
|
Quattro parole sul kendou
di Furio Detti
3 luglio 2002. Questo breve intervento sul kendou necessita di una premessa da parte mia: non sarei onesto se non ammettessi di essere assolutamente alle primissime armi nella pratica di questa arte marziale, ho appena raggiunto il grado di sankyu, ossia il terzo kyu(1). In realtà tutto quello che conosco sull'arte di maneggiare la spada e sulle discipline connesse - inclusa la pratica dello zen - deriva da diverse letture. Da tempo sono un appassionato dell'argomento, ma solo adesso sto acquisendo faticosamente l'esperienza "sul campo". Prendete perciò le mie parole come le impressioni di un neofita che vuole presentare alcuni aspetti di base del kendou, fra teoria e pratica, a chi non conosce questa disciplina.
Briciole di storia
Kendou significa alla lettera "la via (dou) della spada (ken)". Le sue remote origini risalgono al lungo periodo fra XVIII e XIX secolo, quando le antiche tecniche del kenjutsu si trasformarono lentamente in quella che è l'attuale disciplina. La differenza tra kenjutsu e kendou riguarda essenzialmente caratteristiche e finalità della pratica marziale: kenjutsu si può grossolanamente tradurre come "arte della spada", intendendo la parola "arte" con un'accezione strettamente tecnica. Kenjutsu significa apprendere le tecniche relative al combattimento con le due spade del samurai: la katana e il wakizashi, ossia la spada lunga e corta. Lo scopo era vincere un confronto all'arma bianca, ossia uccidere il proprio nemico, o più nemici, in duello. Il concetto di dou, "via", implica invece un percorso spirituale di automiglioramento, condotto anche - ma non esclusivamente - attraverso lo studio delle tecniche. Quindi il fine del kendou, già all'epoca della sua nascita, non era tanto formare letali spadaccini, quanto permettere a chi studiasse le tecniche marziali di perfezionarsi fisicamente e spiritualmente. Anche se ai giorni nostri non ha più senso addestrarsi a uccidere con la lama un avversario, il kendou ha mantenuto legami molto forti con le antiche tecniche dei guerrieri giapponesi, tutto ciò nonostante l'errata interpretazione di chi vorrebbe ridurlo a semplice competizione sportiva. Lo spirito del kenjutsu sopravvive nel kendou non solo nel combattimento a due (shiai), ma soprattutto con la pratica delle tecniche di difesa e offesa codificate nei kata (forme). Fra XVIII e XIX secolo la classe egemone del Giappone feudale, i samurai, stava subendo le conseguenze di un lungo periodo di pace interna, instaurato dal regime dei Tokugawa (1596-1867): con la fine delle guerre interne, molti guerrieri persero l'impiego e numerosi signori - indebitati e incapaci di adeguarsi ai mutamenti economici - non poterono mantenere inutili eserciti privati. L'agonia del ceto combattente ebbe però fine solo con la Restaurazione Meiji (1868), quando venne proibito circolare con le spade al fianco (editto del 1876) e la casta dei samurai fu rimpiazzata dall'esercito di leva di tipo occidentale. Questa "rivoluzione" avvenne pacificamente, anche se vi furono occasionali e significative resistenze. Pertanto dal punto di vista delle armi e delle tecniche si può dire che il kendou attuale nacque e si codificò nei cento anni precedenti l'era Meiji. Nella stessa epoca furono stabilite le regole e le metodologie di allenamento, ricavate dal riassunto di tutti gli insegnamenti secolari dei vari stili di combattimento con la spada (ryu). Le palestre-scuole (dette doujo, "luogo ove si pratica la via"), numerosissime nel Giappone pre-Meiji, spesso fondate da samurai disoccupati o da istruttori che tramandavano le tecniche del kenjutsu da padre a figlio, avevano in realtà già adottato spade di legno (bokken, bokuto), bastoni di bambù e protezioni per evitare incidenti mortali, anche se alcuni maestri abbandonarono gli allenamenti con vere lame solo alla fine dell'Ottocento. Le pratiche di allenamento rimasero quindi eccezionalmente dure fino a tutto il XIX secolo. In ogni caso persino da un bokken o anche da uno shinai è possibile ricevere colpi fatali. L'inventore della caratteristica armatura odierna (bogu) e il perfezionatore del bastone diritto di bambù (shinai) fu Nakanishi Chuta, un maestro della metà del XVIII secolo.
I "ferri del mestiere"
Il bogu imita in forma semplificata le antiche protezioni dell'armatura dei samurai, esso è composto da quattro elementi: il tare, una sorta di gonnellino semirigido che assicura la protezione all'inguine e alla parte alta delle gambe, il do, la corazza per il busto e i fianchi, il men, l'elmo a protezione della testa, della gola e delle spalle, e i kote, guanti a protezione di mani, polsi e avambracci (più corti degli antichi kote da samurai). L'armatura protegge non solo gli obiettivi validi (sommità della testa, gola, polsi, busto), ma anche parti fuori bersaglio. Non sono infatti colpi validi quelli sferrati alle spalle, dal gomito in su, all'inguine. Neanche le gambe e la schiena - diversamente dal kenjutsu - sono bersagli validi. Sotto l'armatura si indossano il tradizionale keikogi, una giacca di cotone imbottito, e l'hakama, una caratteristica gonna-pantalone a pieghe, indossata tradizionalmente e quotidianamente non solo dai samurai ma da tutti i giapponesi, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale. Esistevano infatti hakama per lavorare nei campi, per andare a caccia, per recarsi in città, etc. Il colore dell'uniforme è tradizionalmente il blu indaco. Durante la pratica del kendou capita non solo di prendersi qualche colpo sul tare o sulle spalle, ma anche sulle braccia, sopra i kote o sotto le ascelle. Vi assicuro che non è molto piacevole, nonostante il keikogi imbottito. Si pratica il kendou rigorosamente a piedi nudi, come ogni altra arte marziale. Lo shinai è un bastone composto da quattro stecche di bambù stagionato, dal peso variabile fra i 400 e i 600 grammi, a seconda della misura. Esso non è esattamente uguale alla spada, poiché è dritto e più lungo, tuttavia si deve tributare a esso lo stesso rispetto e cura nella manutenzione rivolto da un samurai alla sua spada. Faccio notare che, tecnicamente, la katana sarebbe da ritenersi una sciabola: è infatti ricurva e a un solo taglio. Il termine "spada" ha qui un significato generico, inoltre è quello sancito dalla terminologia tradizionale, anche in Giappone, comunque, erano note e fabbricate lame a doppio taglio, come le nostre spade. La competizione e gli esercizi di kendou si praticano con lo shinai, mentre i kata richiedono l'uso del bokuto di legno, che cerca di imitare, per forma e peso, un'autentica katana. Solo i maestri esperti sono in grado di praticare i kata con le vere lame in tutta sicurezza.
Il doujo
Anche il doujo, la palestra e l'aula ove si pratica il kendou, deve godere di venerazione e rispetto. Segno esteriore di questo atteggiamento è l'inchino praticato più volte all'interno di esso. Ci si inchina, alla maniera giapponese (rei), all'entrata e all'uscita dal doujo, anche se siamo i soli, i primi o gli ultimi a entrare. Ogni doujo ha un "lato nobile", lo shomen (o kamiza) verso cui bisogna inchinarsi ulteriormente all'inizio e al termine delle sessioni di allenamento. In Giappone esso ospita l'altarino shintoista, mentre da noi reca una decorazione (un pannello, una calligrafia, la foto dei precedenti maestri) che simboleggia lo spirito e l'indirizzo filosofico o "spirituale" del doujo stesso. Ogni doujo è come una famiglia a sé, ogni doujo è diverso. L'inchino è rivolto anche al maestro attuale, ai compagni di ogni grado. A chi non è giapponese, o orientale, l'inchino può sembrare una scomoda e umiliante formalità. Esso tuttavia non significa sottomissione o servilismo, ma rispetto e, potrei dire meglio, riconoscenza. Inchinandoci al doujo, ai compagni e al maestro dimostriamo la nostra riconoscenza per tutte le persone e circostanze che ci permettono di progredire nella "via": con l'esempio il maestro guida gli allevi, con i loro successi, ma anche con i loro errori, i compagni di doujo ci mostrano come progredire. A completamento di questa modesta "liturgia" si colloca la meditazione in zazen, all'inizio e alla fine delle sessioni di allenamento, aperta con il grido "mokuso". Ogni partecipante medita per almeno un minuto, respirando profondamente. E' un modo per dire: "Accantona i tuoi pensieri, dedicati solo alla pratica" e "La pratica è finita: ricomincia la tua vita quotidiana". L'idea di dedicare la massima attenzione alle attività del momento, senza permettere distrazioni, è basilare nella via della spada. Devo dire che per me, attualmente, è molto più facile "entrare" nel kendou che uscirne, anzi, nella vita di tutti i giorni mi ritrovo quasi sempre a pensare a quello che combino (di sbagliato) nel doujo o a pregustare il prossimo allenamento. Penso sia fisiologico, ma so che anche questo è un errore. L'idea del "qui e ora" è la chiave per eseguire ogni compito con precisione e calma, virtù che dovrebbero essere presenti in un kendouka (chi pratica il kendou). Dall'esterno la vista di un doujo può destare l'impressione di qualcosa di militaresco, almeno nelle forme, se non nel contenuto. In realtà c'è, o dovrebbe esserci, un mutuo e fraterno rispetto fra compagni e maestro. Comprendo però l'obiezione, in fin dei conti il kendou è la più tradizionale arte marziale nipponica e è impregnata dello spirito combattivo del samurai. Per quanto non bisogna affatto dedurre che questa attitudine possa degenerare in prepotenza e aggressività - le prime doti di un kendouka sono infatti autocontrollo e comprensione - un virile spirito combattivo è comunque necessario e anzi desiderabile.
La pratica
Gli esercizi riguardano sia la fase iniziale di riscaldamento sia all'esercizio costante del kihon, ossia delle "basi": postura, posizione di guardia e pratica dell'uchikomi, ossia l'allenamento a colpire in modo corretto bersagli fissi o i compagni. Molti maestri dedicano specifica importanza alle varie componenti: la posizione dei piedi e delle gambe, l'assetto del busto, l'impugnatura dello shinai, la coordinazione e la percezione della distanza con l'avversario (mai), la corretta respirazione. Quest'ultima è un punto basilare ma credo che sia il più difficile da acquisire. La millenaria esperienza delle arti marziali ha dimostrato che un colpo o un'azione possiede la massima energia - e avviene nel modo più efficace - durante l'espirazione. Un buon colpo, dunque, così come una posizione stabile, nasce dall'armonia fra azione e respirazione. Il massimo sarebbe concentrare ogni nostra azione in una lunga espirazione; solo la pratica quotidiana permette di sviluppare una respirazione ampia e profonda, duratura soprattutto nella fase espirativa. Tutte le fasi di attacco del kendou - avvicinamento, caricamento, colpo - e anche la difesa, devono compiersi nell'arco di una lunga espirazione addominale. Parlando di espirazione addominale si intende dire che è il diaframma a esercitare la maggior forza nella respirazione, la quale coinvolge così la totalità dei polmoni, partendo dalla porzione inferiore delle sacche e procedendo verso l'alto. Moltissimi invece respirano solo con la porzione superiore dei polmoni (più stretta e quindi meno efficiente in termini aerobici). L'espirazione inoltre dovrebbe essere lunga almeno il triplo dell'inspirazione. Alcuni maestri, persino in età avanzata, sono in grado di mantenersi in espirazione per tempi invidiabili. "Respirare col ventre" ci pone in armonia con quella che è ritenuta la fonte del vigore e della forza vitale - o ki - nella medicina giapponese; l'origine di questa forza si trova nella regione addominale, detta hara, vero centro del corpo. Questa - fra l'altro - è anche la ragione per cui il suicidio rituale del samurai avveniva sventrandosi. Mi piace pensare a questa forza come a una scarica elettrica, o meglio un'onda, un impulso che parte dall'addome e si trasmette gradualmente attraverso lo shinai, impugnato centralmente e diretto alla gola dell'avversario. E' difficile coordinare il proprio corpo seguendo questo flusso e riflusso, alternando fasi di pretensionamento muscolare a fasi di rilassamento e abbinando il tutto alla corretta respirazione e mantenendosi in equilibrio. Uno dei "trucchi" per agevolare questo controllo e questa sensibilità è esercitare la giusta pressione delle dita sull'impugnatura dello shinai, dal basso verso la punta, come strizzando la manica di un idrante per farne uscire l'acqua nella fase preparatoria all'attacco. Le dita esercitano un controllo essenziale sullo shinai, ma in modo diverso da quello che ci suggerisce l'esperienza quotidiana. Normalmente impugniamo delle leve o degli attrezzi utilizzando la massima forza con l'indice o il pollice stretto sul pugno chiuso, invece lo shinai e la katana richiedono una presa più forte a partire dal mignolo fino all'anulare e una relativa morbidezza fra indice e pollice, quasi semplicemente appoggiati sull'impugnatura. Questa presa è tuttavia dinamica, variabile: se si esercita una pressione istantanea sull'elsa (tsuka) dello shinai, non necessariamente forte, ma rapida e coordinata al momento del colpo, il controllo dell'arma sarà totale. Si eviterà la controspinta, o effetto "frustata", e si potrà ripartire con l'assetto corretto per un nuovo colpo in rapidissima successione. Questo accorgimento (tenouchi) è il segreto per ottenere non solo un colpo efficace e mantenere il controllo, ma anche una mossa elegantemente armonica. Se al tenouchi si abbina la costante osservazione del nostro avversario e una decisa presenza di spirito (zanshin) si sarà sempre pronti non solo a reagire con efficacia ai vari attacchi, ma a sferrare colpi vincenti nel momento più opportuno. Cosa significhi ciò non lo si può spiegare, ma solo intuire. Fortunatamente uno dei migliori scrittori nipponici, Mishima Yukio, ci ha descritto questo momento in maniera molto suggestiva e per esperienza diretta (raggiunse il quinto dan nel kendou):
|
Molti avranno sperimentato come nell'attimo del colpo, sia esso inferto con un guantone di pelle o con un bastone di bambù, si avverta come un contraccolpo, più che un attacco diretto al corpo dell'antagonista, e questo è proporzionale alla precisione del colpo. A causa del colpo e della propria forza si crea nello spazio una specie di cavità. In quell'istante il corpo dell'antagonista colma esattamente la cavità spaziale e, quando ne assume perfettamente la forma, il colpo si può considerare riuscito. [...] Questa intuizione [quando colpire] è una facoltà misteriosa , che si acquisisce attraverso un processo di lungo allenamento. Quando l'attimo di distrazione [dell'avversario] si è rivelato, è ormai troppo tardi: è tardi quando quel qualcosa latente nello spazio davanti alla punta del bastone ha già preso forma; nell'attimo in cui prende forma deve già essere perfettamente situato nella cavità spaziale da noi designata e creata. E' proprio quello, in ogni combattimento, l'istante della vittoria."(2)
|
Un colpo nel kendou è valido essenzialmente se sussistono tre condizioni fondamentali: ki-ken-tai, ossia vigore-spada-corpo (o postura). Diversamente dalla scherma, in cui è sufficiente toccare l'avversario, il kendou richiede che un colpo ricada non solo sull'obiettivo valido ma nasca, scaturisca naturalmente, dalla combinazione di una corretta postura, di un colpo portato con tecnica, e soprattutto dalla "vittoria" dello spirito, del proprio vigore, sull'avversario. Questo è il concetto più difficile da padroneggiare, ma è anche ciò che ripaga un buon kendouka di lunghe e faticose ore di esercizio (keiko). Ki-ken-tai è la bellezza di un istante, è ciò che appare e scompare ma determina la vittoria. A questo punto interviene anche un altro degli aspetti più "esotici" del kendou: il kiai, o l'urlo caratteristico delle arti marziali. Il kiai è il grido con cui si esprime la propria determinazione a colpire (e anche a rischiare di essere colpiti, direi; nel mio caso avviene quasi sempre!). Esso deve nascere dall'hara, ossia dalla profondità del ventre, e deve accompagnare tutta l'azione offensiva. Generalmente si grida il nome della parte che si intende colpire (men, kote, do, tsuki), ma ogni urlo va bene, purché sia frutto di una sincera determinazione e nasca dalla contrazione addominale, sempre in espirazione. Questo aiuta a superare la paura, a concentrare la forza vitale, a indebolire spiritualmente l'avversario. Alcuni maestri sono in grado, anche sfruttando solo la corretta postura, persino senza il kiai, di inibire a tal punto i contendenti da dissuaderli dall'azione. Questo è il più bel frutto del kendou: la spada che vince restando nel suo fodero! Credo che il momento più formativo della pratica del kendou sia il gigeiko, ossia praticare le tecniche di gara con un compagno. La gara vera e propria è lo shiai, in cui sono sufficienti due punti (ippon), ossia due colpi validi, per assicurarsi la vittoria, nel gigeiko invece ci si allena realisticamente a colpirsi per un tempo fissato (in genere qualche minuto). Credo che sia il momento più entusiasmante e contemporaneamente la fase in cui si può veramente imparare qualcosa di decisivo per la competizione vera e propria. Una guardia (kamae) corretta e il mantenimento del centro - puntando lo shinai regolarmente alla gola dell'avversario - unita al controllo della distanza e all'incisività generale dell'attacco sono ciò che deve essere ricercato costantemente.
Conclusioni
In questa breve esposizione ho toccato molti, troppi, punti. Spero tuttavia che possiate ricavarne stimoli interessanti e se queste mie poche righe avranno guadagnato un aspirante "samurai" in più al mondo, potrò affermare di aver svolto un buon lavoro. Il kendou è uno sforzo costante per conseguire vigore fisico e prontezza spirituale; dalla costante pratica e dalla precisa esecuzione di questi e molti altri aspetti nascono una tecnica e soprattutto un'attitudine mentale in grado non solo di tenere testa a ogni "spada", ma soprattutto di tenere a bada i peggiori nemici di un kendoka e di un uomo: la rabbia, il dubbio e la paura.
Note
1. I dieci gradi del kendou, approvati dalle federazioni nazionali e internazionali, fissati all'inizio del XX secolo, sono detti dan, e partono in crescendo dal primo (shodan) al decimo (judan). Il primo dan equivale alla "cintura nera" del karate e indica la padronanza delle tecniche di base. Fino al primo Dan vi sono sei livelli intermedi o "classi", kyu - dal principiante assoluto (sesto kyu, rokkyu) al primo kyu (ikkyu).
2. Cfr. Mishima, Yukio. 1991. Sole e acciaio. TEA, Milano.
Bibliografia
Budden, Paul. 1997. Kendo. I katak Edizioni Mediterranee, Roma.
Craig, Darrel Max. 2001. Kendo. Il cuore del kendo. Edizioni Mediterranee, Roma.
Deshimaru, Taisen. 1995. Lo Zen e le arti marziali. SE, Milano.
Fino, Giuseppe. 1998. La spada giapponese. Sanno-kai, Padova.
King, Winston L. 2000. Lo Zen e la Via della Spada. Ubaldini Editore, Roma.
Mishima, Yukio. 1991. Sole e Acciaio. TEA, Milano.
|
|