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Storia del karate
di Francesco Orsini

I kanji che compongono la parola karate 25 agosto 2002. Il karate è un'arte marziale di origine giapponese, un'arte del combattimento. L'elaborazione delle tecniche ha avuto perciò come obiettivo principale la ricerca dei colpi più efficaci per l'attacco. Gli attacchi più utilizzati sono i colpi di pugno e di piede; a questi si aggiungono colpi portati a mani aperte in diverse posizioni, colpi di gomito, di testa, di ginocchio. Tecniche di parata diversificate sono state elaborate in risposta ai diversi tipi di attacco. Esse sono completate da tecniche di immobilizzazione, di proiezione e dall'utilizzo di diversi oggetti: armi, bastoni e arnesi tradizionali degli agricoltori e dei pescatori.
Alla domanda "cos'è il karate?", il Maestro Mabuni Kenei risponde nel modo più esauriente che sia possibile:

Sommariamente, il karatedou deriva dall'arte del combattimento a mani nude trasmessa segretamente da gran tempo nell'isola di Okinawa. Si tratta di una sottile arte dell'autodifesa che permette di vincere il nemico per mezzo delle più varie tecniche utilizzando diverse parti del corpo in modo razionale ed efficace, ad esempio in colpi di pugno e di mano, diretti o circolari, calci e anche proiezioni ed immobilizzazioni. Ma il vero karatedou non è una semplice arte del combattimento. Il suo primo obiettivo è forgiare il corpo e lo spirito. In effetti quest'arte è stata praticata e approfondita storicamente con lo scopo di giungere alla dignità di un saggio. Gli adepti di karatedou devono riflettere sul senso di queste due massime: "L'arte del pugno è quella di un saggio" (kunshi-no-ken) e "Il karate non comincia con un attacco" (karate-ni-sente-nashi). Essi non devono mai dimenticarle.

Una lezione di karate

La pratica del karate si basa su tre pilastri fondamentali: kihon, kata e kumite.
Il kihon è l'insieme degli esercizi fondamentali, la ripetizione delle tecniche singole o in concatenate una all'altra, che si pratica prevalentemente da soli a mani nude o con l'ausilio di strumenti tradizionali come il "makiwara" (un'asse di legno di 150 cm, infissa nel suolo alla cui estremità superiore si trova una sorta di cuscino di paglia che è il punto da colpire), od in alternativa con strumenti più attuali come gli scudi colpitori o il sacco da boxe.
Il kata è un insieme di tecniche, concatenate in modo da costituire una sequenza che simula un combattimento. Letteralmente "kata" in giapponese significa "forma", "stampo" e identifica un parte fondamentale dell'insegnamento di tutte le arti marziali giapponesi. I kata sono "i libri di testo" in cui è racchiuso tutto l'insegnamento tramandato da secoli di pratica. I kata sono stati elaborati dai vari maestri che ne hanno formalizzato le tecniche e le hanno messe in una sequenza che rappresenta un "combattimento reale con avversari immaginari". Studiando e applicando il kata con costanza se ne possono estrapolare, sotto la guida di un maestro, un moltitudine di tecniche e di stili diversi di combattimento, ognuno derivante dalla scuola del maestro che lo ha elaborato. Sono una vera e propria miniera da cui il praticante, novizio od esperto, può attingere e scoprire continuamente nuove tecniche e nuove idee per migliorare la sua arte. I kata riconosciuti della Scuola Shotokan Ryu sono divisi in tre gruppi: shitei kata (kata di base), sentei kata (kata avanzati) e tokui kata (kata superiori).
Il kumite è il "combattimento". Letteralmente la parola significa "incontro" (kumi) di "mani" (te) e va inteso proprio come un "incontro" anziché uno "scontro", in cui ogni praticante sfrutta l'avversario per confrontarsi con i propri limiti e le proprie paure. Il kumite viene studiato in varie forme, dalla più semplice e controllata detta "kihon kumite" (per i primi livelli) si passa per gradi al "ju kumite", il combattimento libero (per i livelli avanzati), fino ad arrivare al "jissen kumite" cioè il combattimento reale (solo per praticanti di livello superiore).
Questi tre elementi sono inscindibili nella pratica del karate: dai kata si estrapolano le tecniche, le combinazioni e le strategie in essi racchiuse, si utilizza il kihon per tradurle in modelli di combattimento che poi verranno applicati nel kumite. Quest'operazione si può iniziare dopo un periodo di apprendimento di tutte le basi del karate, che generalmente dura tre o quattro anni.
Nel karate attuale i livelli di apprendimento sono scanditi dalle cinture colorate, che corrispondono alla tradizionale graduazione definita dai "kyu": dal 9° kyu, la cintura bianca, in scala decrescente fino al 1° kyu, la cintura marrone; a questo punto si può conseguire la cintura nera e inizia la progressione in dan, che può arrivare fino al 6° per esami e successivamente per meriti particolari nello studio e nella pratica del karate, mai per "meriti sportivi", trattandosi di karate tradizionale e non "sportivo". Dal 2° dan in poi si può diventare "istruttore", dopo aver frequentato il corso specifico e superato un esame teorico-pratico, e dal 5° dan si può aspirare all'ambita qualifica di maestro, che viene conferita, dopo una serie di prove e una tesi, dal caposcuola dell'organizzazione in cui si opera.
Le federazioni, o sedicenti tali, di karate sono numerose e l'unica discriminante che fa la differenza tra una e l'altra è la qualità e la serietà del caposcuola che si rispecchia nei suoi maestri e istruttori. Un invito personale che io rivolgo a chi volesse intraprendere la via del karate è quello di informarsi bene sulla scuola e sul maestro o istruttore che si intende seguire: nonostante gli stili di karate ufficiali attualmente praticati siano essenzialmente quattro, piuttosto differenti l'uno dall'altro, la qualità del karate è data solo dall'onestà e dalla serietà della pratica, indipendentemente dallo stile.

Breve storia di Okinawa, patria del karate

Tracciare con precisione le origini del karate è abbastanza complesso in quanto la tecnica che oggi conosciamo è frutto di contaminazioni successive e ulteriori scremature operate dai primi maestri che diedero al karate la sua prima veste ufficiale.
Per prima cosa ricordiamo che il nome "karate" è la definizione recente di un'arte che anticamente era conosciuta come "te" (mano) o "to de" (mano della Cina). L'ideogramma "to", che significa "Cina", si può pronunciare anche "kara", che significa "vuoto". Nel XX secolo si decise di togliere l'ultimo residuo di derivazione cinese da quest'arte, che oramai aveva assunto carattere proprio, cambiandone il nome in "karate" (mano vuota), identificandone così anche la sua caratteristica fondamentale cioè l'uso delle sole mani e piedi nudi.
La partia di origine del karate è Okinawa, un arcipelago di isole a sud del Giappone, il cui nome ne identifica anche la dislocazione, infatti Okinawa in giapponese significa "pezzi di corda di paglia che galleggiano sull'oceano". Fino al secolo XIII, Okinawa era solo un insieme di tribù, spesso in conflitto tra loro, che aveva col Giappone scambi commerciali, ma nessun legame politico.
E' nel secolo XIV che, con l'organizzazione di Okinawa in una federazione di 3 grandi comunità tribali ("sanzan jidai": periodo delle tre montagne), l'arcipelago assume una primigenia forma di "stato" politicamente organizzato. Da questo momento, Okinawa allaccia rapporti di vassallaggio con il vicino impero cinese, donde giungeranno, assieme alla cultura e ai manufatti, i primi elementi di un'arte marziale codificata. Da quest'epoca, l'arcipelago verrà ribattezzato dai cinesi "Ryukyu", nome che terrà fino agli anni '80 quando riprenderà il suo nome originale.
A partire dal 1372 fino al 1866 è l'Imperatore della Cina a conferire il titolo ai re di Ryukyu e a tale scopo invia, in occasione di ogni incoronazione, un'ambasceria composta da 500 persone tra funzionari civili e militari, che permane sull'isola principale un anno circa. Questa delegazione ha avuto un ruolo fondamentale nella trasmissione delle arti di combattimento.
Nel VX secolo Sho Ashi, avendo annientato gli altri due capi tribù stabilì il primo stato unificato di Okinawa. La dinastia denominata il "clan di Sho" si perpetuò per diciannove generazioni fino al XIX secolo. La capitale di Okinawa fu situata nel castello di Shuri, appositamente costruito nel 1509. Nello stesso anno, il re disarmò la popolazione radunando tutte le armi nel castello in modo da evitare possibili insurrezioni, non già da parte della popolazione che poco aveva a che fare con la pratica militare e marziale, ma piuttosto da parte dei signori locali detti "aji" che governavano le varie province con una certa autonomia. L'insegnamento delle arti di combattimento è riservato quasi esclusivamente agli "aji" e la piccola parte della popolazione che ne viene in contatto lo deve fare in segreto, lontano dagli occhi dei signori che potrebbero temere dei sudditi addestrati nelle arti di combattimento.
La tecnica proveniente dalla Cina si fonde con elementi marziali già presenti in Okinawa dando così origine a varie correnti marziali, ciascuna propria della famiglia che la praticava. In questo periodo l'arte marziale praticata in Okinawa prende il nome di "Okinawa te".
Nel 1609 la signoria giapponese dei Satsuma invade le Ryukyu e vi impone agilmente il proprio dominio; la resistenza infatti è minima (i Satsuma perdono in tutto 57 elementi contro i 531 morti tra gli indigeni) poiché vigeva ancora il disarmo e le arti di combattimento erano conosciute, come si diceva, dai nobili e da poca parte della popolazione. La signoria dei Satsuma manterrà il disarmo, ma non impedirà i rapporti con la Cina, quindi da quest'epoca fino al XIX secolo Okinawa vivrà sotto una doppia dominazione. In questi tre secoli infatti alla pratica marziale di origine prettamente cinese si fonderanno tutti gli elementi propri delle arti marziali giapponesi che vennero divulgati dai signori e dai samurai lasciati a presidiare l'isola.
E' in questo periodo che iniziano a delinearsi le tre "scuole" fondamentali di Okinawa-te che prendono il nome dalle città ove venivano praticate e cioè: Shuri-te (dalla città di Shuri), Naha-te (dalla città di Naha) e Tomari-te (dalla città di Tomari). Queste tre correnti possono essere definite "stili" in quanto ognuno di essi assume caratteristiche proprie derivanti da vari fattori quali il luogo di pratica, la tipologia psicofisica degli abitanti e dalle esigenze di difesa degli stessi.
Non esiste tuttavia ancora un insegnamento "codificato"; ogni maestro insegna ciò che lui stesso ha sperimentato e ciò che trova naturalmente efficace, tralasciando quanto non si dimostra apparentemente utile ai propri scopi, che, come abbiamo detto, cambiavano da luogo a luogo e da persona a persona.

Origine del karate moderno

Elencare tutti i maestri che contribuirono alla formazione dell'Okinawa-te sarebbe lungo ma è indispensabile citare almeno il primo ad elaborare un insegnamento "sistematico": il Maestro Matsumura Sokon. Il Maestro Matsumura fu una figura leggendaria, che studiò le arti marziali sia in Cina sia in Giappone grazie a frequenti viaggi nei due paesi. Per comprendere il livello di questo personaggio basti pensare che all'età di appena vent'anni venne nominato "Guardia del Principe" al Palazzo di Shuri, il che indica chiaramente che già a quell'epoca aveva raggiunto un buon livello nella pratica marziale. In Okinawa vengono tramandati molti racconti leggendari sulle imprese di questo. Matsumura formò numerosi allievi alla sua scuola, tra i quali ricordiamo quelli che più d'ogni altro diedero una svolta all'insegnamento e alla pratica del karate come oggi lo conosciamo: il Maestro Asato Anko (1828-1906) e il Maestro Itosu Anko (1830-1915) che furono i maestri di Funakoshi Gichin, fondatore del Karate Shotokan Ryu, che attualmente è lo stile di karate più praticato al mondo.
Al Maestro Funakoshi si deve l'insegnamento del karate su larga scala. Fu lui, infatti, che, dopo una dimostrazione pubblica tenuta di fronte all'Imperatore del Giappone nel 1922, iniziò l'insegnamento dapprima a Kyoto e successivamente in varie sedi in tutto il Giappone, molte delle quali erano rinomate università. I suoi allievi diretti, dei quali pochi ormai rimangono in vita, hanno esteso l'insegnamento in tutto il mondo sotto l'egida della Federazione Giapponese di Karate (JKA). Al Maestro Funakoshi si deve anche e soprattutto la codificazione di uno stile ben definito in cui la progressione dell'apprendimento è legata a tappe specifiche, sistematicamente ordinate. A lui si deve l'enorme opera di selezione tra le decine di kata lasciate dai molti maestri nel corso dei secoli, nonché il loro adattamento alle diverse esigenze del nostro tempo rispetto ai periodi in cui sono stati elaborati. Sempre a lui si deve la "formalizzazione" delle tecniche del karate operata in modo da renderle accessibili a tutti. Egli ha trasformato i kata, e le tecniche, in veri e propri "scrigni" che, se adeguatamente appresi, rivelano al loro interno tutta l'efficacia e la potenza tramandate in secoli di pratica di un'arte marziale che come scopo principale la vittoria sull'avversario in un solo colpo, come recita uno dei detti fondamentali del karate: ikken issatsu, uccidere l'avversario in un colpo solo.
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