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Schedatura di massa?
di Massimiliano Crippa

21 settembre 2002. Il nuovo e controverso database nazionale dei residenti è stato reso disponibile agli uffici pubblici il 5 agosto 2002. La rete informatica che collega gli uffici decentrati al database centrale, chiamata Juki Net (Juuki netto, abbreviazione di "Juumin kihon daichou", "registro di base dei cittadini"), suscita però preoccupazione per possibili violazioni della privacy.
Secondo un sondaggio di Asahi Shinbun realizzato nel mese di luglio, l'86% dei giapponesi si dice preoccupato che le proprie informazioni personali finiscano nelle mani sbagliate, così come il 76% pensa che si dovrebbe rinviare il lancio del servizio. Solo il 37% pensa che il servizio sia utile.
L'avviamento di Juki Net è costato 40 miliardi di yen e costerà 19 miliardi di yen all'anno di manutenzione. Juki Net dovrebbe sveltire 93 procedure amministrative, rendendo inutile la richiesta al cittadino di un certificato di residenza, in qualunque punto del paese ci si trovi: basterà fornire il codice di 11 cifre che è stato spedito a casa di ogni cittadino in concomitanza con l'attivazione della rete. Ad esso sono associati nome, cognome, data di nascita, sesso e indirizzo.
Juki Net non riguarda gli stranieri, anche se residenti. Essi, però, hanno già da molti anni l'Alien Identification Number.
Per accedere a Juki Net serve un terminale dedicato. Molti uffici pubblici hanno detto che a loro basta una patente per identificare un cittadino e che passare al nuovo sistema non è, al momento, una priorità. Inoltre, le proteste dei cittadini hanno spinto molti uffici a non attivare il servizio per ora.
A Tokyo e in altre località si sono svolte, infatti, manifestazione di protesta in cui i cittadini indossavano magliette con codici a barre e sventolavano foglietti con numeri di 11 cifre, del tutto simili ai codici distribuiti alla popolazione. Lo slogan dei protestanti, "10 cifre per le vacche, 11 cifre per le persone", fa riferimento al sistema di identificazione studiato per i bovini dopo lo scandalo della "mucca pazza". Come ci si può fidare, dicono i cittadini, se persino chi lavora negli uffici pubblici ne dubita?
In effetti, anche all'interno delle istituzioni non c'è accordo unanime. Le città di Yamatsuri, nella prefettura di Fukushima (7.300 residenti), Kokubunji (112.300 residenti) e Suginami-ku (500.000 residenti) a Tokyo hanno già annunciato che non si collegheranno al network.
Yokohama, che è la municipalità più grande del Giappone con 3,45 milioni di residenti(1), ha fatto sapere che chiederà ai propri residenti il consenso. Il sindaco Nakada Hiroshi ha deciso di dare tempo fino all'11 ottobre per esprimere la propria intenzione di non aderire. Il 2 settembre, primo giorno per l'invio delle richieste, oltre 1.200 persone hanno espresso tale intenzione.
Due città nella prefettura di Mie, Futami (9.300 residenti) e Obata (18.400 residenti), si sono infine connesse al network il 9 agosto, dopo aver approvato delle regole locali per la salvaguardia della privacy. Su circa 3.300 municipalità, sembrerebbe una protesta da poco.
In un'altra municipalità, Niseko (Hokkaido), non sono ancora stati inviati i numeri a casa dei cittadini. A Kochi, oltre cinquemila persone hanno rifiutato di ricevere la missiva o l'hanno rispedita al mittente. Anche ad Osaka, oltre mille persone hanno usato la stessa tecnica. Ciò non cambia la realtà dei fatti, ma queste persone hanno pensato di esprimere così la propria protesta.
Ma qual è il problema? Francesco Scisci, su La Stampa, ci propone una teoria piuttosto cervellotica.

[...] sin dalle elementari si insegna a restare in gruppo, darsi da fare per non far sfigurare i compagni migliori, ma neppure cercare di eccellere per non far perdere la faccia ai compagni peggiori. Così, anche per questo, dopo il lavoro ci si ubriaca con i colleghi e si va insieme a cantare ai karaoke. Se si è già in gruppo che problema c'è con il super computer che sa tutto? Il problema c'è e grande, perché il gruppo che sa tutto è piccolo, circoscritto ed è senza gli altri, quelli dell'altro ufficio, quelli del palazzo vicino.
La manna elettronica invece promette di distruggere proprio questo, l'isolamento dei tanti piccoli villaggi di lavoro, in cui tutti sanno dei vizi degli altri, ma l'individuo è difeso dalla sua comunità, come fosse ancora un paesino di contadini. Allora dietro lo schermo di queste piccole società ci sono montagne di vizi, stranezze, bizzarrie e originalità individuali, parte del carattere dei singoli giapponesi così come lo è la loro solidarietà sociale. Il mega computer appiattisce tutto, abbatte le palizzate tra i vari villaggi e riversa i segreti di ciascuno nel mare magno di uno stato che ne farà quello che vorrà. Le 16 mila funzioni elettroniche sono una violenza al tessuto sociale del Paese come e più di posti dove il mito della privacy individuale è violato a ogni piè sospinto dal vicino curioso, dal collega impiccione e indiscreto.

Credo che molte persone si innervosiscano al pensiero di essere contraddistinte e identificate da un numero, ma l'idea non è certo nuova. Vi dice niente il Social Security Number americano? Anche il nostro codice fiscale non sembra tanto diverso.
Alcuni vicini di casa, Malesia e Hong Kong, hanno un sistema simile. Anche la Corea del Sud usa un codice a 13 cifre che viene assegnato alla nascita. All'età di 17 anni, poi, si viene forniti di una carta che contiene il numero, una fotografia e l'impronta del pollice. Senza questa carta, non si possono ottenere i servizi erogati dagli enti pubblici o, ad esempio, il passaporto. Il numero dei coreani che si oppongono a tale sistema è aumentato recentemente, soprattutto dopo aver assistito a malfunzionamenti o truffe piuttosto gravi.
Il problema, quindi, è un altro. Ma non è quello che ci prospetta il Corriere della Sera, con un'affermazione priva di fondamento.

L'idea che i dati personali possano andare in rete ed essere consultati da chiunque nel mondo ai giapponesi non piace.

In Giappone (e probabilmente anche in Corea) manca una legislazione sulla privacy che, tra l'altro, era una condizione prevista dallo stesso governo per l'introduzione di Juki Net. Nella lingua giapponese non esiste nemmeno una parola che corrisponda al concetto di privacy. Questo vorrà pur dire qualcosa.
Ogni municipalità è stata lasciata libera di gestire la spedizione dei codici nel modo che ritenesse più appropriato. Anche questo, secondo alcuni, è un sintomo della mancanza di confidenza del governo su come trattare le informazioni e garantire la privacy.
D'altronde, in Giappone, solo raramente è richiesta la sicurezza assoluta sull'identità di un individuo: per fare molte cose, almeno fino a poco tempo fa, bastava compilare un foglio con dati personali qualsiasi e firmare con un timbro (inkan) che si acquista in negozio(2).
Il governo aveva presentato un disegno di legge sulla privacy il 31 luglio 2002, ma la sua approvazione è stata rimandata all'autunno: aveva suscitato aspre critiche da parte della stampa, che lo accusavano di essere una scusa per censurare.
Il governo ha dichiarato che, nel frattempo, utilizzerà un software denominato Intrusion Detection System (IDS) per controllare che i dipendenti pubblici non abusino del nuovo sistema informatico.
Ma più che dell'onestà degli impiegati degli enti locali, molti sono più preoccupati per la possibilità di guasti e malfunzionamenti, ma ancor di più che persone estranee alle istituzioni possano violare il network: la sicurezza assoluta, come sappiamo ormai, non esiste.
Se si può rivolgere una critica al sistema è che si potevano spendere meglio questi soldi. Gli argomenti da discutere dovrebbero essere altri.
Ad esempio, nel giro di due o tre anni, il Giappone si è riempito di "telecamere di sicurezza". Già nell'agosto del 1999, solo a Tokyo, ben 295 incroci erano sorvegliati da telecamere per il controllo del traffico. La East Japan Railway, nel luglio 2000, aveva già installato 3.000 telecamere nelle prefetture di Tokyo, Yamanashi e Tochigi. La Teito ha 900 telecamer nelle 150 stazioni della metropolitana da lei gestite. L'amministrazione di Tokyo ha 400 telecamere nei propri edifici. Molte telecamere si trovano ovviamente nelle centrali nucleari e nelle basi militari.
Il cosiddetto N-System (Number System), introdotto nel 1986 e che nel 2000 contava oltre 540 apparati, consiste in un insieme di telecamere che permette di registrare le targhe delle automobili in transito. Nel 1999, grazie a questo sistema, l'Agenzia Nazionale di Polizia ha ritrovato 1.468 auto rubate e raccolto informazioni per la risoluzione di alcuni crimini. Il sistema ORBIS, corrispondente al nostro autovelox, comprende 320 unità installate in tutto il paese.
Oltre il 90% delle banche e società finanziarie ha installato telecamere, così come il 94% dei convenience store e di altri negozi aperti fino a tardi. E' vero però che spesso sono stati i privati o i negozianti a richiederle, per bloccare l'aumento dei reati.
Le informazioni vanno protette, ma la loro circolazione è essenziale per avere una società vitale. Sicurezza e libertà non sono totalmente compatibili, dobbiamo rendercene conto(3).
Illuminante in proposito il parere di Bauman:

Durante la maggior parte dell'età moderna il principale pericolo per la democrazia è stato correttamente individuato nelle limitazioni imposte alla libertà dell'uomo dai poteri di controllo delle istituzioni preposte alla "sicurezza collettiva". Oggi la democrazia sembra minacciata prima di tutto sul versante opposto: è la sicurezza garantita dalla collettività a lasciare sempre più a desiderare, a essere gradualmente abbandonata come obiettivo valido delle scelte pubbliche e disprezzata come valore da tutelare.
[...]
Ormai abbiamo buoni motivi di sospettare che una conciliazione serena e completa e una coesistenza pacifica tra libertà e sicurezza siano obiettivi inarrivabili.(4)

Una curiosità. Sono molte le persone che usufruiscono della possibilità di cambiare il codice loro assegnato, perché questo contiene i numeri 4 o 9. Essi sono considerati numeri sfortunati, perché i rispettivi kanji sigificano anche "morte" e "dolore".

Note

1. Questo perché, come avete visto più sopra, Tokyo ha una municipalità per ogni ku.
2. In genere, come documento di riconoscimento si richiede la patente. Una carta d'identità non obbligatoria verrà introdotta nell'agosto del 2003.
3. Leggete anche i pareri di Beppe Severgnini e Cristiano Martorella nel nostro articolo "Impronte digitali".
4. Bauman, Zygmunt. 2002. La società individualizzata. Il Mulino, Bologna, p. 74.

Bibliografia

Bauman, Zygmunt. 2002. La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza. Il Mulino, Bologna.
Brasor, Philip. We are more than just numbers, aren't we? The Japan Times, 11 agosto 2002.
Editoriale. Juki Net goes online. Asahi Shinbun, 6 agosto 2002.
Kageyama, Yuri. Japanese drop out of new national ID system. Salon, 11 agosto 2002.
Laszlo, Tony. To be or not to be a number. Shukan ST, 23 agosto 2002.
Man., S. Ogni giapponese avrà un numero. Proteste per la schedatura di massa. Corriere della Sera, 6 agosto 2002.
Redazione. Big Brother: Some refuse to accept the central government's plan to put personal data on everyone online. Asahi Shinbun, 7 settembre 2002.
Redazione. Database won't give full value for at least a year. Asahi Shinbun, 3 agosto 2002.
Redazione. Juki Net online minus 4 million holdouts. Asahi Shinbun, 6 agosto 2002.
Redazione. Mie towns join national registry after holding out. The Japan Times, 10 agosto 2002.
Redazione. Poll: 8 in 10 want Juki Net put on hold. Asahi Shinbun, 23 luglio 2002.
Redazione. There's always someone looking at you and the people don't like it. The Economist, 8 agosto 2002.
Redazione. Tokyo residents don bar codes in nat'l registry protest. Japan Today, 3 agosto 2002.
Redazione. Watchdog program to protect Juki Net. Asahi Shinbun, 5 agosto 2002.
Scisci, Francesco. Grande fratello? No, grazie. La Stampa, 10 agosto 2002.
Walsh, Bryan. Branded! Time Asia, vol. 160, n. 6/7, 19-26 agosto 2002.

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