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Sulla via del bonsai
Ad alcuni i sogni piace guardarli, coccolarli, ma senza avere la voglia di realizzarli. Per altri, tanto varrebbe non averli se devono fare questa fine. Se ti viene un'idea, devi mettercela tutta per realizzarla. Per i giapponesi, l'impegno è tutto. Così ha fatto Marco Invernizzi. E ovviamente ha realizzato il suo sogno: è diventato il primo discepolo straniero del grande maestro di bonsai Kimura Masahiko. Marco Invernizzi è nato a Milano nel 1975, dove ha vissuto e studiato fino all'età di 21 anni. La sua formazione è stata di indirizzo prettamente artistico, all'Istituto d'Arte prima e all'Accademia di Comunicazione poi, dove si è laureato in Graphic Design nel 1997. Incomincia l'attività bonsaistica nel 1992, seguendo per 5 anni la scuola dello Studio Botanico. Nel 1995 è stato il rappresentante dell'Associazione Italiana Bonsai (AIB) al concorso Nuovo Talento Europero di Montecarlo. Dal 1997 al 2001 ha vissuto in Giappone, studiando e lavorando con il Maestro Kimura Masahiko nel suo giardino ad Omiya, vicino Tokyo. Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati sulle migliori riviste del settore e altri hanno ottenuto il massimo riconoscimento UBI. Un suo abete ha vinto il più prestigioso premio europeo. E' responsabile di numerose collezioni di bonsai come quella del Nippon Bonsai di Carate Brianza (MI), Centro Bonsai Piccin di Milano e John Hanby Bonsai School in Gran Bretagna. Il Bonsai che non c'è è il nome sotto il quale si raccolgono tutte le sue iniziative legate al mondo del bonsai, non soltanto con il lavoro diretto sulle piante, ma con le 15 riviste sparse per il mondo e con le quali collabora regolarmente. Ad una delle sue ultime mostre qui a Milano, campeggiava all'ingresso un grande poster del film Karate Kid III. Sembrerà impossibile, ma il bonsai Marco l'ha scoperto in televisione, proprio con quel film dove il Maestro Mihagi spiegava il significato della vita attraverso la bellezza di un bonsai. Da allora egli capì che non potevo fare a meno del bonsai, che sarebbe stata la sua forma di espressione personale. Incominciata come hobby, l'arte del bonsai è ora tutta la sua vita. Grazie ad essa, viaggia spesso per il mondo, tenendo stage in Europa, Stati Uniti e altri continenti. Grazie ad essa, ha conosciuto molti amici. Ma cosa caratterizza il bonsai come forma d'arte secondo Marco? La risposta è semplice: è un'arte a quattro dimensioni. Alle tre dimensioni spaziali, unisce la dimensione del tempo. Gli alberi sono vivi e ad ogni stagione c'è qualcosa che cambia in loro. Il bonsai è un arte in cui non si può mai mettere la parola fine: le piante crescono, cambiano e l'artista cambia con loro. Un albero non parla, ma se lo si sa capire ti può dire tante cose sulla natura e sugli uomini. Un bonsai ha bisogno di attenzioni, magari piccole, ma continue; in un certo senso, è come uno specchio dell'anima. Se l'artista è in armonia con se stesso, dedicherà alla pianta il giusto tempo e questa crescerà rigogliosa, donando altra felicità. Se invece si è turbati e non si ha tempo per lei, la pianta ne soffrirà, come fosse una persona. Marco ci ricorda come spesso la gente comune consideri poco naturale un albero così piccolo e magari dalla forma strana, mentre il bonsai è soltanto un altro modo per esplorare la natura. L'ispirazione che porta a creare tali opere d'arte viene sempre dal mondo che ci circonda. Chi ha viaggiato molto, come lui, sa che certi alberi crescono in condizioni ambientali veramente estreme. E la rarità di queste piante le rende ancora più affascinanti. La natura ha molte forme e talmente tanto da donare che, di fronte ad un bonsai, siamo noi a doverci sentire piccoli. Il bonsai, per Marco, è anche un modo per rendere un po' meno grigia la vita di coloro che vivono in città. Certo un bonsai ti cambia radicalmente richiede molta disciplina, in ogni momento della giornata. Secondo un grande maestro, i bonsai si fanno con la testa, il cuore e le mani. I bonsai, per Invernizzi, sono il ponte che collega il passato, fatto di ricordi che diventano ispirazione; il presente, fatto di lavoro che diventa vita; il futuro, fatto di obiettivi da realizzare. Ma per affrontare un'avventura del genere serve un maestro. Marco il Maestro Kimura lo chiamava Oyakata, che vuol dire più o meno "colui che ti porta sulle spalle". Il rapporto con il proprio Oyakata è un legame eterno. Il discepolo si affida completamente, anima e corpo, al suo maestro che, a sua volta, si affida ai suoi discepoli perché portino avanti la sua scuola. Oyakata usa la disciplina per educare il discepolo a diventare, prima di tutto, un uomo e poi un artista. E' un fardello pesante, una responsabilità che ora sente anche lui quando cerca di trasmettere quanto appreso ai suoi studenti. Forse loro non sentono proprio quello che ha provato lui, anche perché non hanno certo di fronte un insegnante severo come Kimura, ma Marco crede che abbiano capito di essere entrati a far parte di una grande scuola. Anche se alla fine il viaggio di Marco è terminato per le incompatibilità tra lui e il suo Oyakata, egli lo porta sempre nel cuore. Qualsiasi cosa faccia, che prepari una pianta o che scriva un articolo, egli sente sempre le parole del maestro ronzargli in testa, fino a che si sente sicuro di aver scelto la cosa giusta. Il bonsai è un'arte ricca di problemi, perché si lavora con un materiale vivo, ma le difficoltà sono ripagate appunto dalla magia della vita. I bonsai non si possono dimenticare per giorni o settimane, vanno seguiti costantemente, e questo ci educa a prenderci delle responsabilità verso un essere che non parla, ma che ci può dire molte cose, se sappiamo ascoltarlo. Il problema maggiore, però, è nella testa della gente, che crede di aver portato a casa un nuovo soprammobile. L'immagine del bonsai in Italia non gode di buona salute. E' stata rovinata dalla scarsa informazione. Marco ci fa un esempio illuminante.
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Negli anni scorsi, alcune vendite di beneficenza per raccogliere fondi a favore della lotta contro l'AIDS, hanno messo nelle mani di milioni di italiani inesperti delle delicate piante bonsai spesso già morenti, firmando la loro definitiva condanna a morte. I proprietari, oltre a disperarsi, hanno cominciato a credere che il bonsai sia una bufala o qualcosa di troppo difficile per loro. Credete che ne compreranno mai più? Credete che si iscriveranno a qualche corso o si interesseranno all'approfondimento della cultura bonsai?
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Ma con tutti questi anni di esperienza nel mondo del bonsai sulle spalle, quanto è ancora passione e quanto semplice lavoro?
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Gli artisti, dalla notte dei tempi, sono conosciuti come poeti squattrinati che respirano per la loro arte, dimenticando anche i bisogni più semplici per riuscire ad esprimere se stessi. Essere un creatore di bonsai è esattamente quello per me. La mia arte è la mia vita. Dai fatti della vita normale traggo ispirazione, che converto poi in energia espressiva da usare con le mie piante. Tutto questo mi fa profondamente felice e mi fa sentire vivo. Ogni sacrificio fatto per questa mia felicità è ben accetto. Inoltre è fantastico quando, insegnando bonsai ai miei allievi, li faccio felici così che anch'essi possano trovare se stessi nei bonsai.
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E' appena uscito il tuo primo libro, "Mollo tutto e... Vado in Giappone sulla via del bonsai" (Mursia, 2003). Perché un libro?
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Volevo condividere la mia esperienza di vita in Giappone con più persone possibili, anche al di fuori dell'ambiente bonsaistico. Per questo il libro è equamente diviso tra storie sul bonsai e storie di vita quotidiana. Se venderà, otterrò questo risultato, ma sarei ancora più felice se anche uno solo dei miei lettori si convincesse a realizzare finalmente il suo sogno. E' un libro divertente, che si legge tutto d'un fiato, così come io ho visto passare quegli anni, cercando ogni modo per sopravvivere in quel mondo difficile. Ci sono, infatti, anche riflessioni molto serie sui problemi che affliggono il Giappone.
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Infatti l'episodio che più ci ha colpito è il tuo incontro con una coppia di barboni. Ne riporto un brano.
I signori Yamaguchi erano dei barboni della stazione di Omiya. Come molte grosse stazione del mondo, anche nel perfetto Giappone ci sono dei barboni, soltanto che nel paese del sol levante non sono tanti, sono un esercito. Si radunano nella maggior parte nelle grosse stazioni di Tokyo periferia, e a Tokyo città hanno trasformato alcune aree dei parchi più importanti in veri e propri campeggi. I barboni ci sono in tutto il mondo, ma visto il numero, in Giappone sembra che sia estremamente facile diventarlo. Basta trovarsi senza lavoro dopo i 40-50 anni, magari con qualche problema a casa e per non affrontare il disonore della sconfitta sul lavoro come nella vita molti uomini decidono liberamente di tagliarsi fuori dal loro mondo e di vivere di stenti nei pressi delle stazioni o nei parchi. La dimostrazione che questi barboni non lo sono sempre stati è che nella loro miseria si ricostruiscono delle vere e proprie case, a volte nei parchi si vedono strutture fatte con tanti materiali di recupero, che dovrebbero essere oggetto di studio per le trovate ingegneristiche con le quali sono state costruite. Non soltanto sembrano solide, ma vengono a volte decorate con poster, recinti in legno o altro, in modo da far sembrare più accogliente una sistemazione così umile. Spesso li si vede impegnati in lavori di manutenzione della loro casa, o magari immersi in letture di vario genere. Essere in grado di leggere un libro in Giappone vuol dire aver studiato, e non poco. Nel parco di Harajuku, proprio di fronte al tempio di Meiji-Jingu, in un boschetto un po' nascosto, è sorto un piccolo villaggio di casette abusive. Una domenica che ci passavo di fronte con amici ho sentito un concerto jazz, buon jazz per quanto ne possa capire io, provenire da quel boschetto. Ci avvicinammo e scoprimmo che ogni componente della "Homeless Band" era chiuso nella sua tenda e da dentro suonava senza vedere gli altri. Restammo lì a goderci il concerto fin a quando il trombettista che suonava vicino a noi, non si accorse della nostra presenza e fece cenno agli altri di smettere. In Giappone mi è difficile credere che a qualcuno importi qualcosa di tutta questa gente. Al contrario di quelli nostrani i barboni del Sol levante si fanno i fattacci loro, non rubano e nemmeno chiedono la carità, forse per loro sarebbe troppo umiliante. Però sono un grosso problema e per i giapponesi sembra che siano trasparenti [...]. Anche se si volesse aiutarli veramente, una faccia da gaijin come la mia non era sicuramente un buon punto di partenza per la naturale diffidenza riservata agli stranieri. [...] Dopo averli seguiti una mattina e aver scoperto che alloggiavano in un monolocale di cartone situato nel sottoscala della stazione, provai con ripetuti tentativi di avvicinarli, lasciai loro anche delle polpette di riso e una volta del sushi, ma il giorno dopo trovavo i miei regali esattamente lì dove li avevo posati. Lasciare dei soldi non sarebbe servito a molto, visto che per vergogna o quant'altro non sarebbero mai andati in nessun negozio a usarli. Venni a conoscenza del loro nome un giorno in cui vedevo che parlavano con un uomo sui 40 anni: dai loro discorsi doveva essere il figlio o un parente. Quest'uomo, che aveva portato un sacchetto pieno di vivande, li stava sgridando. Diceva che si sarebbero dovuti vergognare per qualche cosa ma non capii nulla dei bofonchi della coppia di anziani. Ogni mattina osservavo come con estrema cura smontavano il loro monolocale infilando le pareti di cartone in un anfratto ben nascosto. Poi si lavavano, vestivano (giacca e cravatta per lui), pettinavano e uscivano dal sottoscala come una qualsiasi coppia di anziani, per poi tornare la sera, rimontare la loro casa, appendere con cura i vestiti agli appendini e coricarsi, in inverno come d'estate, in primavera come in autunno.
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Veramente persone incredibili. Passiamo a domande più leggere. La prima volta che sono andato in Giappone, a 22 anni, mi sono stupito di vedere dall'aereo tanti campi da golf. Qual è la prima cosa che ti ha stupito del Giappone? Magari le biciclette?
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Vedo che ti ha colpito il capitolo dedicato all'arte del parcheggio.
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E' vero, è una cosa che ha impressionato anche me, in particolare il modo spericolato in cui guidano, tra l'altro sui marciapiedi. Quindi i pedoni sono avvertiti. Mi permetto di citarne un pezzo.
Non dimenticando che in Giappone non si può parcheggiare nulla dove capita, e che il prezzo dei terreni è qualcosa di esorbitante, le tariffe dei parcheggi, pure quelle delle biciclette sono delle vere e proprie mazzate sui denti. Se non ricordo male, la tariffa mensile del parcheggio di biciclette della stazione di Omiya si doveva aggirare attorno ai 13.000 yen. Considerando che una bici nuova decente mi era costata 8.000 yen, a conti fatti valeva la pena comprarne due al mese e lasciare che me le rubassero pure. Lo so che non credete a quello che state leggendo, ma nel perfetto Giappone dove puoi andare in giro con borse piene straboccanti di banconote che nessuno oserà neanche pensare di derubarti, i ladri ci sono e nella maggior parte dei casi sono interessati a bici e motorini. Pur avendo assicurato la mia bicicletta con una robusta catena, per ben due volte sono riusciti a fregarmela. Non essendo iscritto a nessun fondo della carità per poveri biciclettai, ho capito che non valeva la pena ricomprarmene un'altra e allora mi sono fatto furbo anch'io. Non essendo il solo a non potermi permettere l'onerosa tassa di parcheggio bici, come molti giovani studenti, cominciai a parcheggiare il mio mezzo a due ruote nei pressi della stazione, con una particolare predilezione per tutti i sotterranei della stazione stessa. Ogni giorno, un vecchio poliziotto, addobbato come un grande generale, passava e legava alle biciclette in divieto di sosta un cartoncino rosso fiammante di avvertimento che minacciava la "rimozione del veicolo se non si fosse provveduto immediatamente a sistemarla in un luogo adeguato". Regolarmente strappavo il cartoncino dalla mia bici e facevo centro nel cestino, altri abusivi che invece lasciavano la bici parcheggiata per magari una settimana, al loro ritorno si trovavano ben 7 cartoncini messi diligentemente uno di fianco all'altro. Allora ogni tanto, per spirito cameratesco nei confronti degli altri abusivi, passavo e strappavo questi mazzi di cartoncini rossi a perfetta insaputa loro e del generale. La cosa incredibile che le bici non legate a un palo o una ringhiera venivano rimosse seduta stante e mandate poi in Corea per beneficenza. Le altre, compresa la mia, venivano lasciate stare e adornate giornalmente di simpatici cartoncini, come se fosse impossibile con una semplice tenaglia troncare qualsiasi catena antifurto. Capita l'antifona alla mattina la gara tra gli abusivi era quella di arrivare il prima possibile per potersi aggiudicare anche un piccolo spazio che permettesse al proprietario di ancorare la propria bici alla salvezza giornaliera e di impedirne la spietata rimozione. Un giorno in cui ero in disperato ritardo, non avendo trovato nessun palo disponibile e non avendo tempo per ulteriori ricerche nelle vicinanze, non ci pensai due volte e legai la mia bici ad un'altra che era stata ben piazzata proprio di fronte all'entrata. Alla sera ritrovai la mia bici senza problemi, certo le maledizioni del proprietario della mia ancora di salvezza si sentivano nell'aria, ma l'episodio mi accese una lampadina in testa. Nel giro di pochi giorni trovai uno scassone di bici abbandonato in un prato, la portai di sera di fronte alla stazione, quando tutte le ringhiere sono libere, e la legai ben bene. Da quel giorno ancorai la mia bici a quello scassone risolvendo il problema delle corse mattutine alla ricerca di un buco libero.
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Anche questa è arte, non c'è che dire. Ma torniamo a noi. Cosa ti piace di più del Giappone?
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La cosa più bella che il Giappone ha da offrire a noi occidentali è la sua natura. Non potrò mai dimenticare quanta gioia ti mette addosso l'arrivo dell'autunno, con le sue infinite sfumature di colore. E non dimentichiamo il suo passato. Il Giappone moderno non può che stupirci, soprattutto quando siamo giovani, ma è un fuoco di paglia. Non puoi capire veramente il Giappone se non sei uscito dalle grandi città per scoprire uno speduto tempio di montagna, una foresta di bambù, i ryokan, gli onsen, i sempre più rari giapponesi che si dedicano all'artigiano. Mi piace tutto ciò che è storia, tutto ciò che è vecchio. Mi piaciono i materiali che usano, soprattutto il legno, una cosa quasi impensabile per noi che viviamo nella civiltà della pietra. Il legno, anche quello lavorato, lo si può considerare ancora una cosa viva. Alla pari del bonsai, con il tempo muta e invecchiando acquista splendore. Questo è il Giappone che ho sempre cercato di avvicinare, appena avevo un po' di tempo.
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E cosa non ti piace?
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Il popolo giapponese, anche se capace di imprese eccezionali, ha messo da parte l'importanza dell'individuo e la sua unicità. Questo complica moltissimo i rapporti interpersonali.
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Quanto ti sei giapponesizzato?
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Oyakata me lo chiese fin dall'inzio e in parte fui costretto a farlo. Ma grazie a questo, per un po' ho potuto vedere il mio essere italiano sotto un'altra ottica. Abbiamo sempre molto da imparare dagli altri. Ma, a dire la verità, oggi credo di conoscere i giapponesi anche meno di prima.
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Nel libro parli della difficoltà di destreggiarsi tra forma e sostanza come fanno i giapponesi. Quanto ci sei riuscito?
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Diciamo che non ci sono riuscito. I giapponesi si preoccupano sempre di mantenere l'apparenza, hanno un modo, una forma per fare ogni cosa. Ciò costa fatica, perché anche una banalità si trasforma in cerimonia. Con relativa perdita di tempo. Non mi convinceranno mai che la forma sia più importante della sostanza. Ad esempio, a volte puoi anche mentire spudoratamente, tanto puoi stare quasi certo che nessuno oserà contraddirti apertamente, davanti agli altri, per non turbare l'armonia. Come dicevi giustamente prima, esisteva un contrasto insanabile tra il mio carattere e quello di Oyakata, di fronte a cui nulla poteva l'affetto e il rispetto.
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I giapponesi vedono gli italiani attraverso uno stereotipo?
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Certo! Ma quella è la nostra forza. Ci associano al cibo, all'arte, alla moda. Centinaia di migliaia di giapponesi visitano il nostro paese ogni anno, perché lo trovano bellissimo. Siamo i migliori stranieri in Giappone, i più apprezzati e le persone che suscitano più interesse in persone di tutte le età e origini.
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Per concludere, vuoi dire qualcosa ai tanti appassionati che ci seguono, magari a quelli più giovani?
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Quello che scrivo all'inizio del libro. Quando mi dicono che ho avuto un bel coraggio a mollare tutto, io quasi mi arrabbio e rispondo che ci vuole un bel coraggio a non fare, perché sono sicuro che ognuno di noi ha, in fondo al cuore, qualche aspirazione che sogna di realizzare. Cosa state aspettando? Mollare tutto non vi farà cadere nella disperazione più nera. Fosse anche solo per un anno, ne uscirete rinati. E' bello sentirsi parte del villaggio globale. Da noi in Europa, molti anni fa, era di moda, per chi poteva, fare un anno sabbatico in giro per il continente. Ora è forse più facile di allora, più alla portata di tutti. Quindi non avete scuse.
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