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Il gairaigo nell'era digitale
di Massimiliano Crippa
17 settembre 2000. Il giapponese ha un nuovo nemico, tuona W. Michael Rollins. Le nuove tecnologie di trasmissione dell'informazione hanno catapultato il Giappone verso una globalizzazione selvaggia del proprio linguaggio. Una indiscriminata assimilazione di termini inglesi è una follia linguistica che non arricchisce il linguaggio, quest'uso spropositato del katakana diluisce ed inquina la lingua. La fonte principale di questi termini è l'informatica, gli Stati Uniti il luogo di nascita e l'inglese la lingua franca dell'era digitale.
Questa propagazione di termini moderni attraverso i confini nazionali è inevitabile, ma i vari paesi rispondono in modo diverso. In Francia, la legge prevede la traduzione di questi termini nella lingua nazionale. La Cina ha mantenuto il suo linguaggio molto puro, creando nuovi composti per esprimere nuovi concetti. L'inglese stesso crea nuove parole dal greco e dal latino (television, vocabulary, synthesis) o assegna nuovi significati a parole esistenti (computer, network, protocol). Il giapponese, invece, è dotato di un alfabeto, il katakana, pensato apposta per scrivere le parole straniere, gairaigo.
La funzione del gairaigo nel giapponese può essere paragonata ad un bacino di decantazione, dove le parole sono immagazzinate fino a quando non si ha il tempo di assimilarle. Per molti termini è passato così tanto tempo dalla loro introduzione che sono divenuti semplicemente parte del linguaggio. Però, questo riversamento di termini tecnologici è ignoto alla maggioranza della gente. Tenuti indefinitamente in sospeso, questi termini esistono in una sorta di limbo linguistico, senza appartenere più alla lingua d'origine, ma nemmeno al giapponese.
Il gairaigo (letteralmente "parole che vengono da fuori") fa parte della lingua giapponese da secoli. I primi caratteri (kanji) usati dai giapponesi furono quelli cinesi (hanzi) importati a cavallo tra il sesto e il settimo secolo. Risale al periodo Nara (710-794) il primo libro di storia e poesia scritto in kanji sopravvissuto fino a noi. Il trasferimento di cultura dalla Cina prosegue per secoli, così che il giapponese arriva ad avere migliaia di parole di origine cinese. Come le antiche vestigia del latino e del greco per noi, queste parole, kango, sono concentrate nelle materie scientifiche più antiche, le cui conoscenze vennero trasferite insieme al linguaggio. Secoli più tardi ma con lo stesso sistema, il periodo di rapida occidentalizzazione conosciuto come periodo Meiji (1868-1912) fu caratterizzato da una entusiastica importazione di termini europei. Il governo incoraggiò la cosa per accelerare il processo di internazionalizzazione del paese. Una piccola parte del gairaigo deriva anche dal coreano, dal sanscrito e dal linguaggio degli Ainu.
L'opposizione a questo fenomeno è sempre stata debole ed anche per questa ragione pochi si sentono ora in dovere di opporsi ad una nuova ondata di termini, che rappresenta solo la fase più moderna di questa naturale evoluzione della lingua.
Il gairaigo si scrive usando il katakana che, come l'hiragana, è un sillabario fonetico in grado di rappresentare tutti i suoni della lingua giapponese. L'aspetto spigoloso del katakana conferisce alle parole con esso scritte un che di moderno, esotico, alla moda, d'avanguardia.
All'inizio degli anni '90, oltre il 10% del giapponese era gairaigo e la percentuale è destinata a crescere. Nuove parole vengono coniate ogni momento. I mass media e l'industria pubblicitaria affondano a piene mani in questo grande mare di parole, per lo più di derivazione inglese.
Alcuni esempi di gairaigo
Sempre pronto a catturare i cambiamenti di gusto del Giappone che veste bene, l'editore della rivista femminile Very ha coniato una nuova parola, Shiroganeize. L'espressione descrive le ricche trentenni che rifiutano le etichette di lusso dei grandi stilisti e che indossano con grande naturalezza abiti eleganti, ma comprati in piccole boutique. Shiroganeize combina il nome dell'esclusivo quartiere residenziale di Tokyo, Shirogane, dove si crede che vivano queste donne ricche e sofisticate, con milanese, che mantiene in giapponese quasi la stessa pronuncia italiana.
La proliferazione di parole di origine inglese nella lingua giapponese ha consolidato l'impressione che in Giappone si importino solo parole dall'inglese, ma questa conclusione non descrive efficacemente né il presente, né il passato della lingua giapponese. Andre Malraux, scrittore ed ex-ministro della Cultura francese durante un suo viaggio in Giappone disse che era onorato di essere in un paese dove una preposizione francese è diventata un sostantivo, sinonimo di amore. Malraux si riferiva ad abekku (coppia), dal francese avec (con).
Il gairaigo, sebbene spesso divertente come nel caso di gojuppa disukaunto (da goju, cinquanta, e pasento, per cento) e choberigu (cho significa super, beri significa very, gu significa good), può causare problemi di comprensione agli studenti stranieri che studiano il giapponese e agli stessi giapponesi che si rivolgono a stranieri. L'atteggiamento dei giapponesi verso il gairaigo è spesso duplice: queste parole vengono considerate giapponesi, ma nello stesso tempo comprensibili dagli stranieri in quanto di origine non giapponese. Il fatto che la fonte non sia solo l'inglese complica ulteriormente le cose.
Parole come garasu (vetro) e gurasu (bicchiere) non possono che provocare confusione. La prima deriva dall'olandese glas e la seconda dall'inglese glass. Poiché il porto commerciale olandese sull'isola di Deshima, di fronte a Nagasaki, fu l'unico punto di contatto ufficiale dei giapponesi col resto del mondo per oltre 200 anni, molte parole giapponesi sono di origine olandese. La parola biiru non deriva dall'inglese beer, ma dall'olandese bier; koohii viene dall'olandese koffie e non dall'inglese coffee; koppu da kop e non da cup.
Altri esempi particolari di parole prese a prestito sono ikura (uova di salmone) dal russo ikra e noppo (alto, di persona) dal coreano nopta. Decenni di studio della medicina in Germania da parte dei medici giapponesi ha portato ad una miriade di termini, tra cui gaaze (benda). Il lavoro di un ufficiale austro-ungarico nel diffondere lo sci ha prodotto gerende (dal tedesco gelande, tratto di terra) che è diventata l'espressione standard giapponese per pista, discesa. Le origini portoghesi di tempura sono ben conosciute: il piatto veniva servito il venerdì che, secondo l'usanza cattolica, è il giorno della temperanza, della moderazione.
Alcune parole hanno subito l'influsso di più lingue, nel corso del tempo. Prendiamo la parola sapone. Probabilmente non esisteva una yamato kotoba per sapone, tanto è vero che venne importato dal cinese sekken. Poi fu il turno del portoghese syabon, che sostituì per un certo periodo sekken. La parola di origine cinese si è però imposto nuovamente più tardi, mentre il portoghese syabon è rimasto solo nel composto syabon dama (bolle di sapone). Infine è arrivato soupu (dall'inglese soap) che però viene usato solo in composti come soupu opera o soupu rando.
Alcune parole di origine non inglese si sono radicate così profondamente nel giapponese che è difficile capirne l'origine. Pochi giapponesi sanno che la parola juban, che sta ad indicare la vestaglia di seta che indossano le donne sotto il kimono, non è di origine giapponese, bensì portoghese, derivata da gibao (farsetto, giubba maschile del XVI-XVII secolo). Quando viene combinata con nagai (lungo) e scritta in kanji come nagajuban (sottokimono lungo), l'origine straniera di questa parola è così ben nascosta che passa inosservata.
Così come studenti ed impiegati giapponesi non potrebbe fare a meno del termine saboru (marinare la scuola o fuggire dal lavoro). Esso deriva dalle prime due sillabe del francese sabotage, a cui viene aggiunta la desinenza ru dei verbi giapponesi.
Negli anni '60, quando i gruppi formati dagli studenti più radicali combattevano dentro e fuori le università con spranghe e molotov, gewalt entrò nella lingua giapponese dal tedesco diventando prima il sostantivo gebaruto e più tardi il verbo gebaru (lottare violentemente).
Anche dei sostantivi inglesi si sono trasformati in verbi giapponesi. Ad esempio double e trouble in giapponese sono diventati daburu (avere o ricevere troppo) e toraburu (trovarsi in difficoltà o creare problemi).
E' difficile capire quanto un giapponese sia cosciente di usare una parola presa a prestito, specialmente per quelle risalenti a prima del boom della cultura popolare americana in Giappone.
Il gairaigo non significa niente
L'uso indiscriminato del gairaigo porta con sé una serie di problemi per chi parla giapponese, anche non come lingua madre. La lingua è per natura un mezzo di comunicazione e proprio in questo campo sorgono i problemi. Importare una parola da un altro linguaggio tramite il katakana è un processo semplice. Non occorre nemmeno sapere il significato della parola da importare, basta il suono. I fonemi della parola originale vengono modificati, poco o tanto, per rientrare nel più ristretto gruppo di suoni che formano il giapponese. Ad esempio, il giapponese mette a disposizione meno suoni dell'inglese, ciò significa che la parola tradotta riuscirà difficilmente ad eguagliare la parola originaria, essendo il più delle volte completamente diversa.
E' importante notare che l'obiettivo di questo processo non è di tradurre fedelmente l'originale inglese, ma di creare una parola che possa essere pronunciata usando i suoni giapponesi e quindi scritta con l'apposito sillabario fonetico. La parola multimedia ad esempio diventerebbe qualcosa come maruchimedia.
E' chiaro da questo esempio che il significato intrinseco della parola inglese multimedia, multi dal latino multus (molto o molti) e media (plurale di media), è stato completamente eliminato nel processo di conversione. Dove prima c'era una parola che portava con sé un significato, ora abbiamo solo una serie di suoni. Sfortunatamente, questa perdita di significato è sempre presente come prodotto della trasformazione.
Il gairaigo spesso sotituisce il giapponese
E' più facile ricordare e scrivere il katakana piuttosto che un kanji. Di conseguenza, molte persone finiscono con lo sviluppare una predisposizione all'uso delle parole straniere al posto dei termini giapponesi. In particolar modo, le giovani generazioni, che ascoltano molto inglese in classe o in televisione, posseggono un vocabolario sbilanciato verso il gairaigo ed hanno più difficoltà nell'uso dei kanji meno comuni. A causa di questa tendenza, il gairaigo sta sostituendo molte parole giapponesi, mentre il katakana sta sostituendo molti kanji. Questo è un problema per la stessa ragione citata precedentemente: mancanza di un significato intrinseco.
I kanji comunicano un significato ideograficamente o pittoricamente e sono un mezzo eccellente per trasmettere nuovi concetti. Per questo motivo un giapponese, un cinese o un coreano può azzardare il significato di una parola scritta in kanji, anche senza averla mai vista prima, sempre che conosca almeno il significato dei singoli kanji. Il katakana, invece, rappresenta semplicemente dei suoni, quindi la comprensione del gairaigo richiede sempre ulteriori conoscenze o sufficente familiarità con la lingua d'origine.
Il gairaigo è un ostacolo per imparare una lingua
Il gairaigo ostacola il già difficile processo di comprensione di una lingua straniera, sia agli studenti giapponesi che agli studenti stranieri che studiano il giapponese. I giapponesi studiano l'inglese a scuola per sei anni. Gli insegnanti di inglese, nelle scuole pubbliche, sono giapponesi. A detta di alcuni insegnanti madrelingua, il modo di pronunciare le sillabe e il fatto di aggiungere una vocale alla fine della parola dà l'impressione che gli studenti giapponesi stiano leggendo del katakana.
Aggiungete a questo il problema di fraintendere il gran numero di parole inglesi già in uso come gairaigo non sempre con il signficato originale (ad esempio il gairaigo di girlfriend, garufurendo, viene usato per dire amica e non ragazza) e capirete perché molti giapponesi condividono l'incapacità di comunicare oralmente in inglese. La portata di questo problema può essere compresa quantificando il numero di eikaiwa gakko (scuole di conversazione inglese), un'industria in grande espansione, che spiegano agli studenti come pronunciare correttamente l'inglese che hanno studiato per anni.
Il gairaigo può essere un'insidia per gli studenti stranieri che vogliono imparare il giapponese. Chi è di madrelingua inglese, in particolare, dovrà confrontarsi con il gran numero di parole importate da questa lingua: ad esse si tenderà ad applicare la pronuncia e l'interpretazione originale e non quella giapponese. Inoltre, dei possibili significati che una parola inglese può avere in base al contesto, ne viene scelto soltanto uno al momento di trasformarlo in katakana. Addirittura, poiché non si guarda certo alla grammatica al momento della trasformazione, può capitare che un sostantivo diventi un verbo. Mettendo insieme queste considerazioni, si può capire come può essere difficile imparare il giapponese.
Il gairaigo disorienta anche i giapponesi
Per la maggior parte degli stranieri il gairaigo è incomprensibile, anche se alcuni giapponesi si stupiscono ancora di ciò, ma lo sta diventando anche per i giapponesi stessi.
La crescita del gairaigo è fuori controllo, la creazione di nuove parole è senza regole. Molte delle parole usate oggi dai giovani sono sconosciute alle persone ben educate di una certa età. Il cambiamento in atto oggi è senza precedenti. Certamente il processo di assimilazione di parole straniere è una conseguenza naturale della comunicazione inter-culturale e non deve spaventare. Tuttavia, il tasso di cambiamento è a livelli critici. La scelta di utilizzare il termine estero, opportunamente trasformato in katakana, invece di creare un nuovo termine in kanji, in campo scientifico, è una pratica moderna, un fenomeno originale e non la norma.
Le software house americane si sono buttate a capofitto sul katakana per la localizzazione delle proprie applicazioni, persino per termini banali come stand alone, File Open o Select All, rendendo la comprensione virtualmente impossibile ai poveri giapponesi. La quota di mercato detenuta da aziende come la Microsoft garantisce che questa terminologia diventerà lo standard de facto e quindi, probabilmente, parte integrante del giapponese, semplicemente per l'esposizione di massa che è stata ad essa assicurata. Queste aziende hanno il grande potere di influenzare lo sviluppo della lingua e lo stanno facendo creando in essa inutili ambiguità, che possono corromperla.
Ciò che lascia perplessi è l'apparente mancanza di critica sull'argomento. Il più autorevole, il professor Satoshi Kawata dell'Università di Osaka, ha suggerito un metodo chiamato Ruby che consiste nell'uso del katakana sopra il termine straniero, come il furigana sopra i kanji, sia che si tratti di un termine informatico o del nome di una persona cinese. Sembra una buona idea: si conserva il significato originario e si assicura una pronuncia comprensibile. Ma si può andare oltre. Inutile accigliarsi su termini sotto copyright e frutto di scelte di marketing, come il famoso wizard di origine Microsoft. Puntiamo gli occhi su terminologia di carattere più generale come digitale, ipertesto, browser, client-server, macro, chip, refresh rate, memoria, controller e un milione di altri. Non c'è ragione per cui questi termini non possano essere resi in giapponese autentico.
E' possibile che la ragione sia semplice: mancanza di consenso. Poiché non esiste organo governativo che prenda decisioni sulla creazione di nuove parole, non c'è da sorprendersi che non esistano regole nella localizzazione. Per chi lavora nel ramo traduzioni, l'uso del katakana intimidisce meno del coniare una nuova parola. Il lavoro di modifica di una lingua non deve certo essere sottovalutato, ma occorre avere ben presente che il peso, in termini di conseguenze, delle due opzioni, nuovo termine in kanji o adattamento in katakana del termine estero, è equivalente. Il katakana non è una scappatoia, ma piuttosto una trappola. E' una pigrizia intellettuale. Guardiamo alla Cina o a Taiwan, dove non esistono sillabari fonetici. In termini di facilità di comprensione, cos'è meglio per un giapponese, un oscuro gairaigo o una serie di kanji?
Se usiamo il katakana per terminal care, può darsi che un giapponese capisca di cosa parliamo, ma non saprà mai cosa significa terminal o care. Poiché gli elementi costituenti non possono essere compresi, la cosa può essere solo memorizzata meccanicamente. Si vuole dare priorità alle parole inglesi rispetto ai kanji per sembrare internazionali, ma si finisce con l'isolarsi nell'ignoranza. Se un tempo, la conoscenza dei kanji era usata come strumento per creare una gerarchia di potere, intellettuale e politico, ora la stessa cosa si sta ripetendo con l'uso di parole straniere.
Nel dopoguerra, si era realizzato un certo equilibrio a livello intellettuale, che ora può andare perso in nome dell'internazionalizzazione. L'obiettivo che si vuole ottenere limitando il gairaigo non è certo un giapponese più sofisticato. La facoltà mnemonica del cervello non può lavorare solo meccanicamente, ha bisogno di capire le relazioni tra gli oggetti di cui parliamo. E non è questo che otteniamo con la trasformazione in katakana del termine estero. Serve una base razionale ed anche una emotiva. Il linguaggio e la cultura sono inseparabili.
L'uso di parole straniere scritte in katakana è così diffuso, e così poco comprensibile, che il comune di Osaka è stato costretto a redigere delle note esplicative che accompagnino le parole contenute nei documenti ufficiali. Un sondaggio dell'agosto 1999 ha dimostrato che oltre il 90% dei 550 intervistati, dai venti agli ottant'anni, non capiva il senso di espressioni come "play lot", "scheme" e "summary" quando scritte in katakana. Molti si sono lamentati del fatto che si usino troppe parole straniere, solo perché sembrano più di classe o alla moda. I funzionari pubblici si sono giustificati dicendo che alcuni termini tecnici sono difficilmente traducibili in giapponese. Inoltre, il ventaglio di parole straniere conosciuto dalle persone varia in base all'età. Delle 140 parole scritte in katakana sottoposte allo scrutinio, solo 77 erano comprese da più del 50% degli intervistati. Un gruppo di 21 parole era compreso da meno del 30% delle persone, mentre altre 14 parole erano comprensibili a meno del 10%. La parola "accountability" era la meno compresa di tutte, con solo l'1,8% di riconoscimento, seguita da "surveillance", col 2,1%. Nel sondaggio erano comprese anche 20 parole straniere, considerate come universalemente note, a fianco del loro corrispettivo giapponese: la maggior parte degli intervistati ha preferito la versione giapponese, tranne che per "discussion".
Qualcosa, fortunatamente, sta cambiando. Anche il Japanese Language Council, organo del Ministero dell'Educazione, comincia a mostrare la volontà di modificare l'utilizzo del katakana, viste le crescenti difficoltà che le persone incontrano nel suo utilizzo. In una circolare del maggio 2000, ha già proposto l'introduzione di note esplicative per alcuni termini (ad esempio hardware, barrier free, identity) e la sostituzione di altri con parole giapponesi, come ad esempio:
akauntabiriti (accountability) --> setsumei sekinin
insentibu (incentive) --> yuuin, shigeki, houshoukin
yuuza (user) --> riyousha, shiyousha
konsensasu (consensus) --> goui, soui
Imperialismo linguistico
La diffusione del gairaigo non può essere certo considerata una forma di colonialismo da parte delle lingue occidentali e dell'inglese in particolare, poiché non sembra essere promossa attivamente da chi parla queste lingue, se escludiamo il caso riportato di aziende dell'Information Technology, ma bensì dagli stessi giapponesi. Esaminando però l'impatto culturale, politico ed economico dell'espansione globale dell'inglese, è difficile parlare di neutralità della lingua.
L'inglese è parlato in 46 nazioni. Il continente con il maggior numero di nazioni che parlano inglese è l'Africa, con 17. Anche solo questo dato può far riflettere su come l'espansione dell'inglese sia stato per lo più un fenomeno legato al colonialismo inglese e all'influenza culturale ed economica americana. Conquista ed egemonia culturale sono le forze che hanno guidato sempre l'affermarsi di una lingua sulle altre. In passato è successo per il latino, l'arabo, lo spagnolo, il francese, il russo, il cinese e il giapponese stesso. E' anche vero però che l'inglese è stato, a sua volta, influenzato dalle altre lingue. In The world in so many words, Allan Metcalf ne conta ben 200, dall'arabo allo zulu. L'inglese è tutto tranne che una lingua pura, isolato dalle influenza esterne.
Se il giapponese e l'inglese vi sembrano distanti, non crediate che il discorso non valga anche per la nostra lingua. Lo Zingarelli 1999 vanta 686 neologismi, 289 nuove accezioni e locuzioni. Non è soltanto l'inglese ad arricchire l'italiano. Proprio il Giappone ci regala almeno un paio di nuovi lemmi: surimi, un preparato alimentare in forma di piccoli cilindri rosati, a base di merluzzo cotto insaporito con polpa di granchio (letteralmente surimi significa pesce pressato, il cibo che ne deriva in Giappone si chiama kanikama o kanibo); futon, le due parti che vanno a formare il letto giapponese, che si stende sul pavimento di tatami (la parte sotto, shikibuton, corrisponde al nostro materasso mentre la parte superiore, kakebuton, alla nostra coperta). Molti scuoteranno la testa sconsolati. E' impressionante, infatti, la quantità di termini stranieri accettati. A pagina 352, per esempio, fra cetriolo e che, c'è quasi tutto il mondo: chablis, cha cha cha, chador, chairman, chaise longue, chàkra, chalet, challenge, chambré, champagne, champenois, champignon, chance, chanson de geste, chansonnier, chanteuse, chantilly, chantoung, chapeau, chaperon, chapiteau, chapliniano, charango, chardonnay, charleston...
Che lingua è questa?
La questione della lingua è arrivata anche al nostro Parlamento. Per difendersi dall'orrenda ipotesi di una semplificazione o totale scomparsa dell'italiano, si è costituito in associazione "in difesa dell'italiano" un gruppo politicamente variegato di parlamentari (Domenico Fisichella, Luigi Manconi, Saverio Vertone, etc.) e artisti (Francesco De Gregori, Vittorio Sermonti, etc.) e di lanciare un manifesto "in favore della bella lingua". Questione grave quella sollevata, ma al tempo stesso contraddittoria. Si fa fatica a distinguere il discorso politico da quello linguistico: il rifiuto della globalizzazione appare ciò che veramente accomuna il gruppo. L'inquinamento indotto dalla tecnologia di paesi di lingua straniera è inevitabile, ma il degrado dell'italiano in sé è lampante e non può essere giustificato da una evoluzione naturale del linguaggio. Nel racconto Una storia semplice di Leonardo Sciascia, uno dei personaggi afferma che "l'italiano è ragionare!" e quindi non è tanto il linguaggio che si va degradando, quanto la razionalità di chi usa la propria lingua senza farsi domande. L'importanza degli influssi stranieri però era stata già al centro di una famosa polemica di Pasolini.
Conclusioni
Si può dire che la lingua giapponese, fin dal primo giorno, abbia cominciato a corrompersi. Dimostrazione ne è il fatto che spesso esistono due parole per lo stesso sostantivo. Solo l'inglese è più impuro. Sembra illogico quindi voler preservare una purezza linguistica che, in fondo, non è mai esistita.
Questa contaminazione potrebbe benissimo regredire in futuro, così come è successo all'inglese dopo l'abbuffata di loan words dal latino e dal greco nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, parole poi spesso cadute in disuso a favore dei più antichi termini anglo-sassoni. Anche molti termini tecnici del ventesimo secolo derivano dall'inglese antico. Ma secondo David Crystal, uno dei massini esperti di lingua inglese, visto come lingua globale, l'inglese sta guadagnando terreno.
Ma non è un discorso di purezza quello che vogliamo fare. Crediamo che ciò che sta succedendo oggi al giapponese non sia nell'interesse di chi quella lingua dovrà usare. Il linguaggio ha la capacità di alterare l'organizzazione mentale di un individuo. Il linguaggio è molto più della parola. Come spiega Mizutani Osamu, il linguaggio influenza i processi mentali e la formazione dei concetti in ogni individuo. I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Il giapponese è una lingua incredibilmente ricca, con un grande potere espressivo. Non vediamo ragione per cui dovrebbe essere soppiantato dall'inglese. Ci sono forse concetti che l'inglese può esprimere meglio o che, addirittura, solo l'inglese può esprimere, concetti che sono impossibili da dire in giapponese? Per esempio, il concetto di molestie sessuali, traslitterato seku hara dall'inglese sexual harassment, è impossibile da scrivere in giapponese?
Avere tre alfabeti aggiunge ricchezza al linguaggio giapponese, permette di esprimere significati molto sottili in modi sofisticati. Si dice ateji quando si cambia deliberatamente il modo di scrivere una parola per modificarne il senso, usando magari il katakana al posto dell'hiragana o dei kanji per dare più enfasi o una connotazione più internazionale. Il katakana dovrebbe quindi essere considerato una ricchezza, ma il modo in cui viene usato lo fa sembrare simile all'uso di parole straniere, fatto a volte da figure pubbliche, che serve solo a rendere il significato più ambiguo e ad evitare di rispondere.
La cosa peggiore è usare l'inglese per gioco. In una pubblicità di attrezzi ginnici è stata usata l'espressione sekushii appu (sexy up) per esprimere l'azione di migliorare la propria sensualità. Un'altra pubblicità recita baashon appu famirii maato (version up family mart) per mostrare le nuove potenzialità di un convenience store. I giapponesi sono contenti delle sensazioni che le parole danno loro, l'immagine che la frase crea nella loro mente. A loro non importa cosa significhi la parola. Ciò che fanno è tradurre dal giapponese all'inglese con un processo di sostituzione diretta, cercando le parole sul dizionario e pensando che significhino esattamente la stessa cosa.
Ciò è molto triste. Non bisogna confondere gli errori di una persona che crede di parlare inglese con il bisogno di comunicare. Quello di cui stiamo parlando potrebbe non essere solamente un fenomeno linguistico: l'inabilità di molti giapponesi a parlare inglese potrebbe essere dovuta alla mancanza di un reale desiderio di comunicare col mondo e di comprenderlo. Molte persone sono soddisfatte di usare l'inglese come un accessorio alla moda. Parole che danno a chi scrive un modo per rendere più interessante ciò che si scrive, per sembrare moderni, senza aggiungere nessun contenuto reale. Spesso utilizzano gairaigo laddove esiste una parola giapponese altrettanto valida. In molti casi, il katakana è usato solo per confondere e offuscare. Siamo sicuri, ad esempio, che il gairaigo non abbia niente a che fare con le difficoltà incontrate dai giapponesi nel parlare inglese? Se non si può dire con certezza che sia un ostacolo, sicuramente non si è rivelato neanche un vantaggio.
L'utilizzo di parole straniere non deve essere considerato a priori un impoverimento del linguaggio se serve a migliorare la comunicazione, arricchendo la possibilità di definire concetti o descrivere avvenimenti con maggior precisione e completezza.
Facciamo in modo che sia veramente così.
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