e di rumori dell'esistenza contemporanea.
Nel Padiglione Italia troviamo anche Orimoto Tatsumo (1946), che vive e lavora a Kawasaki. Egli propone un lavoro fotografico intitolato "Art Mama", anch'esso critico verso il consumismo e la noncuranza del Giappone contemporaneo. Le sue foto si concentrano sulla sua vecchia madre contornata da rifiuti, ad esempio gomme di automobile. Orimoto vuole trasmettere la sofferenza della generazione del primo dopoguerra e la superficialità delle generazioni seguenti, interessate solo alla ricchezza e alla comodità di una società usa e getta: "Se i giapponesi non riescono a guardare indietro e vedere la propria sofferenza, come possono vedere la sofferenza delle loro vittime nel resto dell'Asia". Orimoto negli Stati Uniti è stato assistente di Nam Jun Paik. Le opere appartenenti alle serie "Bread-Man" e "Art-Mama" fanno successo in Europa da dieci anni, ma in Giappone la prima mostra a lui dedicata in un museo è stata solo nell'estate del 2001. I curatori giapponesi hanno mostrato un po' di conservatorismo nel suo caso, ma dopo il successo alla Yokohama Triennale tutti se lo contendono. Ma secondo Sarah Milroy, giornalista canadese del "The Globe and Mail", a Orimoto va il premio del cattivo gusto. Alcuni avrebbero però desiderato vedere qualcosa che non sembrasse il frutto di una mente occidentale, qualcosa di più rappresentativo del Giappone. Dov'è finita l'eleganza e la raffinatezza che da sempre contraddistingue la migliore produzione artistica nipponica? Accuse come queste sono state rivolte anche ad altre avanguardie giapponesi. Ma sarà colpa del pessimo gusto artistico dei giapponesi o del venire incontro alle attese degli occidentali? I collezionisti occidentali sono affascinati da questo genere di arte, mentre quelli orientali hanno imparato da un pezzo ad apprezzare l'arte occidentale. In un mondo sempre più globalizzato, cosa ci si può aspettare? E perché poi aspettarsi qualcosa di diverso o qualcosa di meglio dalle produzioni giapponesi? Godetevi l'arte, apprezzatela o criticatela, ma senza cercare un'etichetta, senza farvi condizionare. Accenniamo al Padiglione Corea, che è stato uno dei più apprezzati per alcune opere di qualità che dialogano in modo colto e profondo sull'uomo come rappresentazione della natura e del cosmo, come misura del tutto. Lo spiritualismo orientale parla di un'energia cosmica che permea l'universo e fluisce in ogni corpo (l'idea di distinguere tra corpi animati ed inanimati sarebbe solo una sterile deformazione del pensiero occidentale); si configura così l'ordine assoluto, l'organismo onnicomprensivo il cui equilibrio non può e non deve essere sovvertito. Michael Joo, nato ad Ithaca (Stati Uniti) nel 1966, con le sue opere punta ad educare l'uomo al rispetto dell'ordine cosmico, mostrandogli il coesistere di elementi apparentemente opposti; frammento e tutto, interno e esterno, individuo e gruppo. L'artista mostra l'energia sprigionata nell'immobilità e si appella al principio che interpreta la morte come semplice trasformazione di tale energia, nell'atto di riflusso nel continuum cosmico. Esemplare appare il suo albero, in cui le sezioni di un'enorme quercia sono ricomposte a suggerire l'originale interezza: evidente il duplice messaggio, che induce il visitatore occidentale ad interpretare ogni singola parte come essenza del tutto ma anche a considerare il martirio del grande vegetale, mummificato nel tentativo di ricomporsi nella forma primaria originaria.
Esemplari appaiono anche le opere di Do-Ho Suh, che si ricollegano all'idea dell'individuo come parte del gruppo. L'artista coreano, nato a Seul nel 1962 e che ora vive a New York, continua la sua ricerca mettendo in campo ulteriori variabili, quali l'identità e le diversità socio-culturali. Dal pavimento del padiglione sembra generarsi una splendida e inquietante armatura argentata (Some/One). Doppiezza e ambiguità: la semplicità e essenzialità dell'installazione, visibili già a distanza, acquistano significato e nuovi contenuti ad un approccio più ravvicinato. Nello spazio metallico che accoglie l'opera il visitatore trova il vero soggetto dell'opera: non l'armatura (o, meglio, non solo) ma le migliaia di placchette militari (uguali ma, allo stesso tempo, diverse perché nominali) disposte ordinatamente secondo un andamento circolare a comporre la rigida veste metallica. La genialità del messaggio di Suh si può sintetizzare in un'idea fondamentale: far riflettere l'uomo sulla/e unità complessiva/e (qualunque essa/e sia/siano) passando attraverso la presa di coscienza della propria unità. L'interazione tra il visitatore e l'opera d'arte, ben evidente anche nel tappeto di vetro trasparente sorretto da una moltitudine di piccoli omini di plastica (Floor, 1997-2000) esposto nel Padiglione Italia, induce alla simbiosi con l'essenza di un'anima collettiva, percepibile solo a patto di offrire in pegno, e dunque di svelare come una sorta di voto religioso o pellegrinaggio condotto attraverso l'opera, la propria anima individuale.
C'è qualcosa di profondamente sacro in tutto ciò: l'ingresso al padiglione coreano suggerisce il silenzio, l'intimo raccoglimento nel rispetto di un'esperienza individuale che conduce a sperimentare una bellezza cristallina e divina.
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