 
Sintesi di Marina Pavanello dell'intervento del professor Pasqualotto, in occasione della presentazione ufficiale dell'associazione Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe, durante la mostra-congresso Aki Ten di Bressanone.
<< Torna al Dizionario - Lettera: B
<< Torna a: Bonsai
|
|
|
|
|
Bonsai come "Bildung"
di Giangiorgio Pasqualotto
In Oriente il bonsai, praticato fin da tempi molto remoti, non ha suscitato quegli interrogativi che ha posto, ed ancora pone, in Occidente. Uno dei più frequenti è il problema tutto occidentale di conciliare artificio e natura, intervento tecnico sulla natura e libera espressione della natura. Tale dibattito, per altro, si sviluppò all'interno del più ampio conflitto tra arte e natura già a proposito dell'arte del giardino, esprimendosi con la contrapposizione tra giardini geometrici e naturalistici. Due ordini di considerazioni portano verso una soluzione del conflitto, l'una fa notare che in natura è presente sia la regolarità di perfette geometrie che l'assoluta irregolarità di forme e prilegiare questa o quella nell'espressione artistica è solo questione di prospettiva e di gusto. Ciò tuttavia non toglie che comunque, con l'intervento umano, si apporta artificio: anche ciò che appare più naturale della natura stessa ma è costruito dall'uomo, è artificiale. Non è allora sul piano stilistico che si deve cercare la conciliazione tra arte e natura, ma ad un livello più alto. A questo punto, la considerazione sintetizzata da Goethe nella frase "Anche la cosa più innaturale è natura", introduce l'idea che ogni forma d'arte, anche quella che produce opere apparentemente più lontane dalla natura, è in realtà un prodotto della natura in quanto l'umanità, come specie caratterizzata dalla capacità di fare arte, è, a sua volta, un prodotto della natura. Da questo punto di vista allora il bonsai non è meno, ma neppure più artificiale di qualunque altra forma d'arte. Superata la questione della presunta innaturalezza del bonsai, si può affrontare quella della sua natura artistica. Un accostamento potrebbe essere fatto con l'arte della scultura, poiché per entrambe si tratta di un levare ciò che di superfluo nasconde, nel materiale, l'opera d'arte. Nel bonsai si pota l'eccesso di vegetazione, nella scultura si toglie dal pezzo di materiale ciò che eccede la forma artistica. In entrambi i casi l'artista opera, non imponendo una forma ma trasformando. Egli muta la forma seguendo le indicazioni, assecondando la natura propria del materiale che manipola, sia esso una pianta, un blocco di marmo, di legno o di creta. Nel bonsai tuttavia, la natura viva del materiale, la sua possibilità di trasformazione a prescindere dall'intervento dell'artista, impone una più profonda intesa tra soggetto ed oggetto. L'opera che risulta da un intervento di scultura è un oggetto dominato per lo più dall'intervento del soggetto, cioè in massima parte formato dall'esterno. Il bonsai è invece il risultato di una volontà esterna e di una volontà interna, una volontà biologica che non può essere trascurata come elemento base sul quale innestare l'azione dell'artista, un'azione che non si conclude in un momento creativo finito, ma che deve accompagnare nel tempo la crescita. Si assiste ad una sorta di creazione continua, un'attenzione costante a realizzare un'idea di forma che sta nella mente dell'artista, ma rispetta i modi e i tempi con i quali la pianta stessa si dà le proprie forme. In tale prospettiva, la figura ed il ruolo dell'artista vengono ridimensionati perché visti come espressione di forze naturali equivalenti a quelle che dominano e regolano la vita della pianta. Di trasformazione si parla infatti per tutte le opere d'arte, perché, alla forma originaria si sostituiscono nuove forme, ma nel bonsai è presente un atteggiamento dell'artista diverso che nelle classiche arti occidentali. Il bonsai infatti rientra a pieno titolo tra le arti orientali poiché, in queste, la presenza dell'artista deve ridursi sempre più e non esaltarsi. Ecco la grande famiglia dei "Do", le "vie" che conducono alla realizzazione dell'opera d'arte nel momento in cui la personalità dell'artista si stempera nel materiale che intende manipolare, appunto operando una riduzione e non un'esaltazione della propria centralità. Potrebbe sembrare che, con potature a filo, il bonsaista imponesse una riduzione a senso unico, ma in realtà è solo con una preliminare riduzione psicologica, imposta a se stesso, che egli può ottenere dei validi risultati. Si potrebbe anche parlare di un assorbimento pressoché totale dell'artista in qualcosa di esterno a se stesso, un diventare pianta al fine di comprenderne a fondo la natura. Ciò tuttavia non conduce ad un annullamento di sé, in quanto, una volta operato il temporaneo spostamento dell'attenzione da se stessi alle caratteristiche e alle esigenze della pianta, si interviene per dare forma a tale natura. Ecco che l'intervento dell'artista bonsai diviene un agire dall'interno stesso dell'opera, è come se la pianta si fosse data forma tramite l'artista. La disciplina imposta alla pianta è speculare a quella che l'artista si impone attraverso la pianta stessa. Si può leggere come meteora vivente della personalità dell'autore una pianta cui egli ha dato forma come bonsai. Una potatura di radici può essere letta come una riduzione dell'influsso della tradizione, il che porta ad originalità ma, nel contempo, ad una radicata solidità. Il rinvaso può leggersi come una necessità di periodico mutamento d'ambiente per adattare le qualità sviluppate; fertilizzazione ed annaffiatura evocano il nutrimento di corpo e mente; la corretta esposizione indica la necessità di condizioni adatte alla propria natura specifica ed infine la potatura manifesta l'esigenza di dare forma alla crescita per evitare una dissipazione di energie. Si può dunque dire che il bonsai è una disciplina formativa, come ogni altra via artistica orientale, poiché nel dimenticarsi di sé per intervenire al meglio sulla pianta, in realtà si dà forma e direzione a se stessi. Una delle caratteristiche tradizionali che accomunano il bonsai a molte altre vie di formazione fiorite in Estremo Oriente è costituita dal nesso tra "wabi e sabi". Il carattere che significa sabi indica semplicità, invecchiamento ed essenza, natura propria di una cosa. Wabi indica l'effetto che una cosa, dotata di queste caratteristiche, provoca nella mente e nel cuore di chi è in grado di coglierle. Questo termine viene tradotto con "povertà", ma nel senso di una condizione per cui si è in grado di cogliere e gustare cose e situazioni che lasciano vedere la propria semplicità, spontaneità e naturalezza e lasciano trasparire le tracce del loro vissuto. Altre caratteristiche che accomunano l'arte bonsai con altre vie orientali di realizzazione sono: l'asimmetria, la semplicità, il distacco, la tranquillità, la profondità. L'asimmetria costituisce un principio generale di formazione, nella pittura sumie, nell'arte di disporre i fiori (ikebana), nell'arte dei giardini secchi (karensansui). Il senso dell'asimmetria è legato a quello del movimento, per cui non significa solo irregolarità, ma espressione del deformarsi continuo di tutto ciò che è vivo, quindi inserisce nell'opera il senso del tempo e del divenire. Inoltre mostra come la simmetria, la regola, statica ed immobile, sia limitata e debba, per essere profondamente efficace, poter essere infranta. L'impermanenza delle cose e dei rapporti tra le cose è la condizione della temporalità e l'asimmetria ne diviene la manifestazione sensibile. Non si ha tuttavia solamente una negazione della simmetria, poiché non si produce confusione e totale rinuncia a forme e misure, ma utilizzando contrasti di forme ed irregolarità di misure, si mostra che ogni equilibrio è equilibrio instabile, cioè dinamico. Ecco che, comportando assenza di ricercatezze ornamentali, ma anche di configurazioni confuse, l'asimmetria diviene una qualità associata alla semplicità. Così come in un bonsai ben riuscito non vi è traccia di soluzioni vistose ed effetti spettacolari, nella cerimonia del tè (chanoyu) ogni accessorio viene scelto in base alla sua essenzialità funzionale evitando ogni intrusione ornamentale che intendesse catturare l'attenzione. Il distacco, inteso come non attaccamento ad abitudini percettive, convenzioni formali e regole immutabili, diviene consuetudine manifesta attraverso asimmetria e semplicità. Andare oltre le norme tecniche e gli accorgimenti formali non significa, specie nel bonsai, pena la morte della pianta, ignorare regole o tecniche specifiche, ma una continua sperimentazione del fatto che la semplice esecuzione, mediante procedure codificate, di modelli prefissati, non garantisce la riuscita di nuove forme ed impedisce la comprensione profonda della natura e di ciò che la singola pianta possiede ed esprime. Con tranquillità non si vuole solo far riferimento agli effetti visivi e psicologici di un bonsai ben riuscito, ma a quella tranquillità interiore, requisito necessario per poter ascoltare ed accogliere anche le minime caratteristiche della natura della pianta. E' questa la condizione attraverso la quale la natura della pianta può dispiegarsi ed usare l'artista per trasformarsi in opere d'arte. La tranquillità è infatti intesa come uno spazio mentale libero da schemi e preconcetti, da formule e da progetti, un "vuoto" di sollecitazioni provenienti da esperienze passate, eventi del presente o immaginazioni del futuro. La tranquillità appare, d'altra parte, come caratteristica propria del bonsai, sia poiché nell'esecuzione del lavoro si produce uno stato psicologico di tranquillità, sia poiché la pianta ben riuscita comunica la sicurezza di chi ha ormai superato ogni avversità ed è ormai immune da ogni perturbamento. Ed è proprio l'asimmetria che comunica questa capacità di restare saldi in ogni circostanza, oltre anche il trascorrere del tempo, è questo il pino contorto le cui radici si sono adattate alla forma della pietra e la chioma all'inclemenza del clima. Infine il senso della profondità (yugen) è strettamente associato a quello della tranquillità, poiché indica la capacità di cogliere la natura della pianta, ma anche di calarsi a verificare meccanismi nascosti della propria vita interiore. La cura del bonsai induce a una continua verifica del livello di attenzione e delle proprie doti. Profondità è una caratteristica che interessa l'effetto del bonsai sull'osservatore, ma anche al pari di sabi, conduce ad evocare tutto ciò che non c'è, che non è presente ed immediatamente percepibile: dalle situazioni ambientali, agli eventi passati, all'insieme infinito degli eventi mentali partecipi della sua creazione o della sua contemplazione. Tutte queste caratteristiche tipiche delle arti orientali sono indissolubilmente legate tra loro e limitano fortemente la possibilità che la disciplina artistica del bonsai venga assunta come passatempo raffinato, poiché essa richiede una radicale predisposizione alla rinuncia alla propria centralità sia come attori che come spettatori dell'opera. Coltivare questa disciplina significa quindi coltivare questa predisposizione all'attenzione all'altro, a ciò che non è se stesso anche nella forma più radicale. In tal senso il bonsai può configurarsi come àskesis, nel significato di esercizio, non solo estetica ma anche etica, poiché affina, intensifica ed incrementa l'attenzione etica. In definitiva allora il bonsai, al pari delle altre vie orientali di realizzazione, diviene un modo di formazione completo e radicale. Ciò che a prima vista appare intervento formativo dell'uomo sulla pianta, si rivela in profondità come intervento formativo dell'uomo su se stesso attraverso la pianta. In tal modo la "bildung" messa in moto dal bonsai non può venir limitata in una prospettiva artistica, ma va assunta nella sua potenza di trasformazione psicologica e può, al limite, venir intesa nelle sue implicazioni etiche. Una trasformazione psicologica ed etica che diviene forza interiore dell'opera d'arte.
|
|