![]() |
|
|||||
|
|
![]()
|
Lasciando da parte queste note pittoresche, come si può verificare la correttezza della teoria del samurai-manager? Cerchiamo innanzitutto di esplicitarla. Quel che si crede è l'esistenza di un codice etico del samurai adottato nella società industriale: rigida gerarchia, inflessibile ubbidienza al dovere e spirito di sacrificio. Questi elementi non sono però sufficienti a descrivere l'economia giapponese. Najita Tetsuo osserva l'impaccio e il carattere maldestro di questa formulazione, arrivando a ridicolizzarla:
Come si è mostrato in precedenza, il samurai era una figura piuttosto idealizzata già nel Giappone del XVII secolo. Purtroppo la reale natura del samurai è coperta da queste incrostazioni ideologiche. Rappresentato da molti come uomo pronto a morire in ogni momento, il samurai perdeva ogni connotazione umana. E nella società industriale, i cui processi portavano a una forte alienazione, cosa c'era di più aderente al modello tecnologico di un uomo snaturato? Queste interpretazioni si poggiavano su una falsa rappresentazione del samurai. In particolare era stato frainteso il senso del bushidou, il codice morale del guerriero. Yamamoto Tsunetomo, autore dello Hagakure, non era stato letto con attenzione, e nemmeno Nitobe Inazou. Il samurai non era un rozzo guerriero privo di sensibilità pronto a sacrificare la vita in nome del dovere, e nient'altro. Questa era una semplificazione estrema. Lo Hagakure aveva costituito una riformulazione del buddhismo e del confucianesimo funzionale alla società feudale giapponese. Ma per giungere a tanto bisognava che questa formulazione fosse condivisibile, insomma, che giungesse nell'animo delle persone (usando un termine sociologico, che fosse un valore interiorizzato). Perciò il bushidou non è soltanto quel codice fondato sulla gerarchia e il dovere come si crede. L'insegnamento zen era stato applicato come trascendimento dell'individualità (l'io è un'illusione), ma l'eliminazione dell'io non significava "disumanità", piuttosto il riconoscimento dell'uomo come progetto di vita, l'innalzamento degli ideali al di sopra di ogni meschinità mondana. Tutto è illusione tranne la consapevolezza di questa natura illusoria, tutto è effimero tranne l'ideale del Buddha, e il satori può essere conosciuto soltanto provandolo. La dimensione estetica costituiva la base dell'etica del samurai, tanto che sarebbe più sensato parlare di estetica invece di etica. Qui intendiamo per estetica non soltanto una rappresentazione artistica, ma la dimensione della psiche che si fonda sul sentimento (in giapponese il kimochi). Si può quindi definire il samurai come un'opera d'arte vivente (così come la geisha per altri versi). Detto ciò si può tornare al tema dell'economia. La fabbrica giapponese (koujou) non rispecchia affatto la rappresentazione stereotipata del samurai. Il samurai non è il modello a cui si ispirano i manager, piuttosto sono stati i samurai e i manager ad aver avuto entrambi come punto di riferimento la cultura giapponese. Ma l'applicazione di questi tratti culturali all'economia ha modalità differenti secondo il contesto e l'interazione di altre variabili. La concezione del processo di miglioramento (kaizen) delle fabbriche giapponesi è sicuramente un frutto della mentalità giapponese. Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). Il capitalismo giapponese pone la produzione come obiettivo e considera la qualità una variabile interna al processo di fabbricazione (e non un effetto). Le differenze concrete fra le strutture e le operazioni della fabbrica giapponese (koujou) e della fabbrica occidentale (factory) sono state ben descritte da Richard Schonberger, Oono Taiichi, Fujimoto Takahirou, Ishikawa Kaoru, Taguchi Gen'ichi, Tanaka Minoru e altri. Differenze riscontrabili nello scorrimento nella linea di montaggio, nelle cabine di saldatura, nell'uso di kanban (cartellini), del just-in-time, etc. Queste differenze materiali spostano il discorso della diversità culturale al livello fisico, così che risulta molto difficile negare ciò che invece, a livello astratto, era facile dubitare. Fra gli anni '80 e '90, il modello giapponese di fabbrica fu imitato anche in Occidente, con risultati considerevoli. Ma l'adozione della chimerica fabbrica dei samurai non ha significato la trasformazione degli occidentali in feroci guerrieri armati di katana. Così come i giapponesi non sono divenuti occidentali adottando la tecnologia occidentale, nella stessa maniera gli occidentali non sono diventati giapponesi imitando le tecniche produttive giapponesi. Questo dovrebbe far riflettere sui modelli sociologici ed economici e prestare più attenzione al loro uso. Bibliografia Gatti, Francesco. 2000. La fabbrica dei samurai. Paravia, Torino. Hite, Shere. Siamo ancora samurai. "D" de La Repubblica, 28 settembre 1999. Najita, Tetsuo. On Culture and Technology in Postmodern Japan. The South Atlantic Quarterly, vol. 87, n. 3, Summer 1988. Nitobe, Inazou. 1998. Bushidou. Koudansha, Tokyo. Schonberger, Richard. 1982. Japanese Manufacturing Techniques. The Free Press, New York. Yamamoto, Tsunetomo. Hagakure. Iwanami Shoten, Tokyo. Wolferen, Karel. 1990. Nelle mani del Giappone. Sperling & Kupfer, Milano. Taguchi, Gen'ichi. 1980. Off-line Quality Control. Central Japan Quality Control Association, Nagoya. Schede correlate Hagakure Kaizen Kakushin Kimochi Muda Mura Muri Qualità totale Yamamoto Tsunetomo Articoli correlati Un dualismo controverso: kaizen contro kakushin I principi della Qualità Totale Tecnologie della qualità: il metodo Taguchi Houhouron. Le implicazioni sociologiche dell'economia giapponese Tesi correlate Il concetto giapponese di economia dal punto di vista epistemologico |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |