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Ito Toyo

L'architetto Ito Toyo Presso la Basilica Palladiana di Vicenza, luogo ormai consacrato alle più importanti rassegne di architettura moderna e contemporanea, grazie all'Associazione Culturale Abaco e al Comune di Vicenza, è stata allestita la mostra "Toyo Ito architetto" (7 settembre - 2 dicembre 2001).
All'origine di quanto Ito ha costruito o progettato, vi è il tentativo di liberare l'architettura dalla gravità e la denuncia dei conflitti che scandiscono la convivenza della forma con la pesantezza. Se l'essenza dell'architettura, come sosteneva il filosofo George Simmel, è il punto d'incontro tra la pesantezza dei materiali che la spingono verso il basso e lo spirito dell'uomo che la innalza verso l'alto, la poetica dell'artista ricerca la leggerezza, partendo dal minimalismo di Ando e attraverso l'utilizzo di materiali da costruzione non tradizionali, strada più volte tentata nel corso del '900.
Il primo esempio in cui traduce questa sua poetica è la casa in alluminio a Fujisawashi, Kanagawa (1970-71), materiale utilizzato poi anche per la casa a Sakurajosui, Tokyo (1997-2000); una conferma viene trent'anni dopo dalla copertura polimaterica del parco agricolo di Oita (2001).
Da allora, nel corso dei trent'anni successivi, la ricerca di Ito si è sviluppata sino a rendere esplicito che l'obiettivo da lui perseguito è quello di una radicale svuotamento di ciascuna delle caratteristiche che l'architettura ha tratto dalla tradizione da cui anch'egli ha preso le mosse.
Un particolare della mostra
Sin dalle opere degli anni '70, infatti, Ito ha imposto al suo linguaggio una progressiva rarefazione. Mentre l'apparato linguistico si è venuto progressivamente riducendo alla semplice ma non ingenua dichiarazione delle valenze ottiche e tattili dei materiali impiegati senza commenti percepibili, la struttura delle costruzioni ha teso a perdere importanza e significato, al punto che molte delle opere di Ito possono essere studiate come una successione di variazioni sul tema del rivestimento. Se ciò è riscontrabile sin dagli anni '70 e '80, ancor più chiaramente queste variazioni divengono la cifra di opere più recenti.
Seguendo questo indirizzo di ricerca, le opere di Ito finiscono per esaltare le valenze ottiche dei materiali e, al contempo, per ricorrere a forme sempre più libere. Gli impianti dei suoi progetti tendono ad assumere configurazioni sinuose e insinuanti, mentre i rivestimenti tradiscono le originarie geometrie di figure semplici e stereometricamente definite per prediligere curve complesse e configurazioni avvolgenti.
Contemporaneamente, il conflitto tra la libertà della forma e la necessità della gravità viene dichiarato con maggior insistenza. Per questa ragione, Ito giunge a sospendere le sue costruzioni su vuoti virtuali, disegnando figure sembrano galleggiare nell'aria, sostenute dalla leggerezza dello spazio e dall'immaterialità degli involucri.
L'Uovo dei venti a Tokyo (1989), una "galleria-video all'aria aperta" progettata da Ito per gli abitanti di "River City", è rivestito da pannelli in alluminio traforato, attraverso schermi comunica immagini dal suo interno che si sovrappongono a quelle che la città proietta sul suo guscio. E' un'architettura mutevole per la città del futuro, uno spazio espositivo in una "stazione spaziale" ormeggiata in un centro residenziale, che diffonde informazione e arte.
Un particolare della mostra Ossessionata dalla leggerezza, l'architettura di Ito sembra rifuggire tutto ciò che può evocare gravità e appoggio. Anche gli spessori tendono a scomparire, apparendo come linee tese tra due punti, tra due estremi, mentre i prospetti assumono non di rado l'aspetto di velari, come nel caso dell'ospedale Cognacq-Jay a Parigi (1999), oppure di veri e propri schermi vaporosi, opacizzati da molti effetti e comunque restii ad accettare l'ovvietà della trasparenza.
Le implicazioni di questa ricerca risultano con tutta evidenza nell'opera più significativa tra quelle concepite da Ito negli ultimi anni, la Mediateca di Sendai (1995-2001), tra le più celebrate dell'architettura contemporanea. Secondo Luigi Prestinenza Puglisi:

Una nuova epoca è iniziata [...] Oggi, con opere quali il Museo Guggenheim a Bilbao di Frank O. Gehry, l'aeroporto a Kansai di Renzo Piano, la mediateca a Sendai di Toyo Ito, il Museo Ebraico a Berlino di Daniel Libeskind, la Kunsthal a Rotterdam di Rem Koolhaas, cominciamo ad apprezzarne i risultati.

La costruzione assomiglia ad un gigantesco acquario. Le pareti vetrate filtrano la luce all'interno, che pare invaso da un liquido variamente illuminato dai riflessi che le vetrate, insistentemente elaborate ed eloquentemente sospese e libere, lasciano filtrare all'interno.
Qui l'imponente apparato strutturale subisce una metamorfosi inquietante, poiché le colonne composite in tralicci d'acciaio sono piegate lungo l'asse verticale e acquistano una non del tutto inattesa valenza naturalistica. A dispetto della loro conformazione i pilastri interni, se così è lecito dire, creano dei vuoti che tagliano tutto l'edificio e nel liquido luminoso che attraversano mimano la presenza di alghe marine, completando così l'immagine che di sé la costruzione intende comunicare.
La metafora adottata non è oscura: ai filamenti fluttuanti nell'acquario Ito affida il compito di liberare definitivamente lo spazio da ogni immagine evocante la necessità, il bisogno, l'uso. All'interno di questo vuoto sospeso, tra scenari muti e attoniti, animati soltanto dalle metamorfosi strutturali che li attraversano, il vivere contemporaneo viene offerto come spettacolo congelato a coloro che qui nuotano tra i paradossi irrisolti che l’arbitrarietà mette in scena.
Fuksas lo descrive così:

E' un edificio ad un solo livello coperto da una piastra di cemento sostenuta da pilastri a forma circolare svuotati all'interno e costituiti di molti elementi leggeri. Questo permette alla luce di penetrare all'interno dematerializzando e annullando tutti gli elementi strutturali. Ne consegue l'impressione di un edificio privo di gravità, quasi sospeso su sottili appoggi.

L'edificio diventa un luogo, un oggetto, uno spaccato sul quale poter vedere la nostra società. Società e realtà sono in un continuo movimento, al contrario di quello che avviene per un edificio. Diventa affascinante allora il tentativo di farlo interagire, muovere con quello che lo circonda che è la nostra società, cosmopolita, indefinibile, senza strutture, invisibile. L'architettura diventa scoprire questo invisibile attraverso la trasparenza, l'immaterialità.
La Mediateca di Sendai (1995-2001)
Ito Toyo (1941) si è laureato in architettura a Tokyo nel 1965. Dopo aver lavorato con Kikutake Kiyonori, ha iniziato la sua attività autonoma nel 1971, occupandosi soprattutto di edilizia residenziale. Dal 1990 ha partecipato ad alcuni importanti concorsi internazionali, tra i quali quelli per l'ampliamento del MoMA a New York e per il Caac a Roma.
Insegnante in diverse università in Europa, Giappone e Stati Uniti, Ito ha partecipato a diverse mostre internazionali: Architectural Association, London; Moca, Los Angeles; Biennale di Venezia, etc.
Secondo Fuksas, Ito è con Itsuko Hasegawa uno tra i migliori "discepoli" di Shinohara, il grande architetto giapponese conosciuto per la sua teoria sul "Caos" urbano progressivo. La sua idea di partenza è: grande leggerezza, assenza di "forma" e di geometria rigida, poesia e completa aderenza alla geografia e al paesaggio.
Le opere di Ito vengono regolarmente presentate dalla principali riviste internazionali e sono state oggetto di diverse pubblicazioni monografiche.
Oltre a quelle sopracitate, vogliamo ricordare la "Torre dei Venti" a Yokohama (1986), il Museo di Yatsushiro (1991), la "T" Hall a Taishi (1999) e "O Dome" a Odate (1997).
La Torre dei venti, ora demolita, era alta 21 metri, impostata su pianta ovale e rivestita da leggeri pannelli in alluminio traforato che riflettono la luce accentuando la forma della struttura. Di notte, illuminata da 1.280 mini lampade, la torre generava un particolare effetto caleidoscopico che mutava in funzione dello spirare del vento, della sua intensità e direzione.
A Odate, la struttura traslucida ad arco si specchia nell'acqua creando uno straordinario effetto di "raddoppiamento" dell'immagine.
Opere che esprimono pienamente l'idea di Ito del raporto tra tecnologia e natura:

Le nuove tecnologie non sono antagoniste della natura; creano invece un nuovo tipo di natura. Se la natura, così come la conosciamo, deve essere considerata reale, allora questa natura artificiale dovrebbe essere chiamata virtuale. Noi contemporanei disponiamo di due tipi di corpo che corrispondono a questi due tipi di natura. Il corpo reale che è connesso al mondo reale attraverso i fluidi che lo percorrono, e il corpo virtuale connesso al mondo dal flusso degli elettroni.

Le architetture di Ito interpretano le esigenze e le paure dell'uomo contemporaneo e suggeriscono una nuova etica del costruire, dove si ricerca un diverso ruolo dell'uomo e del costruito nell'antropizzazione dell'ambiente naturale. Ecco, in un altro brano, riapparire la stessa idea:

Attraverso la diffusione di diverse nuove forme di media, la fluidità acquista sempre maggiore validità. Tanto più lo spazio urbano e architettonico è controllato dai media, quanto più esso diventa cinematico e fluido. [...] Da una parte i nostri corpi materiali non sono altro che un meccanismo primitivo, che assume aria ed acqua e li fa circolare. Dall'altra esiste un altro tipo di corpo all'interno del quale circola informazione, e quel corpo che è connesso al resto del mondo attraverso diverse forme di media contenenti microchips. Oggi siamo obbligati a pensare come combinare architettonicamente questi due diversi corpi e trovare uno spazio appropriato per lo sviluppo del terzo corpo.

Il manifesto della mostra Per questa mostra, Ito ha progettato un originale allestimento che, oltre a fungere da supporto per le opere da esporre, costituisce una personale interpretazione del rapporto con la straordinaria cornice monumentale della Basilica Palladiana. Ancora una volta, come già era stato per l'allestimento di Ando del 1995, la cultura architettonica giapponese mostra tutta la sua capacità di dialogare con l'occidente all'insegna del coraggio e del rispetto.
Fulcro della mostra è una sala di proiezione a pianta ovale, all'interno della quale vengono proiettati gli elementi architettonici tratti dal repertorio formale dell'architetto giapponese.
Intorno, una serie di 19 colonne luminose, alte 11 metri, in tessuto bianco semitrasparente e illuminate dall'alto, il cui leggero oscillare è appena percepibile, che contengono all'interno tavoli trasparenti su cui sono appoggiati modelli architettonici o sui quali, dal basso, vengono proiettate immagini in movimento. Il visitatore deve "spiare" all'interno di queste colonne attraverso appositi buchi nel tessuto.
La colonna è un tema ricorrente per Ito: è motivo caratterizzante la Mediateca di Sendai, dove si fa elemento strutturale e estetico, e ricompare nella Acrylic Tower ideata per il concorso di Hannover del 1999.
Alluminio e plexiglas, trasparenze e velari, suoni diffusi da altoparlanti sparsi lungo il percorso, in un allestimento che si distingue per la "leggerezza", tipica delle ricerca di Ito, che sempre nei suoi edifici ha cercato, quasi ossessivamente, di riprodurre un'immaterialità della forma costruita.
La colonna sonora era curata da Ikeda Ryoji, celebre compositore di colonne sonore per il cinema.

Bibliografia

Fuksas, Massimiliano. Leggero come un origami. L'Espresso, 11 gennaio 2001.
Ito, Toyo. "Image of architecture in electronic age", in AA.VV. 1997. The virtual architecture. Tokyo University Digital Museum, pp. 38-45.
Maffei, A. (a cura di). 2001. Toyo Ito. Le opere i progetti gli scritti. Electa, Milano.
Prestinenza Puglisi, Luigi. 1999. This is Tomorrow. Avanguardie e architettura contemporanea. Edizioni Testo & Immagine, Torino.
Unali, Maurizio. "Creatività digitale. Disegni di progetto nell'era della dematerializzazione", in Mezzetti, Carlo (a cura di). 2000. La rappresentazione dell'architettura. Storia, metodi, immagini. Kappa, Roma, pp. 201-222.
Totale immagini: 6                                       
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