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Kamikaze
Piloti suicidi giapponesi impiegati nella seconda guerra mondiale dall'ottobre 1944 all'agosto 1945. La strategia degli attacchi suicidi con aeroplani destinati a schiantarsi sulle navi statunitensi fu decisa dal viceammiraglio Oonishi Takijirou, comandante del 1° Kokukantai (Prima Flotta Aerea). Nella riunione del 19 ottobre 1944 a Mabalacat (Filippine), fu stabilita la formazione dello "Shinpuu tokubetsu kougekitai" (Gruppo speciale d'assalto vento divino). Il nome kamikaze (vento divino) fu attribuito in ricordo della tempesta, così chiamata, che nel XIII secolo spazzò via la flotta d'invasione di Kubilai Khan. La grave decisione fu adottata a causa delle pessime condizioni in cui versavano le forze nipponiche. Dopo la sconfitta a Leyte (Filippine) e il fallimento dell'operazione Shou (vittoria), l'inferiorità in mezzi, rifornimenti e uomini era netta. Ogni attacco aereo era destinato al fallimento, il velivolo sarebbe stato abbattuto dai caccia avversari o dalla contraerea. Perciò si decise di continuare a combattere a costo del sacrifico supremo. Molti piloti accettarono con entusiasmo la scelta di continuare la lotta con questo mezzo estremo, e tanti furono anche i volontari. Ma non si deve dimenticare il dramma vissuto in questa scelta identificando erroneamente i kamikaze come fanatici. L'eroe di guerra Sakai Saburou ci ricorda quanto fosse tragica questa decisione, e quanto i giapponesi amassero la vita che donavano in sacrificio:
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[...] le antiche parole mi turbinavano nella mente: 'Un samurai deve vivere in modo tale da essere sempre preparato a morire' [Yamamoto Tsunetomo. Hagakure, ndr]. Il codice del samurai tuttavia non prescriveva che un uomo dovesse essere sempre preparato al suicidio. Esisteva un abisso tra il togliersi la vita e l'andare invece in combattimento con l'intenzione di affrontarne i rischi e gli azzardi. In quest'ultimo caso anche la morte può divenire accettabile e non possono esservi rimorsi. [...] Ma come è invece possibile accettare, in brevissimo spazio di tempo, di andare a uccidersi?
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Anche Ivan Morris ci ricorda l'umanità dei piloti kamikaze giapponesi riportando una lettera di uno di loro:
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Pensare agli inganni di cui i cittadini innocenti sono stati vittime da parte di alcuni nostri scaltri politicanti mi lascia un sapore amaro in bocca. Ma accetto di ricevere ordini dall'alto comando e perfino dagli uomini politici, perché credo nello Stato giapponese. Il modo di vita dei giapponesi è veramente bello e io ne sono fiero, come sono fiero della storia e della mitologia giapponese che riflettono la purezza dei nostri antenati e la loro fede nel passato. [...] E' un onore poter offrire la mia vita in difesa di valori così belli e alti.
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Gli attacchi kamikaze furono dal punto di vista militare un fallimento. Infatti i danni recati al nemico furono limitati e mai decisivi. Ma dal punto di vista morale essi furono impressionati. Gli americani rimasero stupefatti nel constatare la determinazione del nemico, e per ovvie ragioni culturali avvertirono come disumana quella strategia di guerra. Combattere contro un nemico che non si comprendeva rendeva tutto ciò destabilizzante. Oggi i nomi dei piloti kamikaze sono conservati nello Yasukuni Jinja, un tempio shintoista di Tokyo. Le visite al tempio di alcuni premier giapponesi (come quelle di Nakasone nel 1985 e di Koizumi nel 2001) sono state oggetto di aspre critiche. Ma si deve ricordare che i kamikaze sacrificarono le loro vite per il Giappone, non contro qualcosa e qualcuno, oppure a favore di una classe politica, ma per l'intero paese. Ecco una poesia di un pilota che ci indica questo spirito di rigenerazione nazionale:
Basta con il tuo ottimismo,
apri gli occhi,
popolo del Giappone!
Il Giappone procede verso la sconfitta.
E allora noi giapponesi
dovremo infondere in questa terra
una nuova vita.
Una nuova strada verso la resurrezione
dovremo aprire con sforzo.
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Bibliografia
Inoguchi, Rikihei e Nakajima, Tadashi. 1958. The Divin Wind. United States Naval Institute, Annapolis, Maryland.
Sakai, Saburou. 2001. Samurai! TEA, Milano.
Morris, Ivan. 1983. La nobiltà della sconfitta. Ugo Guanda Editore, Parma.
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