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Islam
Agli abitanti della zona vicino alla stazione di Yoyogi Uehara, una delle più eleganti di Tokyo, basta affacciarsi alla finestra di sera per ammirare, illuminato da coreografici fasci di luce, un'immensa e bellissima moschea dipinta in bianco, azzurro e oro, con un minareto alto 41 metri. Non è una novità. Ultima nel luglio del 2000, è il secondo luogo di culto musulmano che sorge nella metropoli giapponese: nel lontano 1938, nello stesso punto, venne inaugurata la prima moschea, smantellata poi nel 1986 perché, secondo le autorità nipponiche, era malridotta e non avrebbe potuto resistere a un terremoto serio come quello che Tokyo attende già da qualche anno. Il terreno fu donato alla Turchia in cambio dell'impegno a promuovere la costruzione di un nuovo edificio. Cosa che, a dire il vero, è accaduta con un notevole ritardo. I lavori sono cominciati nel marzo 1998, ma alla fine l'imponente moschea si è materializzata in mezzo a case tradizionali giapponesi e palazzine moderne in puro stile Bauhaus. L'accostamento con l'ambiente circostante, ovviamente, risulta un po' surreale. E non solo dal punto di vista architettonico. Basta venire qui il venerdì, alle 13 in punto, all'ora della preghiera, per vedere l'immancabile gruppo di signore giapponesi che si fanno fotografare di fronte all'entrata, con tanto di ombrellini parasole. I frequentatori abituali del luogo di culto sono asiatici, arabi e africani che vivono a Tokyo: alcuni svolgono lavori umili, altri sono manager di grandi multinazionali. Selim Yucel Gulenc, che ha gestito i lavori per conto dell'Ambasciata della Turchia, spiega:
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Bisogna riconoscere che i giapponesi sono molto disponibili rispetto alla nostra esigenza di recarci a metà giornata a pregare, almeno il venerdì. In genere i datori di lavoro acconsentono, a patto che, alla fine della giornata, si recuperi il tempo perso".
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Tra la folla si distinguono anche alcuni fedeli giapponesi, convertiti all'Islam. Non esistono statistiche ufficiali. I musulmani residenti in Giappone dovrebbero variare tra gli 80.000 e i 300.000, mentre il numero dei giapponesi convertiti, secondo Higuchi, è di 3-4.000, ma altre stime azzardano 50.000. Il numero sta comunque crescendo, seguendo l'aumento dei matrimoni tra donne giapponesi e uomini musulmani, che lavorano in Giappone. Higuchi Mimasaka, presidente della Japan Muslim Association, racconta che parecchi anni fa i musulmani erano guardati con curiosità e considerati delle persone eccentriche. Ora molti giapponesi sanno abbastanza da poter nascondere la propria curiosità. Tuttavia alcuni mostrano, a causa dell'ignoranza (tanto da confonderli con la setta Aum Shinrikyo), un certo pregiudizio, soprattutto verso le donne giapponesi che si sono convertite dopo aver sposato un musulmano: le considerano delle poverette che non hanno potuto scegliere. Secondo Higuchi, il Giappone ha anche assorbito, attraverso la modernizzazione, il pregiudizio cristiano verso il mondo musulmano.
Il primo contatto del Giappone con la cultura musulmana avviene nel periodo Meiji (1868-1912) tramite i libri. Il primo contatto materiale avviene nel 1890, quando i turchi inviarono una nave per instaurare un qualche tipo di rapporto tra i due paesi. Secondo alcuni storici, prima della Seconda Guerra Mondiale alcuni nazionalisti spinsero per aprire all'Islam, visto come una forza che avrebbe favorito l'espansione in Asia. Dopo la crisi petrolifera del 1973, invece, un discreto numero di uomini d'affari giapponesi si convertì, sperando di ottenere vantaggi economici. Pochi sanno che, se la moschea esiste, il merito è di alcuni tartari che abitavano nell'Asia centrale e che dopo la creazione dell'Unione Sovietica sono fuggiti prima in Cina e poi in Giappone. Ancora oggi i discendenti di questi gruppi di rifugiati vivono nell'arcipelago: sono circa 2.000 e parlano turco, giapponese e in qualche caso russo. Arrivati qui con poco o niente, nella maggioranza dei casi hanno lavorato come operai nell'industria tessile, ma alcuni di loro sono riusciti a costruire piccole fortune. Non hanno avuto problemi di integrazione: per anni, però, sono stati apolidi. Poi, durante la guerra di Corea, un gruppo di soldati turchi venne inserito nel contingente Onu inviato al fronte. Siccome il reggimento faceva capo al Giappone, era necessario trovare interpreti che conoscessero entrambe le lingue. Così vennero reclutati i tartari. E quando i soldati turchi tornarono in patria, non dimenticarono i loro amici. Gli ex-combattenti insistettero con le autorità turche perché fosse concessa loro la nazionalità. Così questi uomini fuggiti dal cuore dell'Asia sovietica ottennero finalmente un passaporto. Molti, però, decisero di rimanere comunque in Giappone e a loro si deve la costruzione sia della prima che della seconda moschea di Tokyo.
La moschea è aperta a tutti e offre la possibilità di imparare qualcosa sulla cultura islamica, poiché è dotata di una sala espositiva e di una sala per ricevimenti o convegni. E' disponibile, inoltre, materiale informativo in giapponese, inglese, arabo e turco. Il costo dell'opera, 1,2 miliardi di yen, è stato sostenuto in massima parte dalla Turchia, direttamente dal governo e tramite donazioni private, mentre il 10% circa proviene da donazioni di altri paesi islamici. La moschea è stata costruita dalla giapponese Kajima Corporation, ma gli interni sono stati realizzati da oltre 70 artigiani e ingegneri provenienti dalla Turchia. Può contenere 400 fedeli.
Bibliografia
Martinelli, Leonardo. Islam a levante. "D" de La Repubblica, 26 settembre 2000.
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