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Il giardino come metafora culturale
di Massimiliano Crippa

14 aprile 2003. Martin Gannon insegna Management all'Università del Maryland ed è autore di parecchi saggi sul comportamento. Egli si sforza di trovare, per ognuna delle diciassette culture sotto analisi, una caratteristica che funga da metafora, da chiave di lettura per comprendere persone a volte molto distanti da noi, per comportamento, storia, convenzioni sociali.
Lo studio si basa sul cross-cultural management, materia a cavallo tra antropologia culturale e management. Ma il libro non è rivolto solo ai manager, ma anche all'uomo comune che vuole saperne di più o, perché no, al turista che visiterà quei paesi.
Giudicando dal capitolo dedicato all'Italia, viene da pensare che non tutte le descrizioni e conclusioni contenute nel libro siano veritiere o attuali, ma bisogna apprezzare lo sforzo e l'originalità dell'approccio. Il capitolo dedicato al Giappone sembra più equilibrato.
Secondo l'autore, molti giapponesi pensano senza indugi al giardino di paesaggi, o giardino d'acqua, come alla metafora perfetta per la comprensione della cultura giapponese:

Al pari dell'acqua che scorre nel giardino, la società giapponese è fluida e in continua evoluzione senza per questo perdere il proprio carattere essenziale. Ogni singola goccia ha poca forza, ma unita a molte altre ha abbastanza forza da poter formare una cascata [...] il suono dell'acqua che scorre gentilmente in quest'angolo di bellezza ricreata evoca una sensazione di armonia, di comunione con la natura e forse anche di eternità.

Sicuramente la società giapponese è stata influenzata dalla conformazione geografica del paese:

Non vi è punto del Giappone che disti dal mare più di un centinaio di chilometri e le montagne, che coprono l'80 per cento del paese, si possono vedere da qualsiasi posizione anche minimamente favorevole. Il clima temperato e le piogge abbondanti contribuiscono a dare della natura un'immagine di amichevole benedizione, di fonte di crescita e di fertilità.

Sorvolando sui momenti in cui la natura si è mostrata tutt'altro che benevola verso i giapponesi (terremoti, tifoni, maremoti), l'autore cerca di dimostrare come ogni momento della storia del Giappone mostri fondamentalmente una continua ricerca dell'armonia (wa) che, all'interno del giardino, si esplica come ricerca di "relazioni armoniche tra gli elementi". Armonia che non significa immobilismo:

Al pari dell'acqua del giardino, il Giappone è raramente immobile. E' una società complessa e dinamica, che da oltre un secolo ha subito enormi cambiamenti, diventando, da stato feudale quale era, una moderna nazione industriale [...].

I giapponesi sono un popolo di agricoltori più o meno dall'anno 1000 a.C., quando importarono dalla Cina la tecnica della coltivazione del riso. La coltura del riso, per essere portata a termine con successo, richiede una perfetta suddivisione e coordinazione dei compiti tra molte persone. Dovendo lavorare in gruppo, non ci si poteva permettere il minimo screzio se non si voleva ipotecare la sopravvivenza stessa del villaggio. L'armonia era quindi un vantaggio per tutti, ma anche un faticoso processo di accordamento.
Nel VII secolo d.C. la prima costituzione del paese, scritta dal principe Shotoku, esprimeva già l'importanza preponderante dell'armonia, tanto che concetti fondamentali ai nostri occhi occidentali come la libertà e il perseguimento della felicità individuale vengono messi in secondo piano ancora oggi. Nei secoli successivi un'espressione di questa ricerca di armonia sarà il salvare la faccia:

[...] processo che comporta una serie di regole non scritte in base alle quali gli individui all'interno della società cooperano per evitare di danneggiare ingiustamente il prestigio dell'altro e il rispetto di sé. Ancora oggi i giapponesi tendono a scusarsi prima di fare un commento critico al progetto di un'altra persona, in modo che nessuna delle due parti perda la faccia [...].

Molto spesso si dice che per uno straniero è quasi impossibile venire pienamente accettato all'interno della società giapponese. Questo perché l'armonia di rapporti esistente tra i giapponesi è stata costruita nel corso di molti anni, mentre lo straniero viene visto di solito come un sasso che, lanciato in uno stagno, presto scompare dalla vista. Secondo l'autore, l'attenzione e la sollecitudine dimostrate dai giapponesi verso i visitatori stranieri non vanno scambiati per vera amicizia e accettazione. Con questo discorso viene introdotto il concetto di shikata, necessario al mantenimento del wa.
I giapponesi hanno sviluppato così il concetto di "shikata" o "kata", cioè il giusto modo di fare una cosa, che comporta una particolare attenzione alla forma e all'ordine delle fasi che compongono un processo. Ci sono kata per molte cose, non importa quanto semplici e banali possano sembrare:

Per i giapponesi il processo o la forma necessari alla realizzazione sono importanti tanto quanto la realizzazione medesima. [...] essi tendono a credere che fare qualcosa nel modo giusto porterà alla fine a farla nel modo migliore.

La società giapponese è estremamente gerarchica e orientata al gruppo. Agli individui è richiesto autocontrollo e sacrificio di sé. Attraverso la disciplina, una persona raggiunge la padronanza di sé, educa il proprio spirito. Ciò non vale solo per le arti marziali, la composizione floreale o la cerimonia del tè. Qualsiasi azione fisica, pratica, viene considerata un mezzo per ottenere un fine spirituale: il raggiungimento dell'equilibrio interiore e dell'armonia.
Il buddhismo zen aiuta a liberarsi dal proprio io egoistico, fino a percepire l'unicità dell'universo. Il giardino ne è un ottimo esempio:

[...] nel giardino giapponese si può percepire l'integrità della natura al di là delle sue componenti individuali. Al tempo stesso ogni singola parte del giardino può catturare a suo modo l'essenza della natura. Il giardino ritrae un mondo liberato, che è stato ridotto nelle sue dimensioni fisiche e ampliato nelle sue dimensioni spirituali al fine di dare un'idea delle dimensioni e della grandezza della natura. I giapponesi che riconoscono di essere parte della natura e di essere, di conseguenza, mortali riescono, lasciandolo fluire, a fermare il tempo. Allo stesso modo, anche se le stagioni possono cambiare l'aspetto del giardino, le pietre, gli alberi e l'acqua che vi si trovano rimangono esposti alla vista e uguali a se stessi.

L'armonia del gruppo, l'unione delle energie individuali, è rappresentata perfettamente dalla cascata, che altro non è se non l'unione di molte gocce d'acqua. Così come la goccia d'acqua, anche l'individuo ha senso solo nel momento in cui rappresenta il gruppo. Se i singoli individui sono in disaccordo, l'interesse generale del gruppo deve prevalere sulle loro esigenze. La comprensione degli altri è una qualità molto apprezzata. L'armonia è ciò verso cui tendono i giapponesi e il conflitto viene, non appena possibile, evitato.
Come l'acqua che scorre nel giardino, i giapponesi preferiscono seguire la corrente. In genere, i giapponesi non formulano principi universali per giudicare la realtà: ogni situazione concreta deve essere analizzata singolarmente e la decisione finale dipende anche dai rapporti umani che intercorrono tra le parti. Ciò li fa sembrare, ai nostri occhi, privi di morale e ipocriti o, all'opposto, rigidi e senza umanità.
Secondo Ellen Frost (1987), i giapponesi cercano di spiegare questa differenza definendosi "umidi", mentre gli occodentali saranno ovviamente "secchi":

Con il termine secchi essi intendono dire che gli occidentali danno più importanza ai principi astratti, alla logica e alla razionalità che ai sentimenti umani. Di loro si dice che considerano i rapporti, matrimonio incluso, dei contratti formali, che quando non soddisfano più le esigenze dell'individuo possono essere annullati. L'idea che gli occidentali hanno della moralità è generalizzata e assoluta e tiene poco conto del contesto umano contingente. Gli umidi giapponesi, invece, sembrano dare grande importanza alla realtà emozionale delle singole situazioni. Evitano i concetti assoluti, fanno affidamento sulla propria capacità di cogliere le sfumature e sulle proprie intuizioni e considerano la sensibilità un elemento altrettanto importante. Si accorgono dei più piccoli segni di insofferenza e di disapprovazione e ne sono profondamente colpiti. Possono nutrire sentimenti di lealtà per anni, magari anche per tutta la vita e hanno, per tale motivo, la fama di essere più affidabili degli occidentali." (p. 85)

Questo atteggiamento relativista viene attribuito al pensiero autoctono basato sull'identificazione con la natura e anche al pensiero cinese, dove l'opposizione tra bene e male è assente, a favore dei principi complementari dello yin e dello yang (in Giappone verranno chiamati onyodou, "la via dello yin e yang"). I giapponesi credono in un ordine naturale della società, ordine che tentano di riprodurre nel giardino.
In Giappone, però, l'apparenza è spesso ingannevole, così come l'acqua del lago al centro del giardino sembra immobile, ma sappiamo bene che un meccanismo la rimette in circolo costantemente.
Al pari del lago il giapponese appare, dall'esterno, estremamente armonioso, ma questo non deve farci dimenticare la strisciante competitività che pervade la società.
Secondo l'autore, la cosa migliore che i giapponesi possono offrire al mondo è il proprio senso estetico, basato come immaginabile sulla naturale interazione tra esseri umani e ambiente. La religione indigena, lo shintoismo, è di tipo animista e l'elemento naturale ha quindi in essa un gran peso. Lo stesso nome per indicare un dio letteralmente significa "cima della montagna". Joseph Campbel (1962) si sofferma sulla presenza della natura durante un rito shintoista:

I pini, le roccie, le foreste, le montagne, l'aria e il mare del Giappone si risvegliano e [...] lasciano uscire gli spiriti che li animano. Possiamo udirli e sentirli tutt'intorno. E quando i danzatori se ne sono andati e la musica è cessata il rito è finito. Ci giriamo e guardiamo ancora una volta le rocce, i pini, l'aria, il mare ed essi sono di nuovo in silenzio. Solo che adesso sono abitati e noi siamo diversamente consapevoli della meraviglia dell'universo." (p. 475)

L'importanza della natura si rivela anche nella pittura paesaggistica "sansuiga", di origine cinese; nella poesia waka e haiku, nelle formule di introduzione epistolare, che i giapponesi sono soliti dedicare alle stagioni; nella lingua giapponese, che ha persino una parola per indicare il suono dei fiori di ciliegio che cadono.
Il giardino giapponese tenta di rappresentare la realtà della natura così com'è, di mostrarne l'essenza, senza manipolarla, come avviene in genere nel giardino occidentale. Chi progetta il giardino non vuole creare o idealizzare la bellezza, ma "darle la possibilità di esprimersi nella forma più semplice e più pregnante".
Anche l'effetto del tempo ha un'importanza maggiore che in Occidente: il giardino deve riuscire a dare il massimo in ogni stagione, nel rispetto della naturale transitorietà delle cose come espressa dai concetti di mujo (mutabilità) e sisei ruten (ciclica evoluzione dell'universo). Non si può impedire alle foglie di cadere e ai fiori di appassire, ma anche un ramo spoglio può comunicare più di quello che ha.
Un altro modo di accettare la natura è riconoscere l'unicità di ogni sua manifestazione, come esemplificato dall'affermazione "non esistono due alberi uguali". E' inutile perdere tempo a cercare, ad esempio, la roccia perfetta, perché una tale roccia non esiste in un mondo caratterizzato dall'unicità; è meglio cercare quella che meglio esprima la propria individualità e che sia più adatta alla situazione che vogliamo ricreare. Quando si crede che gli elementi della natura siano unici e imperfetti, l'unico ordine perfetto è quello naturale, cioè imperfetto; ogni armonia diversa da quella che si rivela naturalmente è da considerarsi innaturale.
L'universo è perfetto in ogni sua espressione, anche la più imperfetta. Ogni parte del tutto ha lo stesso diritto di rappresentarne l'essenza:

Il giardino ritrae un mondo liberato che è stato ridotto nelle sue dimensioni fisiche e ampliato nelle sue dimensioni spirituali per dare un'idea delle dimensioni e della grandezza della natura. I giapponesi, che riconoscono di essere parte della natura e di essere quindi mortali, riescono fondamentalmente ad arrestare il tempo lasciandolo fluire. Allo stesso modo, nonostante le stagioni possano cambiare l'aspetto del giardino, le pietre, gli alberi e l'acqua rimangono esposti alla vista e uguali a se stessi.

Il buddhismo zen ha dato origine ai principi di wabi e sabi, che stanno alla base dell'esperienze estetica giapponese:

Wabi è la sensazione estetica della scoperta della ricchezza e della serenità nella semplicità; è un apprezzamento emozionale dell'essenza delle cose, inclusa la qualità effimera della vita. Sabi rivela quella sensazione di quieta maestosità che si prova in solitudine e la bellezza che deriva dal naturale invecchiamento delle cose. Per i giapponesi ciò che è vecchio va rispettato, anche nelle sue imperfezioni.

Altri due concetti fondamentali sono shibui e mono no aware:

Shibui indica quella qualità della bellezza che ha sull'osservatore un effetto calmante; l'oggetto, naturale o prodotto da mani umane, rivela la sua essenza nella perfezione della forma, nella naturalezza, nella semplicità e nei toni sottomessi. Mono no aware si riferisce alla fusione della propria identità con quella di un oggetto o di uno stato d'animo, soprattutto con quello stato d'animo pervaso del riconoscimento della transitorietà delle cose.

Gli strumenti che i giapponesi sembrano avere per esprimere la sensibilità nei confronti delle cose sembra unica al mondo. E quale luogo potrebbe far assaporare meglio queste sensazioni se non un giardino giapponese?

Il giardino costituisce un luogo di evasione dalla società a livello fisico e spirituale [...]. Questo rifugio assume solitamente la forma di una sorta di identificazione con la natura [...].

Un famoso proverbio afferma che "colui che sa non parla, colui che parla non sa". Gli occidentali devono ancora imparare a rispettare i silenzi durante le conversazioni, perché "è durante questi intervalli di silenzio che ha luogo la vera conversazione e si possono percepire i pensieri e i sentimenti degli altri". Anche il silenzio è espresso perfettamente dal giardino:

A eccezione del suono dell'acqua che scorre, tutto tace nel giardino giapponese.

La metafora del giardino sembra mostrare un Giappone molto lontano da noi, ma proprio per questo molto affascinante.

Bibliografia

Gannon, Martin J. 1997. Global-Mente. Metafore culturali per capire 17 Paesi. Baldini & Castoldi.
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