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Karoushi
Nel marzo del 2000, la Corte Suprema ha chiuso una causa inziata nel gennaio del 1993, dichiarando colpevole la Dentsu Inc., la più grande agenzia pubblicitaria giapponese, per la morte di Oshima Ichiro, un impiegato neoassunto di 24 anni che si era suicidato nell'agosto del 1991, dopo aver lavorato continuativamente per 17 mesi, senza un solo giorno di riposo. La condanna spiega che la Dentsu non si è preoccupata di ridurre il carico di lavoro del dipendente. Sebbene i superiori avessero visto che le sue condizioni di salute peggioravano, gli hanno soltanto detto di prendersi maggior cura di se stesso. Secondo la corte, l'azienda ha l'obbligo di non far accumulare troppo stress e stanchezza nei lavoratori. L'azienda dovrà ora vigilare perché tali fatti non accadano più e impegnarsi per migliorare la qualità del lavoro dei propri dipendenti. Il rimborso in denaro si può dire modesto, 168 milioni di yen, ma il verdetto è una pesante pietra che non smetterà tanto presto di agitare lo stagno. La cultura aziendale giapponese, che si vantava di aver raggiunto l'armonia tra dirigenza e lavoratori, è stata ricoperta di vergogna. Si tratta della prima volta che la massima corte giapponese riconosce la responsbilità di un'azienda in un caso di "karoushi", morte per troppo lavoro.
La pratica dello straordinario non pagato è molto diffusa in Giappone, ma in questo caso si erano raggiunti livelli disumani: poco prima di suicidarsi, questo giovane aveva lavorato fino alle 6:30 del mattino, almeno una volta ogni quattro giorni, mentre nel corso degli altri mesi aveva fatto le 2 di notte, più o meno con la stessa frequenza. Si dice che le ore di straordinario siano a discrezione del lavoratore, ma sarebbe difficile per alcune categorie di persone fare opposizione; pensate alle donne, ai giovani, a coloro che hanno un contratto a termine, agli interinali. Nel 1998 i suicidi che possono essere attribuiti a problemi sul lavoro sono stati 1.877, quasi il 50% in più rispetto all'anno precedente (nel 1991 erano 992). Nel 1996 vennero presentate undici domande per il riconoscimento del suicidio di un parente come imputabile al lavoro, ma le autorità ne riconobbero soltanto una. Nel 1997 le domande erano salite a trenta e i riconoscimenti furono due. Soltanto negli ultimi quattro mesi del 1999 le domande furono quaranta, anche per il fatto che i criteri per la presentazione furono semplificati nel settembre di quell'anno. Secondo la confederazione sindacale, la pratica dello straordinario è stata utilizzata sempre più, col peggiorare della recessione, e si tratta quasi sempre di straordinario non retribuito. La deregulation nel mondo del lavoro non fa che peggiorare le cose: con l'aumentare della competizione tra i lavoratori, il lavoro straordinario non pagato è diventato il modo migliore per recuperare un po' di competitività. Oshima Hisamitsu, padre di Ichiro, ha detto:
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Permettere a un dipendente di lavorare fino alla morte è un crimine. Questa tragedia non sarebbe successa se l'azienda avesse avuto un minimo di moralità.
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Egli ha aggiunto che intuì immediatamente le responsabilità della Dentsu e scrisse al presidente per avere spiegazioni, ma non ottenne nesuna risposta. Come avvocato avevano Kawahito Hiroshi, che è a capo dell'associazione delle vittime di karoushi. Il problema in questo tipo di cause è trovare documenti che comprovino le ore straordinarie, poiché in genere i dipendenti non riportano tutte le ore effettivamente svolte, che comunque non sono pagate. Ichiro segnava in media tre ore di straordinario al giorno, ma il padre a volte lo vedeva tornare a casa di mattina giusto il tempo per fare una doccia e cambiarsi e poi via, di nuovo in ufficio. Ma le registrazioni dell'orario d'uscita dal palazzo sede della Dentsu, a Tsukiji (Tokyo), alla fine ristabilirono la verità. I genitori del ragazzo e il loro avvocato, durante il processo, si appostarono anche di notte davanti alla sede a contare le luci accese negli uffici e l'orario d'uscita degli altri dipendenti.
In Giappone, i primi casi di morte per troppo lavoro risalgono già all'inizio degli anni '70. Verso la fine degli anni '80 il fenomeno è diventato un serio problema sociale e venne coniato il termine che lo descrive. Secondo Kawahito, intervistato da Yomiuri Shinbun, ogni anno almeno 10.000 persone muoiono di karoushi, ma potrebbero essere anche 30.000 o 50.000. Alcuni non muoiono, ma riportano gravi danni fisici e mentali. La parola è stata adottata anche dalla lingua inglese. Karoushi, infatti, non è un fenomeno prettamente giapponese. Un caso scontato è quello della Corea del Sud, che ha seguito a ruota il modello di sviluppo giapponese, estremizzandolo se possibile. Ma casi simili sono stati segnalati anche negli Stati Uniti. Esistono delle differenze che in Giappone lo caratterizzano: prima di tutto il numero dei casi; in secondo luogo, il fatto che ne soffrano tutte le categorie ma soprattutto i normali impiegati, mentre negli altri pesi soltanto manager e liberi professionisti, legati soprattutto al mondo della finanza. In Giappone, sia i presidenti che i neoassunti muoiono di karoushi; il problema è, quindi, molto serio. Le cause? E' la competizione internazionale che fa stare svegli la notte i giapponesi, per essere sempre al passo con i paesi dove è giorno e l'economia è al lavoro. Il tutto è partito dal settore finanziario, ma si è poi diffuso in altri comparti. Pensate anche solo ai minimarket, che hanno cominciato a restare aperti 24 ore su 24 verso la metà degli anni '80. Ma non è solo la globalizzazione economica ad avere qualche colpa; anche la competizione interna è molto forte. E nessuno pone dei freni, dei limiti; non esiste un campanello di allarme. Molti giapponesi pensano che il lavoro sia la cosa più importante nella vita. Kawahito afferma che, nella cultura giapponese, non esistono fattori interni che impediscano di lavorare:
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Non ci sono, ad esempio, precetti religiosi che proibiscano il lavoro in alcuni giorni. La società giapponese ha un solo valore: la ricerca dell'efficienza, della produttività, attraverso servizi migliori e più competitivi. Purtroppo questa ricerca non avrà mai fine. Il Giappne è diventato una società troppo efficiente e competitiva, è andato oltre ogni ragionevole comprensione.
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Le ore di lavoro, in Giappone, sono scese dalle 2.200 del 1988 alle 1.980 del 1997 (-10%), ma nello stesso anno i lavoratori francesi lavoravano 1.677 ore, mentre quelli tedeschi 1.517 ore. Sempre nel 1997, le ferie godute dai giapponesi ammontavano a 9,4 giorni, mentre i francesi si godevano 25 giorni e i tedeschi 31,2. E' chiaro però che le statistiche ufficiali non possono riflettere i dati reali. Non per colpa del Ministero del Lavoro, ma delle aziende, che trasmettono soltanto i dati relativi alle ore di straordinario retribuito e non a quelle svolte gratuitamente dai dipendenti. Se un dipendente lavora dodici ore al giorno per cinque giorni la settimana, il totale è di 3.000 ore, ma anche una stima di 2.500 ore sarebbe già preoccupante. Un'indagine meno formale condotta nel 1990 da un'agenzia governativa, intervistando direttamente i lavoratori, rilevò una media di 2.617 ore per gli uomini e 2.409 per le donne. Sui 10.000 casi stimati di karoushi, soltanto 500 o 600 famiglie presentano domanda di risarcimento. In genere solo il 15% delle domande viene accolto, ma è già un passo avanti: dieci anni prima era solo il 3%. Il Ministero del Lavoro si è accorto di aver applicato i regolamenti in modo troppo rigido e ora sta facendo marcia indietro. Non esiste neanche un problema di fondi per i risarcimenti. Se si arrivasse a riconoscere anche solo 1.000 di questi 10.000 morti ogni anno, l'impatto sociale sarebbe devastante. Tale forse da spingere il governo a regolamentare il lavoro straordinario. I sindacati non si sono mai degnati di chiedere una cosa del genere.
Negli scorsi anni, l'atteggiamento delle aziende è stato piuttosto freddo o addirittura critico nei confronti dei malcapitati. Nel luglio del 1990, la Fuji Bank di Kabutocho (Tokyo) si rifiutò di fornire la registrazione delle ore di lavoro alla famiglia di una ragazza di 23 anni, loro impiegata, morta per il troppo lavoro. Arrivati al processo, la banca affermò di non costringere i lavoratori a fare straordinario non retribuito. Alla fine si arrivò a un accomodamento e venne pagato un risarcimento, ma a condizione che la famiglia riconoscesse che non vi era alcun legame tra la morte della ragazza e il lavoro da lei svolto presso la banca. La Mitsui, nel novembre dello stesso anno, tenne un comportamento diverso, risarcendo immediatamente di tasca propria la famiglia. Ciò spinse in seguito altre aziende ad avere un atteggiamento più comprensivo e collaborativo.
Ma basterebbe ragionare cinicamente per risolvere il problema. Se l'efficienza è l'obiettivo in discussione, consideriamo che l'efficienza di queste persone, con tante ore di lavoro straordinario alle spalle e poco tempo per riposarsi, non può che peggiorare giorno dopo giorno, così che l'aumento di produttività dei primi tempi sarà completamente riassorbito col passare del tempo. Il possibile rischio è quello di arrivare anche a un saldo negativo, oltre che alla tragica morte di queste persone. Se si vuole maggiore produttività, bisogna far rilassare questi poveri giapponesi.
Chi avrà il coraggio di fare la prima mossa? Non dimentichiamo, come dice Kawahito, che anche i consumatori possono avere un peso in tutto questo, poiché loro sono i destinatari finali di questa ricerca dell'efficienza:
Dobbiamo riconsiderare la nostra società dei consumi. Un'azienda di consegne a domicilio ha scelto questo slogan: accettiamo le vostre consegne egoistiche. Questa è una chiara dimostrazione di quanto eccessivamente siamo orientati al consumo. Per raggiungere uno stile di vita soddisfacente dobbiamo essere capaci di accettare anche un calo nella qualità dei servizi."
Una curiosità. Questa parola giapponese è stata introdotta nella versione online dell'Oxford English Dictionary all'inizio del 2002. La definizione fornita è la seguente:
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Death brought on by overwork or job-related exhaustion.
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