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La cerimonia del tè
Una celebrazione dell'armonia e della natura
La diffusione del tè è universale, ma in nessun altro luogo al mondo questa bevanda ha fornito un apporto così sostanziale alla cultura come in Giappone, dove l'atto di preparare e bere il tè ha acquisito un alto significato estetico, artistico e filosofico. Il tè arrivò in Giappone insieme al buddhismo dalla vicina Cina nella prima metà del VI secolo, durante il periodo Nara. In particolare, fu il buddhismo zen (ch'an in cinese) a incoraggiare nei monaci l'abitudine di bere tè, per mantenersi vigili durante la meditazione. Il tipico tè verde usato per la cerimonia del tè odierna, il matcha, in quei tempi era ancora sconosciuto. E' solo nel periodo Kamakura che il matcha fu importato in Giappone dalla Cina grazie al monaco Eisai (1141-1215), fondatore della setta Rinzai del buddhismo zen. Il matcha è una polvere finissima di colore verde scuro, dal gusto forte e amaro. Eisai scrisse Kissa youjouki (Bere il tè per coltivare la vita), un libro fondamentale per capire come si produceva e beveva il tè in quell'epoca, che poi non era molto diverso da quello che si fa oggi in Giappone. All'inizio del XIII secolo, il monaco Eizon (1201-90) viaggiò per il Giappone spiegando le proprietà depurative del tè. Ciò diffuse molto la bevanda. Ikkyuu (1394-1481), una delle figure fondamentali del buddhismo, diffuse il tè anche al di fuori della pratica meditativa. Dai monaci zen, l'usanza di bere tè si diffuse ai samurai, che erano allora la classe dominante. Il tè, che prima era apprezzato per le sue qualità medicinali, diventò una bevanda per persone raffinate da gustare per il suo aroma e gusto. Così nacque,a partire dal XIV secolo, il toucha, un gioco di società. Dieci tazze di tè venivano preparate con quattro diverse qualità di tè. Gli ospiti dovevano indovinare la provenienza di ogni tazza, con una penitenza per il perdente. Il tocha si trasformò progressivamente in una riunione più seria. Lo scopo divenne quindi quello di godere l'atmosfera solenne in cui i partecipanti gustavano il tè mentre apprezzavano opere d'arte e oggetti artigianali cinesi esposti in uno studio (shoin). Il tè era diventato una bevanda per socializzare, un primo passo verso l'attuale cerimonia del tè. I samurai, già abituati a declamare poesia in stile renga, accolsero di buon grado il tè e il suo rituale, trasmettendovi austerità, sentimento espresso nella frase "karekajikete samukare", che mostra la bellezza del sole che sorge durante un freddo mattino d'inverno su una landa desolata. Verso la fine del XV secolo un discepolo di Ikkyuu, Murata Shukou (1422-1502), divenne maestro del tè sotto lo shogun Ashikaga Yoshimasa (1436-90). Egli propose un altro tipo di cerimonia, più tardi chiamata wabicha, che si basava maggiormente sulla sensibilità giapponese alimentata dallo spirito del buddhismo zen, il cui fine è, in poche parole, la purificazione dell'anima nell'unione con la natura. Ceramiche e utensili in stile cinese vennero sostiutiti da altri di produzione giapponese e con uno stile molto più rustico e imperfetto. E' il secondo passo verso la cerimonia del tè. Intanto, la classe dei mercanti assumeva maggiore importanza. Nella città commerciale di Sakai, vicino a Osaka, viveva un venditore di armi Take no Jouou (1502-55), che poteva vantare una collezione di splendidi oggetti per la cerimonia del tè da far impallidire molti maestri, ma che aveva mantenuto intatto lo spirito del wabicha trasmessogli dalla poesia renga. Egli pensò per primo di costruire una stanza per il tè. Fu durante il periodo Momoyama, nella seconda metà del XVI secolo, che un allievo di Jouou anch'egli nativo di Sakai, Sen no Soeki detto Rikyuu (1522-91), finalmente diede alla cerimonia del tè la forma attuale, quella di una vera forma d'arte, partendo dal wabicha. Egli ridusse la stanza del tè ad un piccolo spazio separato dal mondo esterno, con un ingresso molto basso in modo che tutti dovessero inchinarsi agli altri prima di entrare, senza differenze tra nobili e gente comune. Oda Nobunaga (1534-82) fu il primo ad assumere Sen no Rikyuu come maestro del tè. Dietro il canone estetico della cerimonia del tè di Rikyuu c'era il pensiero di riportare la cultura giapponese alla sua radice (anche se alcuni ritengono fosse stato influenzato dal cristianesimo e la cerimonia del tè ispirata all'eucarestia), la cerimonia alla semplicità e perfezione dell'attimo: "Qui e ora, nella purezza dell'attimo". Un poema del monaco Dairin Soutou afferma che "il sapore del tè e il sapore dello zen sono uno solo". La morte di Rikyuu è dovuta unicamente alla sua coerenza con lo studio dello zen fatto presso il Daitokuji. Toyotomi Hideyoshi, che aveva riunificato il Giappone nel 1590, avrebbe voluto un rituale più sfarzoso e interpetò le ritrosie di Rikyuu come una critica al suo potere. Hideyoshi gli ordinò di suicidarsi tramite seppuku ed egli eseguì. Nel film "Morte di un maestro del tè", il regista Kumai Kei riesce a dipingere con pochissime parole il clima che si respirava nel Giappone di quel periodo: "Erano tempi di guerre civili. Assorti nella cerimonia del tè, i guerrieri dimenticavano ogni cosa prima di buttarsi nella mischia, dove incontravano la morte". Alla morte di Rikyuu, suo genero Shoan ereditò la casa di famiglia a Kyoto. Quando questi si ritirò, fu il nipote di Rikyuu, Soutan, a succedergli. Quando anche Soutan si ritirò, divise la proprietà fra i tre figli. La parte anteriore dell'edificio principale venne dato a Koshin Sosa, Senso Soushitsu ereditò la parte posteriore, mentre una casa sulla strada Mishankoji venne data a Ishio Soshu. Le scuole iniziate dai tre figli vennero così chiamate Omotesenke (anteriore), Urasenke (posteriore) e Mushanokoujisenke. Anche alcuni discepoli di Rikyuu formarono delle scuole: la scuola Enshuu fondata da Kobori Enshuu, la scuola Sekishuu da Katagiri Sekishuu e la scuola Souhen da Yamada Souhen. Tuttavia, con il collasso del sistema feudale, molte di queste scuole caddero in sventura. Oggi solo la scuola Urasenke gode di un buon seguito e si è diffusa in tutto il mondo. Il maestro Sen Soushitsu rappresenta la 15° generazione della famiglia Sen.
Cosa esprime la cerimonia
La cerimonia del tè non è un semplice passatempo per conversare di frivoli pettegolezzi o un modo raffinato di dissetarsi. Esprime piuttosto una filosofia di vita. Gli ospiti che intervengono alla cerimonia devono trovare in essa un'oasi di pace e di tranquillità dalle ansie del mondo, dove la mente possa aprirsi a una serena riflessione o meditazione. La cerimonia del tè incarna la ricerca della bellezza del popolo giapponese, la cui raffinatezza si esprime tramite la semplicità e la povertà delle cose. Una tazza di tè per soddisfare l'umano bisogno di serenità. Le varie scuole differiscono le une dalle altre per i dettagli e le regole, ma mantengono intatta l'essenza della cerimonia che il grande maestro aveva istituito. Quest'essenza è arrivata fino a noi incontestata e il rispetto per il fondatore è uno degli elementi che tutte le scuole hanno in comune. Sen no Rikyuu ha raccolto i principi fondamentali della cerimonia del tè (chadou, cha no yuu o sadou) in quattro semplici parole:
1) wa, armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera in cui essi vengono usati;
2) kei, rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;
3) sei, purezza interiore, ma anche nitore e pulizia delle cose che ci circondano;
4) jaku, tranquillità e pace della mente, conseguente alla realizzazione dei primi tre principi.
La base della filosofia della cerimonia del tè è quindi l'armonia con la natura. La cerimonia si svolge solitamente in piccole costruzioni in legno che sorgono all'interno di meravigliosi giardini di aspetto totalmente naturale, con piante fresche, acque e rocce. Gli utensili, le tazze sono in materiale naturale e variano durante i diversi mesi dell'anno per essere sempre in accordo con la stagione. La cerimonia è caratterizzata da un'estrema semplicità: la casa del tè è quasi spoglia nella sua totale mancanza di arredi e nel suo rigore. Gli utensili, solitamente poco decorati, hanno forme estremamente semplici e funzionali, in linea con il gusto dei giapponesi, che ammirano più il garbato riserbo della vistosa ostentazione. Tutto è semplice, umile, frugale. La casa del tè è solitamente costruita in legno, bambù e paglia, con finestre e porte costituite da pannelli scorrevoli in legno e carta di riso; il pavimento è ricoperto da tatami, le stuoie in paglia sono quelle delle tipiche abitazioni tradizionali. Un vero e proprio rituale guida non solo l'abile tecnica del maestro di cerimonia, che ha studiato per anni e anni, ma anche i gesti degli ospiti intervenuti, che sorbiranno il loro tè seguendo precise regole. La cerimonia del tè fu anche una rivoluzione della cucina giapponese, con la creazione dello stile kaiseki. Fu Rikyuu a chiedere un nuovo e leggero stile di cucina che si armonizzasse con il suo rituale.
Lo svolgimento della cerimonia
Essendoci diverse scuole, vi sono vari modi di celebrare la cerimonia del tè, ma tutti condividono gli stessi elementi essenziali. La casa del tè (sukiya) comprende una sala per il tè (chashitsu) e una stanza per la preparazione (mizuya), una sala d'attesa (yoritsuki) e un sentiero (roji) che, attraverso il giardino, porta fino all'ingresso della casa del tè. La casa è generalmente situata in un angolo del giardino particolarmente boscoso. I principali utensili, generalmente dei veri e propri oggetti d'arte, sono la ciotola per il tè (chawan), il contenitore del tè (chaire), il frullino di bambù (chasen) e il mestolo di bambù (chashaku). Sono da preferire abiti con colori discreti. Nelle occasioni di grande solennità, gli uomini protano un kimono decorato con lo stemma familiare e le bianche calze tradizionali giapponesi (tabi). Le donne indossano lo stesso abbigliamento. Gli invitati devono portare con sé un piccolo ventaglio pieghevole e un pacchetto di fazzolettini di carta (kaishi). La cerimonia del tè comprende di solito una prima parte nel corso della quale viene servito un pasto leggero di sette portate (kaiseki), un breve intervallo, il nakadachi, il goza iri che è la parte principale della cerimonia e durante la quale viene servito un tè denso (koicha), e l'usucha durante il quale viene servito un tè meno denso del precedente. Tutta la cerimonia completa dura circa quattro ore; spesso, tuttavia si svolge soltanto l'usucha, il quale richiede al massimo un'ora. Gli invitati, in numero di cinque, si riuniscono nella sala d'attesa. L'ospite li raggiunge e li conduce per un sentiero attraverso il giardino fino alla sala del tè. Lungo il sentiero vi è una conca in pietra piena d'acqua, dove gli invitati si lavano le mani e si sciaquano la bocca. L'entrata nella sala è così piccola che essi devono superarla in ginocchio, in un attegiamento quasi di umiltà. Nell'entrare nella stanza, che è dotata di un focolare fisso o di un braciere portatile per il bollitore, ciascun invitato si inginocchia davanti al tokonoma e fa un rispettoso inchino. Poi, tenendo il proprio ventaglio pieghevole davanti a sé, egli ammira il kakejiku appeso nel tokonoma; quindi, rivolge nello stesso modo il proprio sguardo verso il focolare o il braciere. Non appena tutti gli invitati hanno terminato di ammirare tutto ciò, prendono posto, a cominciare dall'invitato più importante che prende posto vicino all'ospite. Dopo lo scambio dei convenevoli, viene servito il pranzo con dei dolci per terminare il pasto leggero. Dietro suggerimento del loro ospite, gli invitati si ritirano e vanno ad aspettare sulla panchina che si trova fuori, nel giardino interno, vicino alla sala del tè. L'ospite fa suonare il gong sospeso vicino alla sala per indicare che la cerimonia principale sta per iniziare. L'uso vuole che egli colpisca il gong da cinque a sette volte. Gli invitati si alzano in piedi ed ascoltano attentemente; poi, dopo aver ripetuto il rito della purificazione alla vasca piena d'acqua, entrano di nuovo nella stanza. I pannelli di bambù, sospesi all'esterno davanti alle finestre vengono ritirati da un assistente al fine di illuminare l'ambiente. Il kakejiku è sparito e nel tokonoma è stato sistemato un vaso con un ikebana. Il recipiente per l'acqua fresca e la scatola in ceramica del tè sono al loro posto prima che l'ospite entri, portando la ciotola per il tè contenete il frullino di bambù e il mestolo per il tè. Gli invitati guardano e ammirano i fiori e il bollitore come avevano fatto all'inizio della cerimonia. L'ospite si ritira nella stanza per la preparazione e ritorna ben presto con il recipiente per l'acqua, il mestolo, e un appoggio per il bollitore o per il mestolo. Asciuga poi la scatola del tè e il mestolo con un telo speciale, chiamato fukusa, e lava il frullino nella ciotola del tè contenente acqua calda presa dal bollitore con il mestolo. Vuota quindi la ciotola, versando l'acqua nel recipiente vuoto che aveva portato in precedenza e l'asciuga con un chakin, un pezzo di tela di lino. Quindi prende la scatola del tè e con l'apposito cicchiaio prende del matcha, tre cucchiai pieni per invitato; poi, prende un mestolo di acqua calda dal bollitore e ne versa circa un terzo nella ciotola e il resto di nuovo nel bollitore. Infine, rimescola con il frullino fino a che non si addensa, diventando come un puré di piselli sia per la consistenza che per il colore. Il tè così preparato si chiama koicha. Il matcha usato proviene dalle giovani foglie di piante di tè che hanno da venti a settanta anni o anche più. L'ospite depone la ciotola al suo posto, presso il focolare o il braciere, e l'invitato più importante si avvicina in ginochio per prenderla; si china, quindi, davanti agli altri invitati e mette la ciotola sul palmo della sua mano sinistra, sorreggendone un lato con la mano destra. Dopo averne bevuto un sorso, ne loda l'aroma, quindi beve ancora uno o due sorsi. Pulisce il punto della tazza da cui ha bevuto con il kaishi e passa la ciotola al secondo invitato,che beve e asciuga la tazza esattamente nello stesso modo. La ciotola viene così passata al terzo, al quarto e quinto invitato perché tutti possano gustare il tè. Quando l'ultimo invitato ha finito, porge la ciotola al primo, che a sua volta la restituisce all'ospite. L'usucha differisce dal koicha nel fatto che il matcha usato proviene dalle giovani foglie di piante che non hanno più di tre o cinque anni. La bevanda che ne deriva è verde e schiumosa. Le regole osservate nel corso di questa cerimonia sono simili a quelle seguite durante quella del koicha, con le seguenti differenze essenziali: il tè viene preparato individualmente per ciascun invitato con due cucchiai o due cucchiai e mezzo di matcha; ogni invitato è tenuto a bere interamente la sua parte; l'invitato pulisce la parte della tazza che ha toccato con le labbra con le dita della mano destra e poi si asciuga le dita con il kaishi. Dopo aver trasportato gli utensili fuori dalla stanza, l'ospite in silenzio si inchina davanti agli invitati, indicando che la cerimonia è finita. Gli invitati lasciano il sukiya accompagnati dal loro ospite.
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