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La nascita dell'economia giapponese
di Paolo Blasi
Durante l'epoca Tokugawa (1600-1867) furono avviati processi di trasformazione di notevole entità capaci di determinare la futura espressione economica del paese. Tensioni sociali e mutamenti strutturali sono alla base del processo di trasformazione che fu favorito anche da un'apparente quiete nel campo politico e militare. Pochi furono i conflitti durante questo periodo se lo si paragona, ad esempio, all'epoca Kamakura (1185-1333), nel quale si espresse al massimo il sistema economico di stampo feudale: un'organizzazione strettamente gerarchica che vedeva nell'antica aristocrazia guerriera, per i suoi legami rispetto la terra e per il suo ruolo politco, il vertice del sistema. Le mutazioni in atto suscitavano perplessità e contrasti riprodotti in "lotte intestine" appoggiate da mutevoli alleanze susseguitesi nel vano tentativo di ripristinare vecchi equilibri oramai inefficaci. Proprio da questi scontri nasce una nuova classe che da lì a poco avvierà nuove forme di organizzazione economica stabilendo l'avvio per futuri rapporti organizzativi inediti, sempre di stampo feudale.
Nonostante il gran numero di feudi l'aristocrazia guerriera, intorno alla metà del Cinquecento, riesce a creare strutture sovra cittadine, di dimensioni regionali, affidate a singole famiglie molto influenti sia in campo economico che politico. Nasce in questo modo una nuova figura che dominerà i secoli successivi. Alla base di questa nascita sussiste un fattore molto influente che consente di gestire grandi quantità di denaro in un ambito ristretto di persone. La produzione agricola su scala provinciale, di più province, e in particolare il surplus derivante dalla stessa, costituirà il nuovo motore di sviluppo.
Notevoli cambiamenti si osservano anche dal punto di vista urbano, conseguenti ai mutati rapporti economici campagna-città. Le città-fortezze sostituiscono i castelli e i monasteri fortificati che un tempo governavano intere zone ad elevato sfruttamento. Si vengono a creare dei nuclei urbani veri e propri, delle proto-città che costituiranno, in un secondo momento, la base di sviluppo per le aree circostanti e che saranno oggetto di contesa per il dominio delle suddette aree. La vera novità, però, è costituita dalla nascita di città definite "libere", in quanto fondate su basi economiche mercantili in punti nevralgici per lo scambio di merci, in particolare con Cina e Sud-Est asiatico. La nascita di nuove rotte commerciali e la presenza di potenti signori, detentori del potere agricolo delle zone limitrofe alle città, diede ben presto il via a lotte per l'acquisizione delle aree a maggior rendita in rapporto al numero di contadini e quindi più fertili. Le zone maggiormente considerate per il valore economico sono: il Kinai (area pianeggiante su cui sorgono le attuali Kyoto ed Osaka), il Kantou (la più vasta area su cui oggi sorge Tokyo) e la piccola pianura di Nagoya. La spartizione di queste aree non fu stabilita, come in passato, dalla lotta di pochi guerrieri samurai, ma vennero impiegate grandi quantità di fanteria in virtù del mutamento tecnologico apportato dagli occidentali. Questa novità costituiva un problema non indifferente in quanto la gestione logistica di un elevato numero di soldati comportava spese, non solo alimentari, ma anche di armamento e vestiario, non indifferenti che indebolirono notevolmente i contendenti.
Oda Nobunaga (1534-1582) ebbe la meglio sui rivali per il dominio delle aree più fertili del Giappone, sfruttando la propria superiorità militare. Il potere acquistato da Nobunaga non gli consentì, tuttavia, di realizzare quell'unificazione che però riuscì al suo successore Toyotomi Hideyoshi (1536-1568). Durante questo periodo furono gettate le basi giuridiche, economiche ed amministrative che consentirono lo sviluppo successivo della famiglia Tokugawa. Sarà, infatti, questa ad avere un adeguato potere politico e una visione nazionale per far rispettare all'interno dello stato i nuovi "adeguamenti strutturali". Questo fu possibile grazie alla supremazia militare: tutti o quasi i feudatari furono posti sotto controllo, i maggiori monasteri furono distrutti, in breve si cercò di sradicare i vecchi simboli mantenendo come unico riferimento centrale lo shougun. Questo potere consentì di varare una serie di riforme che avrebbero segnato il futuro sviluppo del paese; di notevole importanza risultarono quelle inerenti il sistema agricolo e la gestione dei surplus che la classe dirigente "estraeva" dalle campagne. Il movimento delle riforme aveva due importanti obiettivi: da una parte si intendeva fissare il livello di rendite per terreno e dall'altra venne reso definitivo e irreversibile il distacco della classe guerriera (samurai) dalla terra, tramutandoli in tal modo in una nuova casta - o meglio in nuova forma della stessa - i militari professionisti.
I Tokugawa al potere
La battaglia di Sekigahara (1600) sancì la definitiva supremazia militare e politica della famiglia Tokugawa. Dopo solo tre anni Tokugawa Ieyasu fu nominato shougun dall'imperatore, stabilendo nello stesso tempo la sua residenza a Edo. L'importanza della battaglia di Sekigahara risiede anche nella successiva divisione cui i feudatari, partecipanti a tale conflitto o meno, furono sottoposti e dal quale si configureranno le future gestioni terriere del Giappone. L'amministrazione dei Tokugawa fu molto attenta nello stabilire una netta divisione tra feudatari che furono al loro fianco fino a quel momento, e anche dopo la battaglia di Sekigahara, definiti "fudai" e feudatari rimasti neutrali o contrari all'ascesa dei Tokugawa al potere definiti "tozama". Tale distinzione durerà sino al 1867 con gli scontri che posero termine al periodo shogunale. In questo spazio di tempo il controllo delle proprie amministrazioni, da parte dei Tokugawa e dei suoi sostenitori, fu quasi totale, adombrato solo da alcuni eventi, per lo più riguardanti l'insoddisfazione delle classi meno abbienti che videro sempre più inasprirsi le politiche finanziarie e amministrative. Tra questi ultimi sanguinosi eventi, sicuramente l'assedio di Osaka, dove si asserragliarono gli ultimi sostenitori di Toyotomi, e la sua successiva distruzione. Da segnalare anche la rivolta di Shimabara, nel Kyushu meridionale, che segna l'ultimo massiccio impiego di truppe per far fronte ai rivoltosi interni, per lo più contadini, insorti per le precarie condizioni di vita nelle campagne. Quest'ultimo scontro sarà ripreso più avanti, in quanto segna anche un importante passo che chiuderà, di fatto, le frontiere del Giappone a quasi tutti gli stati stranieri interessati al commercio, e non solo, sul territorio nipponico. Successivo a questi eventi sarà un periodo di pace, politica e militare, che si protrarrà quasi fino al 1863, pace derivante in modo diretto dalla politica di chiusura operata nel 1636.
In questo frangente, i Tokugawa distribuirono con molta accortezza i terreni spettanti ai vari feudatari, modificando alle volte tale concessione per sottolineare maggiormente il proprio predominio. Verso il 1620, la distribuzione dei feudi era in buona sostanza terminata. I circa 260 feudatari governavano su una popolazione di 15 milioni d'abitanti. Gli scontri avvenuti prima dell'instaurazione dei Tokugawa stabilirono tre principali schieramenti che governarono lo scacchiere politico del Giappone. I feudatari che furono fedeli ai Tokugawa, denominati fudai, ebbero maggiori benefici per quel che concerneva la quantità di terre e la rendita ricavabile dalle stesse. I feudatari che non portarono alcun aiuto durante gli scontri, denominati tozama, non ebbero grandi benefici. Altri feudatari, appartenenti ai rami collaterali degli stessi Tokugawa, si stabilirono nelle aree di porto con maggiori traffici internazionali e con più alta produttività. Esistevano tuttavia altri tipi di feudatari minori, detti "hatamoto" (portabandiera) che, per insufficienza di fondi e mezzi, non potevano accedere a tale titolo. Costituivano un sottobosco che tuttavia giocherà un ruolo di rilevanza nella crescita di una nuova economia interna.
Il peso politico di ogni "han" (feudo) è calcolato in base all'imponibile di riso che questo stesso riesce a produrre nell'arco di un anno; la scelta, da parte dell'amministrazione, fu fatta per il prevalente stato di autoconsumo dell'epoca e quindi per la scarsa capacità di convertire in moneta il valore dei beni prodotti. Da questo valore ottenuto era possibile dedurre il numero degli abitanti di un han e quindi anche il numero di soldati che lo stesso poteva mettere in campo. Eccezion fatta per i Tokugawa, che da soli controllavano il 35% del territorio giapponese (mantenendo il controllo delle citta principali: Edo, Nagasaki, Sakai, Osaka, Kyoto), gli altri han avevano scarsa entita e quindi non costituivano alcuna minaccia per lo shougun. Il più grosso han era quello di Kaga che aveva un imponibile di circa 1,5 milioni di quintali di riso, capaci di sfamare 750.000 abitanti per un anno. L'unità di misura adoperata al tempo per il riso è il koku, che equivale a poco più di un quintale di riso. Il termine minimo per la formazione di un han erano 10.000 koku. Gli atamoto ad esempio avevano una rendita non inferiore ai 500 koku ma non superiore ai 10.000; per questo rivestivano un ruolo di subalterni rispetto agli altri feudatari. In realtà gli han potevano apparire come uno stretto sistema di amministrazione, ma il loro potere era quasi del tutto autonomo, anche se sempre subalterno politicamente ed economicamente, dalla figura dello shougun. Ogni feudo però doveva corrispondere una contropartita in contingenti militari per l'ordine pubblico e la sicurezza dell'intero Giappone. Le richiese da parte dello shougun continuarono a indebolire gli han più potenti. Dal 1635 un nuovo editto stabiliva la presenza nella capitale ad anni alterni per tutti i daimyou con la propria famiglia e seguito; il dispendio di risorse che questa duplice residenza comportava, unito ai viaggi connessi e alle spese di amministrazione, rese necessaria la richiesta di prestiti da parte dei mercanti locali. Da notare come la corte imperiale, relegata nella città di Kyoto, assumesse unicamente un ruolo simbolico, priva di un benché minimo potere e con una rendita di appena 30.000 koku.
Se, in apparenza, la struttura del governo Tokugawa poteva apparire come quella di un signore centrale attorniato da vari feudatari, di fatto la decentralizzazione amministrativa affidata ai vari daimyou era molto marcata. Nel governo Tokugawa le funzioni amministrative erano demandate a "consigli", formati da samurai, che avevano il compito di collaborare con lo shougun nelle decisioni principali e occuparsi degli aspetti più propriamente amministrativi del governo. Esistevano poi delle figure particolari che rivestivano un ruolo importante in seggi specifici del governo. Alcune di queste figure, come i commissari o i sovrintendenti, avevano ruoli di controllo e gestione amministrativa in aree limitate, come singole città. Totalmente esautorati dal proprio ruolo politico sono le figure religiose, che avevano come unico compito quello del censimento di tutti i cittadini. Nei templi buddhisti, presenti in ogni villaggio, venivano annotati i dati relativi ad ogni singola persona, al suo stato civile, alle relazioni di parentela e in generale a tutti gli avvenimenti rilevanti nella vita comunitaria. Sarà questo un punto di partenza per lo sviluppo di un comportamento sociale uniforme in tutto il paese, che si intensificherà al termine del periodo shogunale.
Commercio internazionale
Ben presto interessi commerciali, e non solo, spinsero le maggiori potenze europee a approdare sulle coste giapponesi. I primi a allacciare rapporti commerciali furono i portoghesi nel 1543, seguiti dagli spagnoli (1592) e dagli olandesi (1608). Inizialmente l'entita degli scambi era molto limitata in varietà e quantità; infatti le città libere sulla costa giapponese costituivano già un crocevia dal quale raggiungere mercati più prolifici, come quello cinese e coreano. Hirado e Nagasaki (si vedrà più avanti il ruolo strategico di quest'ultima) si rivelarono ottime città di scambio nelle quali fiorirono grosse comunità di mercanti occidentali che intendevano, da qui, estendere i propri commerci. Progressivamente gli scambi crearono una "specializzazione" nelle esportazioni giapponesi, dovuta solo in parte alla domanda, che gettò solide basi di crescita, nonostante il numero di imbarcazioni inizialmente coinvolte rimase limitato. Le maggiori richieste alle città nipponiche erano per argento e rame, esportazione quest'ultima in parte ostacolata dal governo centrale, poiché mirava a favorire l'artigianato giapponese che poteva produrre sia per il mercato interno che per l'esportazione. Per quel che riguardava le importazioni, la principale richiesta consisteva in personale specializzato nella produzione di armi da fuoco e nell'addestramento di soldati "specialisti" nell'uso di tali armi.
Un breve cenno deve essere rivolto al ruolo tattico e strategico, nonché alla "rivoluzione sociale", che l'introduzione di tali armi apportò nello scenario giapponese. L'importanza in un conflitto fu immediatamente chiara ai daimyou, che facevano a gara per accaparrarsene il numero più alto possibile. La conseguente diffusione fu molto rapida: nel 1600, durante il conflitto di Sekigahara, furono schierati 180.000 uomini, dei quali circa un terzo era armato con armi da fuoco individuali. Non tutti ebbero un atteggiamento favorevole all'introduzione delle nuove armi: il primo approccio dei "bushi" (termine generico con il quale si indica il guerriero aristocratico) fu del tutto negativo. La principale motivazione consisteva nell'assenza dello scontro fisico, che l'utilizzo di tali armi negava al combattimento stesso. Gli scontri si limitavano al colpire, quasi casualmente nella mischia, un avversario, senza offrire una possibilità di difesa-offesa. Veniva violato, in breve, un valore di rispetto insito nel conflitto stesso, che distingueva proprio l'aristocrazia guerriera del tempo. Alcuni bushi furono ben lieti che questo tipo di arma fosse destinata a "nobushi" e "ji-samurai" (i primi guerrieri da campo, i secondi samurai contadini), giacché in tal modo essi potevano fare affidamento solo sulle armi tradizionali. Nonostante queste note negative, promosse per di più da una classe in lento declino, le armi da fuoco furono integrate pienamente nel bujutsu per il peso preponderante che dimostrarono in più conflitti. In effetti si trattava di pura e semplice convenienza, come fecero notare alcuni bushi. La nuova "arte marziale" prese il nome di "houjutsu" o arte delle armi da fuoco.
Questa propensione per le tecniche occidentali, dimostrata dai daimyou e dallo shougun stesso, non bastò a calmare il disappunto per taluni "scomodi" comportamenti manifestati in più occasioni: il proselitismo cristiano rientra a pieno titolo tra questi. Inizialmente tollerato, in quanto limitato nelle dimensioni e considerato apertamente una religione iniqua, assunse progressivamente toni e dimensioni difficilmente sopportabili. Difatti, la continua pressione esercitata dai missionari per la conversione di più persone possibile, acquistò ben presto aspetti rilevanti. I convertiti non si limitavano a professare il nuovo credo, ma spingevano a boicottare tutti quelli che non dimostrassero una comune fede, creando disordini e agitazioni che minacciavano indirettamente le autorità. I feudi meridionali, anti-Tokugawa, osservavano interessati l'evoluzione degli eventi e spingevano le masse alla ribellione anche se non si esposero mai pubblicamente e furono proprio questi a ospitare la maggior parte dei convertiti locali. Lo scetticismo dei Tokugawa si spiega in una preoccupazione di fondo, che legava in maniera diretta penetrazione religiosa e commerciale e che presagiva un controllo politico diretto da parte degli stati occidentali. Il maggior timore era costituito dall'unione dei fattori sopra menzionati come pretesto per insurrezioni fomentate dalle potenze cattoliche e foraggiate, come detto, dai feudi più "lontani" dai Tokugawa. Questo avrebbe potuto rendere possibile un rimescolamento delle carte per l'ascesa di un nuovo shougun.
Questi timori ebbero un riscontro poco tempo dopo i primi contatti con gli occidentali; nelle città libere si creò un contesto di accumulazione e circolazione delle merci del tutto diverso da quello presente pochi anni prima. Bastò solo questo a creare sospetti e preoccupazioni, anche se questo fenomeno non toglie che il sistema si basi ancora prevalentemente sullo sfruttamento agricolo per autoconsumo. Nonostante questa base, riscontrabile per di più in tutto il paese, è proprio nelle città definite "libere" che inizia a plasmarsi una nuova figura, legata per l'appunto alle città e al contesto mercantile delle stesse; alcune aristocrazie locali, che avevano raggiunto una discreta influenza attraverso i legami commerciali con l'estero, iniziarono a creare delle strutture economiche di base per la possibile accumulazione di beni e moneta. Questo è dimostrato dalla presenza di ingenti capitali nelle città di costa; difatti, nell'ultimo decennio di rapporti commerciali (1630-1640), i portoghesi della colonia di Macao furono pesantemente finanziati da banchieri giapponesi e in particolar modo da quelli di Nagasaki. Forti interessi in argento e materiali vari erano richiesti come contropartita agli stessi commercianti portoghesi.
Sicuramente sarebbe bastato questo per indurre ad un rallentamento, o almeno ad una regolarizzazione, del processo di "sviluppo capitalistico" in atto nelle città giapponesi. L'attenzione dello shougun non fu unicamente destata da questo aspetto puramente economico (anche se rilevante); dietro un'apparente maschera di traffici legali, gli occidentali avevano favorito, potenziandone i mezzi e in alcuni casi sovvenzionando intere rotte commerciali, colonie di mercanti non giapponesi e di corsari che stavano man mano acquisendo potere all'interno delle città libere. Quest'influenza minacciava progressivamente l'indipendenza delle città stesse, prospettando, in questo senso, un controllo straniero del territorio. La crescita di questi piccoli traffici commerciali stava manifestando, anche se ancora in forma latente, tutto il suo potenziale, rischiando di travolgere l'economia fino a quel momento conosciuta in Giappone. Toyotomi, anche in questo caso, aveva iniziato l'opera di promulgazione di vari editti tesi a limitare lo sviluppo in atto. Tra questi, quelli che colpirono con maggior forza i commerci giapponesi e stranieri impedivano la libera navigazione e annullavano l'indipendenza delle città libere. In breve l'azione dei Tokugawa completò il processo e in 25 anni (dalla presa di Osaka del 1615) il Giappone del commercio con l'Occidente e della presenza dei missionari divenne un ricordo.
I legami con l'Occidente non furono del tutto cancellati, ma fu mantenuto un canale di scambio anche se puramente formale e relativo a informazioni scientifiche. L'aiuto inglese e olandese nel campo degli armamenti si rese necessario nel momento in cui i feudatari anti-Tokugawa ebbero l'appoggio, anche se non ufficiale, da parte di portoghesi e spagnoli. Per evitare scontri di tipo diretto contro le potenze straniere che si erano schierate più o meno apertamente a favore dei feudi meridionali rivoltosi, gli editti colpirono dapprima i convertiti locali; in un secondo momento si operò contro il commercio internazionale dei sudditi giapponesi per giungere infine a eliminare ogni legame con l'Occidente. In breve, il fermento creatosi in così poco tempo svanì soffocato da continue restrizioni commerciali. Nel 1625 vennero espulsi i residenti spagnoli anche se fu loro concesso di continuare a commerciare nei soli porti di Hirado e Nagasaki. Gli unici a mantenere continui rapporti commerciali con il Giappone furono gli Olandesi, i quali in passato non dimostrarono alcun interesse nello stabilirsi permanentemente sul territorio e al legarsi alla nascente "borghesia urbana". Le pesanti restrizioni chiusero addirittura il commercio degli stessi giapponesi verso i vicini porti cinesi e coreani. Fu vietata, infatti, la costruzione di navi il cui tonnellaggio permettesse la navigazione in mare aperto, impedendo in tal modo alcun tipo di navigazione legale in acque territoriali giapponesi. Le patenti di navigazione internazionale, altro editto emesso a favore del processo di isolamento, furono concesse sempre più raramente. Nel 1636, sentendosi ormai potente e stabile, lo shogunato emise una "istruzione" (editto articolato in più leggi e divieti) la quale stabiliva, tra l'altro, l'assoluto divieto per i giapponesi di lasciare il paese, pena la morte al rientro. Non furono risparmiati nemmeno i giapponesi residenti nelle colonie ai quali fu riservata la stessa pena nel momento in cui avrebbero fatto ritorno in patria.
Dopo la rivolta di Shimabara (1637-1638) lo shogunato si trovò in una posizione di notevole vantaggio rispetto agli han meridionali, dimostrando, ancora una volta, la determinazione a reprimere, nel sangue se necessario, qualsiasi rivolta. Molti han meridionali, infatti, osservarono con interesse lo scontro a Shimabara, aspettando il momento più opportuno per entrare nel conflitto, ma questo non accadde. La rivolta si concluse con un massacro degli insorti e anche con l'espulsione dei portoghesi accusati, probabilmente senza fondati motivi, di aver sostenuto i rivoltosi.
Fino al 1853, quando l'Ammiraglio Perry sbarcò in Giappone con delle richieste di normalizzazione dei rapporti commerciali, vi furono vari tentativi da parte delle potenze europee di stabilire trattati commerciali. All'interno del paese vi fu un notevole dibattito, ai vertici del potere, sulla necessità o meno di proseguire la politica di chiusura verso le potenze estere. Quello che accadeva intorno al Giappone era osservato con molta attenzione e si cercava di avere più notizie possibili sulla situazione politica mondiale e sui rapporti di forza tra le stesse potenze europee all'interno dello scacchiere asiatico. Timidi tentativi di apertura vennero fatti prima del 1853, ma caddero nel nulla probabilmente perché non considerati adeguati alle richieste fatte. Tuttavia, come detto, il Giappone non volle isolarsi completamente dal mondo; un canale di comunicazione portava di continuo notizie nei campi di maggiore interesse quale quello scientifico. Pur se si intende parlare di un paese di stampo semifeudale, nel quale la libertà di circolazione delle persone e delle idee era piuttosto limitata, sarebbe un grave errore pensare che la classe dirigente del tempo era chiusa agli accadimenti esterni ed in contemplazione della propria cultura. E' facilmente intuibile come sia proprio questo il periodo in cui la cultura orientale tradizionale conobbe un rilancio di grosse proporzioni: si svilupparono numerose arti come anche nuove scuole filosofiche e religiose in un vero e proprio "rinascimento culturale". La maggiore vitalità, unita ai nuovi principi tecnici introdotti, portò notevoli migliorie specie nel campo della produzione agricola. Quest'evento, prima della rivoluzione industriale, costituirà un passo determinante e decisivo nella ristrutturazione e conformazione burocratica dello stato che, come vedremo, accadrà da lì a breve tempo.
Basi materiali, rapporti di produzione e riforme del XVI secolo
La formazione, il conseguente consolidamento, di uno stato unitario rappresenta la prova tangibile ed ultima dei cambiamenti già da tempo in corso all'interno delle strutture agrarie giapponesi. Come già accennato, non furono poche le difficoltà che dovettero incontrare Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi per contrastare le precedenti strutture di produzione ancora esistenti; questa lotta vide la scomparsa dell'economia dei monasteri e del potere della nobiltà di corte. In questo stesso periodo avvenne una mutazione del precedente sistema di produzione, basato per la quasi totalità su di un'economia curtense, ad un sistema più aperto sviluppato su centri di produzione legati alle città ed al loro hinterland. Scompare la figura del guerriero-contadino legato alla terra ed al suo sfruttamento, viene abolita la schiavitù in favore di rapporti lavorativi subordinati ed in ultimo si ha la formazione di strutture unitarie quali gli han. La formazione di queste strutture permetterà più avanti di dare spiegazione sui nuovi sistemi economici in atto, per ora basta ricordare che gli han presentano una struttura regionale a carattere economico-politico attraverso la quale è possibile risalire alla produzione di ogni singola città come anche alle famiglie che ne esercitano il dominio. Il sistema economico precedente, difatti, aveva avuto il suo punto di forza in unità di produzione di grosse dimensioni con elevata produttività che però risultavano sconnesse nella rete produttiva agricola (familiare) molto più vasta e numerosa. Nei confronti di queste ultime, le unità medievali si trovavano in una posizione doppiamente antagonista: da un lato esse contrapponevano la commercializzazione dei prodotti al rigido autoconsumo delle famiglie unite nei villaggi e d'altra parte, tramite queste stesse, sottraevano di
continuo in modo coattivo, lavoro e prodotti, quando non richiedevano truppe. In termini di potenzialità produttiva e, di riflesso, militari e politiche, il settore agricolo "extracurtense" risulterà di gran lunga vincente rispetto ai vecchi centri di produzione agricola. Le lotte del XVI e XV secolo hanno avuto come scopo intrinseco quello di far emergere coloro i quali sono in grado di mobilitare, in via diretta, il surplus di beni materiali prodotti nelle città. Al livello della produzione, l'accento si sposta quindi sulle grandi famiglie patriarcali, presenti nelle strutture economiche dei villaggi. Le famiglie patriarcali erano, a loro volta, inserite in un sistema economico ristretto all'area del villaggio autonomo dalle strutture amministrative ed in via di affrancamento dai legami diretti con i militari. Questo rappresenta un centro di produzione atto a garantire al tempo stesso, il reimpiego produttivo del surplus e la fornitura costante di una parte di esso al signore locale. Si configura in questo modo la struttura di mercato locale formata da più villaggi unitariamente legati da strutture economiche (strade, ponti, città, etc.) e separati dalla capacità di sussistenza d'ogni singolo elemento. Entrando in questo contesto, le riforme amministrativo-politiche della seconda metà del Cinquecento legittimano, dandole carattere amministrativo, la nuova struttura agricola. Sarà possibile in tal modo aprire la porta alle più vaste trasformazioni dei secoli seguenti che maturano e si sviluppano in un arco di tempo ben più lungo di un singolo shogunato.
Il catasto nazionale
L'inizio della costruzione di un catasto, anche se presente solo in talune signorie, può essere stimato intorno all'anno 1585. Ben presto Toyotomi Hideyoshi ebbe un riscontro favorevole da questo tipo di razionalizzazione dei beni e fece applicare tale strumento sull'intero territorio nazionale. Il termine della formulazione di un primo catasto si ebbe per l'anno 1610 sotto l'amministrazione di Tokugawa Ieyasu. Non di meno si ebbero dei vantaggi tangibili in merito al volume della produzione nonché al suo aumento in termini quantitativi; aumentava in tal senso anche la sicurezza delle stime future inerenti la produzione stessa nonché la conoscenza della produttività di ogni singolo feudo. Oltre a ciò era possibile stimare l'entità della popolazione e di riflesso stabilizzare il rapporto tra i contadini e la terra, dando ad ognuno una parcella di terra coltivata e rendendoli responsabili della quota di imposta ad essa associata. Con tali strumenti era possibile risalire alle responsabilità e competenze relative per amministrazioni autonome, città-fortezza e singoli villaggi, consentendo misure d'intervento specifiche impensabili con le vecchie amministrazioni. Non pochi furono gli ostacoli che l'applicazione pratica del catasto dovette incontrare sul territorio nazionale, complicate dal fatto che il paese non era ancora uscito da uno stato di guerra civile. In concreto le realtà territoriali prescindevano molto quella che era la produzione lorda di un feudo. Difatti è possibile riscontrare diverse tipologie di adattamento che singoli villaggi o interi feudi avevano applicato alle seppur minime direttive imposte dallo shogunato. Ad esempio possiamo prendere alcune delle aree produttive più avanzate come nella pianura di Osaka nella quale i contadini opposero una violenta resistenza a tale controllo catastale, in quanto i contadini si erano quasi resi indipendenti, raggiungendo forme assimilabili alla proprietà privata. Oltre ai contadini, anche gli stessi feudatari cercavano di sottrarsi
a questa forma di campionamento economico che li vincolava ad una certa produzione (presente e futura) nonché ad un valore nominale di koku rispetto la stessa produzione.
(continua)
Bibliografia
Beonio Brocchieri, Paolo. 1995. Storia del Giappone. Mondadori, Milano.
Sasaki, Naoto. 1990. Management and industrial structure in Japan. Elsevier Science.
Zanier, Claudio. 1975. Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo. Einaudi, Torino.
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