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Bonsai
Storia, arte, filosofia
di Antonio Ricchiari
Palermo, 1995
Introduzione
Un bonsai è una pianta privilegiata per le cure cui è sottoposta, che nasce come tutte le altre, come tutte le altre cresce e che l'amore e la passione dell'uomo le fanno assumere la grazia, mentre la dimensione minuta la trasforma in un piccolo e apprezzato capolavoro. In questa dimensione ridotta dell'albero ritroviamo, concentrate e migliorate, le forme che ha in natura, avvicinandoci così sempre di più ad essa, imparando ad amarla ed apprezzarla. Questi ultimi anni hanno visto consolidare e crescere la diffusione del bonsai in Italia; adesso che questa magica parola non è più avvolta dal mistero credo sia giunto il momento di analizzare - attraverso la storia e l'interpretazione culturale - questa forma d'arte che trova così largo seguito dopo un paio di millenni. Senza comprenderne il significato filosofico da cui scaturisce e le implicazioni religiose, capire il bonsai rimarrebbe un tentativo privo di successo. Credo che chi voglia iniziare a fare bonsai con impegno e serietà debba risalire alle sue origini, dato che il bonsai non è un semplice hobby, come qualcuno ha tentato superficialmente di definirlo.
Capitolo 1. Una analisi storica
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E' l'attesa notte di luna -
ombre di pini,
sul pavimento di tatami
Takarai Kikaku
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I percorsi della memoria
I logografi raccontavano per iscritto le storie della tribù. Una storia scritta al presente deve affrontare i problemi della memoria e della tradizione orale, e lo fa in ciò che si è convenuto di chiamare archeologia, procedendo alla critica dei racconti trasmessi da bocca a orecchio. La memoria è fallibile, ha delle lacune; inoltre interpreta, seleziona, ricostruisce, ed è tanto più fragile in quanto il tempo è passato, i miti proliferano e tutto diventa credibile. La difficoltà di ricostruire le origini e la storia del bonsai vengono proprio dalla tradizione orientale che basava la propria cultura sulla forma orale. Tra l'altro, lo studio e la ricerca è stata sempre circoscritta alla Cina e al Giappone - poiché si è cercato di capire il senso pieno del bonsai come dato culturale e come elemento caratteristico di quelle nazioni - senza verificare i documenti tramandati nei secoli dalle altre civiltà. La miniaturizzazione ha un fascino da cui l'uomo è stato sempre attratto: forse il desiderio di racchiudere tutto in un microcosmo, forse la voglia di dominio o di possesso materiale. Risaliremo quindi al filo della leggenda, alla raccolta di testimonianze storiche di cui è impossibile ogni verifica, ma che conservano del loro valore etimologico - legenda: ciò che va letto - un'aura di fascino. Sono episodi tramandati nella forma orale, aneddoti ripetuti nei secoli, amplificati fino ad una inevitabile deformazione, con il piacere evidente della più pura tradizione popolare. Non si può tracciare la storia del bonsai seguendo gli schemi tipici degli storiografi, poiché troppe cose non sono verificabili. La differenza fondamentale che oppone la storia della Cina a quella dei paesi occidentali dall'antichità ai giorni nostri è una differenza di precisione nell'analisi. Mentre, per esempio, la storia dell'Italia nel XVI secolo è conosciuta anno per anno e lo studio dei cambiamenti storici avvenuti nel corso dei secoli è spinto il più lontano possibile, la storia della Cina, per contro, è così poco conosciuta in Occidente che molto spesso ci si riferisce ancora a lunghi periodi di tre o quattro secoli. La storia leggendaria della Cina risale a più di cinquemila anni fa. Le date dell'inizio e della fine delle dinastie Shang e Chou sono oggetto di discussione, ma le scritture su ossi oracolari e su bambù man mano rinvenute offrono documentazioni di crescente autenticità intorno alla tarda dinastia Shang (dal 1523 a.C. in poi). Il periodo classico in cui la civiltà cinese acquistò le caratteristiche mantenutesi fino ai giorni nostri fu quello della dinastia Chou (11027-249 a.C.) e K'ung Fu-tze, o Confucio (551-479 a.C.) ne fu la personalità di maggior rilievo. I suoi insegnamenti divennero gradatamente dottrina di stato e dopo la tarda dinastia Han (23-220) il confucianesimo dominò il pensiero politico e sociale, insieme alla forma e allo stile della civiltà cinese, per ben venti secoli. La storia della Cina è come il nostro medioevo prima che gli studi medievali avessero assunto un certo sviluppo e le ripetute accuse di depressione, di ritorno periodico allo stato anteriore, di permanenza delle stesse strutture sociali e della stessa ideologia politica sono solamente giudizi di valore su una storia ancora sconosciuta. Chi non sarebbe colpito, per fare un esempio, dalle analogie che rendono tanto simile il grande movimento di fervore buddhistico in Cina a quello del cristianesimo medievale o dalle lontane affinità che uniscono i grandi pensatori cinesi dei secoli XVII-XVIII ai filosofi del nostro secolo illuministico? A tali ostacoli si aggiungono difficoltà di altro ordine: tutto un patrimonio composto da nozioni elementari, acquisite dalla pratica inconscia della vita quotidiana e dall'insegnamento vero e proprio, viene meno a chi vuole studiare il bonsai. L'amore del bello e della natura, lo studio della botanica, furono propri anche della nostra civiltà passata come lo fu l'arte del giardinaggio. Leggendo i classici degli autori romani nasce certamente l'orgoglio di sentire la legittimità a considerarci eredi diretti di un popolo che primeggiò, tra l'altro, anche nelle tecniche di coltivazione. Ma la sorpresa nasce nel leggere, fra le righe, la descrizione di miniaturizzazione delle piante in epoca antecedente, quindi non sospetta, rispetto a quella cinese. Tutti presi dal fascino e dal mistero orientale, a noi tanto lontano, abbiamo trascurato il fatto di avere in casa una civiltà, quella romana, che oltre duemila anni addietro aveva già applicato tecniche raffinate in molti campi dello scibile: medicina, giardinaggio, agrimensura, oreficeria etc. Altre scienze come l'astronomia, la geografia, l'astrologia avevano già ampio sviluppo in epoca non sospetta, e parliamo di un'epoca che precede la venuta di Cristo. E' noto che le origini del bonsai non sono databili, perché a noi non è arrivata prova documentata che attesti come realmente sia iniziata la coltivazione degli alberi in miniatura. Le origini sicuramente si perdono nella notte dei tempi. A questo punto diventa più probabile l'eventualità che in altre parti del mondo altre civiltà abbiano sprerimentato con successo la miniturizzazione delle piante. E poco importa se sia avvenuto per un caso fortuito o per altro: anche gli aneddoti fanno parte integrante della storia. Sappiamo che in tombe egizie risalenti a ben quattromila anni addietro sono state trovate sculture e pitture che raffigurano piante in vaso. I medici dell'India nel 1000 d.C. usavano alberi coltivati in vaso per potere avere sempre freschi gli estratti e le erbe medicinali che servivano per esercitare la loro professione; fu per loro una necessità mantenere questi alberi a dimensioni piccole, quindi rallentandone lo sviluppo, per poterli trasportare con facilità da una casa all'altra. Allora come vanno effettivamente i fatti? In mancanza di prove documentali, l'indagine storica si può definire con il metodo probabilistico e qui naturalmente prevale la tesi che in più parti del mondo, certamente prima dei popoli orientali, qualcuno aveva già pensato a potare rami e radici per mantenere piccola in vaso una pianta. Ma esaminiamo alcune fonti scritte che ci documentano.
Plinio il Vecchio
E' indubbiamente eccitante leggere documentazioni datate oltre duemila anni per cercare descrizioni di un attento cronista dell'epoca, Plinio il Vecchio, e scoprire che la nostra civiltà romana nelle tecniche colturali (e non solo in quelle) nulla ha da invidiare alle civiltà orientali. Chi era Plinio il Vecchio? Nato a Como il 23 d.C. ci ha lasciato un'opera gigantesca, oggi purtroppo trascurata, la Naturalis historia(1), un vero catalogo della scienza dell'antichità, la cui parte centrale è dedicata alla botanica. Quest'opera è, nell'insieme, una specie di enciclopedia della natura, da avvicinare ai lavori enciclopedici che sempre furono vagheggiati dai romani e di cui già aveva dato esempio il vecchio Catone, e poi Varrone e in tempi prossimi a Plinio, Aulo Cornelio Celso. In Plinio la raccolta del materiale e le notizie di carattere scientifico (tutte le tecniche di propagazione e coltivazione, peraltro attualissime) sono più avanzate che in ogni altro autore. Per sottolineare l'importanza dell'opera, è bene ricordare che fino a quando nei primi dell'800 non ebbe inizio la meccanizzazione dell'agricoltura, non vi era persona interessata che non avesse letto e poi applicato i consigli di Plinio. Nella sua opera Plinio tratta - nei 16 libri dedicati alla botanica - tutto lo scibile della materia: dagli alberi della flora alpina a quelli dei tropici, dalla vegetazione selvaggia alle verdure degli orti, con una superba e completa descrizione di specie e varietà.
E' alla natura, nella sua forma più schietta, che Plinio dedica pagine di estremo interesse, ponendo la civiltà romana ad un livello certamente insuperato dalle altre civiltà. A proposito del valore simbolico degli alberi, della filosofia e della religione si legge che:
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...è bene seguire lo sviluppo della vita umana e parlare degli alberi prima del resto, modellando il nostro comportamento sulle origini. Proprio alberi erano i templi dedicati alle divinità e ancora adesso, secondo un rito antico, la gente semplice di campagna consacra a un dio l'albero più bello. D'altronde le statue splendenti d'oro e d'avorio non suscitano in noi maggior venerazione che i boschi sacri e il loro stesso silenzio."(2)
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E' scritto molto chiaramente il valore dato alle piante, che viene fondato soprattutto sul fatto che gli alberi furono i primi strumenti del culto divino. Continuando la lettura, si trova la descrizione degli alberi che non sono altro che una codificazione di quello che gli orientali affermarono essere gli stili:
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[...] certi alberi hanno struttura semplice, e sono quelli che dalla radice fuoriescono con un unico tronco e rami numerosi, ad esempio l'olivo, il fico, la vite; alcuni hanno carattere arbustivo, come il paliuro, il mirto, e così pure il nocciolo, [...] certe piante mancano completamente del fusto, come il bosso coltivato o il loto d'oltremare. Alcune piante sono biforcate o presentano anche il fusto diviso in cinque rami; certe hanno il fusto diviso senza sviluppo di rami, ad esempio il sambuco; certe invece non sono divise e hanno una ramificazione ben sviluppata come la picea. In alcuni alberi i rami sono disposti secondo un ordine preciso, come nella picea e nell'abete; in altri invece i rami crescono senza una disposizione regolare, come nel rovere, nel melo, nel pero."(3)
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Sorprendente la descrizione del trapianto dove si dice che:
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[...] la pianta viene potata e alleggerita così di un certo peso, per essere poi ricollocata nella sua fossa [...] gli alberi che la natura ci dona possono nascere in tre modi: spontaneamente, dai semi, oppure dalla radice. Le tecniche di coltivazione ne prevedono di più, e ne parleremo in un libro a parte. Abbiamo infatti mostrato [...] come non tutte (le piante) trapiantate, sopravvivano. Ciò avviene talvolta per intolleranza dell'albero che viene trapiantato, talvolta invece per una sua ostinata resistenza, più spesso per mancanza di vigore; altre volte a causa del clima avverso, altre ancora per via del terreno inadatto."(4)
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Plinio aveva fatto una attenta descrizione dello schock da rinvaso! La parte più ghiotta la troviamo nel XII libro dove è scritto che:
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[...] esistono anche dei platani nani, che sono costretti artificialmente a rimanere di piccola altezza, perché abbiamo inventato pure l'aborto per le piante. Anche parlando delle specie arboree, dunque, dovremo menzionare la sventurata sorte dei nani, alla quale esse approdano sia per il modo in cui vengono piantate sia con la pratica della potatura."(5)
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Questo brano è scritto talmente chiaro da non lasciare alcun dubbio: la tecnica di miniaturizzazione delle piante era già nota ed usata dai romani perché Plinio ne riferisse nella sua opera. A proposito del cedro, chiamato melo d'Assiria, già trattato da Teofrasto IV 4-2 sg. si legge che fu trapiantato per trasportarlo:
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[...] in vasi di terracotta nei quali avevano praticato dei buchi per far respirare le radici."(6)
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Si parla esplicitamente di vasi, di fori di drenaggio, di rinvasature e di trapianti, si descrivono insomma tutte le tecniche che vengono adoperate dai bonsaisti e si parla - e questa è la parte più affascinante - di miniaturizzazione degli alberi. Ma v'è di più a conferma di tutto ciò: consultando l'edizione del 1561 della Storia naturale stampata a Venezia per le Edizioni Ricciardi e tradotta da un tale M. L. Domenichi, si legge alle pagine 275 e 276 che:
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[...] sono i chameplatani, cioè platani terragnoli. Fassi il platano nano nel piantarlo e nel potarlo. Gneo Matio cavalier, e amico dell'imperador Augusto, fu il primo, che trovò il tosar degli alberi, per ridurli bassi, non sono ancora ottanta anni [...] Hanno trovato molti popoli di voler trasferire a sè stesso questo albero (degli alberi forestieri) in vasi di terra, per l'eccellentia del rimedio, dandogli spiraglio alle radici per le caverne, come tutti gli alberi, c'hanno a ir lontano, bisogna che si piantino, per trasportansi strettissimamente, acciochè questo precetto una volta sia dato a tutti. Ma non ha voluto allignare sed non in Media, e in Persia.
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E' ancora sorprendente leggere una descrizione di quella tecnica bonsaistica chiamata legnasecca:
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[...] (il mare) spinge le sue maree sulla terra per vari tratti e determina la crescita di alberi dalle caratteristiche straordinarie. Infatti, erosi dal sale, simili a relitti portati e abbandonati dai flutti, quando la riva è secca si vedono abbracciare la sterile sabbia con le radici a nudo, come fossero piovre."(7)
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Andando avanti nella lettura, nel libro XVII Plinio parla di altre tecniche a noi note:
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[...] è sempre la natura quella che ci ha insegnato anche la propagginazione. Infatti i rovi, piegandosi per la gracilità e insieme per l'altezza eccessiva, conficcano di nuovo in terra le cime dei rami e di nuovo nascono [...] le tecniche di propagginazione sono due: da un albero si tira giù un ramo piegandolo, lo si pianta in una buca che misura 4 piedi in tutte le direzioni, dopo due anni si taglia il ramo nel punto della piegatura e dopo tre si trapianta la barbatella; se si vuole trasportarle a una certa distanza, un sistema molto comodo è quello di piantare fin dall'inizio le barbatelle in cesti o in vasi di terracotta, per poi trasportarle dentro questi. L'altro procedimento [...] consiste nel fare spuntare delle radici sull'albero stesso, facendo passare i rami attraverso vasi di terracotta o cesti, e stipandovi la terra tutt'intorno."(8)
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Quando l'autore parla degli innesti, leggiamo con interesse che:
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[...] di qui è nato l'innesto ad occhio, che consiste nell'aprire un occhio nell'albero con un trincetto simile a quello del calzolaio, tagliando via la corteccia, e nel chiudervi dentro una gemma tolta ad un altro albero con lo stesso trincetto [...] L'innesto a spacco [...] si toglie dunque in modo uniforme, con la sega, la parte superiore del tronco, e lo si leviga con la roncola. Successivamente, c'è un doppio sistema, e il primo consiste nel fare l'innesto fra la corteccia e il legno [...] Il midollo della marza va inserito, nel portainnesto, nel punto di connessione fra il legno e la corteccia: è meglio fare così per farlo aderire alla corteccia dall'esterno."(9)
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Si potrebbe proseguire con la lettura del trattato "De Re Rustica", scritto in tre libri da Marco Terenzio Varrone nel 37 a.C., quando l'autore aveva 80 anni: stiamo parlando del più grande erudito del mondo romano e del più fecondo scrittore latino. Il contenuto tecnico di quest'opera è attinto soprattutto dall'esperienza personale di Varrone:
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[...] la mia esposizione partirà da tre punti di vista: osservazioni da me fatte nel coltivare i miei fondi, risultato delle mie letture, frutto di ciò che ho appreso dai tecnici."(10)
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E questo autore non era uno degli ultimi, avendo scritto 600 e più libri che purtroppo sono andati perduti e di cui ci sono rimasti soltanto pochi brandelli. Altro autore dell'epoca è Teofrasto che scrisse "Storia delle piante" e "Sulle cause della vegetazione", dove si occupò di botanica, di tecniche di coltivaziione e dei problemi della vegetazione. A questo punto devo dedurre che alla creazione e al perfezionamento delle tecniche e degli stili gli orientali siano giunti con il concorso dei principi di coltivazione che erano già praticati in altre parti del mondo, prima fra tutti Roma, la cui civiltà avanzata è privilegio indiscusso nostro e del mondo intero. Il bonsai ha il suo embrione in una forma abbastanza semplice: piante messe in vaso e coltivate, ed i romani per primi avevano affinato la coltivazione in vaso assieme alle tecniche di propagazione di cui abbiamo riferito.
Le origini in Cina
L'Occidente resta, da sempre, innamorato della Cina; nel passato si è cercato di indagare nelle pieghe più nascoste delle civiltà esotiche: nei giardini dei mandarini, nelle città fiorite, negli orti cinesi. Si ritiene che proprio in quei luoghi l'arte del bonsai abbia avuto probabilmente le sue origini, però troviamo documentazioni certe soltanto dal VI secolo in avanti. L'hanzi Pun-sai compare per la prima volta durante la dinastia Tsin-Chin (265-420). La tradizione vuole che un cinese di nome Tao Yuang Ming si sia ritirato in campagna con la famiglia per dedicarsi solamente alla coltivazione di crisantemi. Prove certe del bonsai in Cina sono state scoperte nel 1971 nella tomba di un nobile della dinastia Tang, morto nel 705 d.C. Un dipinto su una delle pareti raffigura due uomini che recano un paesaggio in un contenitore con rocce e piante e un vaso a forma di fiore di loto contenente anch'esso un piccolo albero. Circolano altre leggende, più o meno pittoresche e romantiche, ma alla base di tutte le ipotesi vi è una certezza: il bonsai è nato nella notte dei tempi come frutto dell'uomo per quell'innata sensibilità alla bellezza offerta dalla natura. Che poi si sia originato per la necessità dei nomadi di portarsi appresso piante in vaso o perchè gli erboristi dell'epoca erano costretti a cercare in luoghi molto distanti le erbe necessarie alla loro professione poco importa. La coltivazione di veri e propri bonsai ebbe larga diffusione durante la dinastia T'ang (620-907) che registra in Cina un periodo di pace ed unità; si sviluppa il commercio, la letteratura e tutte le arti. L'artigianato conosce un periodo fiorente in particolare con la lavorazione della ceramica e della porcellana; stupendi esemplari si possono ammirare visitando il Museo di Pechino che esponi vasi dell'epoca. La pittura del periodo T'ang giunta fino a noi è testimoniata da affreschi compresa la testimonianza dei bonsai nella tomba del principe Zhang Huai presso Xi'an. Nell'ultimo periodo della dinastia Sung (960-1280) la Cina è considerata una nazione decadente; in questo periodo si diffusero ancor di più le cerimonie, i riti e le superstizioni taoiste e proprio allora alle piante in vaso si aggiunsero pietre e figure per ricreare paesaggi in miniatura chiamati pun-wan: quello che oggi conosciamo come bonkei. Il termine pun-wan venne cambiato in pun-ching (piante in vaso con paesaggio) tra la fine della dinastia Ming (1368-1644) e l'inizio di quella Ching (1644-1911). In questo periodo si cominciarono a delineare gli stili di coltivazione, dovuti alle varie scuole. Era il tempo della Città Proibita, del Signore dei Diecimila Anni, il Divino Figlio del Cielo, Maestro Supremo del Celeste Impero e Imperatore del Regno di Mezzo. La città Proibita, residenza dell'Imperatore e della sua corte occupava settantadue ettari, sorge nel cuore dell'antica Pechino - una città nella città - costruita secondo le planimetrie del terzo Imperatore Ming, nel rispetto della geomanzia e della tradizionale dottrina dei venti e delle acque. Al fortunato visitatore che visitandola, passa attraverso la Kunningmen, Porta della Tranquillità Terrena, si offre alla vista lo Yuhuayuan, il Giardino Imperiale, stupendo esempio di giardino cinese che alterna abeti e cipressi, fiori e bambù, rocce artificiali e padiglioni. I sei Palazzi dell'Est custodiscono i musei della porcellana e dell'artigianato artistico, incomparabile rassegna di capolavori di epoca Ming e Qing. Proprio durante la dinastia Qing, l'ultima dell'Impero cinese, che regnò con dieci imperatori dal 1644 al 1911, il bonsai ebbe la più larga popolarità e diffusione. Fu un periodo di generale ripresa culturale ed economica.
Le scuole cinesi
Durante tutti questi secoli abbiamo un evolversi ed un raffinarsi delle forme di questi piccoli alberi con il nascere di vere e proprie scuole di stili dove i maestri cinesi perfezionarono anche le tecniche di coltivazione. Anche se la politica del presidente Mao - con la rivoluzione culturale - ha distrutto il passato culturale di quel popolo, privandolo di un patrimonio accumulato nel corso di millenni, leggiamo l'evoluzione di queste scuole, che costituirono la base per il bonsai nell'Impero del Sol Levante. A differenza del concetto di bonsai giapponese, che è abbastanza uniforme, in Cina ogni regione ha una visione strutturale diversa del bonsai; in generale viene mantenuta ed osservata molto di più la forma naturale della pianta e anche se un soggetto viene impostato con una forma stilizzata o esasperata, possiamo osservare che rispetta sempre un andamento naturale. La pianta ha i rami con angolazioni ardite, tronchi con forme esasperate che non rispettano nessuna regola prestabilita, bonsai insomma che non posseggono quel rigore stilistico che osserviamo negli esemplari giapponesi. Vediamo alcune tecniche sperimentate ed applicate dai cinesi. Alla fine del XVIII secolo, alcuni coltivatori adottarono strisce di piombo che, plasmate nella forma desiderata, venivano applicate al tronco per fargli assumere quella determinata forma. Durante il periodo Miji, pezzetti di piombo venivano legati ai rami per fare da peso: venivano collocati alle estremità, mentre si otteneva una curva più accentuata se il peso era sistemato ai 2/3 del ramo; la difficoltà consisteva nello stabilire il peso in rapporto al ramo. In alternativa si sperimentò l'uso di una corda: riusciva più facile dare la forma agli alberi in primavera o a soggetti con il legno della pianta flessibile. Venivano usate corde in fibra naturale senza che fosse necessario proteggere la corteccia con la carta. La corda fu usata contemporaneamente con bastoncini e paletti ottenendo in tal modo curve tridimensionali. I bastoncini erano conficcati nel terriccio e le corde erano fissate in vari modi ottenendo così curve abbastanza elaborate. Questi metodi erano esteticamente inaccettabili e pertanto non permettevano l'esposizione degli esemplari.
Attorno al 1900 i maestri cinesi sperimentarono il sistema "lascia crescere e pota", con il quale le piante risultarono avere un effetto di assoluta naturalezza. Era quello il risultato evidente delle tecniche e dell'esperienza accumulata nel tempo. Risale pure a quel periodo l'impiego del filo metallico sperimentato sempre dai cinesi ed introdotto in un secondo tempo dai giapponesi. Una curiosità della scuola cinese: nelle piante a doppio tronco, quello più robusto è posto per primo ed è chiamato Fu-lao ("che porta il vecchio sulla schiena"); se è invece sistemato quello più esile, allora è chiamato Hsieh Yu ("che porta il giovane per mano"). Posizionando l'albero più piccolo lontano dalla pianta più robusta si avrà la visione del vecchio che porta il giovane per mano. Per quanto riguarda l'interpretazione cinese dello stile "eretto casuale", l'effetto finale è quello di creare un albero vetusto vissuto in un sito particolarmente selvaggio. Anche per questo stile i cinesi adottarono il metodo "cresci e taglia" (Scuola Lingnan). La vegetazione di questo bonsai è molto più compatta ma non lussureggiante come negli esemplari giapponesi: l'effetto finale è severo e drammatico. Uno stile preferito ed amato dai cinesi è senza dubbio quello "a cascata", prediletto per la sua particolare bellezza e per la rapidità con la quale si educa e si imposta. I bonsai a cascata della scuola giapponese hanno una linea più morbida, i rami sono meno angolati e la vegetazione più folta: ne risulta una silhouette diversa che dà l'idea di un "eretto informale capovolto", con il fronte girato da 45° a 90° e poi piegato. Gli elementi dominanti del disegno della linea della pianta sono molto importanti per i maestri cinesi; lo si evince di più nello stile a cascata, dove una linea conduce l'osservatore lungo tutta la pianta come fosse un sentiero ben definito. La sensazione che ne trae l'osservatore è di forza e di impatto ed il movimento lineare è apprezzato ella sua pienezza. I cinesi chiamano questo stile "la nebbiolina che si alza dalla cascata".
Le caratteristiche della scuola cinese
Per comprendere meglio e fare un raffronto con la scuola giapponese, è interessante analizzare le caratteristiche peculiari dell'impostazione degli esemplari cinesi. Ogni pianta ha una base del tronco molto interessante, vetusta, con i segni evidenti del sopravvento della natura, con gli eventi atmosferici che mettono a dura prova la sopravvivenza della pianta stessa. Dal tronco si originano rami robusti, sempre molto interessanti per il loro andamento. L'esemplare che si offre all'occhio dell'osservatore è dunque una pianta che mostra il fascino di molti anni e i segni delle sofferenze e della lotta con la forza della natura; il tronco, vigoroso, è spesso scavato e lavorato, risultato di una tecnica raffinata: il sabamiki.
Elemento predominante. Esiste nelle composizioni di scuola cinese un solo elemento che domina; facciamo un esempio: l'effetto creato dalla linea di forza verticale di un paesaggio roccioso. L'occhio dell'osservatore è portato a focalizzare un sentiero o un'altro punto di interesse e questo ne rafforza lo stile. I giapponesi, invece, impostano le loro piante con elementi che predominano, ma favoriscono altresì i particolari più delicati. Si può paragonare l'effetto di un pino in stile "Literati" - quindi con una linea ricavata dal tronco singolo - con una zelkova impostata nello stile "a scopa rovesciata": il pino trasmetterà una sensazione dominante di forza, mentre nella zelkova il fitto disegno dei rami farà svanire la tensione infondendo una sensazione di serenità, dovuto appunto all'aspetto delicato di questo fitto merletto di rametti.
Linea. Nel bonsai cinese la linea del tronco e dei rami principali è di estrema importanza, mentre la massa ed il volume della vegetazione non hanno un ruolo primario e servono soltanto a mettere in evidenza le linee e la struttura. I giapponesi invece considerano della massima importanza la linea della pianta, la massa ed il volume della vegetazione che, come abbiamo detto, è di minor rilievo per i cinesi.
Spazio. Questo elemento della percezione visiva è tenuto in grande considerazione perché può equilibrare i volumi, mettere in evidenza la linea che ne definisce i contorni ed enfatizzare la forma dominante pure nella creazione della profondità e della prospettiva, trasmettendo quella sensazione che subiamo quando osserviamo ad una certa distanza un albero in natura.
Forma e struttura. Anche questi sono due elementi particolarmente importanti per i bonsaisti cinesi; il tronco invecchiato e la corteccia devono mostrare i segni del tempo e se sulla corteccia si forma il lichene grigio, viene apprezzato e ammirato come la barba di un vecchio.
Simbolismo. Per la cultura tradizionale dei cinesi, un esemplare degno di tal nome è quello che racconta all'osservatore una storia che mostra i segni del tempo: è la storia della vita dell'albero che simboleggia pensieri ed emozioni dell'uomo. Nell'immaginario del cinese è visto come il vecchio eremita, l'uomo immortale descritto in tante leggende, che si è isolato dal mondo, la cui purezza è dichiarata dall'aspetto. Il bonsai cinese è visto attraverso questo simbolismo, educato con accortezza; non mostra l'intervento manuale dell'uomo, sembra avere assunto quella forma nel tempo, spontaneamente, con il solo intervento della natura: ogni metodo sembra essere un non-metodo.
Altre caratteristiche della scuola cinese sono:
- le dimensioni inusuali, da 50 centimetri a 2 metri, molto più elevate rispetto agli esemplari giapponesi
- il rapporto fra vaso e pianta - tanto curato dai maestri giapponesi - non è rispettato e non preoccupa i maestri cinesi
- l'aspetto generale degli esemplari cinesi è senz'altro più "selvaggio" e non da quella sensazione di rifinitura, di cura che offre una pianta giapponese
- la completa assenza di miniaturizzazione degli aghi e delle foglie che evidenzia quella ricerca del particolare e delle proporzioni che denota i bonsai giapponesi
- la coreografia formata da statuine, casette e ornamenti vari che accompagna sempre la pianta.
Esiste una interpretazione generica e commerciale che spesso è in contrapposizione con lo stile tradizionalmente interpretato dai maestri; questo fenomeno è osservabile anche nello stile tradizionale cinese che, a livello popolare, è considerato esasperato per la sua forma, se non addirittura grottesco. Molti maestri giapponesi criticano gli artisti cinesi accusandoli di trascurare l'essenza dello spirito del bonsai, non interpretando il naturalismo e la bellezza delle piante. Se però analizziamo le piante formate da artisti come i letterati, ne emerge una visione diversa: il disegno dell'albero è sicuramente più stilizzato rispetto a quello giapponese, ma questa interpretazione è contenuta nei limiti della naturale bellezza e rispecchia l'andamento della pianta. Per certi versi la differenza fra il bonsai cinese e quello giapponese è simile alla differenza che esiste fra la poesia e la prosa: la prima sembra esagerata, sintetica, mentre la prosa trasmette una sensazione di naturalezza. Il bonsai cinese, in questa analogia, si avvicina più alla poesia, la stilizzazione è accentuata e l'effetto è drammaticamente dilatato - quindi, come nella poesia, il massimo può essere espresso in poco spazio.
Le principali scuole orientali
La Scuola Lingnan. Il metodo chiamato appunto Lingnan è stato seguito in Guangzhou (Canton) e si sintetizza in poche parole: taglia il tronco e fai crescere i rami. Le piante preferite da questa Scuola sono l'albicocco, la camelia, la sageretia, la carmona, l'olmo, l'arancio ed il gelsomino, scelte perché hanno uno sviluppo della ramificazione veloce che permette una rapida strutturazione della pianta. Dopo la prima drastica potatura che lascia solo un moncone del tronco, l'albero viene lasciato crescere senza che si proceda ad alcun intervento, fino a quando i nuovi rami raggiungono il diametro desiderato. Questo metodo permette di ottenere proporzioni apprezzabili ed un ottimo equilibrio fra rami e foglie. I maestri di questa scuola educano i loro bonsai con una tale meticolosità che ogni ramo, anche il più piccolo, risulta ben posizionato. Anche qui ci troviamo di fronte ad esemplari di una tale naturalezza da non lasciare trasparire l'intervento dell'uomo.
La Scuola Shanghai (Hai). Lo stile di questa scuola è molto vicino alla Lingnan e ricalca l'aspetto di alberi in natura quindi non si riscontra nessuna forzatura di stile: l'unico intervento dell'uomo che li differenzia dalla precedente scuola è l'applicazione del filo per impostare i rami. Le piante più usate sono la serissa, il ginepro, il larice e l'immancabile pino.
La Scuola Suzhou. Una rappresentazione tipica del bonsai nello stile Su è caratterizzata dal tronco grosso con i rami dall'aspetto delicato, ricchi di una fitta vegetazione. Questo contrasto molto affascinante fra vecchio e giovane dà subito l'idea del ciclo della vita, della vita che si rinnova: i cinesi dicono che un albero ben curato rivede un'altra primavera. Molti penjing - come sono chiamati i bonsai cinesi - che sono stati impostati in questo stile si originano da tronchi di vecchi alberi presi in natura (questa tecnica di trapianto è chiamata metodo yamadori). Le specie più usate da questa scuola sono: olmo, albicocco, acero e melograno. Le impalcature seguono linee regolari, il tronco ha un andamento dritto o leggermente curvato, i rami crescono paralleli, uno sopra l'altro. Ogni ramo è formato in maniera semicircolare; un tronco che ha sei di questi cerchi è chiamato "a sei piattaforme", i tre cerchi posizionati sul retro sono chiamati "i tre portatori". Uno di questi "cerchi" costituisce l'apice del bonsai. Vista dall'alto la pianta così impostata ha l'aspetto di un fiore a nove petali.
La Scuola Yangzhou. Le caratteristiche di questa scuola fanno sì che un bonsai non abbia nessun ramo dritto: la pianta ha il tronco ed i rami principali molto contorti; in ogni ramo, ad una certa distanza, c'è un nodo che si gira in maniera tale da formare un altro piccolo ramo. Visto dal basso, la pianta ha l'aspetto di uno sgabello intrecciato. Sull'apice, questa specie di disco ha una forma circolare e dal centro verso la base assume una forma più ovale, simile al palmo di una mano. Questi bonsai possono avere da uno a nove di questi dischi: il loro numero dipende dalla dimensione e dalla forma del penjing. L'impostazione dei rami si ottiene impiegando la corda. Le specie preferite sono l'olmo, il tasso ed il gingko.
La Scuola Sichuan (Chuan). Questo stile si è affermato nella provincia di Sichuan e si ispira alla visione dei paesaggi del luogo; contrariamente allo Stile Lingnan, questa scuola ha una rappresentazione molto artistica. L'impostazione della pianta con l'uso del filo viene messa in atto dall'inizio sui soggetti ancora giovani facendo assumere al tronco ben cinque curve da cui, alternativamente, si originano dieci rami. Tutti i rami che vanno verso la stessa direzione spesso sono orizzontali o leggermente inclinati. La scelta delle piante va verso l'albicocco, il melo, la serissa ed il gingko.
Il bonsai viene esportato in Giappone
La Cina è per il Giappone quello che la Grecia è per i figli della cultura occidentale. La Cina, tra l'altro, è sempre stata una nazione governata dai costumi, dall'etica, dalla filosofia e dalle convenzioni, più che un paese religioso. La caratteristica del Giappone è di avere inglobato dalla Cina tutta una serie di idee e tradizioni che le generazioni successive hanno digerito e poi adattato, dando aspetti diversi. Il Giappone è un paese che attrae da sempre gli stranieri; in Occidente i modernisti hanno subìto il fascino e l'influenza del modo di vita giapponese, che i più stentano a capire e interpretare. Dominano ancora oggi tre elementi importanti: semplicità, funzionalismo, minimalismo. La privacy è sacrosanta, è addirittura uno status symbol, come ha scritto Bernard Rudofsky in The Kimono Mind: occasioni di incontro si svolgono fuori dalla propria casa, così le richieste di visitare l'abitazione di qualcuno sono quasi sempre destinate a ricevere un educato diniego. Il piccolo spazio abitativo è stato fatto diventare un'arte: il tatami, l'odorosa stuoia di paglia compressa che misura 90 centimetri per 180 e è calcolata a misura d'uomo, viene utilizzata per indicare la dimensione di una stanza. Sistemate da un capo all'altro secondo una disposizione precisa, le stuoie di stoppia costituiscono un elemento fuori del tempo presente sia nelle case vecchie di secoli che in quelle di recente costruzione. E sono anche la ragione per la quale bisogna togliere le scarpe a casa; nel 1886, Edward S. Morse scriveva nel suo libro Japanese Homes and Their Surroundings che "su queste stuoie la gente mangia, dorme e muore; esse sono il letto, la sedia, il divano e qualche volta anche il tavolo". Non sono mai tramontati i delicati rituali del passato: parole come shibui, sabi e wabi significano severo, rustico, singolo, ma queste trasposizioni sono aperte ad una disputa senza fine. La stanza giapponese è composta di un numero infinito di linee diritte e di angoli retti; l'occhio del visitatore si poserà subito sul tokonoma, l'angolo per onorare l'ospite, dove l'esposizione del bonsai richiama l'attenzione. Completano l'arredamento una pittura a rotolo appesa nel tokonoma, un paravento a due pannelli aperto in un angolo, un bruciatore d'incenso, un basso tavolino e dei cuscini. L'elemento estetico è importantissimo, dominante. Antichi concetti di armonia e fusione con la natura persistono ancora oggi inviolati. Questo è il Giappone. Anche la trasmigrazione del bonsai dall'Impero Celeste a quello nipponico non può contare su eventi accertati con precisione storica: è pensabile che lo abbiano fatto i monaci buddhisti, ma anche questa è una ipotesi. Sappiamo che è circoscritto all'élite che lo cominciò a praticare come una delle tante "vie" allo zen, come lo erano il cerimoniale del tè in cui lo stesso bonsai rivestiva un ruolo nella scenografia del rituale, l'ikebana, il tiro dell'arco, il kendo e così via. E' probabile che una forma di coltivazione simile fosse praticata in Giappone nel periodo Heian (794-1185) e viene vissuto come una sorta di astrazione dalla propria fisicità, evocando "paesaggi dello spirito": questo concetto lega il bonsai alle due religioni praticate, il buddhismo zen e il tao. Il buddhismo è stato l'influsso più profondo che questa nazione abbia ricevuto dalla Cina e con esso i giardini che costituiscono parte integrante del mondo religioso orientale. Già dal V secolo, con la costruzione di meravigliosi giardini, la natura era vista come qualcosa di sacro. Il giardino è un luogo di contemplazione dove il principe con il suo seguito dimora, mentre i musicisti e i poeti si cimentano nell'esercizio delle proprie arti. Soltanto Muso Sokei (1275-1351) segna la fine di questo gioco di corte: egli è un monaco buddhista, una delle figure principali in questa storia del giardino medievale giapponese, che crea l'antitesi del "giardino in fiore", in un periodo di grande confusione politica. E' estremamente importante sottolineare il concetto del giardino orientale: esso è il desiderio di rappresentare la natura e il paesaggio nei suoi molteplici e suggestivi aspetti all'interno di uno spazio definito che induce il creatore a comporre gli elementi diversi: acqua, alberi, rocce, sabbie, pietre, fiori con la maestria di arte e fantasia tutte indirizzate ad un effetto di assoluta naturalezza. L'acqua, elemento sempre presente nella composizione, può scorrere in un ruscello o precipitare in un'esile cascatella su una vecchia pietra: qui il visitatore può dissetarsi e purificarsi prima di entrare negli edifici sacri del tempio. Lontano dai grandi spazi preferiti dagli occidentali, il giardino giapponese è un microcosmo con elementi che vivono tutti una vita propria e con il giardiniere, che con le più raffinate tecniche orticolturali vuole raggiungere quella perfezione che solo la pazienza orientale può ottenere. Ricerca quindi della perfezione in piccoli spazi, giardino come modello di perfezione e di contemplazione. Il verde è sempre particolare, esalta tutta la fragilità orientale, sta tra l'effimero e l'eterno, tra la vita che muore e la vita che rinasce. E qui balza prepotente il tema taoista che recita: nel taoismo il tempo viaggia in un circolo, dato che una cosa si origina dal non-essere e ritorna al non-essere. Nel giardino orientale non vi è costrizione di sorta, tutto quanto è statico ha il potere straordinario di trasformarsi in sorprendenti dimensioni dinamiche, le composizioni sono accomunate in preziose geometrie e raffinati contrasti di colore. In tutto ciò sta la sostanziale differenza tra il vecchio Giappone e l'ultramillenario Occidente. Le prime prove documentate sulla diffusione del bonsai in Giappone risalgono al periodo Kamakura (1185-1333). Lo provano alcune pergamene che illustrano scene di vita quotidiana in cui sono dipinte anche piante in miniatura: in questi rotoli makimono troviamo dunque le prime rappresentazioni di un vero bonsai. Un'altra testimonianza giunta ai giorni nostri è l'opera teatrale Hachi no ki, che letteralmente significa "La storia degli alberi nei vasi". Questo lavoro è ambientato nel XIII secolo, periodo in cui venivano allevati soltanto alberi presi in natura e sistemati nei vasi. La cultura bonsai di allora si lega ad una leggenda. La tradizione vuole che un samurai molto povero ricevesse, in una notte di rigido inverno, la visita inaspettata di uno shougun, che però viaggiava in incognito per questioni fiscali. Poiché era in assoluta povertà e non possedeva neanche una tavolette di legno per accendere un fuoco che riscaldasse il viaggiatore, il samurai sacrificò i suoi tre preziosi bonsai: un albicocco, un pino ed un ciliegio. La leggenda si conclude con il giusto riconoscimento che lo shougun, ritornato nel proprio palazzo, diede a quel generoso samurai. Questo aneddoto dà la misura del valore del bonsai e della preziosità simbolica che assumeva per il possessore. E' interessante, a questo punto, risalire alle origini della storia dei vasi da esposizione ripercorrendo, attraverso i secoli, il cammino di questi contenitori che hanno certamente contribuito a dare maggiore dignità al bonsai. Facciamo un breve excursus sulla storia dei vasi perché, attraverso i secoli, si possa ripercorrere il cammino di questi contenitori che hanno contribuito a dare più bellezza e più dignità alle piante ospitate. E poi la storia dei vasi segue in parallelo la storia del bonsai, sempre approssimata e inesatta. La ceramica e le sue tecniche si perde nella notte dei tempi; trascurando i paesi di ampie e più antiche tradizioni, fra i popoli asiatici sono i cinesi che hanno portato la ceramica più in alto. In Cina si trovano già sotto la dinastia Shang (1766-1123 a.C.) ceramiche lavorate a mano presentanti forme che richiamano quelle dell'arte dei panieri e dei recipienti naturali. Sotto la dinastia Chou (1122-294 a.C.) il tornio comincia a far concorrenza alla lavorazione a mano. Sotto la dinastia Han la ceramica si sviluppa riccamente e diventa molto variata. D'altronde, appena ci si allontana dal centro cinese, la ceramica diventa più primitiva nei suoi procedimenti e nei suoi prodotti. Il Giappone è da ricollegarsi alla Cina per la bontà dei suoi prodotti. La quasi totalità dei vasi usati per ospitare i bonsai (suiban) ebbero origine in Cina ed in Giappone, alcuni in Corea, Taiwan e nell'Asia del Sud; altri ancora vennero poi costruiti in Olanda e Portogallo e poi esportati in Giappone. I cinesi iniziarono a fare vasi di porcellana durante la dinastia Sung (420-479), la dinastia Yuan (1260-1368) e la dinastia Ming (1369-1644); queste porcellane erano dei manufatti artistici straordinari e erano gelosamente custoditi come pezzi antichi, per cui i vasi non potevano essere utilizzati per le piante. Durante il periodo Yamato il buddhismo si diffuse dalla Cina in Giappone (538); in seguito molti sacerdoti e pellegrini che si trovarono a visitare la Cina, cominciarono ad esportare e diffondere in Giappone l'arte della lavorazione di questa ceramica. Durante il periodo Kamakura (1192-1319) molti sacerdoti buddhisti fondarono diverse sette; tra i loro lavori ci hanno lasciato un rotolo di pergamena che mostra un gruppo di piante composto da alberi e erba in un vaso basso: questo è considerato l'inizio del bonsai in Giappone, di quello che sarebbe divenuto ben presto un hobby per le caste di nobili e per i sacerdoti buddhisti. Tra la fine di questo periodo e l'inizio del periodo Muromachi (1333-1573), il bonsai inizia a cambiare poiché vengono eliminate le rocce e rimane soltanto la pianta, spesso sistemata in cassette di legno poiché i vasi di ceramica, importati dalla Cina, sono ancora scarsi. Un altro materiale di ceramica durissima utilizzato per la prima volta dai cinesi alcune centinaia di anni addietro fu la porcellana: abbiamo testimonianze sulla creazione di stupendi vasi decorati. Già nel XIII secolo Marco Polo, che fu al servizio di Qublay Khan dal 1271 al 1295, aveva impiegato chiaramente la voce "porcellana" nell'accezione di ceramica e a proposito della città di Tiungiu, egli avverte anche con particolari di ordine tecnico, che ivi "se font escuelle de porcelaine grand et pitet; le plus belles que l'en peust deviser... Et d'iluec se portent por mi le monde" (cap. CXIX e CLVII). Ma il prodotto era già noto e pregiato almeno fin dal secolo IX nel mondo musulmano, da dove penetrò presto in Occidente. La loro rarità diminuì soltanto quando gli olandesi, che subentrarono ai portoghesi nei vasti traffici fra l'Oceano Indiano e l'Europa, dopo la metà del secolo XVI cominciarono a caricarne interi vascelli. La Cina dunque fu il paese classico della porcellana, anche se non è provata la tesi che l'invenzione di questo prodotto risalga ai tempi della dinastia Han (206 a.C. - 220 d.C.); è già dubbia la sua assegnazione intesa come una ceramica translucida e non piuttosto un impasto duro a coperte feldspatiche, cotte sia pure ad alto fuoco, nel periodo dei T'ang (620-907). In tutti i casi dovette trattarsi di una conquista dovuta ad un lento processo evolutivo. L'epoca della dinastia Sung (960-1280) ce ne mostra tipi eccellenti, alcuni dei quali ebbero larga diffusione in Asia ed in Europa. L'età d'oro vera e propria della porcellana cinese comincia con la dinastia dei Ming (1369-1644); Ching-te chen, nel Kiang-si, divenne il centro maggiore di una produzione dalle forme semplici, con dipinta una sontuosa ornamentazione nella quale ha predominio il colore turchino. Nel secolo XVI si sviluppa e si intensifica il gusto della policromia; la tecnica si complica nei prodotti chiamati dei "cinque colori", decorati con smalti applicati sopra coperta, che risultano in leggero rilievo. Questi esemplari artistici dapprima non furono usati per le piante e solo all'inizio della dinastia Ching (1645-1912) ne iniziò l'uso per ospitare i bonsai. I forni che il padre D'Entrecolles, un missionario gesuita, stimava alla fine del regno di K'ang-hi (morto nel 1722) a circa 3.000 nella sola Ching-te chen, nel 1800 erano ridotti a 500. Alcune fornaci che divennero celebri per la produzione furono quelle di Yixing, di Fukien, di Canton, Nanban, Nanking, Bejing, Jun etc. Ogni fornace aveva un proprio sigillo che veniva impresso nel vaso appunto per distinguere le produzioni. La stessa Cina, attraverso la Corea, fu l'iniziatrice del Giappone dove, adottatisi i riti della cerimonia del tè, si diffuse anche l'uso di dati recipienti prescritti dalle esigenze liturgiche. La prima porcellana in Giappone si attribuisce all'opera del vasaio Shonzui, il quale, di ritorno dalla Cina dove era andato per imparare, nel 1510 si stabilì ad Harita (nella provincia di Bizen) a produrre porcellane turchine e bianche. L'ornato caratteristico a crisantemi, peonie, rami di prugno, di ciliegio, di bambù venne subito imitato. Accanto ad Harita e ad Imari si ebbero molte altre fabbriche: Mikoci nell'isola Hirado, Kyoto, Kutani nella provincia di Kaga, Seto nella provincia di Owari, Sanda nella provincia di Settsu, etc. Durante il periodo Muromachi le fornaci, in Giappone, erano sei: Bizen, Echizen, Seto, Shigaraki e Tokoname. Quando sentite dire che quel tal vaso è un vaso Tokoname vuol dire che proviene da quella località di produzione e quindi è più pregiato rispetto ad altri. Non è stata scelta a caso Tokoname poiché è una delle località dove tuttora si producono vasi. Soltanto l'incremento della produzione nazionale di tali vasi sia di ceramica che di porcellana nel periodo Edo (1600-1867) favorisce la più ampia diffusione del bonsai. L'utilizzo a noi noto per ospitare le piante è datato dalla tarda dinastia Ming alla dinastia Ching (1645-1912). A tutto merito dell'Occidente v'è da dire che mancava a tutta questa produzione artificiale l'elemento di base: un'idonea argilla bianca infusibile (alla quale, una volta trovata in Europa, si mantenne il suo nome cinese di caolino), i cui giacimenti europei non erano ancora stati utilizzati. Il merito di questa scoperta - che doveva portare così grandi frutti specialmente in campo artistico - si deve all'alchimista tedesco Johann Bottger (1682-1719), che nel 1709 ottenne dapprima un gres rosso durissimo, di cui fece stoviglie lavorate in rilievo e poi, col caolino sassone di Colditz, una vera e propria porcellana. Durante il periodo Meiji (1868-1912) si importarono antichi vasi cinesi e le porcellane smaltate a vetrino divennero molto popolari. Fu proprio in questo periodo che i giapponesi scoprirono i bruciatori di incenso all'aperto che usarono come vasi importati dalla Cina. Il segreto di questi vasi consiste nella lentissima cottura cui venivano sottoposti, procedimento questo che si protraeva addirittura per parecchi mesi. Questi vasi antichi prodotti dai cinesi sono di gran pregio per la qualità del materiale usato, hanno un aspetto delicato e tecnicamente sono perfetti. Il nome generico usato per due gruppi di vasi cinesi è Chuwatari e Shimwatari; questi ultimi risalgono come produzione agli anni a cavallo tra il 1910 ed il 1920 e furono fatti su ordinazione dei giapponesi. I vasi cinesi molto apprezzati sono i Kowatari, ovviamente pezzi di gran pregio e rari, costruiti quasi 250 anni addietro che naturalmente hanno quotazioni molto alte. Parliamo naturalmente di oggetti d'arte. Quelli importati durante il periodo Meiji furono chiamati Nakawatari, che significa "traversata di mezzo"; da allora si produssero molte varietà di vasi con uno standard qualitativo che non aveva nulla da invidiare ai famosi Kowatari. I vasi che furono esportati prima della Seconda Guerra Mondiale furono classificati come Shimwatari la cui traduzione significa "nuova traversata". Alla fine dell'Ottocento erano molto usati vasi rotondi abbastanza profondi di porcellana, molto decorativi mentre poi vennero usati vasi bassi. Non è sempre facile la distinzione fra il prodotto cinese e quello giapponese per i reciproci scambi ed i continui contatti fra i due paesi. I cinesi chiamano indifferentemente yao la porcellana e ogni altro genere di ceramica; i giapponesi hanno il nome generico di yaki e, di recente introduzione, la voce toki per designare la porcellana. In generale si può dire che la porcellana cinese ha un impasto più sottile, più compatto e più fine e mai presenta le tracce dei pironi di cottura mentre la porcellana giapponese è più grossolana. Subito dopo il conflitto, il Giappone monopolizzò la produzione dei vasi e Cina e Corea ne produssero soltanto una quantità limitata. Altri vasi importati dopo il 1945 vennero chiamati Shin-shin-to o "nuovissima traversata". Nel 1644 l'impiegato cinese Chu-Shun-sui, che abitava nella signoria Madschu, fuggì in Giappone portando con sé tutta la letteratura sui Bonsai che aveva raccolto. Costui contribuì alla diffusione del bonsai in Giappone proprio tramite i documenti trafugati. Il periodo Edo significa per il popolo giapponese il passaggio da una società di tipo feudale a quella moderna. E' un arco di tempo di 250 anni durante il quale il paese visse praticamente isolato dal resto del mondo. Sotto Hidetada il Giappone negò qualsiasi tipo di relazioni con l'estero (1624). Così, chiuso in se stesso e difeso dai pericoli interni ed esterni con rigorose misure, inizia un periodo di pace indisturbata durante il quale quindici imperatori e altrettanti shougun si succedettero con governi praticamente privi di grandi eventi. Se si esclude la classe nobile, formata da militari e cortigiani, i cui doveri erano rigidamente fissati da distinti codici, il resto della popolazione era diviso in quattro classi: samurai, contadini, artigiani e commercianti. Tutti, ad esclusione dei soli samurai, vivevano praticamente nella schiavitù, nonostante questa condizione ufficialmente non esistesse. Le loro occupazioni, l'abbigliamento, le abitazioni erano rigidamente prescritti; sul popolo incombeva l'onere delle tasse, essendo un preciso obbligo lavorare per procurare agiatezza e benessere alle classi elevate. Tre generazioni di shougun (Ieyasu, Hidetada, Iemitsu) contribuirono in maniera determinante a diffondere la passione per la coltivazione delle piante e per il giardinaggio in generale, così che i dignitari del seguito, per ingraziarsi gli shougun, si impegnarono nella ricerca di ogni tipo di piante e fiori. Nel 1634 venne introdotto il sistema del "sankin kotai", che avrebbe avuto notevoli conseguenze: ogni nobile era obbligato a soggiornare per un periodo di tempo a Edo, residenza dello shougun e per un egual periodo, alternativamente, nel proprio feudo lasciando in ostaggio a Edo moglie e figli. Con ciò si privava dei mezzi per qualsiasi iniziativa ostile. Nel periodo Genroku, i governi del IV e V shougun Ietsuna e Tsunayoshi resero stabili l'economia e la società; proprio allora nacquero il canto joururi, il teatro, la poesia haiku, le case di piacere e la coltivazione delle piante in contenitore. Durante il periodo Edo appaiono gli stili dei bonsai che possiamo ammirare sulle stampe e sulle pubblicazioni illustrate che motrano episodi di vita e paesaggi; queste piante spesso erano impostate in stili effimeri con forme ritorte o quanto meno davvero strane. E' questo un momento di grande popolarità per il bonsai, poiché la legge vietava ai borghesi di possedere grandi giardini essendo mutato il sistema economico e sociale. I concetti dello shintoismo giapponese si rinsaldarono; negli alberi, in particolare, si identificava la sede degli dei e dello zen. Attorno alle città di Kyoto e Osaka, nella seconda metà del periodo Edo, un gruppo di pensatori assunse un atteggiamento di netto distacco dalla moda superficiale e di cattivo gusto che aveva invaso Tokyo, tendendo ad avvicinarsi invece alla letteratura cinese delle dinastie Ming e Shing. In questo modo favorirono e diffusero poemi in lingua cinese, dipinti cinesi e i bonsai nello stile "Literati" (Bunjin), posti in vasi piatti, la cui forma era in aperto contrasto con gli stili di moda a Edo.
Il bonsai e la cerimonia del tè
Questi intellettuali rilanciarono anche la cerimonia del tè, che era stata modificata rispetto a quella tradizionale da un produttore di sake e da un medico di Kyoto. E' necessario a questo punto approfondire l'argomento per cercare di comprendere le connessioni e l'attinenza col bonsai. Scriveva George F. Hull che "trasferire una forma d'arte, come quella del bonsai, da una cultura ad un'altra, con la piena comprensione di tutti gli elementi estetici, sentimentali, storici e religiosi che la rendono significativa per altre persone, non dovrebbe essere difficile se non addirittura impossibile?". L'essenza dello zen si fondava sulla "Via del tè" e sulla cerimonia del tè; durante il periodo Kamakura la vita quotidiana della gente giapponese era permeata da questo stile. Il modello estetico dello zen per la Via del tè è il wabi, concetto di povertà che sovrasta la ricchezza e che si può riferire anche all'ikebana e al suiseki. Il professore Hisamatsu Shin'ichi effettuò uno studio sulle arti giapponesi, nel quale evidenziava le caratteristiche dello zen. Come manufatti artistici furono analizzati le architetture delle stanze del tè, dei giardini, gli oggetti di ceramica, i vasi da fiore, gli oggetti d'uso domestico e ovviamente le pitture e la calligrafia; il professore partiva dal presupposto che tutta l'arte ispirata allo zen possedeva sette caratteristiche tutte correlate fra loro: asimmetria, semplicità, austera nobiltà, naturalezza, acuta profondità, libertà dagli affetti e tranquillità. E' possibile applicare queste caratteristiche al bonsai? Esaminando le definizioni di Hisamatsu su questi concetti è certamente più agevole formulare un giudizio. Sappiamo che è possibile applicare l'asimmetria al bonsai, ma in molti casi non appare così ovvio; sostanzialmente asimmetria significa irregolarità o mancanza di equilibrio. Nell'ikebana e nella calligrafia ci sono tre stili: il formale, il semi-formale e l'informale; l'asimmetria si avvicina allo stile informale: i numeri dispari, per esempio, sono asimmetrici, i pari simmetrici. Da cosa deriva questo concetto? Nel 1906, Okakura Kakuzo, responsabile dell'arte cinese e giapponese al Museo delle Belle Arti di Boston, scrisse un saggio intitolato Il libro del tè, dove descriveva la concezione taoista e zen del concetto di perfezione. La natura dinamica delle due filosofie dava un peso maggiore alla ricerca della perfezione piuttosto che alla perfezione stessa. L'effettiva bellezza poteva essere scoperta solo da qualcuno che mentalmente completava l'incompleto. Sinc Zennism divenne la linea prevalente di pensiero; l'arte dell'Estremo Oriente aveva evitato volutamente il simmetrico come espressione non soltanto della completezza, ma anche della ripetizione. L'uniformità del disegno era considerata fatale per la forza dell'immaginazione. Un'altra caratteristica familiare allo zen che è applicata al bonsai è la semplicità; il professor Hisamatsu la descriveva con un significato assai vago: i colori erano delicati ed era evitata la diversità. Deborah Horeshoff(11) fa un paragone tra il giardinaggio occidentale e la tecnica cinese di potare gli alberi da giardino; osserva che il giardinaggio paesistico occidentale si basa sulla vegetazione: questa è la prima impressione che se ne trae, mentre quando si osserva un albero cresciuto secondo lo stile cinese, la prima cosa che si evidenzia è la forma del tronco e dei rami, mentre il fogliame accentua soltanto il disegno. Inoltre raffronta pitture di paesaggi occidentali con opere orientali; le macroscopiche differenze di stile chiarivano le ragioni per cui molti bonsaisti trovavo difficoltà a creare stili di bonsai tendendo a preferire gli alberi dall'aspetto cespuglioso:
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Le forme di arte orientale erano una rappresentazione completa. L'osservatore non poteva vedere ogni cosa e di conseguenza doveva partecipare usando la propria immaginazione. L'artista occidentale, nella maggior parte dei casi, usava colori ricchi e vari, trasmettendo all'osservatore un senso di opulenza e serenità idilliaca. L'artista orientale, d'altra parte, spesso lavorara con un solo colore e le figure davano un senso di frugalità e con l'accuratezza della calligrafia venivano trasmesse le essenze della vita.
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Okakura parlava nella stessa maniera a proposito del Ju-jitsu, l'arte giapponese dell'autodifesa i cui principi si ispiravano al taoismo:
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Nel Ju-jitsu si cerca di liberare e studiare la forza del nemico con la non-resistenza, il vuoto, mentre si conserva la propria forza per la vittoria nello scontro finale. Nell'arte, l'importanza del medesimo principio è illustrato dal valore della suggestione. Nel passare qualcosa sotto silenzio si dà allo spettatore la possibilità di completare l'idea, così un gran capolavoro irresistibilmente attira la sua attenzione finché non si ha l'impressione di diventare realmente parte di esso. Un vuoto è lì per te, per entrare e completare la tua emozione estetica.
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L'altra caratteristica zen descritta da Hisamatsu è l'austera nobiltà o l'elevata aridità; questa condizione si riferisce ad uno stato di età avanzata opposto alla giovinezza, la mancanza di piacevolezza dei sensi di un oggetto che è ben maturato. Hisamatsu cita come esempio perfetto la visione dei rami vigorosi di un vecchio albero di pino: durante una tormenta di pioggia e neve, questi rami avevano perso il loro vigore e la loro flessibilità ed erano diventati radi, restava solo il tronco e la corteccia era consumata. Di tutte le caratteristiche zen, questa era certamente diventata il principio estetico del bonsai; un altro concetto vicino all'austera nobiltà o sublime austerità riguardava la soppressione della debolezza e dell'immaturità: questo concetto è espresso come "sabi" ("antico e elegante"). Contemporaneamente è presente il concetto di "wabi" ("una povertà superiore alla ricchezza"). La naturalezza presuppone una totale mancanza di artificiosità: nulla è forzato o esasperato. Quante volte abbiamo visto un bonsai con una forma così perfetta, ma con un jin innaturale? Per questo nelle collezioni di antichi esemplari riusciamo a tovare i concetti di sabi e wabi. Un bonsai così fatto dovrebbe lasciare trasparire tutta la semplicità del bonsaista che lo ha creato. La definizione di "acuta profondità" o "profonda riservatezza" denota un'espressione; questo senso di profonda riservatezza, caratteristica peculiare dell'orientale è sempre presente nel maestro quando esercita la sua arte. Ciò che poteva essere una semplice forma nella pittura zen, volutamente non svelava la piena intensità di contenuto; il concetto di bonsai deve molto a questa caratteristica poiché non si tratta di un albero che cresce in natura bensì una interpretazione della natura espressa in un albero. Anche per questo, bonsai e arte zen hanno un preciso riferimento alla pittura moderna impressionista; questo concetto è descritto come una "serena oscurità" che è rilassante e pacifica e soprattutto aumenta la concentrazione. Nella lingua giapponese, questa qualità è chiamata "shibui"; Vince Covello lo ha descritto come: quieto, posato, purificato, attenuato e riservato. Queste due qualità sono espresse nei gruppi di alberi che ricreano magnificamente le foreste bonsai create dai maestri. L'opera forse più famosa del Maestro John Yoshio Naka, una forestina formata da undici ginepri, che Naka ha chiamato Goshin, Guardiano o Protettore dello Spirito, è stata donata allo U.S. National Arboretum di Washington D.C., con una motivazione che aiuta a capire:
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Mi sento onorato e fiero che il mio Goshin abbia trovato una casa permanente nella quale può essere ammirato da molte persone ed in particolare da coloro che si interessano alla cultura bonsai. Come per molti altri miei bonsai, dietro alla sua nascita c'è una storia, la creazione di Goshin ha richiesto molto, molto tempo e si è trattato quasi di una sfida. Goshin è composto da undici alberi, Alice ed io abbiamo undici nipoti. L'albero più piccolo è stato quello della mia prima dimostrazione. Proprio per il significato che ha per me ho voluto fare qualcosa di più, non l'ho venduto al momento opportuno, non me lo sono tenuto egoisticamente, ma l'ho offerto a tutti affinché tutti possano godere della sua vista. In altre parole, Goshin appartiene a tutti gli abitanti degli Stati Uniti come pure, agli abitanti di tutto il mondo. Non vi sono frontiere nel bonsai, creare bonsai è un appello universale, pace universale. La colomba della pace vola, dal palazzo all'umile dimora, dal ricco al povero; così fa lo spirito del bonsai. Spero che questo incoraggi la futura generazione a guardare con orgoglio quest'arte vivente e conduca anche ad una fratellanza maggiore tra tutte le persone, ovunque esse siano."(12)
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Il bonsai con un gruppo di piante ha una qualità particolare, è sempre etereo o spirituale, infonde un grande senso di calma, di tranquillità e felicità. Lo spirito della foresta è certamente contenuto in queste sensazioni. La libertà dei sentimenti significa libertà assoluta di pensiero e di azione; gli artisti non devono essere legati alle abitudini, alle convenzioni, alle consuetudini, alle regole e questo aspetto, in particolare, è legato al concetto della asimmetria poiché non bisogna applicare le regole della perfezione. Okakura collega la storia di Rikkyu, uno dei grandi maestri del tè, al concetto di zen della pulizia. Innanzitutto è necessario spiegare che una sala da tè deve essere assolutamente pulita: la frase "non un affare di polvere" è una espressione zen con un significato profondamente radicato nel buddhismo:
Il bianco crisantemo:
Non un affare di polvere
Essere visto.
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Rikkyu diceva a suo figlio Sho-an, quando aveva finito di spazzare e innaffiare il sentiero del giardino, che "non è abbastanza pulito" e gli ordinava di rifare il lavoro; il figlio continuava il suo lavoro e infine, rivolgendosi al padre: "Padre, non vi è più nulla che deve essere fatto. I gradini sono stati lavati per tre volte, le lanterne di pietra e gli alberi sono stati ben innaffiati con l'acqua, i muschi e i licheni sono splendenti come verdura fresca. Non ho dimenticato né un rametto, né una foglia sul terreno". "Giovane sciocco - lo rimproverava il padre - non è questo il modo in cui dovrebbe essere spazzato il sentiero del giardino" e dicendo queste parole, Rikkyu entrò nel giardino, agitò un albero e cosparse il giardino con foglie d'oro e rosse, squarci del broccato di autunno. Molti artisti giapponesi erano gravati da eccessive regole e l'ikebana ne è un esempio. Nel bonsai vi sono molte regole, ma non occorre che il bonsaista le segua alla lettera perché la propria pianta diventi un bell'esemplare. Tutti gli impressionisti hanno all'inizio imparato e inglobato i canoni base e i principi dell'arte classica per poi seguire la nuova corrente artistica. Il Maestro Naka dice: "Una volta che conosci le regole, le puoi infrangere". Un'altra caratteristica, la tranquilllità, va oltre la calma e la quiete pura e semplice; suggerisce di non essere sempre inquieti mentre si producono suoni o mivimenti. Hisamatsu cita alcuni dipinti che "riempiono la mente di quiete": un vero oggetto zen deve essere "in riposo durante il movimento". Yoshimura e Covello, nel loro libro The Japanese Art of Stone Appreciation, hanno riprodotto un vecchio poema cinese per spiegare il concetto di tranquillità:
Un uccello gridava
La montagna accresceva il silenzio
Una scure segnava l'ora
La montagna aumentava il silenzio
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La cerimonia del tè, dunque, fornisce l'essenza della filosofia zen; quali emozioni si potrebbero provare lì, nella sala da tè, seduti in assoluta tranquillità con nulla che turbi il silenzio, concentrandosi soltanto nell'essenza del sentimento zen? Quali emozioni si potrebbero provare sempre nella sala da tè, seduti senza che nulla turbi il silenzio ad eccezione del rumore dell'acqua che bolle nel bollitore di ferro per il tè? Quale luogo più adatto per ritrovare pace e tranquillità? Scrive Okakura:
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Il bollitore canta molto bene, con i pezzi di ferro sistemati di proposito nel fondo per riprodurre una melodia particolare nella quale si possono distinguere gli echi della pioggia a dirotto, avvolta nelle nuvole, di un mare lontano che si infrange contro le rocce, di una tempesta di acqua che travolge una foresta di bambù, o del sussurrare dei Pini su alcune colline lontane.
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La luce della stanza è tenute; ogni cosa, dal tetto al pavimento, ha un colore delicato. La dolcezza del tempo è ovunque, stanno emergendo delle strane emozioni e in quel luogo il giapponese ritrova lo spirito della foresta entrando nell'essenza del bonsai.
Il fervore della cultura e delle arti
Verso la fine del periodo Edo fu aperto, con enorme soddisfazione della classe nobile, il primo vivaio dedicato esclusivamente ai bonsai. Nella prosperità generale gli studi, le arti e le lettere fioriscono ed è proprio nell'attività di pensiero che si annidano i germi del male che dovevano corrodere alle basi il potere e fare crollare lo shogunato, portando alla restaurazione dell'autorità imperiale. Nel periodo Ten Mei (1781-1788) si cominciò a tenere ogni anno, presso il Maruyama no Ryou, a Kyoto, una mostra di bonsai di pino. I partecipanti, provenienti da cinque province e da vari distretti, concorrevano con un paio di esemplari ciascuno. Durante i periodi Bunka e Bunsei (1804-1829) si ha maggiore gusto per le piante con foglie, mentre in epoca precedente era diffuso il gusto per i bonsai con fiori con predilizione per azalee e camelie. Furono stampati numerosi libri sull'argomento, quali Somoku Dodate-Gusa (1818), Somoku Kihin Kagami (1824), Somoku Kinyoshu (1829) e Kinseiju Fu (1833). Durante il periodo Meiji si cominciò a diffondere una forma di associazionismo e alcuni bonsaisti scrissero pubblicazioni sull'argomento. Noto fino ad allora con il nome Hachi-ue, e in seguito denominato Hacinoki, soltanto durante questo periodo fu chiamato bonsai. Nel 1892 a Tokyo si tenne il Concorso Artistico di Bonsai, cui fece seguito la pubblicazione di tre volumi "Bonsai artistici nella pittura" (Bijutsu Bonsaizu); per quell'occasione furono esposti alberi ispirati allo stile del "pino classico", sistemati in vasi di coccio opaco. Con lo sviluppo di una classe ricca di commercianti, negli ultimi anni del XIX secolo e il primo decennio del XX secolo, crebbe l'interesse attorno al bonsai, stimolato dall'intenzione di esportare fuori dal Giappone queste piccole meraviglie. Il lavoro nei vivai si avvantaggiò delle nuove tecniche di propagazione sperimentate dai maestri, che migliorarono i sistemi di coltivazione e lo sviluppo degli stili. Si chiude un periodo e nasce il bonsai moderno.
Note
1. Plinio il Vecchio. Storia Naturale. Einaudi, Torino.
2. Plinio, op. cit., pag. 8, vol. 3, tomo II.
3. Plinio, op. cit., pag. 441 (121).
4. Plinio, op. cit., pag. 445 (131).
5. Plinio, op. cit., pag. 13, libro XII (13).
6. Plinio, op. cit., pag. 15, libro XII (16).
7. Plinio, op. cit., pag. 27, libro XII (37).
8. Plinio, op. cit., libro XVII, pag. 273, (97-98).
9. Plinio, op. cit., libro XVII, pagg. 575-577 (102-106).
10. Marco Terenzio Varrone. 1992. Opere. UTET, Torino, pag. 587.
11. Koreshoff, Deborah R. 1985. Bonsai. Its Art, Science, History and Philosophy. Boolarong Publications, Brisbane.
12. Bloomer, Peter e Mary. 1986. Timeless Trees, Arizona, Horizons West.
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