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Bunka, la cultura giapponese nella storia
Scontro di civiltà fra dogmatismo e relativismo
di Cristiano Martorella

31 ottobre 2005. Il Giappone viene visto secondo le nostre idee e ciò che ci aspettiamo. Questa affermazione ovvia, e in un certo senso banale, diviene dirompente quando applicata alla storiografia e alla concezione che abbiamo della cultura giapponese. Avere uno schema di riferimento con il quale valutare i fatti è un aspetto cognitivo necessario che diventa però viziato e fittizio se questo schema non cambia mai e non è capace di adattarsi alla realtà empirica. Avere sempre le stesse idee è sintomo di rigidità e fissazione, ossia dogmatismo ignorante. Inoltre lo schema stereotipato piega la realtà ai suoi scopi strumentali, nascondendo i fatti storici, insomma falsando la narrazione degli eventi e diffondendo la menzogna. Ciò non è affatto ovvio, e non può essere trascurato. Ecco spiegata la motivazione di questo saggio che vuole far chiarezza sulla questione dell'interpretazione della cultura giapponese e la ricostruzione storica degli eventi.
In giapponese cultura si dice bunka. La parola è composta da due kanji, bun che significa frase, in senso allargato anche letteratura, e ka (kasuru nella forma verbale) che significa cambiamento. Il termine è simile concettualmente all'idea di civiltà (civilization) elaborata in Occidente, e indicante una cultura come le vicende di una civiltà narrate da una storia scritta. Questo concetto è però diverso dalla prospettiva antropologica che qui di seguito vedremo.

Il concetto di cultura e il relativismo

Il concetto antropologico di cultura è necessario per svolgere un discorso serio sulla società giapponese. Altrimenti sarebbe inficiata ogni analisi scientifica della questione, così da rendere impossibile uno studio complessivo e ragionato dei fatti storici.
Secondo Herbert Spencer (1820-1903) la cultura è l'insieme di usanze che abbiano lo scopo di soddisfare i bisogni, permettano l'adattamento e trasmettano le esperienze assicurando integrazione sociale e sopravvivenza della specie umana.
Lewis Henry Morgan (1818-1881), autore di Ancient Society (1877), definisce la cultura come il risultato del grado di organizzazione fra sistemi di parentela, condizione economica e istituzioni politiche.
Edward Burnett Tylor (1832-1917) fornisce la definizione più esauriente del concetto di cultura in Primitive Culture (1871). La cultura è tutto quel complesso che comprende la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro di una società.
Secondo Alfred Reginald Radcliffe-Brown (1881-1955) la cultura ha la funzione di unire i singoli esseri umani in strutture sociali, cioè in sistemi stabili di gruppi che determinano e regolano le reciproche relazioni fra individui e che provvedano a creare un adattamento esterno nei confronti dell'ambiente fisico e un adattamento interno fra i componenti individuali o i gruppi, così da consentire una vita sociale ordinata.
Bronislaw Malinowski (1884-1942) intende la cultura come un vasto apparato costituito da tutti i costumi, gli oggetti materiali, le idee, le credenze che adempiano alle funzioni necessarie per soddisfare i bisogni umani.
Franz Boas (1858-1942) ritiene la cultura un insieme di elementi diversi, fra loro coordinati, che costituiscono un complesso di tratti linguistici, tecnici, sociali (idee, valori, istituzioni, riti e culti) organizzati in un'unità integrata. Il maggiore contributo di Franz Boas fu comunque la critica al determinismo economico. Egli sostenne che le invenzioni, l'ordine sociale, la vita intellettuale e sociale possono svilupparsi indipendentemente fra loro. Possono esserci culture materiali estremamente povere che hanno un'organizzazione sociale molto complessa, e viceversa particolari tecniche o tecnologie non implicano sviluppo sociale. Inoltre l'influenza dell'ambiente e lo sfruttamento delle risorse è imprevedibile perché la cultura tende a imporre le proprie usanze.
Ulteriore passo in avanti nella concezione antropologica di cultura è compiuto da Alfred Kroeber (1876-1960) nel volume The Superorganic (1917). Kroeber definisce la cultura come un fenomeno complesso che possiede prerogative proprie e si costituisce al di sopra del biologico e dell'organico, così da essere regolata da leggi indipendenti. Il determinismo culturale di Kroeber fu alla base dello sviluppo del relativismo culturale, e dell'enunciazione del principio secondo il quale la storia è un prodotto culturale.
Secondo Ruth Fulton Benedict (1887-1948) gli appartenenti a una determinata società sono caratterizzati da una cultura specifica indirizzata verso un modello o configurazione culturale (cultural pattern) coordinata dall'azione integrativa di uno schema generale predominante tipico della cultura stessa. Questo schema è indipendente da eredità biologiche o da componenti razziali come i processi di trasmissione culturale hanno ampiamente dimostrato. In tutto il mondo le civiltà hanno saputo far propria la cultura di genti d'altri popoli senza difficoltà.
Melville Herskovits (1895-1963) fu il paladino del relativismo culturale. Egli sosteneva che esisteva una specificità di ogni cultura. Secondo Herskovits i molteplici aspetti della cultura (sistemi di produzione, distribuzione dei beni, forme di organizzazione sociale e politica, valori, religione, tecniche e arti) sono presenti in ogni gruppo umano, ma assumono presso ogni popolazione caratteri specifici.
Il relativismo culturale non è una corrente di pensiero, ma la premessa che rende possibile lo studio antropologico ed etnologico. La necessità e l'importanza del relativismo culturale, che dal punto di vista storico è l'antitesi del razzismo e dell'ideologia della "superiorità dell'uomo bianco"(1), ha una motivazione scientifica. Una cultura può essere studiata soltanto se si ammette e riconosce l'esistenza e la validità dei valori all'interno di quel sistema sociale. Il relativismo culturale esige infatti che ogni elemento del comportamento sociale sia visto in rapporto alla cultura di cui fa parte, assumendo che ogni elemento corrisponda a un significato e un valore nel sistema di riferimento. Questa importante conquista scientifica è stata messa in dubbio dall'ideologia dei sistemi politici occidentali all'inizio del XXI secolo. Affermando in modo acritico la superiorità della cultura occidentale, rappresentata dalla supremazia statunitense, i teorici del conflitto di civiltà hanno sostenuto la pericolosità del relativismo culturale. Esibendo una ignoranza straordinaria, questi autori hanno occultato una verità essenziale: il relativismo culturale è uno dei principi fondamentali della civiltà occidentale e della moderna scienza oggettiva e imparziale libera da dogmi. Dal punto di vista storico, sono state le idee illuministe della società borghese europea del XVIII secolo ad affermare l'universalità della ragione e il relativismo delle culture (Voltaire fu l'alfiere di questa prospettiva). L'universalismo della scienza e dei valori liberali non soltanto non è in contraddizione con il relativismo culturale, ma ne è anzi il fondamento.
Dopo questa lunga premessa metodologica ed epistemologica possiamo tornare alla storia del Giappone. L'analisi del concetto di cultura ci serve adesso per respingere alcune tesi sul Giappone contemporaneo presentate come studi innovativi, mentre in realtà contengono notevoli falsificazioni e stereotipi ingannevoli. Ci riferiamo, in particolare, alle numerose pubblicazioni della sociologa Sharon Kinsella. Come abbiamo visto in precedenza, la cultura è qualcosa che costituisce il collante della società, unendo i membri e i gruppi in un consesso sociale. La cultura unisce gli individui e crea integrazione, ciò rappresenta il suo tratto costitutivo(2). Invece Sharon Kinsella definisce la cultura pop giapponese come qualcosa che divide i giovani dagli adulti, ed entra in collisione con la cultura tradizionale. Kinsella però non spiega mai perché questa cultura emergente non comporta radicali cambiamenti nella società giapponese, e non soppianti del tutto la cultura giapponese tradizionale. L'errore di Sharon Kinsella è costituito dalla contrapposizione tout court di cultura pop e cultura tradizionale giapponese. In effetti la cultura pop giapponese assorbe e rielabora tantissimi motivi e tratti della cultura tradizionale. Purtroppo Sharon Kinsella non può ammetterlo perché il suo schema presuppone un'antitesi pregiudiziale fra cultura pop e cultura tradizionale, essendo per lei espressioni ideologiche di due tendenze politiche contrapposte, ovvero rivoluzionari e conservatori. Questo schema è troppo semplicistico riducendo e banalizzando ogni analisi della cultura pop giapponese. Si rende allora necessario uno studio storico davvero obbligatorio per una comprensione effettiva degli eventi.

Storia del movimento giovanile

La nascita dei movimenti giovanili in Giappone avviene in un contesto internazionale senza il quale non avrebbero senso e sarebbero svuotati dei loro significati e valori storici. Si può cominciare a parlare di movimenti giovanili inquadrando i fenomeni di inizio Novecento, quando la modernizzazione dell'era Taishou (1912-1926) iniziò a diffondere mode e consuetudini inusuali per la tradizione giapponese. Per distinguere questi fenomeni da altri processi di sviluppo storico, ci sono alcuni fattori peculiari da considerare: la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, la libera espressione di idee e opinioni, l'urbanizzazione e i cambiamenti nello stile di vita metropolitano. Senza questi elementi, fra di loro interdipendenti, e la loro analisi dettagliata, non si può comprendere effettivamente il fenomeno frettolosamente indicato con l'etichetta di movimento giovanile.
Il momento di formazione di queste condizioni avviene nella cosiddetta democrazia Taishou, la quale coincide con lo sviluppo della società di massa in Giappone. La capitale Tokyo fu il modello della moderna urbanizzazione. Nel 1920 le case dotate di illuminazione elettrica erano già 6.424.000, e ciò favorì anche la diffusione della radio. I trasporti erano capaci di funzionare efficientemente con un servizio di tram che si sviluppava lungo le arterie più trafficate. I nuovi quartieri di Asakusa e Kabukichou ospitavano locali per l'intrattenimento e il divertimento, sale da ballo, cabaret, caffè e cinema, in grado di importare e seguire le mode provenienti dall'estero. Il cinema arrivò prestissimo in Giappone. Il Kinetoscopio Edison venne mostrato a Kobe nel 1896, mentre l'anno successivo fu girato un film a Tokyo, Osaka e Kyoto. Il successo delle sale cinematografiche è accompagnato dalla nascita delle grandi majors e compagnie giapponesi, come la Nikkatsu nel 1912, la Shouchiku nel 1920 e la Touhou nel1935. Nel 1927 si contavano in Giappone ben 1226 sale cinematografiche con 164 milioni di biglietti venduti nello stesso anno. I giornali e i periodici conobbero un vero boom di vendite, soprattutto per merito delle nuove tecniche di stampa, la grafica innovativa, i contenuti avvincenti e la libertà di espressione allora vigente. Inoltre i giornali furono un importantissimo strumento politico a favore di movimenti e partiti liberali. I due quotidiani principali, Asahi Shinbun e Mainichi, avevano tirature giornaliere nettamente superiori al milione di copie.
In questo clima di cambiamento si inserirono le nuove generazioni che raccolsero la sfida dei tempi cogliendo anche i vantaggi degli agi offerti dalla modernità. I simboli della gioventù degli anni Venti del Novecento furono la moga e il mobo, vocaboli con cui i giapponesi indicavano i giovani alla moda. Moga è infatti la contrazione di modern girl (modan gaaru nella trascrizione giapponese), mentre mobo è l'abbreviazione di modern boy. La moga è perciò la versione nipponica della flapper occidentale, una ragazza che si veste secondo la moda, parla usando un gergo giovanile e infarcito di vocaboli stranieri, e ha un comportamento non convenzionale. La moga era indipendente ed emancipata, e oltre a seguire le tendenze dell'abbigliamento e del divertimento, sosteneva implicitamente i modi di pensare e le idee democratiche. I movimenti giovanili dell'era Taishou (1912-1926) approfittarono delle condizioni generali di benessere e crescita economica, spingendo il processo di modernizzazione e favorendo la penetrazione di nuove consuetudini. Purtroppo ciò ebbe una brevissima durata, e si esaurì verso la fine dell'era Taishou, quando nel 1925 fu approvata la repressiva legge per il mantenimento dell'ordine pubblico (Chian ijihou) e nel 1932 si instaurò un governo militare. Testimonianze delle aspirazioni di questi movimenti giovanili sono rimaste negli scritti di narratori come Mushanokouji Saneatsu (1885-1976) e Arishima Takeo (1878-1923).
La repressione esercitata nel periodo di guerra dal 1931 al 1945, dall'incidente manciuriano (Manshuu jihen, 18 settembre 1931) alla guerra sino-giapponese (Nitchuu sensou, 1937-1945) e la guerra del Pacifico (Taiheiyou sensou, 1941-1945), fu durissima e colpì tutti. Non mancarono però le reazioni al militarismo autoritario anche da parte dei giovani in forme diverse. I movimenti di sinistra potevano fare ben poco essendo stati decimati i membri del Partito Socialista Giapponese (Nihon Shakaitou) dichiarato illegale nel 1907, e perseguitati tutti gli intellettuali che mostravano simpatia e interesse per il marxismo (come nel caso clamoroso di Takigawa Yukitoki dell'Università di Kyoto). Invece una reazione vi fu da parte dei movimenti religiosi. Nel 1919 Senou Girou fondò il Gruppo Giovanile Nichirenista (Nichirenshugi seinendan) e nel 1931 la Lega Giovanile Neobuddhista (Shinkou bukkyou seinen doumei).
Questi movimenti giovanili, guidati da Senou Girou (1889-1961), giungeranno presto alla conclusione della necessità del disarmo, del pacifismo e dell'internazionalismo. I giovani attivisti buddhisti, pur rifiutando l'uso della violenza e lo scontro di classe, si opponevano strenuamente alla politica militarista e autoritaria con gli strumenti della stampa, delle conferenze pubbliche e del proselitismo. Senza giri di parole, commentando l'ascesa al potere di Hitler nel 1933, Senou Girou affermò che l'umanità di sarebbe salvata solo quando il fascismo fosse caduto. I giovani buddhisti durante le loro assemblee denunciarono esplicitamente l'ideologia xenofoba e i crimini del nazismo. Ma dichiararono anche la necessità di un cambiamento del capitalismo considerato un sistema disumano per lo sfruttamento. Senou Girou fu subito arrestato e condannato a cinque anni di reclusione per le sue idee pacifiste. Anche altri movimenti di ispirazione buddhista subirono la medesima sorte. Nel 1943 Toda Jousei (1900-1958) fu arrestato insieme al maestro Makiguchi Tsunesaburou (1871-1944), il filosofo fondatore della Souka Kyouiku Gakkai (Società educativa per la creazione di valore). Quando verrà rilasciato nel 1945, Toda riprenderà il lavoro svolto con gli studenti spostando l'impegno educativo a una maggiore attività politica. Sotto l'influenza di questo movimento nascerà nel 1964 il partito d'ispirazione buddhista Koumeitou.
La situazione dopo il 1947, quando divenne effettiva la nuova costituzione, era però completamente cambiata. Il Partito Comunista (Kyousantou) era rinato ed aveva assunto forza e vigore grazie alla situazione internazionale che vedeva l'Unione Sovietica fronteggiare alla pari gli Stati Uniti. In Giappone l'antiamericanismo sarà un elemento costitutivo dei movimenti giovanili sia di estrema destra sia di sinistra, fino a giungere ai nostri tempi praticamente invariato. Ciò costituisce un motivo per cui è impossibile distinguere ed etichettare sotto un'unica connotazione i movimenti giovanili giapponesi. La storia della politica giapponese è caratterizzata da sfumature spesso più significative dei colori ideologici rosso e nero.
Dopo questa avvertenza possiamo comunque individuare, a scopo esemplificativo, l'attività dei movimenti giovanili ispirati all'estrema sinistra, comunista o anarchica, che segnarono violentemente la storia del Giappone dal 1950 al 1968. Gli scontri fra gli studenti e la polizia, avvenuti in quest'arco di tempo, avevano motivi storici precisi. Nel 1950 era scoppiata la guerra di Corea, e gli americani usavano il Giappone per le loro basi militari, i rifornimenti e la logistica. Il Giappone era diventato, senza alcuna consultazione democratica, un supporto vitale per la continuazione della guerra condotta dagli americani. Il malcontento popolare fu forte e si diffuse nella stampa e perfino nel cinema. Dopo la firma del trattato di sicurezza nippo-americano nel giorno 8 settembre 1951, si ebbero scontri violenti fra studenti e polizia. L'anno successivo, durante la Festa dei lavoratori (1 maggio 1952), vi fu uno scontro sanguinoso fra polizia e manifestanti di sinistra, con morti, feriti e danneggiamento delle strutture americane. Nel 1954 il disprezzo per la politica americana raggiunse un nuovo apice a causa dell'esperimento atomico di Bikini (1 marzo 1954) che contaminò un innocuo e ignaro peschereccio giapponese. Le proteste della popolazione si fecero sentire con violenza. Nello stesso anno veniva ripristinata un'organizzazione centrale di polizia con capacità repressive e antisommossa più forti. La presenza militare americana, sempre più disapprovata, divenne intollerabile quando il 30 gennaio 1957, una contadina giapponese fu uccisa da un soldato americano. Le agitazioni ripresero con rinnovata forza. La massima intensità delle rivolte fu raggiunta nel 1960, quando era programmata la visita in Giappone del Presidente degli Stati Uniti, Dwight David Eisenhower. La protesta degli studenti, avanguardia dei movimenti di sinistra, insieme al resto della popolazione, furono talmente forti da far dichiarare alla polizia di non poter assicurare l'incolumità dell'ospite e costringere a cancellare la visita. Gli studenti, in diverse occasioni, occuparono le università chiedendo modifiche sostanziali all'ordinamento politico con una maggiore partecipazione della popolazione e la realizzazione di una democrazia diretta. A volte le richieste nascevano dall'esigenza più semplice di contrastare uno sfruttamento esagerato dei giovani. Ad esempio, nel 1968 gli studenti di medicina dell'Università di Tokyo si ribellarono perché i laureati erano costretti a lavorare gratis per un anno al servizio del personale più anziano.
Le organizzazioni studentesche di questo periodo erano molte. La prima ad essere fondata fu la Kyouto Gakusei Renmei (Federazione degli studenti di Kyoto). Enorme fu invece la formazione di 300.000 studenti di 145 università che diede vita allo Zengakuren (Federazione delle associazioni autonome degli studenti). Lo Zengakuren fu sempre molto combattivo e adottò una piattaforma programmatica basata sulla lotta all'autoritarismo. Altre organizzazioni furono il Kakukyoudou, ispirata a ideali comunisti, il Marugakudou e lo Shagakudou. Infine c'era l'organizzazione giovanile del Partito Comunista, chiamata Minsei (Lega democratica della gioventù).
Gli scontri e le lotte degli studenti fecero emergere i problemi politici che la classe dirigente voleva occultare. Particolarmente importanti furono le manifestazioni di Sasebo, Marita e Okinawa. Emblematico il caso di Sasebo. Nel gennaio 1968 a Sasebo, nei pressi di Nagasaki, vi fu la costruzione di una base militare degli Stati Uniti. Il porto ospitò la portaerei nucleare CVN 65 Enterprise. La visita fu ostacolata dagli studenti appoggiati dalla popolazione locale. I consensi al movimento di lotta antiamericano aumentarono quando si scoprì che la baia di Sasebo aveva subito un notevole aumento della radioattività presente nelle acque. Gli studenti misero anche sotto pressione gli accademici delle università. Per esempio, Hayashi Kentarou dell'Università di Tokyo fu sottoposto a un pesante interrogatorio pubblico, e altri docenti della Nihon Daigaku furono costretti ad ammettere la loro negligenza e corruzione. Tutte le università giapponesi furono coinvolte dalle proteste dei movimenti giovanili. La contestazione coinvolse la Keiou Daigaku nel 1965 e la Waseda nel 1966. Le proteste furono purtroppo soffocate nel sangue, e il movimento studentesco fu bloccato quando nel 1968 aveva raggiunto una violenza inaudita e spesso incontrollabile. A Tokyo si ebbero due manifestazioni molto forti, la prima alla stazione di Shinjuku il 22 ottobre, l'altra contro l'amministrazione della Difesa a Roppongi. Il governo di Satou Eisaku usò mezzi drastici emanando leggi speciali che legalizzava la polizia ad eseguire perquisizioni nelle università, rafforzava i poteri dell'amministrazione scolastica, e fissava il controllo governativo sull'insegnamento e i piani di studio. Così l'utopia di cambiare la società giapponese sognata dalla sinistra giovanile subiva una drastica fermata nel 1968, dopo un ventennio di lotte ininterrotte.
Comunque i movimenti giovanili giapponesi non si ispiravano soltanto all'ideologia della sinistra. Altre tendenze si rivolgevano a nazionalismo, trasgressione e sentimentalismo. Altre ancora a una forma di ribellione che invocava una rottura col passato e tentativi di autonomia. Il cinema e la letteratura fornirono, e continuano a fornire, un'ottima rappresentazione di queste tendenze giovanili, ovviamente in un modo contraddittorio e privo di criteri storici tipici dell'espressione artistica.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, una sorta di pre-nouvelle vague aveva visto la luce ispirata dalla corrente letteraria cosiddetta del Taiyouzoku (generazione o tribù del sole), lanciata dallo scrittore Ishihara Shintarou. Era la risposta giapponese alla moda dei ribelli di Hollywood, tipo Marlon Brando o James Dean. I nuovi eroi erano fannulloni che sprecavano le proprie energie facendo follie e guardando il sole in faccia mentre facevano l'amore, e ciò poteva sconvolgere una società giapponese ancora relativamente tradizionale e perbenista. La Nikkatsu fu la prima a lanciare questo genere di film del Taiyouzoku, con la pellicola Taiyou no kisetsu (La stagione del sole, 1956) di Furukawa Takumi. Decine di film dello stesso genere uscirono nello stesso periodo. Kurutta kajitsu (Passioni giovanili, 1956) di Nakahira Yasushi fu recensito positivamente anche da Truffaut. La casa cinematografica Daiei produsse lo scandaloso Shokei no heya (Camera di tortura, 1956) di Ichikawa Kon, interpretato da Wakao Ayako. Anche Kinoshita Keisuke partecipò alla moda della gioventù delinquente con Taiyou to bara (Il sole e la rosa, 1956). In tutti i casi, questa moda diede vita a una serie di film in cui affioravano i desideri fisici di una gioventù senza punti di riferimento che voleva dimenticarsi i tempi cupi del dopoguerra. Il movimento giovanile del Taiyouzoku sembrava essere per sua intrinseca natura estremamente effimero. Ooshima Nagisa girò nel 1960 un film intitolato Taiyou no hakaba (Il cimitero del sole, 1960), nella sordida ambientazione di un quartiere degradato di Osaka, che indicava la fine del movimento. Il successivo film di Ooshima Nagisa fu ancora più controverso. Nihon no yoru to kiri (Notte e nebbia del Giappone) era un film apertamente politico, incentrato sul contestato rinnovo del trattato di sicurezza nippo-americano e critico anche nei confronti del Partito Comunista Giapponese. La provocazione non fu consentita, e dopo quattro giorni il film fu ritirato dalle sale dalla stessa Shouchiku.
Gli eventi degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta mostrarono chiaramente il rapporto problematico con gli Stati Uniti. Da una parte la cultura giapponese, in particolare giovanile, assorbiva le mode americane (vestiti, pettinature, musica e cinema), dall'altra parte lo stesso interesse per la cultura occidentale alimentava l'antiamericanismo. Infatti i movimenti giovanili americani erano hipster e beat, ossia i più duri contestatori dello american style of life. I giapponesi accolsero così tutte le forme di antiamericanismo nate in Occidente, e le assimilarono all'antiamericanismo della cultura tradizionale molto critica nei confronti degli eccessi della modernità. Questo periodo di contestazione si conclude negli anni Settanta grazie a una controriforma delle istituzioni politiche che furono capaci di paralizzare qualsiasi organizzazione del dissenso. Negli anni Ottanta fece la sua comparsa la cultura otaku (otaku no bunka) accompagnata da una serie di fenomeni difficilmente interpretabili (moratoriamu ningen, hikikomori, enjo kousai, rorikon). La cultura otaku divenne un oggetto di studio per sociologi e antropologi, e più spesso occasione per speculazioni prive di fondamento scientifico. Comunque l'idea che si fornì del movimento otaku fu quella di una forma di contestazione non ideologica (cioè non ispirata a movimenti politici di sinistra o di destra) e una rottura con lo stile di vita convenzionale. Molti giovani sembravano riconoscersi nel modo di vita disordinato e caotico degli otaku, con scopi differenti dalle altre generazioni. Anche se non formavano un movimento compatto e omogeneo, i giovani giapponesi assomigliavano sempre più agli otaku. Posto di lavoro precario, disinteresse per il matrimonio e la famiglia, disinibizione e sperimentazione di nuove pratiche sessuali, scopi di vita apparentemente futili ed effimeri. La letteratura dava forma e rappresentazione a questa gioventù grazie ai romanzi di autori e autrici come Murakami Ryuu, Yamada Eimi, Ogawa Youko, Matsuura Rieko, Yu Miri e Kanehara Hitomi. Così la cultura otaku, e il movimento giovanile, entrava a far parte perfino di un mondo accademico che non aveva mai ricercato. Dunque in nessun modo si può dire che la cultura giovanile giapponese sia antitetica alla cultura giapponese tout court. Essa fa pienamente parte della storia del Giappone, nonostante le contraddizioni e le traversie. Ciò costituisce la complessità empirica della cultura giapponese che non è un continuum lineare, piuttosto un insieme di variabili mutevoli in stretta relazione. Si tratta comunque di relazioni che formano un corpo diversificato ma unitario, un insieme ben definito e identificabile.
Studiare la storia giapponese significa avere un'idea chiara e completa della cultura del paese senza separare la cultura tradizionale dalla cultura emergente. Al contrario bisogna possedere un quadro specifico della società giapponese senza semplificazioni limitative e parziali. La cultura, è necessario ricordarlo sempre, è un complesso articolato, e ciò vale sia per la cultura giapponese sia per la cultura di altri paesi. Per questi motivi cogenti è insostenibile la tesi dello scontro di civiltà che vede le culture come entità monolitiche in conflitto fra loro. Capacità di assimilazione e cambiamento sono invece le caratteristiche delle culture. Ecco la lezione della storia e cultura giapponese.

Note

1. Il pensiero di Franz Boas fu perseguitato dai nazisti. I suoi libri, come The Mind of Primitive Man (1911), furono bruciati nei roghi allestiti dai fanatici sostenitori del partito nazional-socialista tedesco.
2. Recentemente si è anche abusato degli studi dell'arabo Edward Said per rigettare frettolosamente la storiografia sulla civiltà giapponese, in modo da evitare qualsiasi confronto con i nipponisti e invalidare la ricerca scientifica. Si è cercato di sostenere che ogni studio sulla società giapponese fosse una semplice rappresentazione letteraria, e soprattutto si è contestata l'unità culturale nipponica frantumandola in decine di subculture ancora più astratte della cultura originaria. Se visto sotto un certo punto, ciò risulta molto buffo. Edward Said cita la Cina e il Giappone per far notare la confusione che avviene in orientalistica utilizzando le stesse idee per civiltà estremamente differenti, mentre i suoi incauti imitatori compiono lo stesso errore applicando gli stessi concetti a realtà diverse. Edward Said aveva ampiamente messo in evidenza queste differenze e la specificità del Giappone in un suo articolo. Cfr. Said, Edward. Un arabo a Tokyo, in AA.VV. 1996. Sol levante. Internazionale, Roma, pp.69-72. L'articolo era apparso inizialmente sul quotidiano "Al-Hayat" del 10 luglio 1995.

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