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Kawaii

I kanji che compongono la parola kawaii L'aggettivo kawaii significa carino con una connotazione estetica ed affettiva. Il termine ha acquistato un significato particolare nell'ambito sociologico designando le tendenze della gioventù giapponese dell'ultimo ventennio del XX secolo. In questo caso l'aggettivo è stato usato insieme ad altri termini, coniando perfino l'espressione "cultura kawaii".
Il successo dell'espressione "cultura kawaii" è dovuto a una serie di saggi fra cui spicca quello di Merry White intitolato The Material Child. Anche se l'aggettivo kawaii è un termine consueto (non si tratta di un neologismo, ma di una vecchia parola), l'uso che se ne è fatto nella saggistica ha portato a una forzatura ed estensione del vocabolo che in se stesso non definisce nulla di così particolare e specifico.
Cristiano Martorella sintetizza così le caratteristiche della cultura kawaii:

Con l'espressione cultura kawaii si indicano il gusto e l'atteggiamento di una generazione di giovani giapponesi (la fascia d'età si sta allargando sempre più) che si riconoscono in una mancanza di ideologie e preferiscono rifugiarsi in un mondo infantile costituito da moine, atteggiamenti puerili, mode eclettiche e kitsch del vestiario, gadget, tendenze e linguaggi da bambino, cercando di ritardare sempre più la partecipazione al mondo adulto." (Anatomia di Pokemon)

Gli studiosi, nel tentativo di semplificare la complessità empirica del mondo giovanile giapponese hanno utilizzato questo modello che si rivela a tratti lacunoso e altre volte un semplice stereotipo. Ciò ha generato una forte scontro fra gli studiosi, specialmente occidentali, che non sono concordi sulle conclusioni delle analisi della cosiddetta cultura kawaii.
Cristiano Martorella esplicita chiaramente la situazione:

Questo ideal-tipo è servito a orientarsi abbastanza bene nel magmatico e sempre mutevole mondo giovanile giapponese, ma più spesso ha offerto problemi di carattere generale quando si è cercato di comprendere il comportamento delle diverse generazioni di giapponesi considerate simultaneamente, e non ha fornito nessun tipo di spiegazione plausibile sulla società giapponese contemporanea complessiva.
Ciò ha contribuito a tenere separati gli studi antropologici sulla cultura dei consumi e dei mass-media dagli studi sociologici di carattere generale, creando un certo ritardo nella comprensione dei fenomeni ed etichettando come subcultura ciò che non rientrasse nel modello più ampio e generale della società giapponese." (Anatomia di Pokemon)

La polemica nasce intorno alle proposte teoriche di alcuni studiosi, in particolare Sharon Kinsella. Infatti Kinsella propone un'interpretazione del kawaii come prodotto delle trasformazioni sociali dovute alla società di massa e dei consumi. Un modello già avanzato da altri studiosi, come Hoshino Katsumi. Ma Kinsella si spinge molto più in là nelle sue conclusioni, ipotizzando ulteriori cambiamenti:

Se alle origini della modernizzazione giapponese il cittadino in uniforme rappresentava l'emblema della dedizione appassionata alla gloria del paese, nella Tokyo di fine secolo l'immagine della liceale in uniforme è giunta a simboleggiare qualcuno che non ha null'altro a cui devolversi se non il consumo e le forze del mercato. Nel boom delle liceali si può scorgere l'esito finale di un'istituzione culturale: il cittadino in uniforme dell'inizio del XX secolo che infine esaurisce il suo corso storico nella figura paradossale della marinaretta-prostituta dei tardi anni Novanta. Al di là della sua problematicità immediata, la figura della liceale che si prostituisce è stata usata come una metafora scottante per sollevare inquietudini sul collasso del soggetto sociale giapponese negli interstizi finanziari dell'economia consumista." (La bambola e il robottone)

Kinsella suggerisce una logica dello scambio fondata sull'individuo come merce. Ovviamente inserita nella società dei consumi. Ma altri studiosi ritengono che il kawaii non sia un semplice prodotto della società di massa, al contrario, affonderebbe le sue origini nella tradizione giapponese. Fra questi ricordiamo il già citato Cristiano Martorella, ma soprattutto Ueda Atsushi, autore e curatore di Electric Geisha, uno dei primi testi sulla cultura pop giapponese.
Electric Geisha è un tentativo di spiegare le forme estreme del Giappone contemporaneo attraverso i modi di pensare e vivere dei giapponesi. Nell'analizzare la società di massa, Ueda e i suoi collaboratori ricorrono a ricostruzioni storiche che vedono nascere il mondo urbano già nel periodo Edo (1600-1867).
Yoshii Takao si esprime in modo chiaro a tal proposito:

Eppure non dovrebbe essere dimenticato che all'alba dell'era Meiji, già esisteva una società capace di assorbire le nuove tecniche e conoscenze introdotte dai suoi capi o, come minimo, uno strato considerevole di persone capaci d'assimilare nuove informazioni e di trasmetterle ad altri. Questa prontezza generale nell'assorbire nuovi concetti, era frutto di un processo di maturazione avvenuto attraverso tutto il periodo Edo. In altre parole, la modernizzazione del Giappone non avvenne a stadi isolati. Si è evoluta continuamente, dal periodo Edo fino a quello Meiji, e da lì al giorno d'oggi". (Electric Geisha)

Contro questo tipo di ricostruzione storica si scaglia Alessandro Gomarasca, già autore di Sol Mutante, che ne La bambola e il robottone accusa gli studiosi di falsificazione e mistificazione:

Il tecno-orientalismo è la forma ultima dell'orientalismo. I suoi assunti sono probabilmente falsi e mistificatori in generale; essi sono certamente falsi e fuorvianti quando vengono applicati all'immagine che è più spesso invocata dai sostenitori della tecno-utopia giapponese." (La bambola e il robottone)

Gli risponde Cristiano Martorella che obietta lo squilibrio dell'analisi del kawaii in termini sociologici. Se il kawaii è un concetto estetico, va innanzitutto studiato come tale e non spiegato esclusivamente in termini sociologici che partono da presupposti mai verificati. Egli presenta un'analisi estetica del kawaii basata sulla filosofia di Kuki Shuuzou:

Ciò non significa che il kawaii non sia in relazione con i sentimenti del bello tradizionali dei giapponesi, anzi ne individua le origini e ne spiega il funzionamento. Tenendo presente lo studio di Kuki, riconosciamo che il kawaii ha in comune con l'iki alcuni punti. Ad esempio, una specie di liberazione (in giapponese gedatsu) dalla convenzione attraverso il piacere e un'anima disponibile al cambiamento. Rispetto all'iki c'è uno spostamento verso la vistosità (hade) e soprattutto una vicinanza alla dolcezza (amami), ma come l'iki conserva una relazione con la distinzione (jouhin). Sembra che le ultime tendenze delle ragazze di Tokyo confermino questo modello. Infatti è emerso un nuovo gruppo della cultura kawaii che si definisce, con terminologia occidentale, ego-make. Caratteristica del kawaii sarebbe appunto la ricerca di questa distinzione, dell'essere diversi (e non contro qualcosa o qualcuno)." (Anatomia di Pokemon)

Altri studiosi hanno connesso il kawaii al fenomeno otaku, come nel caso di Massimiliano Griner e Rosa Isabella Furnari, autori del libro intitolato Otaku. Pur cogliendo gli aspetti più controversi della cultura kawaii (enjo kousai, aidoru, etc.), il loro giudizio era tuttavia moderato e cercava un'indagine equilibrata. Gli autori infatti dichiarano esplicitamente la faziosità delle polemiche sul fenomeno otaku:

A fronte di queste premesse, emergeva con chiarezza, affrontando l'oggetto otaku, di valutare il peso e l'influenza, sulla nostra indagine, di queste immagini distorte, immagini e suggestioni da cui non potremo in ogni caso liberarci fino a quando non avremo, per il Giappone, un interesse eterodiretto." (Otaku)

Recentemente si è inserito nel dibattito italiano sul concetto di kawaii anche Marco Pellitteri, studioso di mass-media e animazione. Pellitteri, autore del poderoso volume sui linguaggi e i valori della Goldrake-generation, avanza un'analisi su diversi piani, considerando il kawaii sia negli aspetti estetici e sia nella fruizione dei prodotti. In Anatomia di Pokemon, cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, egli presenta anche delle considerazioni sulla generazione dei giovani giapponesi:

La cultura kawaii possiede peraltro, come abbiamo visto, molti degli stessi canoni estetici e valori della cultura del samurai, senza però essere riconosciuta come cultura valida dalle generazioni che abbiano sorpassato i quarant'anni. [...] Ma di fatto, all'etica del samurai non crede quasi più nemmeno la maggior parte degli adulti, dunque in pratica i giovani giapponesi stanno combattendo una battaglia ideologica e generazionale contro un fantasma, dato che a tutt'oggi la cultura del samurai non esiste se non come mero ideale: ciò aiuta a spiegare come mai i movimenti di contestazione ideologica giovanile in Giappone, contrapponendo la cultura kawaii alla cultura del samurai, di fatto non facciano altro che mantenere, in maniera direi gattopardesca, la stabilità dei valori tradizionali giapponesi." (Anatomia di Pokemon)

Le proposte più originali di Marco Pellitteri riguardano però i modelli di crescita intermediale. Egli ne individua sei: debole, forte, forte rovesciato, forte unificato, forte-debole spontaneo e superforte unificato. I modelli intermediali sarebbero caratterizzati dal tipo o più tipi di media utilizzati (per esempio la stampa, la televisione, il merchandising).
Pellitteri rovescia così la questione del kawaii riportandola nei binari di un'analisi concreta che parte dai meccanismi della società di massa. Egli evita comunque di usare le consuete astrazioni che hanno impedito finora di comprendere il fenomeno del kawaii introducendo soltanto argomentazioni polemiche. La serena indagine di Pellitteri si conclude dunque con un auspicio:

La sfida di questo nuovo secolo è far sì che le nuove generazioni non perdano le vecchie forme di pensiero e di acquisizioni della conoscenza. Però è anche compito di noi adulti impegnarci a vivere la nostra vita senza rifiutare queste nuove forme di pensiero ma anzi accettandole come un arricchimento." (Anatomia di Pokemon)

Nonostante ciò, il dibattito sul kawaii è tutt'altro che chiuso. C'è chi continuerà a vederlo come una degenerazione, chi lo interpreterà con le categorie del postmoderno, e chi lo riporterà nell'alveo degli studi tradizionali della nipponistica.
Inutile aggiungere, però, che la gioventù giapponese continuerà a vivere seguendo i suoi stili, ignorando le diatribe fra accademici e, in un certo modo, sorridendone.

Bibliografia

Gomarasca, Alessandro (a cura di). 2001. La bambola e il robottone. Culture pop nel Giappone contemporaneo. Einaudi, Torino.
Gomarasca, Alessandro e Valtorta, Luca. 1996. Sol Mutante. Mode, giovani e umori del Giappone contemporaneo. Costa & Nolan, Genova.
Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella. 1999. Otaku. I giovani perduti del Sol Levante. Castelvecchi, Roma.
Hoshino, Katsumi. 1984. Shouhi no jinruigaku. Touyou keizai shinpousha, Tokyo.
Kinsella, Sharon. Feticci in uniforme. Il fenomeno kogyaru, in AA.VV. 2001. La bambola e il robottone. Culture pop nel Giappone contemporaneo. Einaudi, Torino.
Kinsella, Sharon. Cuties in Japan, in Skov, Lise e Moeran Brian. 1995. Women, Media and Consumption in Japan. University of Hawaii Press, Honolunu.
Kinsella, Sharon. 2000. Adult Manga: Culture and Power in Contemporary Japanese Society. Curzon Press, London.
Martorella, Cristiano. Il kawaii prima del kawaii, in AA.VV. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma.
Martorella, Cristiano. La rivoluzione invisibile, in "Sushi", n. 3, ottobre 1996.
Pellitteri, Marco. Estetica kawaii e modelli di sviluppo intermediale da Topolino a Pikachu, in AA.VV. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma.
Ueda, Atsushi. 1996. Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone. Feltrinelli, Milano.
White, Merry. 1994. The Material Child. Coming of Age in Japan and America. University of California Press, Berkeley-Los Angeles.

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