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Impronte di inciviltà?
di Massimiliano Crippa
21 settembre 2002. Il governo italiano approva una legge che obbliga tutti i cittadini extracomunitari residenti nel nostro paese a depositate, entro un anno, le proprie impronte digitali. Watanabe Takeo, cittadino giapponese residente in Italia, definisce "pratica xenofoba" il depositare le impronte digitali, "come un qualsiasi criminale"(1). Scrive a Il Manifesto per protestare e il quotidiano raccoglie e amplifica il suo appello. Pio d'Emilia definisce la pratica delle impronte "assurda, degradante, discriminatoria ed incostituzionale"(2). Se è vero che si tratta di "una pratica che discrimina tra cittadini e stranieri, e dunque in aperto contrasto con la Convenzione dei Diritti dell'Uomo del 1979, ratificata dall'Italia"(3), il vero problema non è tanto il chiedere le impronte quanto il non chiederle a tutti, italiani compresi. In fondo, tutti gli italiani che sono stati sottoposti alla visita di leva hanno già dovuto fornire le proprie impronte. D'altronde, estendere la richiesta a tutti gli italiani, per Ida Dominijanni "non fa che legittimare una pratica da stato di polizia che [...] sarebbe per tutti lesiva di diritti fondamentali"(4). Il Giappone ha abolito questa pratica il primo aprile del 2000. Era entrata in vigore nel 1952 con il Gaijin Toroku Hou. Nel 1985, Pio d'Emilia fu il primo cittadino straniero a vincere la battaglia legale per vedere riconosciuto il proprio diritto a non fornire le impronte. In Giappone tutti gli stranieri devono portare con sé l'Alien Registration Card, una tessera con foto, e per lasciare il paese (e poter tornare) è necessario un permesso di rientro. Su di esso, oltre al numero di tessera e passaporto, bisogna dire quando/per dove/perché si parte e quando/da dove/perché si rientra. Gli stessi giapponesi, fino al 2001, riempivano un modulo di questo tipo. Il rilevamento delle impronte digitali in Giappone ha sempre causato le proteste dei residenti stranieri, soprattutto degli americani. Come mai? Esiste forse uno standard globale in questo campo, che possa portare a dire che il sistema giapponese è "deviante"? Se, come spesso accade, si guarda prima di tutto a cosa succede negli Stati Uniti, allora il discorso assume toni comici. Negli Stati Uniti, oltre alle impronte di tutte le dita e alla foto di profilo, per avere la Green Card si viene sottoposti ad una visita medica rigorosissima, completa di analisi ematiche e varie esplorazioni corporali. Ma anche gli americani stessi conoscono questa pratica. Per ottenere la patente (anche se solo dall'ottobre 2000), il passaporto, una licenza, il famigerato numero a 9 cifre (Social Security Number), un'arma e molti impieghi governativi è richiesta l'impronta. Ora, per la paura del bioterrorismo, tutti coloro che lavorano nel campo della microbiologia dovranno portare sempre con sé, appesa al collo, una tessera con la proprio foto e i propri dati. La stampa italiana definisce gli Stati Uniti un paese razzista? Non mi pare. Alcuni detrattori affermano, però, che in Giappone le impronte sono una forma di discriminazione, mentre negli Stati Uniti sono una misura di sicurezza. Per quale motivo? D'altronde, il governo americano non ha mai protestato per il trattamento dei propri cittadini in Giappone. Forse molti di coloro che protestano non sanno che il governo americano prende le impronte digitali agli stranieri. Credo che gli americani, in questo caso, non abbiano nessun diritto di protestare. Fu J. Edgar Hoover ad affermare che le impronte digitali avrebbero permesso una identificazione veloce e infallibile di tutte le vittime di incidenti e crimini, dei minori fuggiti di casa, delle persone che soffrono di amnesia, etc. E negli altri paesi? In Corea del Sud, all'età di 17 anni, tutti i cittadini vengono forniti di una carta che contiene un numero di identificazione, una fotografia e l'impronta del pollice (durante il processo vengono prese comunque le impronte di tutte le dita). Senza questa carta, non si possono ottenere i servizi erogati dagli enti pubblici o, ad esempio, il passaporto. Ultimamente, il numero dei coreani che si oppongono a tale sistema è in aumento. Un sistema simile è in vigore a Taiwan. Per quanto riguarda l'Europa, il Portogallo è l'unico a prevedere impronte obbligatorie per tutti sulla carta d'identità (obbligatoria). In Francia e in Spagna l'impronta è stata eliminata (carta d'identità non obbligatoria). In Grecia, dove la si voleva introdurre, è stata bocciata. In Belgio (carta d'identità obbligatoria) sono richieste, di tutte e dieci le dita, per gli extracomunitari. In Gran Bretagna è stata proposta l'introduzione di una carta d'identità con impronta come misura anti-terrorismo, ma non è ancora stata approvata. Anche in Germania, un pacchetto che inasprisce il controllo sui soli starnieri è stato da poco presentato. Qualcuno si è mai lamentato di queste prassi? Non mi pare. Mi sembra azzardato il confronto fatto da qualcuno con la stella di David che i nazisti mettevano sulle porte delle case e sugli abiti degli ebrei. Come dice Beppe Severgnini, rispondendo sul Corriere ad una lettera allarmata di una extracomunitaria, "il mondo di oggi è un posto complicato dove - ormai è evidente - occorre trovare un compromesso tra sicurezza e libertà. Qualche concessione bisogna farla: negarlo è un'ipocrisia, o un'illusione da anime semplici (la sinistra ne è piena)"(5). Secondo Cristiano Martorella, il pericolo non è una società forte di orwelliana memoria, che impone il proprio controllo su tutto e tutti, ma bensì un sistema sociale debole che, essendo incapace di gestire le relazioni con i propri cittadini, si affida alla tecnologia sperando in qualche miracolo:
Serve più intelligenza umana e meno intelligenza artificiale. E' preoccupante che si accumulino informazioni e che non vengano usate. Questo è un modo per ingannare la mente umana, che crede di avere il controllo su qualcosa che invece non controlla affatto. Abbiamo milioni di telecamere che ci spiano, ma nessun occhio dietro gli schermi. Umberto Eco, nel suo "Come si fa una tesi di laurea", ricorda il pericolo della fotocopia selvaggia: gli studenti hanno l'abitudine di fotocopiare i libri e non leggere le fotocopie, perché il possesso materiale della fotocopia gli fa credere di possederne anche la conoscenza. Questo fenomeno accade anche ai livelli più alti della nostra società dell'informazione. Il pericolo è che l'accumulazione di informazioni, comprese le impronte digitali, faccia abbassare l'attenzione nei confronti dei problemi reali. Il controllo non sta affatto aumentando, ma al contrario sta diminuendo.
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Secondo alcune fonti, il 30% delle informazioni archiviate dalle amministrazioni dello stato americano sarebbero sbagliate. Un dato che sembra confermare questo pensiero. Le impronte digitali non trasformano una democrazia in uno stato totalitario(6). Tanto meno uno stato dalla burocrazia traballante. Se vogliamo prendercela con l'Italia, facciamolo per altri motivi. In Inghilterra, ad esempio, il cittadino non è tenuto a dimostrare la propria identità. Il pubblico ufficiale si fida della parola di chi non ha un documento in tasca che la comprovi. Ovviamente, chi dichiara il falso finisce poi nei guai. La regola vale anche per chi sia colto alla guida di un'auto senza patente e dichiari di averla dimenticata a casa. Questo è un piccolo, ma significativo carattere distintivo di uno stato liberale, dove lo stato è al servizio del cittadino (non per niente, il burocrate è detto civil servant). In Italia, se un cittadino è fermato da un pubblico ufficiale e non può esibire un documento che ne comprovi l'identità rischia grosso. Se, poi, è pescato a guidare avendo dimenticato la patente a casa, il rischio diventa ancora maggiore. Questo è un piccolo, ma significativo carattere distintivo di uno stato inquisitore, dove il cittadino è al servizio dello stato.
Il parere dei lettori
Quando sono venuto in Giappone, nel novembre del 1998, ho subito dovuto fare i documenti per restare e all'ufficio comunale della mia prefettura mi hanno chiesto le impronte digitali. La spiegazione che mi è stata data era che i giapponesi non firmano quasi mai a penna (solo sulle ricevute della carta di credito). Viene usato un timbro che si chiama "inkan" e che contiene una rappresentazione dei kanji di nome e cognome. Questo timbro praticamente li accompagna per tutta la vita. Io non l'avevo. Al comune, per non farmi perdere tempo, mi consigliarono di apporre la mia impronta su un documento che era poi, in pratica, la carta di identità rilasciata dal ministero degli Esteri. I giapponesi non hanno la carta d'identità(7) e come documento di riconoscimento usano la patente, se posseduta, oppure una foto autenticata appunto dall'inkan. Aggiungo che i funzionari mi chesero anche scusa, ma io dopo cinque minuti avevo il mio documento che mi serviva per ottenere in tempi brevi (cinque giorni) il visto di soggiorno, quindi non vedo di che scusarsi. (Lucio Pazzanese)
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Note
1. Redazione. Un appello alla Nazionale del Trap. Il Manifesto, 8 giugno 2002.
2. D'Emilia, Pio. Un bel calcio alle impronte digitali. Il Manifesto, 8 giugno 2002.
3. Ibidem.
4. Dominijanni, Ida. L'impronta non è garantita. Il Manifesto, 5 giugno 2002.
5. Severgnini, Beppe. Le preoccupazioni di un'extracomunitaria in regola. Corriere della Sera, 5 giugno 2002.
6. Leggete anche il parere di Zygmunt Bauman nel nostro articolo "Juki Net".
7. Una carta d'identità non obbligatoria verrà introdotta nell'agosto del 2003. Dovrebbe essere di tipo elettronico e contenere, oltre ai dati essenziali per l'identificazione, anche molti altri dati che permettano di utilizzarla per qualsiasi richiesta da fare alla Pubblica Amministrazione.
Bibliografia
Brasor, Philip. We are more than just numbers, aren't we? The Japan Times, 11 agosto 2002.
D'Emilia, Pio. Un bel calcio alle impronte digitali. Il Manifesto, 8 giugno 2002.
Dominijanni, Ida. L'impronta non è garantita. Il Manifesto, 5 giugno 2002.
Redazione. Un appello alla Nazionale del Trap. Il Manifesto, 8 giugno 2002.
Severgnini, Beppe. Le preoccupazioni di un'extracomunitaria in regola. Corriere della Sera, 5 giugno 2002.
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