Giardini per coltivare noi stessi
di Massimiliano Crippa
"Il luogo migliore per trovare Dio è in un giardino." (George Bernard Shaw)
2 febbraio 2003. Da tempo, i giardini sono stati associati alla pace, alla tranquillità, alla contemplazione e alla meditazione. Essi riappacificano i sensi e ci permettono di guardare dentro di noi. Ci si rilassa, si perde il senso del tempo, si gode la brezza, ci si immerge in pensieri nostalgici. Se ascoltate umilmente, la natura vi parlerà. In un giardino ci sentiamo più vicini alla natura e, per alcuni momenti preziosi, diventiamo consapevoli dell'esistenza di qualcosa più grande di noi. La mente si allontana, piano piano, dai pensieri e dall'oppressione della vita quotidiana. Dio, per prima cosa, fece un giardino. Il giardino dell'Eden, oltre che l'archetipo del giardino, è il paradiso perfetto. Tema grandioso, quindi, quello dei giardini. L'arte dei giardini ha una lunga storia in Giappone ed è espressione fra le più distinte della cultura di quel paese. Lo scopo del giardino è quello favorire un'esperienza positiva per il visitatore. Non è raro sentir pronunciare dai giapponesi il termine "joushu", per descrivere un paesaggio che evoca emozioni. Per i giapponesi non è solo bello da vedere, ma soprattutto bello da sentire, così come espresso dal concetto di "mono no aware", quella vena di tristezza che si prova quando si entra in contatto e in sintonia con le cose, la natura, il mondo. Il giardino è, quindi, l'archetipo della cultura orientale. Al suo interno, l'isola come terra mitica diventa l'archetipo della natura. Guarda caso, giardino si dice niwa, che significava "recinto sacro", ma anche shima, cioè isola. Il tema della terra mitica sembra essere uno degli universali della cultura umana, insieme alla sua proiezione nello spazio del giardino. Come abbiamo detto, nella nostra cultura viene chiamato paradiso. Nella cultura giapponese esiste una terra della perfetta felicità, chiamata Tokoyo, la quale però sembra aver ceduto il passo a mitologie di importazione. Fra queste ultime le cinque "Isole degli Immortali", dove vivevano i grandi saggi, hanno goduto della diffusione di gran lunga maggiore e più duratura. Gli imperatori cinesi dell'antichità fecero ricorrenti tentativi di approdare a queste isole e le spedizioni di ricerca diventarono una vera e propria mania fino a che uno di questi imperatori decise di ricrearle nell'immenso lago della sua residenza, con la speranza di indurre gli Immortali a trasferirsi nel suo giardino e ad insegnargli il segreto della longevità. E' così che ha origine anche il giardino giapponese, come riproduzione in scala del paesaggio mitico. Uno degli impulsi universali dell'artista è quello di "suggerire sempre di più con sempre di meno" (Moore). Bisogna far decantare la natura, passarla attraverso un processo di distillazione che elimini gli elementi non essenziali fino ad ottenere un estratto. Dalla riduzione esce una realtà non ridotta, bensì liberata, grande come non mai. L'arte ridotta all'essenziale diventa più suggestiva, accenna a delle idee senza realizzarle completamente. Come una breve poesia haiku o un quadro con un panorama che si perde nella nebbia. In questo senso forse il giardino giapponese, in particolare quello di pietra, è il giardino ideale. Itou Teiji lo definisce "l'ideale di un giardino; il modello vivente del giardino perfetto". Nelle fonti confuciane, l'arte è strettamente correlata con il problema della natura umana, che può essere migliorata grazie a un processo di coltivazione di se stessi. Coltura e cultura non sono due cose separate, ma sinonimi. L'arte è il mezzo che permette all'uomo di raffinare la propria interiorità. In poetica della musica, Stravinskij dice che per diventare musica i suoni devono essere scelti e organizzati, così che i richiami degli uccelli non sono ancora musica. Allo stesso modo, un paesaggio naturale non è ancora un giardino e un giardino non è solo un paesaggio naturale. La composizione degli elementi è attentamente studiata e nulla viene lasciato al caso; tuttavia, l'impressione è di assoluta naturalità. Questo perché il giardino è perfettamente inserito nell'aspetto originario dell'ambiente. Mentre in Occidente esiste un complesso di inferiorità e nello stesso tempo di superiorità sulla natura(1), per cui bisogna proteggersi da essa o dominarla, in Oriente sembra che in tempi remoti si fosse trovato quel giusto mezzo, quell'armonia che ha dato vita ai giardini e che è lo scopo della coltivazione di se stessi. I giardini offrono uno spazio dove guarire lo spirito. Natsume Souseki, nella sua opera "Guanciale d'erba", scrive:
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La natura in un attimo coltiva il nostro animo, lo purifica e lo conduce in un limpido mondo poetico.
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A proposito, ma chi li fa questi giardini? Sentirete poco parlare di autori. All'inizio del periodo Heian (794-1185) sono gli aristocratici a ideare giardini. Alla fine del periodo Heian e nel periodo Kamakura (1185-1333), sono gli ishitateso, i monaci delle sette buddhiste esoteriche Tendai e Shingon, ad occuparsene. Nel periodo Muromachi (1333-1568), la tradizione passa ai monaci zen, affiancati però dai kawaramono, dei fuoricasta che svolgevano vari lavori e che, grazie a questa nuova professione, riescono ad elevare il proprio status sociale. Fa poi la sua comparsa una classe di costruttori laici professionisti, i niwashi, che prendono il posto dei monaci. Ma quasi nessuno ha lasciato il suo nome. Concludendo questa introduzione, spero di riuscire a farvi capire alcuni degli elementi della bellezza così come la percepiscono i giapponesi: apprezzamento del tempo, transitorietà, imperfezione, mortalità, semplicità, irregolarità, incompletezza, limitatezza e mistero. Ma prevedendo le critiche dei più attenti, vorrei concludere con il pensiero di Anselmo Grotti, insegnante del Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo che nel novembre 1997 ha partecipato a un viaggio di studio in Giappone.
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La venerazione per la natura, le preghiere nei templi, le offerte e i profumi dell'incenso, i riti legati alle varie età della vita: tutto questo può testimoniare un alto senso del valore dell'esistenza, oppure può divenire un sedativo per sopportare lo stress di una vita votata alla sola efficienza, un modo per abbellire e rendere più sopportabile una quotidianità piatta e banale. Ma questo rischio, ripeto, non è l'alterità: è il rischio che viviamo anche in Occidente. In Italia come in Giappone, il rischio potrebbe essere quello di curare oasi naturali dove riprendere fiato, lasciando non curato il normale ambiente di vita, il tessuto urbano nelle città e la cura del paesaggio nelle campagne.
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Grotti rispetta e ammira la cultura giapponese, ma fa presente il rischio (non il dato di fatto) che questi valori possano essere letti in chiave deformata; rischio presente anche in Occidente, non meno che in Giappone. La virtù, come sempre, sta nel mezzo.
Note
1. La sensibilità verso i giardini come forma spirituale esiste anche in Occidente, in casi molto particolari. Si legga, ad esempio: Richaud, F. 1999. Il signor giardiniere. Ponte alle grazie; Foucault, Michel. 2001. Spazi altri. I luoghi delle eterotopie. Mimesis, Milano.
Bibliografia
Moore, Charles W. 1991. Poetica dei giardini. F. Muzzio, Padova.
Watanabe, Hiroshi. Il giardino giapponese, in "Quaderni asiatici", anno IV, n. 10-11-12, 1987.
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