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Kouan
Termine giapponese che, nella pratica zen, denomina un breve racconto o una sentenza proferita da un maestro per favorire il risveglio spirituale (satori) dei discepoli. Si tratta solitamente di un paradosso logico che trascende la coscienza e il senso comune, creando uno stato di vuoto mentale adatto alla meditazione...
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Bukkyou. Ermeneutica del buddhismo
di Cristiano Martorella

I kanji che compongono la parola 28 ottobre 2002. Nella lingua giapponese buddhismo si dice bukkyou, letteralmente "insegnamento di Buddha". Il primo kanji è butsu (letto hotoke nella pronuncia kun yomi) e significa Buddha. Il secondo è kyou (nella pronuncia on yomi), lo stesso del verbo oshieru (insegnare). Bukkyou è un vocabolo della lingua moderna, e sostituisce due parole del giapponese antico: buppou (la dottrina buddhista) e butsudou (la pratica religiosa buddhista).
Il buddhismo ebbe origine in India nel VI secolo a.C. ad opera di Siddharta Gautama della famiglia Shakya, nato a Kapilavastu nel Nepal verso il 565 circa, figlio del raja Shuddhodana e Maya. Siddharta sposò Yashodhara ed ebbe un figlio, Rahula. Verso i trent'anni lasciò la vita mondana per dedicarsi all'ascetismo, ma rimase deluso degli insegnamenti dei maestri religiosi e della pratica yoga.
L'insoddisfazione lo portò a mettere in dubbio l'utilità della vita ascetica. Durante un digiuno, il dio Indra gli mostrò un liuto con tre corde. La prima era troppo poco tirata e non vibrava. L'altra era troppo tesa e si spezzava. Solo la corda tesa correttamente emetteva un suono piacevole. Questa è la dottrina della "via di mezzo" (madhyama pratipad). Soltanto sottraendosi dagli estremi si può giungere alla liberazione. Compreso ciò, Buddha abbandonò il digiuno e l'ascesi, riprendendo a rifocillarsi e curando il corpo e l'igiene. Vagando in una notte di plenilunio nella foresta di Uruvela (l'attuale Bodh Gaya) si fermò sotto un albero di Ficus religiosa. Lì pervenne all'illuminazione (bodhi).
Buddha riconobbe la catena causale o produzione condizionata (pratitya samutpada, in giapponese engi) composta da 12 nessi causali.
  1. Ignoranza
  2. Azione
  3. Inclinazione
  4. Coscienza
  5. Organismo
  6. Sensi
  7. Contatti
  8. Percezioni
  9. Desiderio
  10. Attaccamento
  11. Esistenza
  12. Nascita e morte
L'ignoranza (in giapponese antico mumyou, in sanscrito avidya) è la condizione di partenza. L'esistenza delle creature è fondata sull'ignoranza che frammenta l'unità del reale in soggetti e oggetti. Sulla base dell'ignoranza si determinano le impressioni che influenzano l'azione. Ogni azione, il karma, ne genera un'altra. Sempre sulla base delle impressioni sorge la coscienza individuale, cioè l'illusione di costituire un'entità specifica. Così un centro individuale finisce per attribuirsi un corpo, un organismo. Una volta consapevoli di avere un corpo, si hanno esperienze correlate ai sensi. Esse entrano in relazione con le cose attraverso il contatto. L'incontro fra i sensi e gli oggetti fornisce come risultato la percezione. A questo punto le cose vengono desiderate, e ci si attacca ad esse. Si crede che vi sia un prima e un dopo, che ci sia l'esistenza e quindi la nascita.
La catena causale produce il samsara, ossia il ciclo della morte e della nascita, che non va inteso soltanto come la serie di reincarnazioni, ma soprattutto come il ciclo della nascita del desiderio e della sofferenza. Infatti il desiderio provoca l'attaccamento alle cose terrene, ma essendo ogni cosa impermanente e transitoria, ciò provoca anche la sofferenza. Si finisce per desiderare qualche altra cosa, però ciò non costituisce la soluzione. Ecco dunque il ciclo prodotto dalla catena causale.
Buddha propone di spezzare questa catena che è innanzitutto un inganno provocato dall'ignoranza, tramite l'apprendimento delle Quattro Nobili Verità (arya satyani).
  1. L'esistenza della sofferenza.
  2. L'origine della sofferenza. La sofferenza è provocata dall'attaccamento.
  3. L'annientamento della sofferenza. La liberazione dall'attaccamento che provoca la sofferenza è possibile.
  4. La via che annienta la sofferenza. La via che conduce alla liberazione è l'Ottuplice Sentiero.
La semplicità delle Quattro Nobili Verità è disarmante. Ed è questa semplicità che raggiunge il cuore dei fedeli.

Questo è il dolore. Questa è l'origine del dolore. Questo è l'annientamento del dolore. Questa è la via che porta all'annientamento del dolore.(Sutta Pitaka, Majjhima Nikaya, 10)

L'Ottuplice Sentiero (astanga marga) è una dottrina etico-comportamentale che considera simultaneamente la conoscenza e la prassi. Secondo il buddhismo è grazie alla consapevolezza e alla corretta considerazione del reale che si può raggiungere la liberazione dalla sofferenza. Ma il comportamento stesso dell'uomo influenza il suo modo di sentire. Perciò conoscenza e comportamento, scienza e prassi, sono reciprocamente legate l'una all'altra. Anche l'Ottuplice Sentiero è estremamente semplice nell'enunciazione.
  1. Retta visione
  2. Retto pensiero
  3. Retta parola
  4. Retta azione
  5. Retta condotta di vita
  6. Retto sforzo
  7. Retta presenza di spirito
  8. Retta pratica della meditazione
Il buddhismo propone una innovativa considerazione della vita religiosa che mette da parte il ritualismo e il catechismo. Riscoprire l'autentica natura dell'uomo e del cosmo significa capire il senso della vita. Per far ciò il buddhismo abbandona le rappresentazioni della religione, e tramite un'indagine psichica risveglia l'essere divino che è nell'uomo. Quando si comprende di far parte dell'intero cosmo e di condividerne il destino, si scorge come la vita e la morte siano soltanto illusione.
Il buddhismo giunse in Giappone nel VI secolo attraverso i contatti con la Corea. L'introduzione del buddhismo coinvolse innanzitutto gli strati colti e aristocratici della popolazione. Infatti il buddhismo cominciò a far proseliti proprio nella corte imperiale. Il sovrano del regno coreano di Paekche (in giapponese Kudara) inviò nel 552 alla corte di Yamato una statua d'oro e bronzo di Buddha, alcuni sutra e una lettera in cui celebrava i meriti della dottrina buddhista. L'imperatore Kinmei (539-571) si mostrò interessato al nuovo culto. Però non mancarono resistenze, in particolare le famiglie Mononobe e Nakatomi, addetti ai culti ufficiali shintoisti. La famiglia dei Soga appoggiò invece il Buddhismo. Si arrivò addirittura a un conflitto e all'incendio di una pagoda a Toyo'ura. Ma nel 587 il capo della fazione anti-buddhista, Mononobe no Moriya, fu definitivamente sconfitto. Nello stesso anno si combatteva una battaglia sul monte Shigi presso Nara che segnava la vittoria dei Soga. Così Soga no Umako fece costruire un tempio chiamato Houkouji ad Asuka, completato nel 596, e lo Houryuuji nel 607. La corte imperiale si convertì al buddhismo e cominciò a modificare il governo e la struttura dello stato. All'imperatore Kinmei succedette il figlio Bidatsu (571-585), e poi salì sul trono Youmei (585-587). Quest'ultimo morì dopo solo due anni, ma prima di spirare si era convertito al buddhismo. Il potere passò a Sushun (587-592) che fu fatto assassinare da Soga no Umako. Il regno fu consegnato a Suiko (592-628), vedova di Bidatsu. L'imperatrice svolse un importantissimo ruolo per la diffusione del buddhismo. Questo periodo viene chiamato epoca Asuka (538-710) e vide il fiorire delle arti e delle scienze favorite appunto dal buddhismo. Un bonzo coreano, Kanroku, introdusse l'astronomia, la geografia, il calendario, e il bonzo Donchou insegnò a fabbricare carta e inchiostro intorno al 610.
Attraverso il buddhismo giunse l'arte ellenistica del Gandhara, specialmente la statuaria. Qui si può cogliere come già nel VII secolo fosse avviato uno straordinario fenomeno di sincretismo fra cultura indoeuropea e giapponese, una fusione (yuugou) che sarebbe avvenuta su scala più vasta e profonda nel XIX secolo. Queste affinità fra la cultura europea e giapponese non vanno dimenticate e bisogna sottolinearne le origini storiche.
Il principe Umayado, conosciuto con il nome di Shoutoku Taishi, il "principe delle sante virtù", fu il più attivo artefice della diffusione del buddhismo nel periodo Asuka. Shoutoku Taishi partecipò alla battaglia del monte Shigi come alleato di Soga no Umako. A lui viene attribuita la Costituzione in diciassette articoli (Juushichikajou kenpou). Questo documento ispirato al buddhismo rappresenta una rottura con la vecchia struttura sociale, e una organizzazione nazionale dello stato intorno alla figura dell'imperatore. Si rimproverano le divisioni e le lotte fra i clan e si esorta alla collaborazione e all'armonia per il progresso del paese.
Negli anni seguenti prosperarono molte sette buddhiste, alcune parecchio diverse fra loro. La setta Tendai, di origine cinese, fu introdotta dal monaco Saichou (767-822). Essa affermava l'autorità del Sutra del Loto (Hokekyou) e la natura umana di Buddha, ma allo stesso tempo Buddha era considerato come forma umana dello spirito universale. L'essenza del Buddha (busshou) sarebbe latente in ogni cosa. La setta Shingon fondata da Kuukai (774-835) aveva elementi mistici e tendeva a rendere il buddhismo esoterico. Erano praticati gli incantesimi, i mudra (posizioni delle mani) e le meditazioni sui mandala (disegni mistici). Queste forme giapponesi del buddhismo cercarono di integrare e inglobare lo shintoismo, il culto autoctono. La prima soluzione dottrinale fu quella di considerare gli dei shintoisti (kami) come manifestazioni locali dei Buddha e Bodhisattva. Questa teoria fu chiamata honji suijakusetsu poiché si credeva che i kami fossero tracce del Buddha. Kuukai gettò anche le basi per il Ryoubu shintou (lo shintou dal duplice aspetto) che riprendeva questa teoria. Accadde così che per dieci secoli (ossia fino al 1868) si erigessero pagode buddhiste accanto ai templi shintoisti, i sacerdoti buddhisti servissero anche nei templi shintoisti, e i sutra fossero riposti nei templi shintoisti. Questo sincretismo di buddhismo e shintoismo è chiamato shinbutsu shuugou oppure shinbutsu konkou. Altra importante setta fu quella fondata da Nichiren Daishounin (1222-1284) chiamata appunto Nichirenshuu (setta di Nichiren). Lo scopo di Nichiren era combattere la decadenza del buddhismo recuperandone gli autentici valori. Ad esempio, Nichiren criticava la superficialità della scuola Tendai. Secondo Nichiren, quando essi affermano che tutti gli esseri sono originariamente dei Buddha, si finisce per fermarsi nel torpore e nell'inattività compiacendosi di ciò. Si rischia di abbandonare la pratica e adattarsi alla realtà. La celebre frase "shiki soku ze kuu" (la forma è il vuoto, ossia i fenomeni sono l'essenza) viene attentamente analizzata. I fenomeni sono l'essenza non significa esattamente un'identità perché il vocabolo soku non significa essere uguale, ma vi è un dinamismo, un movimento, un'espansione vitale. La vera essenza dei fenomeni è quella vista da Buddha, ed è diversa da quella vista dagli uomini ordinari ingannati dall'illusione.
L'aspirazione di rinnovamento del buddhismo fu portata avanti dallo zen che si pone nella stessa condizione del cristianesimo protestante rispetto al cattolicesimo, ovvero nell'avvio di una profonda riforma. Lo zen fu introdotto in Giappone da Eisai (1141-1215), un monaco della setta Tendai che aveva studiato in Cina. Eisai fece ritorno in Giappone nel 1191 e fondò la setta Rinzai. L'altra principale scuola zen fu la setta Soutou fondata da Dougen nel 1227. Lo zen poneva la meditazione come mezzo indispensabile per l'illuminazione. Infatti lo zen si richiamava alla tradizione dell'illuminazione immediata, ossia all'esperienza di Buddha che rifiutando tutti gli insegnamenti dei suoi maestri vi giunse soltanto tramite i suoi mezzi e la pratica della meditazione. Dunque un esercizio continuo per eliminare gli inganni del pensiero speculativo attraverso lo zazen oppure i kouan.
Nel XX secolo lo zen giapponese giunse in Occidente grazie ai maestri Suzuki Daisetsu (1870-1966), Deshimaru Taisen (1914-1984) e Hisamatsu Shin'ichi (1889-1981). Nel 1983 il monaco italiano Fausto Guareschi avviò in Italia la tradizione zen. Nel 1984 venne fondato il monastero Fudenji presso Salsomaggiore che si rifà alla scuola Soutou.
L'influenza dello zen nei confronti della filosofia europea fu intensa. Martin Heidegger ebbe numerosi allievi giapponesi, e frequenti conversazioni con i filosofi nipponici (ricordiamo quella con Tezuka Tomio pubblicata con il titolo Da un colloquio nell'ascolto del linguaggio). Secondo Tezuka Tomio la distinzione di non-sensibile e sensibile, fra la parola e l'oggetto della parola (Sinn und Bedeutung) sarebbe esclusivamente occidentale. Una distinzione che si poggia sulla supposta esistenza dell'io. Fu Cartesio a convincere gli europei che l'io poteva essere considerato come il fondamento del reale poiché la sua esistenza era indubitabile. Ma lo zen critica radicalmente l'esistenza dell'io. L'io non è altro che una costruzione psichica e sociale (Buddha l'aveva scoperto con lo studio della produzione condizionata dei 12 nessi causali, come si è visto in precedenza). L'io non ha una realtà ontologica. Il solo mondo reale è quello dato dai sensi e dall'esperienza. La ragione non può scavalcare le cose come stanno senza generare uno scompenso. Purtroppo ciò avviene con una frequenza impressionante poiché gli occidentali considerano la parola più importante dei fatti. La filosofia americana ha addirittura realizzato il "linguistic turn", ossia la svolta linguistica che pone come oggetto di studio il linguaggio escludendo il mondo. Questa filosofia malata non ha alcuna possibilità di rispondere ai bisogni dell'uomo, ma fornisce soltanto un supporto retorico per giustificare la correttezza formale degli enunciati sullo status quo.
Ecco il motivo di tanto successo del buddhismo in Occidente. Il buddhismo è religione e non è religione, è filosofia e non è filosofia, è psicologia e non è psicologia, è dottrina e non è dottrina, è disciplina e non è disciplina. Il carattere incondizionato del buddhismo è la sua intrinseca forza ed essenza: la libertà e l'eternità oltre le categorie del tempo e dello spazio. La liberazione che fornisce il buddhismo non è una salvezza oltre questo mondo. Non è la ricerca di uno scopo per la vita, ma è la vita stessa posta come scopo, ossia il riconoscimento della natura autentica dell'esistenza.

Bibliografia

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