
|
Alla scoperta dei kanji
di Massimiliano Crippa
23 ottobre 2003. I primi sistemi di scrittura sia in Occidente che in Oriente erano pittografici, immagini che rappresentano idee. I kanji furono sviluppati in Cina nel XIV secolo a. C., nella regione del Hwang Ho (Fiume Giallo), e successivamente si diffusero nella vicina penisola coreana. All'inizio del III secolo d. C., immigrati cinesi e coreani portano i kanji in Giappone. La lingua giapponese era allora solo orale. Quando c'era la necessità di comunicare ad altre persone un evento importante si ingaggiava un narratore professionista chiamato "kataribe". Il kataribe viaggiava per tutto il paese portando messaggi e riferendo importanti avvenimenti avvenuti in altri villaggi. Così i kanji furono presi a prestito per poter scrivere quanto espresso oralmente. In ogni caso, solo nel V secolo d. C., i kanji furono realmente introdotti in Giappone.
In cosa differiscono i kanji cinesi e giapponesi?
Prima della Seconda Guerra Mondiale i kanji erano esattamente gli stessi, tranne che per il fatto che i cinesi ne usavano un numero maggiore nel linguaggio comune, per la mancanza di alfabeti fonetici. Dal dopoguerra in poi sono avvenute diverse semplificazioni da entrambe le parti, così che parecchi kanji sono ora differenti, sebbene abbiano la stessa origine. Taiwan e Hong Kong usano ancora i kanji cinesi originari. Le semplificazioni apportate in Cina sono state più radicali di quelle giapponesi, anche se i cinesi ben educati possono ancora leggere, e spesso scrivere, anche le forme originarie. Lo stesso kanji può essere stato semplificato in Cina, ma non in Giappone e viceversa. Anche nel caso in cui sia stato semplificato da entrambi, il risultato non è sempre identico, poiché la semplificazione ha seguito regole diverse. Ora anche la Cina ha dei simboli fonetici, zhuyin fuhao o bopomofo, simili più ad un alfabeto che ai kana giapponesi, ma che comunque non sono usati per la stampa: servono nei primi anni di scuola come una sorta di furigana per facilitare l'apprendimento dei kanji. Servono solo per l'apprendimento del Mandarino e sono diffusi solo a Taiwan. Sono anche molto recenti. Il sistema pinyin, usato nella Repubblica Popolare Cinese, è una romanizzazione che serve per rappresentare la pronuncia cinese. Viene usato solo al di fuori della Cina, quindi non come i kana, tranne che per il solito uso educativo nella scuola.
Quanti sono i kanji?
Chi fa ricerca sulla letteratura classica cinese e giapponese, sa che può trovarsi di fronte ad un numero di kanji veramente elevato. Nel Dai Kanwa Jiten del 1984, a cura di Morohashi Tetsuji, sono contenuti 49.964 kanji, ma il più grande dizionario cinese, lo Zhonghua Zihai del 1994, ne raccoglie 85.568. Molti di questi sono ormai sconosciuti o di dubbio significato, senza contare duplicati, varianti e semplificazioni. Poiché ogni kanji cinese può in teoria essere usato in Giappone, alcuni dizionari giapponesi riportavano, fino alla Seconda Guerra Mondiale, la totalità dei kanji cinesi. Tuttavia, durante il periodo postbellico, il Monbushou, il Ministero dell'Educazione, cominciò a mettere ordine nella giungla dei kanji, regolamentandone l'utilizzo. Forse la riforma fu anche frutto di pressioni da parte degli americani, a cui non doveva essere piaciuta l'idea che qualcuno potesse esigere rispetto solo per il saper usare più kanji degli altri. A quel tempo, leggere giornali e riviste richiedeva la conoscenza di almeno 4.000 kanji. Così, dopo accurate ricerche sulla frequenza con cui venivano usati questi kanji, il ministero stabilì nel 1946 una lista di 1.850 kanji chiamati touyou kanji (kanji di uso quotidiano), gli unici autorizzati ad essere usati nella stampa per il largo pubblico e che devono essere conosciuti da ogni studente diplomato. I primi 881 kanji sono noti come kyouiku kanji (kanji ad uso scolastico) e vengono insegnati durante i sei anni di scuole elementari. Alcuni studi dimostrano che la conoscenza dei soli kyouiku kanji permette di leggere il 90% di tutto il materiale pubblicato, mentre conoscere tutti i touyou kanji fa salire questa percentuale al 99%. Nel 1977, i kyouiku kanji furono rivisti e saliro a 996. Poi, nel 1981, fu reso obbligatorio lo studio di 10 nuovi caratteri, i numeri romani, ora usati comunemente in Giappone. Il gruppo di 1.006 caratteri così formatosi venne chiamato gakushuu kanji (kanji ad uso scolastico). Gli studenti delle elementari ne imparano 80 al primo anno, 160 al secondo, 200 al terzo, 200 al quarto, 185 al quinto e 181 al sesto. Sono stati regolamentati anche dei kanji supplementari, da usare per i nomi propri di persona, noti come jinmeiyou kanji (kanji per i nomi propri). Il numero di kanji presenti nella lista è variato nel tempo a partire dal 1951, anno in cui è stata pubblicata la lista. Dopo l'ultima modifica nel 1997, la lista è composta da 285 kanji.
Jinmeiyou kanji nel corso del tempo
| Anno | Totale |
|
| 1951 | 92 |
| 1976 | 120 |
| 1981 | 112 |
| 1981 | 166 |
| 1990 | 284 |
| 1997 | 285 |
Inoltre, dal 1981 i 1.850 touyou kanji furono sostituiti dai 1.945 jouyou kanji (kanji di uso comune). Gli studenti che si diplomano oggi devono, quindi, imparare 95 kanji in più rispetto alla prima revisione del 1946. La lista è orientativa e non prescrittiva: infatti, si sono ormai diffusi sulla stampa alcuni kanji che non fanno parte di questa lista.
Quanti kanji conosce un giapponese?
Prima della Seconda Guerra Mondiale, un giapponese ben educato doveva conoscere tra i 4.000 e i 5.000 kanji. Lo stesso si può dire per un cinese di pari cultura. Oggi, uno studente universitario giapponese dovrebbe conoscere circa 3.000 kanji, ma alcuni studi ritengono che 800 sia il numero di kanji che il giapponese medio può leggere e scrivere. Ovviamente, sono molti di più quelli che può solo leggere. J. Marshall Unger, professore di lingue asiatiche all'Università delle Hawaii, ci informa che il Ministero dell'Educazione ha condotto solamente due studi approfonditi sul livello di alfabetismo, nel 1948 e nel 1955, scoprendo che dal venti al cinquanta per cento degli adulti soffre di un alfabetismo ristretto, che produce problemi nell'uso della scrittura. Il fenomeno è conosciuto negli Stati Uniti come "analfabetismo funzionale". Negli anni '20 molti non andavano oltre la scuola primaria, dove imparavano a leggere e scrivere 1.360 kanji e a leggerne altri 1.020, per un totale di 2.380. I test effettuati sui soldati di leva alcuni anni più tardi vedevano i due valori assestarsi intorno a 500-600 e 1.000-2.380.
I kanji sono un vantaggio?
Per capire i kanji, non dovete sapere come si leggono. Potete leggere superficialmente un testo e capirne la sostanza semplicemente guardando i kanji. I kanji svolgono la funzione del testo in grassetto usato nella lingua occidentale per evidenziare nomi e concetti. Esprimono dei concetti e non dei suoni, il nostro alfabeto in realtà non esprime nulla. Trovate di più immediata comprensione leggere il segnale stradale di stop o un cartello con scritto stop? Il segnale trasmette il suo significato molto più rapidamente. Il significato è più immediato con un kanji. Il Giappone è piccolo, per questo produce cose piccole e scrive cercando di usare meno spazio. Quindi niente spazi tra le parole per avere più compattezza e più efficienza. Con i kanji potete "comprimere" le idee. I kanji occupano meno spazio, guardando al numero di elementi di una parola. Mentre in Occidente si riesce col tempo a vedere un'intera parola alla volta, in giapponese dovete imparare a vedere un intero kanji alla volta. La densità di informazione è più alta. E' vero però che la complessità del disegno può richiedere un maggiore spazio tipografico. Secondo The National Geographic, la pubblicazione integrale del testo inglese nella versione giapponese della rivista avrebbe richiesto uno spazio superiore del 25%. Anche la risoluzione del video di un computer dovrebbe essere maggiore per poter visualizzare la stessa quantità di informazione. Il fattore di forma di una parola rappresentabile da un singolo kanji è però migliore di quello della corrispondente parola inglese. Un esempio stupido sono i bottoni degli ascensori. Senza i kanji, la lingua giapponese perderebbe molto del suo significato come forma d'arte. Il linguaggio ideografico parla al lettore attraverso l'intelligenza visuale e grafico-simbolica, estremamente più globale e pregnante di significato della nostra intelligenza ortofonica, basata sui suoni che richiamano un'astrazione concettuale. Alcuni recenti studi, realizzati tramite scansione PET (Positron Emission Tomography), ERP (Event Related Potential) e FMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), mostrano che la comprensione dei kanji utilizza strade differenti nel nostro cervello rispetto alla comprensione dei linguaggi alfabetici. Il processo prevede una minore attività nell'area responsabile della codifica fonetica nella parte sinistra del cervello e una maggiore attività nell'area occipitale della parte destra del cervello, l'area della vista. Ciò non significa che non sia implicata un'attività di tipo fonetico: sia l'area di Broca che l'area di Wernicke sono localizzate nella parte destra del cervello. Il sistema di elaborazione lessicale è un insieme di meccanismi che vengono usati per conservare e recuperare le conoscenze che abbiamo sulle parole del nostro linguaggio. Conoscere una parola significa conoscerne il significato, la fonetica, l'ortografia e le proprietà grammaticali. Come è organizzata questa conoscenza nel cervello? La fonte più importante per far luce su ciò è l'osservazione dei pazienti affetti da afasia e lo studio dei deficit lessicali ad essa associate, anche se oggi le tecniche di scansione computerizzata hanno assunto un ruolo di primo piano. La conclusione a cui si è giunti è che i processi sono organizzati in sottosistemi neurali relativamente autonomi situati nell'emisfero sinistro, ognuno destinato ad elaborare un differente aspetto della conoscenza lessicale. Gli studi su gruppi di persone bilingui distinguono tra coloro che hanno imparato la seconda lingua fin da bambini e coloro che l'hanno imparata da adulti. I risultati dicono che le aree del cervello usate per elaborare ognuno dei due linguaggi sono adiacenti, ma, mentre nei bilingui tardivi sono chiaramente separate, in coloro che impararono da bambini queste aree si sovrappongono. La parte del cervello usata per elaborare un linguaggio non dipende da quale linguaggio prendiamo in considerazione, ma da quando è stato appreso, a che età. Parlare anche il giapponese allora è un beneficio? No, assolutamente no. Non ne era convinto Tsunoda Tadanobu, ma i suoi metodi di ricerca sono stati messi in discussione e i risultati non sono stati mai replicati. La prima lingua viene sempre processata nello stesso emisfero del cervello, sebbene i linguaggi ideografici possono usarne differenti parti. La seconda lingua, comunque, utilizza maggiormente la parte destra del cervello. Scoprirete col tempo che l'uso dei kanji è indispensabile poiché i kana non hanno di per sé un significato. Esistono 94 kanji la cui lettura onyomi è kou. Scrivere kou in kana, non vi dice molto, anche se il contesto aiuta un po'. Nella lingua parlata, il contesto permette in genere di distinguere la parola voluta tra le tante omofone. Capita però a volte di vedere un giapponese disegnare in aria un kanji, o descriverlo se parla al telefono, per far capire all'interlocutore la parola desiderata. La presenza massiccia di omofoni è un grave problema, risolto brillantemente dai kanji. I kanji spezzano la ripetitività dei kana, accentuata dalla mancanza di spazi tra le parole, aiutano a stabilire le pause. Non memorizzate solo il significato dei singoli kanji, imparate piuttosto i radicali e ancor di più i composti. Parole molto lunghe, come hitsukehenkousen, che significa "linea internazionale del cambio di data" sarebbero piuttosto difficili da leggere in kana. Mettetevi in testa che scrivere usando solamente l'hiragana è impossibile. Se veramente i giapponesi dovessero abolire i kanji, dovrebbero passare direttamente all'alfabeto latino con spaziatura, ma anche così non risolverebbero tutti i loro problemi. La capacità agglutinante dei kanji permette di derivare il significato di moltissime parole, a partire da una base di pochi elementi. Un po' come conoscere il latino e il greco per noi, ma con risultati molto più ampi. Questo vantaggio del giapponese è stato limitato dall'introduzione del gairaigo. Precedentemente, le parole giapponesi avevano solo due radici, una indigena (yamato kotoba) ed una cinese (kango), mentre l'inglese ad esempio ne ha in numero maggiore (latino, greco, francese, germanico ed altre). Il fatto che gli alfabeti aiutino a mostrare l'origine delle parole, accresce la visibilità e l'utilità di questa struttura: hiragana e okurigana (parte di hiragana che segue un kanji) da yamato kotoba, kanji da kango, katakana da lingue europee. Come principio generale, più gli elementi costruttivi sono pochi, più facile è imparare. La struttura dell'inglese è così oscura che imparare duemila parole non vi aiuterà per niente nell'impararne altre duemila. L'impresa sarà altrettanto difficile. Non si può dire lo stesso del giapponese, dove abbiamo ad esempio teisha suru (fermarsi, di macchina), teisen suru (fermarsi, di barca), teiden suru (mancare la corrente), teigaku (essere sospesi da scuola) e così via. Circa 400 delle parole inglesi più comuni hanno uno spelling irregolare, così come il 20% circa delle restanti parole. Il suono e lo spelling di queste parole va imparato singolarmente, un lavoro non certo meno impegnativo dell'imparare i kanji e che non porta con sé gli stessi vantaggi. A ciò si aggiunge il fatto che tutti i kanji sono formati da circa 200 parti più semplici, detti radicali, molti dei quali hanno un significato in sé stessi, che rende l'apprendimento dei kanji più semplice. E' vero che inizialmente la curva di apprendimento può essere più ripida, ma i kanji sono un aiuto e non un ostacolo all'apprendimento della lingua.
Nel sistema occidentale, in particolare in inglese, scrivere non è difficile, così come capire il significato della parola scritta. Ciò che è difficile è scrivere una parola pronunciata e pronunciare una parola scritta. I kanji non dovrebbero essere confrontati con un altro alfabeto, ma con un altro sistema di spelling, perché non sono un modo di scrivere una parola, ma di farne lo spelling. Per un occidentale che non è di lingua madre inglese, imparare lo spelling dell'inglese è difficile quanto imparare i kanji, anche avendo in comune con l'inglese l'alfabeto e l'origine di molte parole. Anche se la percentuale di testo composto da kanji non è molto grande, non si può concludere che i kanji siano inutili, poiché la percentuale di informazione che essi comunicano è molto grande. Un verbo esprime la maggior parte del suo significato tramite un kanji, l'hiragana che segue serve solo a precisare, aggiungere dettagli. I kanji servono a dare ad un testo, che sarebbe piatto se composto solamente da hiragana e katakana, una certa musicalità, quella che nel linguaggio parlato è espressa da accenti, pause, cambi di tono. I bambini si sentono liberi giocando con il pieno e il vuoto dei kanji, senza essere costretti, come al solito, a colmare con i colori lo spazio delle figure vuote. Usando solo il colore nero, che non è un colore. La prima arte visiva orientale è stata la scrittura. I suoi concetti traggono origine dal taoismo. Le idee taoiste sulla natura, circa la ricerca della libertà individuale e il suo totale sviluppo, derivano da una concezione del vuoto, che si manifesta in tre diversi aspetti: vuoto cosmico, vuoto mentale, vuoto pratico. In questo è implicita una visione politica, che rifiuta ogni autorità o potere costituito. Questo è riassunto nel non-agire, che non è inazione o fatalismo, ma un fare conforme e in armonia con la natura. Il gesto della calligrafia è uno strumento per entrare in contatto con la propria creatività, una chiave di accesso al sé profondo.
Abolire i kanji?
La proposta di eliminare i kanji ed utilizzare solamente hiragana e katakana, per rendere più semplice la lingua giapponese, è stata lanciata dal professor Kishimoto Tatsuo, della Ritsumeikan Daigaku. Un campione di 111 lettori della rivista Hiragana Times, di cui 96 non giapponesi, ha risposto alla domanda in modo affermativo con queste percentuali: i giapponesi per il 13,5%, gli stranieri per il 38,6%. Le opinioni degli stranieri favorevoli all'abbandono fanno leva su alcuni punti: il tempo necessario ad imparare i kanji potrebbe essere usato in modo differente e più produttivo studiando altro; un numero maggiore di studenti stranieri potrebbe studiare il giapponese se la lingua fosse più semplice; i giapponesi avrebbero meno problemi con le lingue straniere. Anche i giapponesi puntano il dito contro la mole incredibile di tempo necessario ad impadronirsi dei kanji essenziali alla normale vita quotidiana. Sul fronte dei contrari al cambiamento, persino gli stranieri riconoscono che la cultura giapponese ha profonde radici nella lingua. Al ché i favorevoli fanno notare che i kanji non sono giapponesi, ma bensì cinesi. Corea del Sud e Vietnam hanno abbandonato i kanji in favore di un proprio alfabeto, senza perdite di identità. Ma a questo punto anche i kana, che da essi derivano, non dovrebbero essere eliminati? Inoltre, imparare solo i kana sarebbe più semplice, ma non diventerebbe più semplice il giapponese, pieno di omofoni e agglutinante (i coreani ora lamentano proprio un problema con gli omofoni). Un insegnante di giapponese canadese si è accorto da solo di questa verità, ottenendo un punteggio più alto nel Japanese Proficiency di livello 2 (più difficile) piuttosto che nel livello 3, poiché quest'ultimo contiene molti meno kanji e molto più hiragana, che rende la lettura difficile e lenta. Alcuni asiatici però affermano che la difficoltà dell'imparare i kanji è sentita molto dagli occidentali, ma non dai popoli del sud-est asiatico, che nel passato hanno subito l'influsso della civiltà cinese: un quinto della popolazione mondiale usa i kanji. D'altronde per molti occidentali, l'abbandono dei kanji renderebbe il giapponese più semplice, ma anche molto meno interessante o affascinante. Per i giapponesi stessi, la scrittura è il modo più rapido per comunicare con i cinesi (ed anche con i coreani, che in fondo i kanji li conoscono), in qualsiasi parte del mondo ci si trovi. Se l'Asia e la Cina in particolare continueranno ad aumentare, come previsto, la propria influenza economica nel sistema mondiale, diventerà sempre meno proponibile un abbandono dei kanji. Sarà proprio la globalizzazione a renderli più desiderabili. A conferma di ciò, tutti i cinesi che hanno risposto al sondaggio erano contrari all'abolizione. Solo grazie ai kanji cinesi i giapponesi sono stati in grado di scrivere la propria lingua. Eliminarli solo per dare una mano agli stranieri? Il giapponese non esiste solo perché gli stranieri lo possano studiare. A questo punto, comunque, sarebbe preferibile abbandonare anche il sistema dei kana e passare all'alfabeto latino. All'inizio del periodo Meiji (1868-1912) la Roumaji-kai, "Società per la romanizzazione dell'alfabeto giapponese", si proponeva di trovare un modo di scrivere il giapponese usando i caratteri alfabetici, aggiungendo opportuni segni diacritici per evitare omonimie e omofonie. La società si sciolse ai primi del Novecento, ammettendo l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo prefissato. Il professor Kishimoto così difende la sua posizione: "In Cina si calcola che il 40% della popolazione non possa esprimersi adeguatamente quando scrive. E se il livello di acculturazione non è abbastanza elevato, una vera modernizzazione e democratizzazione non è possibile. Corea del Sud e Vietnam dimostrano di essere solide quanto e più di prima. Possiamo comunicare perfettamente con i kana". In Vietnam sono riusciti a "romanizzare" la lingua scritta, affrancandosi dalla schiavitù dei kanji, ma la lingua vietnamita è monosillabica e tonale come il cinese, mentre la lingua giapponese è polisillabica e agglutinante. Il caso coreano è interessante. Nel 1443, il re Se Jong, della dinastia Yi, inventò (o forse incaricò un gruppo di studiosi di farlo per poi attribuirsene il merito) e promulgò l'alfabeto coreano, l'hangul, per consentire al popolo di imparare rapidamente a leggere e scrivere. Il dibattito sull'uso esclusivo dell'Hangul o sulla possibilità di affiancare a questo i kanji cinesi è proseguito per secoli. Secondo alcuni, l'uso di entrambi gli alfabeti vedrebbe perdente quello coreano che, col tempo, verrebbe relegato a ruolo sussidiario. Ora la Corea del Sud sembra voler tornare sui suoi passi. Il Presidente Kim Dae Jung, nel febbraio 1999, ha riaperto una lunga diatriba, ordinando di usare i kanji cinesi per i documenti ufficiali e i cartelli stradali. La mossa ha sollevato le proteste di 30 linguisti coreani, orgogliosi del proprio alfabeto, l'Hangul, in uso da 556 anni. E' anche vero però che i kanji cinesi sono così radicati nel sistema linguistico che praticamente ogni coreano può scrivere il proprio nome in kanji. La politica linguistica coreana prevede l'uso esclusivo dell'Hangul. I kanji possono essere usati solo in quei casi in cui servano a chiarire un'idea che non può essere espressa facilmente in altro modo. In passato il governo ha scoraggiato gli studenti dall'imparare i kanji cinesi, togliendoli completamente dai libri di testo. I quotidiani hanno seguito la stessa politica, anche se meno rigidamente. Negli ultimi anni però l'appoggio verso l'adozione dei kanji cinesi è cresciuto, considerati da molti un modo migliore per formare nuove parole ed esprimere idee complicate. Il Presidente Kim ha anche affermato che, senza i kanji cinesi, sorgerebbero dei problemi nella comprensione della letteratura classica coreana e della cultura tradizionale. Come primo passo, Kim ha detto che il governo deve adottare i kanji cinesi, affiancandoli al coreano e all'inglese, nei cartelli stradali, come aiuto per i milioni di turisti che visitano il paese ogni anno.
I kanji stanno diminuendo?
Molti pensano che il numero dei kanji utilizzati comunemente col tempo diminuirà. Inizialmente, la percentuale di kanji in un testo era molto alta, fino al 90%, ma col tempo è diminuita. Ci sono varie ragioni per il declino dell'uso dei kanji nel passato recente: l'hiragana può sostiuire con efficacia molte parole scritte in kanji, qualora il contesto non crei ambiguità; il katakana può fare ancora di più, sostituendo parole sino-giapponesi, così come le nuove parole che andrebbero create in kanji per descrivere l'attuale sviluppo tecnologico; il governo ha anche limitato il numero di kanji di uso comune. E nel futuro? I dati ci dicono che il trend discendente si è fermato. Il declino si è fermato intorno al 1960, dopo il quale vi è stata una lenta ripresa. Alla lista dei kanji più usati oggi in vigore, sono stati aggiunte alcune centinaia di kanji rispetto alla lista provvisoria del 1973, soprattutto per quanto riguarda i nomi di persona. Secondo una ricerca, la percentuale di kanji nel testo, campionata ogni 10 anni tra il 1906 e il 1976, è diminuita costantemente dal 46,8% del 1906 al 36,2% del 1956, rimanendo poi stabile, 37,8% nel 1966 e 38,0% nel 1976. Bisogna chiedersi però quali conseguenza avrà l'uso dell'informatica applicata alla scrittura. Il software permette di inserire nel testo anche quei kanji che sono troppo difficili da scrivere e che col tempo sarebbero stati dimenticati. Questo porta ad un uso maggiore dei kanji e non ad un loro lento declino. Quindi l'informatica migliorerà le capacità della gente, almeno per quanto riguarda il riconoscimento e l'uso dei kanji, sebbene non dal punto di vista dello scriverli a mano. E questo è un peccato, perché imparare a scrivere un kanji vi aiuta a fissarlo meglio nella memoria. In effetti, la presenza di kanji nel testo è cresciuta recentemente, grazie all'uso dei wapro (word processor) e dei computer, che possono convertire i kana in kanji istantaneamente. Nel quotidiano Asahi, alcune parole come wakaru (capire) che nel 1969 erano scritte in hiragana, nel 1989 erano scritte mischiando kanji e hiragana. L'uso dei kanji non sta più declinando; potrebbe anche aumentare.
|
|