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Depressione
In Giappone, la depressione viene vista di solito come un segno di debolezza. Esiste nella popolazione una ritrosia nel chiedere aiuto al proprio medico per problemi legati alla psiche. E' un atteggiamento comune a tutti gli asiatici e alle culture tradizinali, che non vedono nella depressione una malattia che richieda cure mediche. In altri paesi dell'Asia, ci si rivolge ancora a indovini e guaritori. Non vogliono che un dottore metta le mani tra le loro emozioni. In fondo al loro cuore, non vogliono essere classificati come malati mentali, lo sentono come un'offesa. Ma si tratta solo di ignoranza: la depressione può essere considerata il "raffreddore" della psichiatria, una cosa da nulla se curata fin da subito.
D'altronde, la nazione manca di terapisti esperti. L'Asia ha un numero di psichiatri per abitante inferiore a qualsiasi paese occidentale. Molti medici non vogliono o non possono occuparsi di problemi mentali e il loro rifiuto spinge molti pazienti a smettere di cercare aiuto. Anche le procedure per l'introduzione di antidepressivi sono molto complesse. Il Prozac, lanciato in europa nel 1986 e negli Stati Uniti l'anno seguente, non viene ancora venduto in Giappone. Il consumo di antidepressivi dei nove principali paesi asiatici assomma ad un misero 0,1% a livello mondiale (gli Stati Uniti raccolgono il 70%). Non parliamo poi di studi sulla popolazione per misurare la diffusione del male. Oda Susumu, professore di psichiatria alla Tsukuba Daigaku, parla di "crisi" nella cura delle malattie mentali. Nel 2000 le chiamate alla Tokyo Life Line, un servizio di sostegno contro la depressione, sono raddoppiate. La crisi economica ha portato con sé le ristrutturazioni aziendali e molti impiegati si sono trovati improvvisamente in mezzo a una strada. Abituati a non mostrare le proprie debolezze, a non criticare, si trovano soli. Lo psichiatra Sekiya Toru, autore di parecchi libri sulla depressione in Giappone, richiama l'etica samurai per spiegare il ricorso al suicidio. Il modo in cui è strutturato il sistema sanitario nazionale non aiuta certo le cose. Per permettere a tutti i cittadini di accedere a servizi di assistenza psichiatrica poco costosi, ha creato sul territorio piccole cliniche con medici, di conseguenza, poco preprati. Inoltre, gli psicologi clinici non possono esaminare i pazienti o aprire cliniche senza la presenza di un dottore. Sebbene esista un'associazione, la Japan Certification Board for Clinical Psychologists, che raccoglie circa 8.000 psicologi fin dal 1988, i suoi membri hanno scarsa autonomia. Secondo il direttore, Otsuka Yoshitaka, i problemi mentali sono considerati meno importanti di quelli fisici, quindi gli psicologi hanno uno status piuttosto basso.
La qualità delle cure fornite dalle strutture pubbliche è giudicata scarsa dagli esperti. Secondo uno studio condotto a metà degli anni '90 dalla World Health Organization, i medici giapponesi commettevano errori di diagnosi nell'81% dei casi con pazienti affetti da depressione. Istruire questi medici non sembra, però, così facile. Il dottor Nakane Yoshibumi, direttore di un centro di ricerca di Nagasaki affiliato con la World Health Organization, lavora da tempo a questo obiettivo, ma ha scoperto che i medici giapponesi trovano difficile comprendere i testi standard della WHO, utilizzati con successo in altri paesi. Nei corsi di aggiornamento da lui tenuti ha quindi proveduto a semplificare i testi, ma ancora il 40% dei medici abbandona prima della fine. Hanno paura di perdere la propria credibilità: partecipare al corso è come ammettere di non essere preparati. Anche nella comunità degli psichiatri, alcuni sono riluttanti ad usare le moderne terapie farmacologiche e in genere concentrano la loro attenzione soltanto sulla cura di malattie gravi come la schizzofrenia. Il numero dei pazienti ospitalizzati è addirittura superiore al dato che si registrava negli Stati Uniti e in Europa negli anni '70, mentre i posti letto per abitante sono quattro volte superiori al dato americano attuale. Non si è ancora avviato un processo di deistituzionalizzazione del malato. In pratica, il Giappone è 20 o 30 anni indietro rispetto ai paesi occidentali.
Bibliografia
Saywell, Trish e McManus, Joanne. Behind the Smile: Silent Suffering. Far Eastern Economic Review, 9 agosto 2001.
Wehrfritz, George. Death By Conformity. Newsweek, 20 agosto 2001.
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