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Giapponoide

Gli epiteti diffamatori usati nei confronti dei giapponesi sono numerosi. Forse il più noto è "jap", coniato dagli americani durante la guerra del Pacifico (1941-1945) e molto usato nel dopoguerra. Anche "sporco muso giallo" ha avuto una discreta diffusione. Alle donne giapponesi sono stati poi affibbiati vari appellativi dispregiativi, tra cui ricordiamo il famoso "yellow cab" degli anni '80.
Negli ultimi anni, però, il razzismo degli occidentali ha conosciuto un autentico revival e un grande accanimento verso il popolo giapponese. Nell'ultimo periodo non sono mai mancati libri e articoli discriminatori che ravvivassero un linguaggio offensivo contro un popolo che aveva la colpa d'essere semplicemente diverso da noi e non "diverso" (un diverso precostituito secondo i nostri pregiudizi).
Renata Pisu ha dato una mano nell'accrescere il numero degli appellativi dispregiativi nei confronti dei giapponesi con la diffusione di un nuovo vocabolo: giapponoide. I lettori de L'Espresso apprendevano così il nuovo termine:

Questa tendenza giapponese alla tecnologizzazione prima dell'universo mondo e poi anche del sé, suscita in Occidente, reazioni contrastanti: si va dall'ammirazione invidiosa alla condanna derisoria, si imbastiscono discorsi critici su quello che alcuni studiosi, nello stesso Giappone, chiamano il "tecno-orientalismo", nuova disciplina che tende a vedere nel giapponese un Diverso. E per questo si è coniato il termine Giapponoide, ossia il giapponese come robot.
Scrive Alessandro Gomarasca: "Il Giapponoide incarna una lunga tradizione di paura e insieme di fascinazione razzista: una tradizione il cui immaginario si sta ricodificando sull'idea di Altro Automizzato". Prima l'Altro era il Selvaggio, più o meno buono, ora sono questi giapponesi pre-moderni e post-moderni allo stesso tempo, i cui prodotti koden a noi piacciono tanto e li usiamo convinti che non intaccheranno mai il nostro "umanesimo": noi, mai e poi mai ci chiuderemmo per anni e anni nella nostra cameretta. E camminiamo, così sul filo del rasoio. Il tecno-orientalismo apre scenari di mutazioni globali.(1)

Renata Pisu sbaglia nel citare Gomarasca, che parla di "Giappanoide" e non "Giapponoide"(2). Al di là del fatto che non si possono cambiare le citazioni, non c'è motivo per preferire una traduzione all'altra. Renata Pisu voleva essere più fedele all'italiano: giapponese + androide = giapponoide. Ma anche la traduzione di Gomarasca è valida, si tratta di una "traduzione a calco" che mantiene l'assonanza con l'originale japanoid. Comunque, Gomarasca afferma che i giapponesi, con la loro pretesa di essere diversi, si dimostrano razzisti. Niente di nuovo, è il consueto linguaggio apocalittico che rimanda all'idea del pericolo dell'invasione gialla.
Contro queste teorie si è scagliato da tempo il nipponista Cristiano Martorella che, con una serie di articoli e saggi, ha denunciato la totale mancanza di scientificità di molti studi ostili al Giappone.

[...] si tratta di affermazioni basate sul senso comune. Ma condividere una credenza non significa conoscere la verità. Per questo motivo i filosofi amano distinguere doxa (opinione) ed epistéme (scienza). L'aggravante è costituita dallo spaccio illegale di opinioni come verità scientifiche. Purtroppo appare con gravità la mancanza di un adeguato controllo delle istituzioni scientifiche sulle affermazioni di personalità che si presentano come paladini della scienza.(3)

Il razzismo ha sempre tentato di dare un'aura di scientificità ai pregiudizi e soprattutto ha sempre evitato il confronto con le opinioni altrui. Anche in questo caso la formulazione di giapponoide ha il carattere assertivo (privo di verifica e discussione). Perciò Cristiano Martorella accusa gli autori di questi scritti di assoluta mancanza di scientificità.
Ma dove nasce il termine che Renata Pisu sembra spacciare come novità?
Tatsumi Takayuki, professore di Letteratura americana alla Keiou Daigaku e grande esperto di fantascienza, utilizza la parola "Japanoid" per descrivere quel soggetto post-cyberpunk presente nelle opere di William Gibson, Mark Jacobson, Murakami Haruki e Tsukamoto Shin'ya, regista di "Tetsuo". Ma probabilmente è Ueno Toshiya, professore associato alla Chuubu Daigaku, a coniare il termine "Japanoid" dalla contrazione di "Japanese Android". Ueno notava come la band di techno-pop tedesco "Kraftwerk" utilizzò, negli anni '70, movimenti ispirati ai robot nei propri concerti, prendendo a modello gli uomini d'affari giapponesi che venivano in Europa(4). Spesso i giapponesi vengono presi in giro per questi loro "automatismi". Ueno ci ricorda che Freud stabilisce una precisa relazione tra movimenti meccanici e comicità. L'immagine dell'automa viene utilizzata in genere per descrivere le minoranze sfruttate. Secondo David Morley e Kevin Robins "gli stereotipi occidentali vedono il giapponese come un sub-umano, come se non avessero sentimenti, emozioni, umanità(5). Orientalismo e xenofobia vanno a braccetto in quello che Ueno chiama "specchio della presunzione culturale":

Gli stereotipi nascono quando delle opposizioni binarie - cultura e barbarie, moderno e pre-moderno, etc. - vengono proiettate sulle aree geografiche dell'Occidente e del non-Occidente. L'Oriente esiste solo in quanto l'Occidente ha bisogno di esso, perché mette a fuoco cosa è l'Occidente.(6)

Sakai Naoki aggiunge:

L'Oriente non ha niente di comune al suo interno [...] Il principio di identità sta al di fuori di esso [...] l'Oriente è ciò che non fa parte e viene oggettivato dall'Occidente nel suo progresso storico. Da fuori l'Oriente è un ombra dell'Occidente.(7)

Ueno conclude che, se l'Oriente è stato inventato dall'Occidente, allora il tecno-orientalismo frutto dell'avanzato sviluppo tecnologico giapponese è stato inventato dalla stampa capitalista, che proietta il proprio futuro sul Giappone di oggi.
L'Occidente è attratto da questa prospettiva, ma ne è anche geloso fino a sfociare nel pregiudizio. Morley e Slavoj Zizek arrivano a paragonare questo fenomeno all'anti-semitismo.
Con lo sviluppo del capitalismo giapponese, il tecno-orientalismo amplifica questo complesso, trasferendo sul Giappone l'invidia e il disprezzo dell'Occidente verso le altre culture. Il paragonare il giapponese al robot è soltanto uno dei tanti vecchi luoghi comuni che affollano l'immaginario degli occidentali. Secondo Ueno lo stereotipo del "Japanoid", il giapponese del futuro, non esiste propriamente né dentro né fuori dal Giappone. Il tecno-orientalismo è "uno specchio semi-trasparente o a doppio senso":

[...] attraverso questo specchio e il suo apparato culturale, gli occidentali e gli altri fraintendono o non riconoscono una cultura giapponese sempre illusoria mentre allo stesso tempo guardano a se stessi; è anche il meccanismo attraverso cui i giapponesi fraintendono se stessi, usando ciò che hanno compreso gli occidentali come un mezzo per spiegare se stessi. Al contrario dello specchio di Lacan, qui non esiste una soluzione al processo di disconoscimento, attraverso cui possa essere identificato il Giappone "reale".(8)

Gomarasca parla esplicitamente di tecno-orientalismo per due pagine e in questo poco spazio vuole criticare le ricerche di Morley/Robins e Ueno. Ueno, infatti, dice il contrario di Gomarasca, ma quest'ultimo si basa soltanto su un'analisi degli anime, seppur dettagliata. E' vero, le serie animate mostrano in alcuni casi un rapporto contraddittorio con la tecnologia, del tutto simile a quello esperito in Occidente, ma la società giapponese esprime le stesse idee nella vita di tutti i giorni?
Ad esempio, Samuel-Fuyumi Namioka, critico d'arte, afferma:

Oggi gli artisti giapponesi lavorano tutti [...] sul rapporto con la macchina, nei confronti della quale non sentono barriere.(9)

Non siamo così convinti che gli anime, benché in parte significativi rispetto alla società giapponese, possano da soli sostituire una buona ricerca sociologica tra la gente reale. Gli anime sono prodotti da e per gente reale, ma non sono uno specchio perfetto della realtà. Lo stesso vale per manga e altri media.
Se gli anime mettono in luce un rapporto problematico tra la tecnologia e l'uomo, in qualche modo gli autori lo avranno anche percepito, ma non si può sostenere che i giapponesi sono di quell'idea solamente perché gli anime dicono quello.
Gomarasca, inoltre, sembra partire dall'idea che la mancanza di figure cyber positive nell'immaginario giapponese sia un sintomo di tale contraddizione, ma essere contro il cyber non vuol dire essere contro l'uso della tecnologia.
Sarà il caso di guardarsi attorno ancora un po'.

Note

1. Pisu, Renata. Samurai robot, in "L'Espresso", anno XLVIII, n. 29, 18 luglio 2002, p. 116.
2. Si consulti Pisu, Renata. 2001. Alle radici del sole. Sperling & Kupfer, Milano. Il libro contiene, oltre a una quantità notevole di pregiudizi, numerosi errori linguistici che riguardano le parole giapponesi. Renata Pisu è ormai diventata celebre per i suoi errori linguistici spesso esilaranti, come nel caso di moshi moshi, "pronto" al telefono, letto da Pisu come mushi mushi, ossia "insetto insetto". Cfr. Pisu, Renata. L'impero dei gesti, in "D de La Repubblica", n. 267, 11 settembre 2001. L'articolo de "L'Espresso" riporta anche la parola kawaii (carino) scritta erroneamente kawai (p. 114). Per la citazione di Gomarasca, cfr. Gomarasca, Alessandro. 2001. La bambola e il robottone. Einaudi, Torino, p. 262.
3. Martorella, Cristiano. Per una geometria di libertà e allegria, in Pellitteri, Marco. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma, p. 169.
4. Cfr. Ueno, Toshiya. Japanimation and Techno-Orientalism. DocBox n. 9, Yamagata International Documentary Film Festival.
5. Cfr. Morley, David e Robins, Kevin. 1995. "Techno-Orientalism: Japan Panic", in Spaces of Identity: Global Media, Electronic Landscapes and Cultural Boundaries. Routledge, London.
6. Ueno, op. cit.
7. Sakai, Naoki. Modernity and its Critique, in "South Atlantic Quarterly", Summer 1988.
8. Ueno, op. cit.
9. Pistolini, Stefano. Stregati dal pop levante. L'Espresso, 18 ottobre 2001.

Bibliografia

Gomarasca, Alessandro (a cura di). 2001. La bambola e il robottone. Einaudi, Torino.
Iwabuchi, Kouichi. Complicit exoticism: Japan and its other, in "Continuum: The Australian Journal of Media & Culture", vol. 8, n. 2, 1994.
Martorella, Cristiano. Per una geometria di libertà e allegria, in Pellitteri, Marco. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma.
Morley, David e Robins, Kevin. 1995. "Techno-Orientalism: Japan Panic", in Spaces of Identity: Global Media, Electronic Landscapes and Cultural Boundaries. Routledge, London.
Morley, David e Robins, Kevin. 1992. Techno-Orientalism: Futures, Foreigners and Phobias, in "New Formations", n. 16, Spring 1992.
Pistolini, Stefano. Stregati dal pop levante. L'Espresso, 18 ottobre 2001.
Pisu, Renata. Samurai robot, in "L'Espresso", anno XLVIII, n. 29, 18 luglio 2002.
Said, Edward W. 1999. Orientalismo. Feltrinelli, Milano.
Sakai, Naoki. Modernity and its Critique, in "South Atlantic Quarterly", Summer 1988.
Tatsumi, Takayuki. Full Metal Apache: Shinya Tsukamoto's Tetsuo Diptych, or The Impact of American Narratives upon the Japanese Representation of Cyborgian Identity, in "The Japanese Journal of American Studies", n. 7, settembre 1996.
Ueno, Toshiya. Japanimation and Techno-Orientalism: Japan as the Sub-Empire of Signs, in "Documentary Box", n. 9, 31 dicembre 1996.

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