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Spegnete la luce
di Massimiliano Crippa
19 maggio 2002. Il momento migliore per ammirare un paesaggio giapponese, non solo un giardino, è quando il sole è assente, il cielo coperto di nuvole grigie, cariche di pioggia, o addirittura quando piove, una pioggia fine e leggera, molto piacevole. I rumori si attutiscono, i colori esplodono in tutto il loro vigore, a partire dal verde dell'erba, mentre le ombre si fanno più naturali. Queste sensazioni le ho provato fin dal mio primo viaggio in Giappone, circa dieci anni fa. Allora non sapevo che un briciolo di cultura giapponese stava entrando in me, insieme alla bellezza della natura. Un libro, poi, me lo ha fatto capire. Tanizaki Jun'ichiro (1886-1965) ha scritto forse il suo capolavoro con l'opera In'ei raisan (Elogio della penombra, 1933), che in italiano ha assunto il meno significativo titolo di Libro d'ombra. Si tratta di un libro molto partigiano, che potrebbe essere definito un vero e proprio "saggio sulla civiltà giapponese", se non fosse che il gusto estetico di cui parla è falsamente attribuibile ad un'intera nazione. A volte, Tanizaki parla chiaramente di gusti personali. Egli critica il Giappone per il suo cedere all'Occidente e all'utilitarismo che lo contraddistingue, rinnegando se stesso. Tanizaki non arriva però a criticare in modo netto la modernità occidentale, la considera solamente non adatta ad innovare la tradizione giapponese tutta tesa "alla valorizzazione, alla cura e all'abbellimento della quotidianità":
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Estetizzare la vita di tutti i giorni, e preservare come cosa preziosa il legame fra pensieri ed emozioni da un lato, ore, stagioni, riti, luoghi, oggetti dall'altro, sembra al contrario la massima impresa a cui abbia posto mano, nel corso dei secoli, l'intera civiltà giapponese. Chi ne sfiori qualche lembo, nei libri o altrove, avrà l'impressione che tutto sia orientato da una preoccupazione dominante, che non ha a che fare né con la religione, né con la filosofia, né tantomeno con la storia, almeno nel senso nostro, ma con qualcosa d'altro, e inconsueto, che io mi azzardo a chiamare, qui, un'ecologia della sensibilità.
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Abbiamo parlato solo di non adeguatezza della modernità occidentale, ma è chiaro leggendo il libro che, per lui, le estetiche che sottendono ai due sistemi di pensiero sono decisamente incompatibili. Tanizaki afferma una superiorità della sensibilità orientale e questo può sembrare eccessivo, ma non aspettatevi da lui una posizione neutrale e obiettiva, vorrebbe dire snaturare l'autore e perdere il meglio della sua scrittura. Tanizaki rimane comunque un brillante saggista e il suo lavoro unisce la passione alla comprensione. E' un libro scomodo, una presa di posizione forte, ma che conquista per la valanga di sensazioni intime che descrive con semplicità di linguaggio. Egli pone l'attenzione su cose che molti di noi nemmeno noterebbero. La sua difesa della cultura giapponese è accattivante. Potrebbe sembrarvi l'urlo disperato di un nazionalista che non ama il cambiamento, quando descrive gli occidentali come degli "untori" che propagano la bruttezza; o più semplicemente quello di un vecchio che non vuole accettare il dissolvimento dei tempi e dei modi che egli amava e che desidera, invece, tenere il Giappone in un angolo, lontano dal resto del mondo. Ma finirete con l'amare la sua nostalgia. Molto spesso le critiche che sono piovute su questo libro dai lettori occidentali non hanno fatto che confermare l'insensibilità e la visione meccanicistica del mondo che sicuramente da noi ha radici solide. La piattezza che deriva dall'illuminazione occidentale non è solo fisica ma anche mentale, non solo reale ma anche metaforica, un mostrare tutto senza vedere niente. Stranamente, un libro come questo è forse più attuale ora di quando fu scritto. A distanza di parecchi anni, fa comunque piacere vedere come le arti tradizionali giapponesi non siano ancora del tutto scomparse, tanto è vero che noi siamo qui a parlarne. Tanizaki richiama alla mente, con questo suo stile, uno dei pilastri della letteratura giapponese, Sei Shounagon (966-1017) e il suo Makura no soushi (Note del guanciale, 996), un vero e proprio catalogo di cose (monozukushi), piacevoli e non, realizzato dall'autrice in forma di diario. Un filone che certamente manca nella letteratura occidentale. Nella civiltà giapponese, il piacere è sempre presente e parlare di esso non ha nulla di radicale e sovversivo, come capita qui da noi. Potremmo dire che la spiritualità orientale, in quanto ricerca dell'armonia, è un'apologia del piacere:
Fra i sensi, l'Occidente ha privilegiato la vista, da cui è partito per la sua geometrizzazione dell'esperienza, e ha così svalutato altre sensazioni (auditive, olfattive, tattili, eccetera). E' contro tale guasto, o squilibrio, nell'ecologia della sensibilità che Tanizaki reagisce [...], polemizzando contro gli eccessi dell'illuminazione elettrica, e opponendo, a un mondo di nude superfici radiose, un universo acquietante della consistenza e della densità, avvolto da ombre [...] descritte una a una, come un campionario di stoffe pesanti e pregiate. Leggendo questo saggio ci si rende conto di come tutta la nostra civiltà, tutta la nostra vita quotidiana, e dunque anche l'idea che ci facciamo del piacere, siano fondate sull'irritazione di alcuni sensi e sull'atrofizzazione di altri, mai su un tentativo di armonizzazione.
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Tanizaki critica tutto ciò che è occidentale e nello stesso tempo elogia ciò che è orientale: dai mobili ai sistemi di riscaldamento, dall'illuminazione alle pietre preziose, dalle stoviglie alle ricette di cucina, dal teatro all'architettura. Per molti oggetti di uso quotidiano cerca di immaginare le forme che avrebbero potuto assumere se fossero stati pensati da un giapponese, senza accettare passivamente la versione offerta dagli occidentali. Resta il fatto che la conclusione, in alcuni casi, è l'impossibilità di armonizzare tali modernità con l'ambiente giapponese; un esempio su tutti è il ventilatore, inadatto per forma, materiale e rumorosità. Riesce a raggiungere la perfetta fusione quando propone paralumi in carta per nascondere le lampadine elettriche. L'essenza della sua prospettiva è racchiusa, secondo alcuni, nell'analisi attenta del legno laccato, ma per rendere onore all'aggettivo "semiserio" che ho usato per descrivere questo mio intervento ci soffermeremo su qualcosa di più frivolo: il gabinetto. Riporto per intero il brano ad esso dedicato:
Ma il solo gabinetto giapponese è interamente concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall'edificio principale, i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi, da cui viene odore di verde di foglie, e di borraccina. E' bello, là, accovacciarsi nel lucore che filtra dallo shoji, e fantasticare, e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell'esistenza Natsume Soseki annoverava le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, che solo nel gabinetto alla giapponese, fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l'azzurro del cielo e il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata, e un silenzio così profondo che sia possiblie udire lontano un volo di zanzare. Senza tali requisiti non si dà gabinetto ideale. Quando mi trovo in un simile luogo molto mi piace udire la pioggia che cade con dolcezza uniforme. Questo piacere è specialmente raffinato nei gabinetti della regione di Tokyo, dove, per facilitare le pulizie, è consuetudine praticare rasoterra lunghe aperture orizzontali. Consentono, questi spiragli, di percepire vicinissimo il rumore, così acquietante, delle gocciole che lente si staccano dall'orlo della grondaia o dalle foglie, rimbalzando sul basamento in pietra di un lampione, spruzzando il muschio che cresce fra i ciottoli del sentiero, sono bevute dalla terra. Qui conviene, più che altrove, tendere l'orecchio a stridii di insetti o a canti di uccelli, e godere del chiaro di luna; qui è delizioso gustare melanconicamente i segni fuggitivi delle quattro stagioni. Quanti autori di haiku devono aver trovato, alla latrina, il tema dei loro versi! Non sembri azzardato affermare che, nella costruzione dei gabinetti, l'architettura giapponese ha toccato il sommo della raffinatezza. I nostri avi, per cui ogni realtà era degna di elaborazione estetica, riuscirono a trasformare il luogo della casa che, per sua destinazione, avrebbe dovuto essere più sordido, in una cella consacrata all'elezione e alla squisitezza del gusto, immersa nella natura, avvolta da una bruma di immagini e reminescenze delicate. Al contrario, gli Occidentali hanno deliberato una volta per tutte che il gabinetto è sconveniente, e in società si astengono persino dal nominarlo. Quanto più savio è il nostro atteggiamento, o almeno più vicino all'intima verità delle cose! Tuttavia, se proprio qualcuno insistesse, finirei per confessare che almeno un inconveniente, nel gabinetto giapponese, io ce lo trovo: la lontananza dalla casa. Non è comodo andarci di notte, e nei mesi freddi si rischia di buscare un raffreddore. E' anche vero che, secondo una sentenza del poeta Saito Ryoku.u, "l'eleganza è fredda", e dunque la temperatura dei gabinetti, pressappoco uguale a quella esterna, potrebbe essere intesa come un tocco di raffinatezza in più. Una cosa è certa: negli alberghi, il riscaldamento centrale immerge le latrine all'occidentale in un clima caldoumido, opprimente e sgradevole. Fra coloro che amano l'architettura tradizionale, chi non opterebbe per un gabinetto alla giapponese? Nei monasteri, dove vasti edifici accolgono una popolazione rarefatta, e non mancano gli addetti alle pulizie, esso non pone problema alcuno, ma in una civile abitazione può risultare arduo mantenervi la lindura auspicabile. Certi schizzi indelicati facilmente risaltano su un pavimento di legno o stuoie, anche se gli utenti sono persone controllate, e ogni giorno viene passato lo strofinaccio. Così, prima o poi, ecco fare il loro ingresso nelle nostre dimore le piastrelle bianche, e la tazza con lo scarico dell'acqua. Ora c'è più igiene, e si risparmia fatica, però eleganza e contatto con la natura sono svaniti. Sotto una luce crudele, fra quattro mura di abbagliante candore, è difficile abbandonarsi a quel "piacere fisiologico" di cui parlava Natsume Souseki. Chi oserebbe dubitare che tanta bianchezza sia indizio di pulizia ineccepibile? E tuttavia, ci si può chiedere se sia opportuno illuminare a giorno la cosa bruna che il nostro corpo espelle. Sarebbe disdicevole, anche per una fanciulla bellissima e madreperlacea, sbandierare natiche e cosce. Non diversamente, mi pare disdicevole che un chiarore meridiano e corrusco colmi i luoghi di cui vado parlando. Più impeccabile e lindo è quanto si vede, più siamo inclini a immaginare ripugnante e sozzo quanto resta celato. Non val meglio che la penombra regni, e sia labile il confine tra il pulito e lo sporco?
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Tanizaki ci propone anche un'interessante definizione della "scura patina del tempo":
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Non dico che abborriamo tutto quello che luccica; è tuttavia evidente che preferiamo, alle tonalità chiare, fredde e scintillanti, quelle un po' offuscate, e caliginose. Nella pietra preziosa come nel vasellame, ci piacciono quei riflessi profondi e velati che sono inseparabili dalla patina del tempo. Fuor d'eufemismo, questa cosidetta "patina" altro non è che sudiciume accumulato nel corso dei secoli. "Lustro delle mani" la chiamano i Cinesi; noi Giapponesi la chiamiamo (con espressione analoga) nare. E' lo sporco e l'untume di cui gli oggetti, toccati e accarezzati da molte mani, finiscono per impregnarsi con il passare degli anni. [...] per essere veramente eleganti [...] è necessario non temere la sporcizia. Spesso il pregio degli oggetti che chiamiamo belli e raffinati è costituito, almeno in parte, da una certa sordidezza, e da un certo grassume. Se dicessi che gli Occidentali fanno di tutto per asportare lo sporco dalla superficie degli oggetti, e che gli Orientali lo conservano con cura, come il più prezioso dei cosmetici, si penserebbe che intendo stupire con un'affermazione paradossale. Ma in essa v'è più di un grano di verità. Prediligiamo la patina del tempo, ben sapendo che è prodotta da mani sudate, da polpastrelli unti, da depositi di morte stagioni; la prediligiamo per quel lustro, e quegli scurimenti, che ci ricordano il passato, e la vastità del tempo. Vivere fra oggetti bruniti, e in una casa antica, ci trasmette un senso di pace profonda, e inesplicabilmente ci calma.
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Tanizaki propone un ritorno al passato? Assolutamente no, perché "ormai indietro non si torna". Lui stesso considera le proprie affermazioni "fantasie di un romanziere". Tuttavia, è fuor di dubbio che avrebbe desiderato un futuro diverso. Le comodità della vita moderna piaciono a tutti, ma perché abbandonare quel mondo di sensazioni che è proprio dei giapponesi? L'Occidente, per diventare grande, non ha fatto altro che seguire il suo sviluppo naturale, cosa che l'Oriente non ha fatto, abbandonando millenni di tradizione:
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Se, di fronte all'Occidente, avessimo adottato sin dall'inizio un atteggiamento meno servile, oggi non solo indosseremmo altri abiti, mangeremmo altri cibi, abiteremmo altre case, ma diverse sarebbero anche la nostra politica, la nostra religione, la nostra arte, la nostra economia. Tutto sarebbe altro, e orientale.
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E se poca cosa erano stati i progressi raggiunti nei secoli precedenti, è perché il modo di vivere adottato era già consono alla personalità orientale. E qui ci si ricollega alla bellezza che nasce dall'ombra, cara agli orientali:
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V'è, forse, in noi Orientali, un'inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita. Ci rassegnamo all'ombra, così com'è, e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano, e scopriamo loro una beltà. Al contrario, l'Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. E' passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all'elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l'ultima parcella d'ombra.
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Persino il colore dei capelli sembra un segno del destino:
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Vari di colore, i capelli degli Occidentali spesso tendono al chiaro; con varia intensità, i nostri capelli sono ineluttabilmente neri. Possiamo considerare anche questo un invito che la natura rivolge, a noi in particolare, perché meditiamo su quelle leggi dell'ombra di cui i nostri avi furono fedeli, e forse inconsapevoli, osservanti.
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Agli occidentali, che amano rasare i prati, e ai giapponesi, che cercano di imitarli radendo al suolo anche intere colline, Tanizaki propone in chiusura di libro un piccolo fioretto:
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E' puro vandalismo cancellare quel mondo d'ombra, che è il gran dono dei boschi. [...] Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà.
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Bibliografia
Tanizaki, Jun'ichiro. 2000. Libro d'ombra. Bompiani, Milano.
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