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Lo spirito del judou
di Massimo Boresta
16 maggio 2002. Il judou è una disciplina relativamente recente, considerato che la data della sua ideazione da parte del fondatore, Jigoro Kano, è il 1882; ma, nonostante siano passati meno di 120 anni, lo spirito di questa arte marziale oggi sì è quasi completamente perduto, e il judou si è ridotto, ormai, ad una semplice pratica sportiva. L'interesse per titoli e medaglie ha fatto si che la principale preoccupazione dei praticanti si sia rivolta sempre più verso la cura della preparazione fisica, con allenamenti sempre più specializzati e con una ricerca continua di metodologie di lavoro sempre più all'avanguardia, il tutto a scapito dell'aspetto spirituale della disciplina, senza il quale parlare di judou è, perlomeno, limitante. Questo breve saggio si propone di riscoprire l'essenza vera del judou, che non può prescindere dai principi morali e filosofici che lo hanno ispirato: principi che si rifanno direttamente alla filosofia zen e che sono alla base non solo del judou ma di tutte le arti marziali di stampo orientale.
Il judou è la Via più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del judou significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l'addestramento attacco-difesa e l'assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell'io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l'obiettivo ultimo del judou." (Jigoro Kano)
Il waza è necessario, ma un judouka che non impara che il judou non è un vero judouka. Nelle arti marziali, generalmente, la tecnica è indispensabile per dieci o vent'anni, ma alla fine lo stadio mentale primeggia." (Deshimaru Taisen)
Lo zen e le arti marziali hanno lo stesso gusto." (Kodo Sawaki)
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Rei no kokoro, lo spirito del rispetto
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Nei dojo d'arti marziali esistono numerosi gesti che conducono alla concentrazione, il modo di sistemare i propri indumenti, le proprie calzature, il modo di salutare entrando: tutti questi gesti sono kata! La maniera di comportarsi è kata. Il comportamento influenza la coscienza: a comportamento giusto, coscienza giusta". (Deshimaru Taisen)
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Il giusto comportamento è alla base del judou. La maniera di comportarsi in un dojo segue delle regole ben precise che è importante seguire fin dall'inizio. Non è, infatti, solo una questione di etichetta (come spesso appare agli occhi di un profano), bensì un atteggiamento del corpo e della mente indispensabili per una corretta pratica. Lo spirito con il quale si sta in un dojo è ben diverso da quello che si ha nella vita di tutti i giorni: la frenesia alla quale siamo quotidianamente abituati è sicuramente d'intralcio alla giusta pratica, che necessita invece di una tranquilla calma, di una serenità del corpo e dello spirito. Ma come fare per ottenerle? Si deve necessariamente cambiare il proprio stato mentale, e lo si può fare concentrandosi su tanti piccoli gesti. Già nello spogliatoio, per esempio, la maniera corretta di svestirsi dei panni "civili" per indossare il judougi prepara la mente ad assumere il corretto atteggiamento, e sistemare con cura i propri indumenti, piegandoli e mettendoli nella borsa è il primo passo che si fa verso il raggiungimento della giusta coscienza; salendo sul tatami, poi, è importante il modo con cui si lasciano le ciabatte (zoori): la vera pratica inizia in questo momento, e il sistemare con ordine i propri zoori (kyakka shoto) allineati e con la punta rivolta verso l'esterno è un ulteriore passo verso il raggiungimento della corretta concentrazione. Concentrazione che aumenta, poi con il saluto, che è una delle prime cose che viene insegnata ad un novizio. Il saluto è una forma giapponese di cortesia e rispetto, e nell'ambito delle arti marziali ha il valore di un'affermazione dei massimi principi. Benché il più dello volte sottovalutato, il saluto riveste nel judou un aspetto molto importante: attraverso il gesto formale, infatti, ci si prepara mentalmente alla pratica ed è quindi necessario eseguirlo nel modo giusto. In Giappone esistono otto modi differenti di salutare, ma nel judou se ne praticano solamente due: ritsu rei e za rei.
Il primo saluto (ritsu rei) si effettua dalla posizione eretta: con le gambe unite e i piedi leggermente divaricati, ci si inchina piegando il busto di circa 30°, mantenendo le braccia distese lungo i fianchi (le donne mettono, invece, le mani sulla parte anteriore delle cosce). Dopo una brevissima pausa, si riprende la posizione di partenza. Il secondo (za rei) è più cerimonioso: dalla posizione eretta naturale si indietreggia con il piede sinistro, appoggiando quindi il ginocchio a terra mantenendo la punta del piede flessa. Quindi si indietreggia con il destro, appoggiando il ginocchio analogamente al sinistro all'altezza del tallone destro; poi, prendendo appoggio sulle ginocchia, si distendono le punte dei piedi, disponendole in modo che l'alluce destro sia accavallato su quello sinistro. Le ginocchia sono distanti tra di loro lo spazio di due pugni, e le mani distese e con le dita unite appoggiano alla base delle cosce, dirette diagonalmente verso l'interno. Da questa posizione (seiza) si fanno scivolare le mani davanti alle ginocchia, sempre rivolte diagonalmente verso l'interno e ci si piega in avanti con il busto, senza sollevarsi dai talloni, fino a sfiorare le mani con la fronte. Dopo un breve momento di attesa, ci si rialza ripetendo i movimenti al contrario. Il significato del saluto non è sempre lo stesso, ma varia a seconda delle circostanze nelle quali viene effettuato; normalmente, nell'ambito di una normale lezione di judou il saluto si fa diverse volte, e ogni volta la sua pratica assume un valore diverso. Il primo saluto che si effettua è quello fatto prima di salire sul tatami (ritsu rei): sistemate in ordine le ciabatte (zoori), si sale sul tatami con il piede sinistro e si esegue ritsu rei. In questa occasione, il saluto ha due significati: il primo è quello di rispetto verso il luogo della pratica, il secondo è una sorta di preparazione spirituale, di concentrazione, è un abbandonare ogni idea estranea al judou fuori dal tatami. Questo atteggiamento della coscienza si rafforza con il secondo saluto (za rei) che il maestro e gli allievi si scambiano prima della lezione: presa posizione nel rispettivi lati del dojo (il dojo ha tradizionalmente quattro lati: kamiza, dove c'è la foto del fondatore, shimoza, il lato dell'entrata di fronte a kamiza, joseki, alla destra di kamiza, dove prende posto il maestro, e shimoseki, il lato riservato agli allievi, di fronte a joseki), maestro e allievi eseguono za rei. Questo saluto cerimoniale ha anch'esso due significati: quello, appunto, di una più profonda concentrazione e quello di una sorta di unione spirituale (kimochi) tra il maestro e gli allievi, che si preparano entrambi a percorrere la stessa Via, l'uno dando senza riserve, gli altri ricevendo con fiducia e gratitudine. Significato di unione ha anche il saluto che i due praticanti (tori e uke) si scambiano prima di una qualsiasi forma di pratica a coppie: attraverso questo saluto (ritsu rei) si vuole intendere che tra i due non c'è dualità, bensì quel sentimento di jita kyoei (insieme per progredire) sul quale ha tanto insistito Jigoro Kano. Un' altra circostanza in cui si esegue ritsu rei è quando si sale o si scende dal tatami durante la pratica: il comportamento di un singolo, infatti, influenza quello di tutti, per cui effettuando il saluto si cerca di non spezzare la giusta tensione mentale che si è venuta a creare fra i partecipanti alla lezione. Ultimo saluto, è quello effettuato fra maestro e allievi al termine della lezione: in seiza si riporta il corpo e la mente alla calma dopo la pratica, e za rei è una sorta di ringraziamento reciproco per quanto dato e quanto appreso. Alla luce di quanto finora detto, quindi, appare evidente che il gesto del saluto è un gesto estremamente importante nell'ambito della pratica del judou, e non va assolutamente minimizzato nel suo significato: è attraverso la pratica corretta del saluto che si inizia a percorrere la Via.
Mushotoku, il non profitto
Se non pensiamo che al solo risultato, che al frutto, con la nostra coscienza personale, non possiamo concentrarci né lasciar manifestare pienamente la nostra energia. Se si produce solamente lo sforzo, allora, il più grande frutto apparirà inconsciamente, naturalmente." (Deshimaru Taisen)
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La cosa più importante nella nostra pratica è la giusta attenzione: senza di essa non si può fare un buon judou. Ma che cos'è la giusta attenzione? E' l'essere esattamente in ciò che si fa, qui ed ora. A chi chiedeva cos'era lo zen, molti maestri rispondevano: "Se hai fame mangia, se hai sete bevi", e questa risposta ha spesso generato non poca confusione; in realtà, l'espressione non significa assolutamente "fai quello che ti pare", bensì "se hai fame, mangia e basta; se hai sete, bevi e basta, senza pensare ad altro": in altre parole, "concentrati esattamente su quello che stai facendo, qui ed ora". Kodo Sawaki, un famoso maestro zen del nostro tempo ha detto: "Se credete di ottenere qualcosa praticando lo zazen, siete già invischiati in una pratica impura. Quando fate zazen, fate zazen e basta. Se l'illuminazione viene, viene e basta. Non bisogna attaccarsi al raggiungimento". Nel judou è esattamente la stessa cosa: studiando una tecnica, infatti, è indispensabile concentrarsi esattamente ed esclusivamente, qui ed ora, sulla tecnica (waza), e non sul fatto di dover proiettare il nostro compagno (uke) ad ogni costo: la caduta di uke è una conseguenza della tecnica, e non lo scopo. Lo scopo della tecnica è la tecnica stessa. Infatti, se nell'eseguire una qualsiasi tecnica si ha come obiettivo primario quello di far cadere uke, inevitabilmente non si è concentrati sui punti fondamentali della tecnica stessa (squilibrio, contatto e proiezione); viceversa, ponendo l'attenzione solo sulla tecnica, la caduta di uke altro non sarà che una naturale conseguenza. Nel combattimento è la stessa identica cosa: Deshimaru Taisen sottolineava questo concetto dicendo che "non è necessario voler vincere; solo allora si può veramente vincere". Quindi, praticando judou, l'atteggiamento mentale da assumere è quello che nello zen è detto mushotoku, cioè lo spirito del non profitto: liberarsi dal passato (paura di non riuscire) e dal futuro (attaccamento al risultato) e vivere pienamente, qui ed ora, il presente. Attraverso la pratica mushotoku, a poco a poco, si impara a non perdere di vista il presente e a porre la massima attenzione ad ogni piccolo gesto, assaporando il gusto di quello che si sta facendo. Una delle debolezze della nostra cultura è il "fare per": qualsiasi cosa noi facciamo, la facciamo per un motivo, per uno scopo. In questa maniera, però, capita spesso di perdere di vista quello che stiamo facendo, protesi come siamo verso il traguardo finale, verso il risultato; e se, alla fine, questo risultato non dovesse, per i più disparati motivi, arrivare, nascono inevitabili frustrazioni. Modificare questo atteggiamento mentale non è sicuramente facile, ma è assolutamente necessario per praticare il vero judou. Attraverso la pratica mushotoku, a poco a poco, si impara a non perdere di vista il presente e a porre la massima attenzione ad ogni piccolo gesto, assaporando il gusto di quello che si sta facendo. Ed ecco che, allora, la pratica del judou assume tutto un altro significato rispetto alle concezioni abituali, lontano dal "fare per": non si fa judou per vincere qualche medaglia o per imparare a difendersi, ma solo per il gusto di fare judou, così, senza scopo.
Jita kyo ei, insieme per progredire
Nelle arti marziali, i termini tori e uke sono noti fin dalle prime lezioni: oltre al corretto modo di salutare e di annodarsi la cintura (obi), infatti, ai principianti viene subito insegnata la differenza che c'è fra colui che esegue una tecnica (tori) e colui che la subisce (uke); e fin dall'inizio il principiante mostra una malcelata insofferenza nel vestire i panni di uke, preferendo di gran lunga il ruolo più attivo, più divertente e, per certi versi, più gratificante di tori. Questa insofferenza accompagna a lungo il praticante, e il principiante, divenuto ormai esperto, continua a vedere uke come una figura di secondo piano rispetto a tori: è senz'altro molto più piacevole fare che non subire! Nel judou in particolare, poi, questa sensazione di fastidio nei confronti del ruolo di uke è ancora più marcata: uke, infatti, deve cadere, deve fare il sacco, e, si sa, cadere ferisce il corpo (il tatami è duro!) e lo spirito. Ferisce il corpo, perché ormai l'arte di cadere (ukemi waza) è patrimonio di pochi, e quanto questo sia vero lo si scopre, magari, quando ci si deve preparare ad eseguire il nage no kata per un esame o per una dimostrazione: ed ecco, allora, che si apre la caccia a quel raro personaggio, uke appunto, che riesce quasi miracolosamente a volteggiare in aria, cadere e rialzarsi per decine di volte (nel nage no kata si devono sopportare 30 proiezioni) facendo fare un figurone a tori; ferisce lo spirito perché... beh, cadere ai piedi di un altro è sempre un duro colpo per il proprio ego. Inutile sottolineare che questa concezione di uke è completamente errata: il suo ruolo, infatti, non solo non è assolutamente secondario rispetto a quello di tori, ma per certi versi è addirittura più importante (basterebbe pensare, per esempio, che per fare judou bisogna essere in due: senza uke, con chi praticare?). Naturalmente, questo è solo un esempio, perché l'importanza che riveste uke nell'ambito della pratica è fondamentale. A dispetto, infatti, del significato etimologico del termine (uke deriva dal verbo ukeru, che significa "ricevere") uke è "colui che dà", colui che si mette a disposizione del compagno, colui che si offre affinché tori possa progredire nella pratica; e tutto questo, nel pieno spirito di jita kyo ei, cioè "insieme per progredire". Appare, quindi, evidente che fare uke è tutt'altro che facile: occorrono particolari qualità, tecniche e mentali, per svolgere questo compito nel modo più proficuo. Innanzi tutto, e qui parliamo dal punto di vista prettamente tecnico, uke deve padroneggiare l'ukemi waza: saper cadere bene è indispensabile, soprattutto se il compagno di pratica non è un esperto; l'abilità nella caduta, infatti, permette ad uke di essere proiettato senza danno anche se la tecnica e seguita da tori non è proprio "pulita". Poi, chiaramente, deve conoscere perfettamente la tecnica per la quale sta svolgendo la funzione di uke (quindi, principio, squilibrio, opportunità...), per essere in grado di aiutare veramente tori attraverso un corretto atteggiamento del proprio corpo: non dove, cioè, essere troppo rigido o troppo morbido (come, per esempio, nell'uchikomi), oppure deve muoversi in un certo modo per offrire a tori le necessarie opportunità o creargli le giuste difficoltà (sute geiko), o ancora deve attaccare con sincerità quando, per esempio, uke si sta esercitando nei controcolpi (kaeshi waza) nell'hakari geiko. Oltre alla conoscenza tecnica, poi, non meno importante è l'atteggiamento mentale: lasciando da parte il proprio ego e abbandonando ogni idea di sé, deve mettersi completamente a disposizione del compagno e volere che l'altro impari, che progredisca nel suo judou. In conclusione, il ruolo di uke è importantissimo e molto difficile, ed è essenziale capirlo fin dall'inizio della pratica: anche un principiante, infatti, deve poter svolgere questa funzione e, pur con tutti i limiti della propria poca esperienza, deve farlo con la più assoluta sincerità e dedizione.
Hishiryo, pensare al di là del pensiero
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L'intuizione e l'azione devono sgorgare nel medesimo istante: non ci può essere pensiero nella pratica del budo. Questa è la coscienza hishiryo." (Deshimaru Taisen)
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A differenza degli sport, nei quali il fattore tempo riveste un'importanza particolare, nel judou il tempo non esiste, o, meglio, ha delle connotazioni del tutto particolari. Facendo un discorso pseudo-scientifico, potremmo dire che il tempo che impieghiamo a compiere un'azione è dato dall'intervallo, più o meno lungo, che intercorre dal momento che il cervello decide di fare qualcosa (per esempio: prendere un bicchiere) a quando questa decisione viene trasmessa al corpo (il braccio che si allunga verso il bicchiere). Naturalmente, il movimento può essere più o meno veloce, per cui parleremo di tempo più o meno lungo. Nel judou le cose non stanno in questo modo. Eseguendo una tecnica, infatti, non deve esserci alcun intervallo di tempo dal momento in cui si decide di eseguirla ed il momento in cui la si fa. Prendiamo ad esempio le tecniche di spazzata (ashi barai): se la tecnica viene eseguita prima che uke poggi il piede, la spazzata risulterà inefficace, in quanto il peso del corpo di uke è ancora su quell'altro piede; ugualmente, la spazzata risulterà inefficace anche se si esegue dopo che uke abbia poggiato il piede, perché il peso del suo corpo sarà tutto sul piede da spazzare. Esiste un solo momento in cui la spazzata potrà essere efficace, e cioè quando uke sta per poggiare il piede; ora, se tori cerca di vedere qual è il momento giusto non farà mai in tempo a spazzare, in quanto dal momento in cui "vede" al momento in cui spazza sarà passato del tempo, ancorché minimo, ce ha fatto perdere a tori l'attimo giusto. Il momento preciso va intuito, va sentito con il corpo: questa è la coscienza hishiryo. Come ha detto il Maestro Deshimaru, attraverso la coscienza hishiryo "nella presenza totale a se stessi, nella concentrazione senza limiti del corpo e dello spirito, nella pienezza assoluta del qui e dell'ora, il tempo dell'istante diventa eternità". Naturalmente, questo vale non solo per le tecniche di spazzata ma per tutte le tecniche di judou: esse devono partire direttamente dal corpo, senza la mediazione del pensiero.
Shoshin, la mente del principiante
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Non bisogna dimenticare lo spirito del principiante." (Deshimaru Taisen)
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Praticare judou è molto difficile, specialmente dopo alcuni anni di attività. Questa difficoltà nasce non dal fatto che è difficile imparare tecniche nuove, ma perché è estremamente arduo mantenere quello che il Maestro Deshimaru definisce lo "spirito del principiante". Uchiyama Roshi, un famoso maestro zen del nostro tempo diceva:
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Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell'esperto poche.
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Questo, perché il principiante ha la predisposizione mentale, sapendo di non sapere (Socrate docet), ad imparare; l'esperto, invece, convinto ormai di conoscere tutto, si ritiene arrivato, e quindi mal disposto a dover ancora imparare qualcosa. Un atteggiamento del genere, oltre ad essere sbagliato, è soprattutto improduttivo, in quanto impedisce di progredire nello studio della Via, che, in quanto tale, è senza fine. Non a caso, Jigoro Kano ha stabilito che, una volta raggiunto il 12° dan, si ritorni ad indossare la cintura bianca, simbolo del principiante. Nell'Hagakure, famoso libro di Yamamoto Tsunetomo, monaco buddhista ed ex-samurai vissuto fra il XVII ed il XVIII secolo, è scritto:
Un anziano maestro di arti marziali insegnava che nell'arte della scherma ci sono diversi gradi. Nel primo grado, essendo ancora agli inizi, uno pensava che sia lui, che gli altri, non siano ancora bravi. A questo livello non si è ancora abili. Arrivato a metà strada uno non è ancora del tutto abile, ma può capire i suoi difetti e quelli degli altri. Salito a un grado più alto, si sente orgoglioso di aver raggiunto lo scopo, si rallegra di essere complimentato e si lamenta per i difetti degli altri. Costui è diventato una persona veramente abile. Ma asceso ancora più in alto, capisce di non essere bravo per niente, nonostante che gli altri lo considerino veramente capace. In genere, buona parte degli uomini appartengono a questi quattro gradi. Ma c'è ancora un grado, indescrivibile, che sta al di sopra di tutti. Entrando sempre più profondamente nella Via si comincia a comprendere di trovarsi in un mondo infinito e che non si può mai dire di essere arrivati. Allora si capiscono bene i propri limiti e non si pensa più ad essere perfetti: senza orgoglio e senza scoraggiamento si avanza nella Via."
Schede correlate
Hagakure
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