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Kamera kozou
L'occhio indiscreto del Giappone
di Paolo Blasi

I katakana e i kanji che compongono l'espressione kamera kozou 9 maggio 2002. I kamera kozou rappresentano una delle molte "distorsioni" del più grande fenomeno otaku, ma in realtà questa non raffigura altro che un sottoprodotto degli stessi. Il termine kamera kozou è composto da due parole: la prima è riferita alla parola inglese "camera", indicante la macchina fotografica, mentre la seconda può essere tradotta con: sgradevole, schifoso, indecente.
Da un primo confronto superficiale, questo fenomeno parrebbe del tutto simile a quello italiano nel quale i fotoreporter prendono il nome di "paparazzi", ma presente anche in molti altri paesi industrializzati. Così, però, si tralasciano i dettagli che dividono nettamente i tipi.
Difatti, lo scopo di un kamera kozou è quello di fotografare principalmente un aidoru, ma anche persone che non sono tali, in momenti particolari della giornata. Naturalmente il numero di foto eseguite è molto alto, ma la maggior parte è poi scartato per prediligere quelle in cui è possibile intravede parti intime, in momenti particolari nei quali il soggetto è distratto. Solitamente tali fotografie sono vendute a riviste specializzate oppure in negozi o mercatini nei quali sono di solito accompagnate dalla vista intera della persona.
Ciò che discrimina le fotografie, e che ne costituisce quindi l'oggetto, è costituito dalle mutande. Le tipologie di foto che ne possono derivare sono classificate principalmente in due categorie: "panchira" e "panmoro". La radice delle parole, "pan", deriva da "pantsu" che indica le mutande in giapponese. Nel primo termine si indica una scarsa visuale ("chira"), nel secondo si indica una visione piena ("moro").
La necessità di creare un soggetto il più fedele e perfetto possibile porta questi ragazzi nell'apprendere le tecniche migliori e di sperimentarne di nuove per ottenere un risultato sempre migliore. Questa specializzazione li racchiude di fatto nel contesto più ampio degli otaku nonostante siano loro stessi a produrre ciò che li caratterizza. Per questo motivo, i kamera kozou sono considerati persone disgustose dall'opinione pubblica:

Nei giorni in cui ci sono questi eventi, fin dalla mattina si radunano davanti al Fashion Building Rox parecchi ragazzi [...]. Le ragazze che lavorano nell'edificio dicono che sono dei laidi e che fanno schifo, e li odiano. In effetti l'atmosfera creata dai kamera kozou è davvero viscida. Ad Harajuku nei fine settimana la media dell'età dei passanti si abbassa di sei anni rispetto ai giorni feriali. Qui si vendono le nama jasshin delle aidoru."(1)

La giovane età dei kamera kozou è un altro elemento che caratterizza questa tipologia di otaku, ma la loro propensione alla fotografia, unita alle necessità economiche giovanili, li fa specializzare in inquadrature sempre più ambiziose. Questo, in primo luogo, a scopo di collezione ed in seguito per riviste "toko shasshinshi", specializzate nel trattare questo materiale. In queste riviste, redatte con materiale dei lettori, è possibile trovare, oltre alle foto non ufficiali, anche indiscrezioni sulle principali aidoru; dettagli non presenti in altre riviste di settore.
La prima tra queste riviste definibili come "amatoriali" è stata Super Shasshin Juku (il primo numero risale al lontano 1984), una sorta di supplemento alla storica Shasshin Jidai Junior, che era espressamente dedicata ai contributi dei lettori. In breve la diffusione ha portato all'incremento dei kamera kozo, creando in questo modo un circolo vizioso che ha fatto la fortuna degli editori:

Le maggiori riviste toko vendono in media 150.000 copie ciascuna, e il mercato nella sua globalità tira dalle 500.000 alle 700.000 copie, una cifra che il mondo dell'editoria non può ignorare."(2)

Difatti, nate come riviste di nicchia, hanno ben presto consolidato un mercato sotteso al carattere dominante degli otaku, la "maniacalità". Il termine otaku è inteso difatti non solo come esperto, ma anche come appassionato al di là del buon senso ed in modo settoriale. I kamera kozou non fanno eccezione: applicano una tecnica eccellente, avvalendosi degli strumenti più tecnologici per ottenere in premio denaro e notorietà. Molto spesso tendono a sacrificare gli strumenti, se ve ne fosse buon motivo, per tenere una buona pellicola che si rivela l'unica fonte di passione per questi giovani.
Un kamera kozou di solito si presenta, come la maggior parte degli otaku, come un ragazzo giovane, pallido, con un'aria provata dalla stanchezza (dovuta per lo più a lunghi appostamenti e ad ore di sonno perse per coltivare il proprio interesse), molto magro e debilitato per la dieta sregolata, di carattere difficile a meno che non parlari con altri kamera kozo.
Questi tratti sono comuni per la maggior parte degli otaku, che in generale non hanno molto passione per la vita e per ciò che essa rappresenta, ma provano felicità ed entusiasmo, talvolta anche trasporto, nel momento in cui si parla di quello a cui tengono di più.
In questo caso i kamera kozou provano passione per la foto delle mutandine: non per l'oggetto fotografato, ma per l'essenza della foto stessa, il momento in cui è stata scattata, l'angolazione, la postura del soggetto. Tutti "dettagli" che un kamera kozou non trascura di apprezzare ed esaltare proponendo in questo modo una sorta di complesso bidimensionale legato appunto all'immagine stessa più che agli elementi intrinseci della fotografia.

Note

1. Ishii, S. Otaku non hon, in "Takarajima", n. 104, 1989, p. 59.
2. Op. cit., p. 65.

Bibliografia

Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella. 1999. Otaku. I giovani perduti del Sol Levante. Castelvecchi, Roma.
Girello, G. 1997. Aidoru. Mondadori, Milano.
Gomarasca, Alessandro e Valtorta, Luca. 1996. Sol Mutante. Mode, giovani e umori del Giappone contemporaneo. Costa & Nolan, Genova.

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Otaku
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