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La Banca del Giappone sbaglia?
di Massimiliano Crippa

17 settembre 2000. La Banca del Giappone ha abbandonato l'11 agosto 2000 la politica monetaria ultraespansiva dei tassi zero, portata avanti dal febbraio 1999.
L'istituto ha deciso di rialzare allo 0,25% il tasso overnight, dal precedente 0,02%. Il tasso ufficiale di sconto è rimasto invariato, a quota 0,5%, dove è inchiodato dall'8 settembre 1995.
Un rialzo modesto, ma dal grande significato simbolico: si tratta infatti della prima stretta monetaria operata dalla Banca centrale dal lontano agosto 1990.

Scontro di potere

Il cambio di strategia sul costo del denaro era da tempo caldeggiato dal governatore Hayami Masaru, ma osteggiato dal Primo Ministro Mori Yoshiro.
Come ha ricordato anche Nonaka Hiromu, segretario generale del Partito Liberal Democratico, "sono i vertici della Banca del Giappone a dover decidere e non siamo noi a dover dire loro cosa devono fare".
Il Governo rispetterà la decisione presa dalla Banca centrale, la cui autonomia è garantita dalla normativa in vigore dall'aprile 1998, secondo cui rappresentanti del Ministero delle Finanze e dell'Agenzia per la Programmazione Economica possono partecipare alle riunioni della Banca del Giappone ed esprimere opinioni, ma non hanno diritto di voto. Possono fare richieste, ma queste non sono vincolanti.
Un tono diverso rispetto alle dichiarazioni dei giorni precedenti, quando il Governo aveva manifestato aperta ostilità al cambiamento di politica monetaria.
Se il Governo sembra essersi ammorbidito lo si deve anche alle reazioni vivaci degli analisti e dei maggiori quotidiani a queste intromissioni "di regime".
Hayami, ortodosso in materia di politica monetaria, era deciso a combattere fino in fondo per centrare il suo obiettivo e convincere gli altri otto componenti del comitato di politica monetaria dell'istituto che le condizioni dell'economia giapponese sono migliorate rispetto al febbraio 1999, quando la recessione peggiore vissuta dal Giappone nel Dopoguerra e una gravissima crisi bancaria spinsero la Banca centrale ad azzerare il costo del denaro.
Per Hayami si tratta anche, detto alla giapponese, di "non perdere la faccia". Con i loro richiami, gli uomini politici hanno messo i responsabili della Banca centrale di fronte ad un'unica scelta: difendere la loro credibilità ed indipendenza.

La situazione economica

La bilancia delle partite correnti, in giugno, ha accusato un -5,5% su base annua, una flessione che però è dovuta principalmente alla riduzione dei redditi derivati dagli investimenti finanziari giapponesi all'estero.
La bilancia commerciale, in realtà, non solo si è mantenuta in surplus, ma il surplus è in crescita (+1,4%), trainato da esportazioni che, da qualche mese, corrono alimentate soprattutto dalle vendite di elettronica e di tecnologie dell'informazione.
Gli ordinativi di macchinari industriali da parte delle aziende private sono aumentati in giugno del 14,4% rispetto a maggio e del 28,2% su base annua. Una crescita che dura ininterrottamente da sette mesi.
Il PIL, nel primo trimestre del 2000, è cresciuto del 2,4% rispetto al trimestre precedente, grazie all'aumento della spesa privata, degli investimenti e delle esportazioni.
Ma secondo il Fondo Monetario Internazionale, il valore sarebbe influenzato anche da fattori contingenti, come il rinvio del pagamento dei bonus invernali. La previsione dell'IMF è comunque dell'1,5% per il 2000 e dell'1,75% per il 2001. Nel rapporto di luglio, anche l'EPA ha affermato che l'economia giapponese è in ripresa.
Ciò che continua a preoccupare la maggior parte degli osservatori è la mancanza di slancio dei consumi privati. Questi ultimi sono una componente decisiva per la sostenibilità della ripresa economica poiché contribuiscono per circa il 60% alla formazione del PIL.
Nel primo trimestre del 2000 avevano registrato un deciso balzo in avanti, salutato con entusiasmo poiché arrivava dopo un biennio di completa stagnazione, anche se la tendenza non è ancora stata confermata nel secondo trimestre.
Forse Hayami ha ragione: il momento per abbandonare la vecchia politica monetaria è arrivato davvero. Tanto più che si è trattato di un ritocco marginale.
E' solo il segno che si vuole porre fine ad una situazione artificiosa. Una politica di interessi zero, in quanto misura di emergenza, deve essere solo temporanea.
Hayami aveva sottolineato che la politica dei tassi zero doveva essere abbandonata al più presto, poiché non sussistono più i timori deflazionistici che avevano spinto la Banca centrale ad azzerare il costo del denaro nel febbraio 1999.
La preoccupazione diventa ora la Borsa e la ristrutturazione di molte aziende, che stentano entrambi a decollare.

Soluzione rischiosa

Hayami, in questi anni, non ha potuto far altro che iniettare denaro a costo zero nella società giapponese, un'esperienza che non trova precedenti nella cronaca economica moderna. Solo così è stato impedito il collasso delle imprese, alle prese con la deflazione che ha ridotto bruscamente il circolante, e delle banche, su cui incombe una mole impressionante di crediti inesigibili.
Ma ora, ripete da mesi Hayami, occorre cambiare strada, anche perché il denaro a costo zero, così come i Buoni del Tesoro di nostra conoscenza, finisce con il rappresentare un comodo alibi per evitare le riforme.
Un alibi per le banche, che hanno risistemato i bilanci sottoscrivendo, a costo zero, i titoli del debito pubblico (rendono poco, ma è pur sempre qualcosa); per le imprese che, invece di ristrutturare e tagliare le spese inutili, possono sostenere l'export grazie al denaro facile; per il governo, soprattutto, alimentando così la spirale del debito pubblico (il Giappone ha strappato all'Italia il poco invidiabile primato di maggior incidenza del debito sul PIL).
Per spazzare via il "moral hazard", la Banca del Giappone ha deciso di agire, contro il parere di tutti.
La manovra ridurrà i profitti delle imprese, che dovranno scontare oneri finanziari più elevati: per le aziende immobiliari, delle costruzioni e del commercio, l'aumento dei tassi potrebbe tradursi in una contrazione degli utili nell'ordine del 10%. Aumenterà anche il rischio insolvenza: nel primo semestre del 2000, i fallimenti sono aumentati del 30%. Le banche dovranno scontare una fisiologica lievitazione dei crediti a rischio. Diminuirà la liquidità del sistema. Lo Yen, dopo la manovra, è rimasto penalizzato.

Comportamento ambiguo

Nella riunione del 17 luglio la Banca del Giappone, sorprendendo tutti, ha rinunciato ad alzare i tassi, frenata dall'annuncio, avvenuto il 12 luglio, del fallimento della catena di grande distribuzione Sogo, considerato da più parti come il segno di una ripresa ancora zoppicante. La Borsa in luglio ha registrato un -19%, trascinata verso il basso dal fallimento dei grandi magazzini Sogo.
Oggi i segnali di incertezza non sembrano scomparsi. Non si capisce perché sia cambiata l'opinione della Banca centrale.
Quello della immaturità della ripresa è inoltre un tema che il Governo non smette di sottolineare.
La Banca centrale ha fissato sei condizioni per cambiare politica monetaria: crescita dei profitti e degli investimenti e della fiducia aziendale, incremento dei guadagni e delle spese delle famiglie e deflazione sotto controllo. Ci sono poche prove a sostegno del raggiungimento di questi requisiti.
La Banca centrale ha precisato che la decisione è stata adottata "a maggioranza", ma le oltre otto ore occorse per raggiungere il verdetto tradiscono le difficoltà sorte durante la riunione.
E' vero però che il fallimento di Sogo, avvenuto con i tassi a zero, dimostra che la soluzione non sta nella politica monetaria espansiva.

Voci contro

La Banca Centrale Europea ha lanciato un preoccupato allarme sui rischi di inflazione. Il Fondo Monetario Internazionale ha bocciato senza appello la scelta di Hayami. Il Segretario del Tesoro americano Lawrence Summers aveva detto più volte che la politica dei tassi zero doveva essere mantenuta. All'orizzonte, secondo Lehamn Brothers, ci sono aumenti dei fallimenti, della disoccupazione e minori investimenti. Sullo stesso piano la valutazione di Merrill Lynch.
Il Financial Times titola il 12 agosto "Folly of Japan's true believers" criticando la decisione, basata su argomenti non convincenti e infondati.
Il coro di critiche non è unanime, ma quasi. Gli analisti finanziari occidentali propendono per una posizione critica. Anche chi mostra un certo ottimismo sul futuro dell'economia giapponese, crede che la Banca centrale si sia mossa troppo presto. Non ci sono rischi di inflazione all'orizzonte. E allora perché stringere i cordoni della Borsa? Il Giappone ha vissuto anni terribili, sul fronte della crescita. perché non farlo respirare un po'?

Mossa politica

La risposta, probabilmente, va cercata nella politica. Secondo il Financial Times, ma non solo, si tratta di una manovra che mira a ribadire l'indipendenza della Banca centrale.
Hayami è, come ha titolato un quotidiano italiano, l'uomo del dissenso nel paese del grande consenso. In Giappone l'11 agosto è già stato chiamato "il giorno dell'indipendenza". Hayami verrà ricordato come il primo governatore indipendente nella storia del Giappone.
Non è un primato da poco in questo paese.

Il governatore

Settantacinque anni, cristiano, una lunga esperienza internazionale alle spalle.
Funzionario inflessibile, che ha cominciato la sua carriera alla Banca del Giappone, per poi passare all'industria privata, viene promosso alla carica di governatore all'inizio del 1998, quando l'uragano della crisi sembrava in procinto di travolgere il sistema bancario della seconda potenza industriale del mondo.
Lui ha accettato, ponendo però una condizione: l'indipendenza della Banca centrale dal potere politico. E i politici hanno dovuto accettare. Resterà in carica almeno fino al 2003, quando scadrà il suo mandato.
Già una volta, Hayami si era scontrato con il Governo quando, di fronte alla corsa dello Yen, si era rifiutato di intervenire sul mercato dei cambi per contrastare l'apprezzaamento della moneta. Il governatore, da buon banchiere centrale, non volle creare artificialmente inflazione per sostenere la ripresa della economia.
Questa volta ha contro anche gran parte della stampa e degli economisti, nonché l'intera opinione pubblica internazionale.

Il Governo

Il Financial Times scrive che il pericolo maggiore per l'economia viene dalla reazione politica.
Il Governo vuole probabilmente difendere alcuni ricchi bacini elettorali del Partito Liberal Democratico, come l'industria delle costruzioni e il credito cooperativo. Abituati a fare da sempre il bello e il cattivo tempo, i politici sono andati su tutte le furie.
Le tensioni tra il Governo e la Banca centrale sono comuni a tutti i paesi. Non è un male che il Governo e la Banca centrale discutano sulle politiche da adottare, ma non si deve andare oltre.
In passato, prima che entrasse in vigore la nuova legge, la Banca del Giappone è stata pesantemente umiliata dal Governo in più occasioni. Ora è arrivato a proporre l'emendamento della legge che regola il comportamento della Banca centrale. Questo comportamento non è più tollerabile.

Un parere

Secondo Fabrizio Galimberti, la mossa della Banca del Giappone è un caso da manuale di come non bisogna fare politica monetaria. Il problema è l'aumento del costo del danaro? Certamente no: il passaggio del tasso a brevissimo termine allo 0,25% non è certo qualcosa che possa strozzare l'economia. No, il male sta nell'acerba contrapposizione che si è creata fra esecutivo e Banca centrale. I mercati hanno toccato con mano un altro esempio del disordine istituzionale giapponese, delle pratiche deteriori che vedono la longa manus della politica, e la sua commistione col mondo degli affari, alle fonti del malessere che inchioda l'economia in una quasi stagnazione. Il danno che i politici hanno fatto con le loro pressioni sulla Banca centrale è molto superiore al danno che potrebbe aver fatto all'economia questo rialzo di un quarto di punto. Ma anche il governatore non è esente da critiche. Già il mese precedente aveva dichiarato di voler aumentare i tassi, e non lo aveva fatto, timoroso dei riflessi del fallimento della Sogo. Ma l'aver esternato pubblicamente questa preoccupazione ha ingenerato nei mercati un senso di fragilità che, ancora, ha fatto più danno di quanto ne potesse fare un episodio di bancarotta.

Nessuna previsione

Il mercato, secondo i liberisti, può essere paragonato alla natura: qualsiasi intervento dell'uomo è destinato a provocare uno squilibrio. Opinione opposta è quella dei keynesiani: un mercato non controllato è instabile. Secondo John Gray, autore del libro "Alba bugiarda", democrazia e mercato libero non sono alleati, ma nemici.
La Banca del Giappone ha dimostrato la sua indipendenza, speriamo sia stata anche responsabile e intelligente.
Quando la Banca del Giappone nel 1995 tagliò il tasso di sconto, si precisò che ciò avrebbe ottenuto un effetto solo se fossero state avviate da parte del Governo riforme strutturali. Ciò, in parte, non è avvenuto.
Il Governo ora cerca di scaricare sulla Banca centrale i suoi fallimenti, ma non è suo compito guidare l'economia. Il rialzo dei tassi è un monito al Governo a non indebitarsi ulteriormente e a portare a compimento le riforme. Anche se, in questo caso, l'aumento sembra troppo lieve.
La Banca del Giappone ha forse sbagliato il momento, ma il Governo, con i suoi tentativi di coercizione, non le aveva lasciato alternativa.
Il vero problema è capire se la ripresa è davvero arrivata. Solo il tempo potrà dire chi aveva ragione.
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