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La lingua giapponese
di Massimiliano Crippa

24 ottobre 2003. Se il linguaggio in generale è lo strumento più importante per capire un popolo e la sua cultura, per il giapponese questo è ancora più vero.
Il Giappone ha circa 126 milioni di abitanti e, dal punto di vista linguistico, è una nazione omogenea, con più del 99% della popolazione che usa la stessa lingua. Anche se il giapponese ufficiale, quello di Tokyo, si è gradualmente diffuso in tutto il paese, grazie all'influenza dei mass media, molti dialetti locali continuano ad essere usati e alcuni hanno raggiunto un certo prestigio, in particolare quello di Osaka.
Il giapponese è definito da Marina Speziali la lingua dei "facili misteri". E' una lingua relativamente ordinaria dal punto di vista della fonetica, del lessico e della sintassi. Non ha una grammatica vera e propria. La sua reputazione di linguaggio difficile deriva per lo più da regole legate al contesto sociale, quali forme onorifiche ed umili, e dalla complessità del sistema di scrittura. Tuttavia, la ragione principale per interessarsi ad essa è che, nonostante la sua importanza, risulta essere una lingua apparentemente isolata.
I giapponesi provano una certa ambivalenza verso la propria lingua, una curiosa combinazione di sentimenti che portano a considerarla con venerazione, ma nello stesso tempo inadeguata come linguaggio moderno. Alcuni hanno persino proposto seriamente di abbandonarla in favore di un'altra lingua.
Mori Arinori (1847-1889), un leader politico ed un educatore del periodo Meiji (1868-1912), propose l'inglese come lingua alternativa. Shiga Naoya (1883-1972), poeta e scrittore, disse nel 1946:

Non c'è niente di così imperfetto e scomodo come la nostra lingua. Questo fattore ha impedito lo sviluppo della nostra cultura.

E' un tema ricorrente nella sociolinguistica nazionale che il giapponese sia visto come una lingua povera, debole, sia dal punto di vista grammaticale che lessicale, per non dire carente sotto ogni punto di vista.
Allo stesso tempo, la lingua ha avuto un'importanza particolare per il popolo giapponese: essa conserva e protegge l'essenza del carattere giapponese, la natura della società giapponese; la sua originalità non può che essere motivo di orgoglio. Quest'ultimo punto di vista ha come massima espressione l'idea che il giapponese sia diverso da ogni altra lingua. Roy Andrew Miller è probabilmente considerato, sia in Giappone che all'estero, uno dei massimi esperti occidentali sul fascino misterioso della lingua giapponese. Secondo lui, un occidentale deve accostarsi al giapponese con sensibilità e cautela. I giapponesi credono ancora oggi nel mito dell'unicità della propria lingua, hanno un profondo sentimento di timore e rispetto radicato nella propria identità. La lingua giapponese sembra contenere un'indescrivibile ed ineffabile qualità, essenziale per l'intera società. La prima caratteristica è la difficoltà stessa della lingua e la difficoltà che molti giapponesi provano nell'imparare un'altra lingua:

Parlare ed usare la lingua giapponese significa essere giapponesi; essere giapponesi significa parlare ed usare la lingua giapponese.

Il linguaggio è identificato con la razza. Miller è convinto che questa identificazione sia ancora molto forte.
L'idea che una lingua rifletta le prerogative sociali del popolo che la usa sembra descrivere perfettamente la società giapponese. I paesi asiatici sono conosciuti per i loro gesti di cortesia e per l'etichetta basata sullo status sociale. Questa dottrina trova applicazione nella lingua giapponese, dove ogni verbo possiede delle varianti da usare in base allo status della persona a cui si parla.
Shibatani Masayoshi, un linguista giapponese tra i più accreditati, afferma che il mito dell'unicità della lingua giapponese deriva principalmente dall'ignoranza delle altre lingue. Un altro mito da sfatare riguarda la presunta illogicità e ambiguità del giapponese, per non parlare della sua presunta difficoltà. Per Shibatani, il giapponese, dal punto di vista grammaticale, è un linguaggio tradizionale, basato sull'ordine SOV (soggetto-oggetto-verbo), che è il predominte nel mondo. Anche guardando alla fonetica, troviamo solo cinque vocali, per niente esotiche, un insieme di consonanti piuttosto semplice ed una struttura sillabica CV (consonante-vocale), altrettanto semplice. Forse una certa unicità può essere attribuita alla molteplicità di possibilità di codifica che il linguaggio permette, nella scrittura e nel lessico. L'espressione dipende, molto più che in altre lingue, dal contesto ed anche dal sesso e dall'età del parlante; ciò origina un sistema di forme onorifiche ed umili, che gli stessi giapponesi trovano difficili da imparare. Inoltre il discorso è più ellittico rispetto alle lingue europee ed in particolare all'inglese.
Gli aspetti che Shibatani illustra si possono definire più sociali e culturali che non linguistici, poiché cercando bene, possiamo ritrovare molte di queste cose anche in altre lingue.

Scrittura

Generalmente, non si pensa che il modo in cui un linguaggio è scritto abbia importanza nel caratterizzarlo. Così non è per il giapponese. Le peculiarità del sistema di scrittura hanno rinforzato nei giapponesi la percezione del misticismo insito nel linguaggio.
Il sistema di scrittura giapponese è certamente unico, per la commistione di kanji e kana, e difficile da imparare, sia per gli stranieri che per gli stessi giapponesi. I tre sistemi di scrittura non sono indipendenti o intercambiabili. Non tutto può essere scritto in kanji e sebbene tutto possa essere scritto in kana, ciò non avviene. I vari tipi di simboli grafici formano un sistema di scrittura integrato.
La difficoltà non sta solo nell'uso di differenti sistemi di simboli. Ogni kanji può avere più pronunce (o letture) e più significati. Il 98% dei kanji ha un numero di pronunce compreso tra 1 e 6, ma esistono rari casi in cui si può arrivare a 12 pronunce (escludendo comunque le pronunce per i nomi e i luoghi).

Distribuzione dei kanji per numero di pronunce

Numero di pronuncePercentuale di kanji

124,11%
235,52%
321,56%
4 9,87%
5 4,43%
6 2,42%
......

Fonte: studio condotto da Simone Guerra su 4.175 kanji

Le difficoltà che sorgono nello studio della lingua non vengono sperimentate solamente dagli stranieri. Sia i bambini che gli adulti giapponesi hanno problemi. I kanji sono introdotti molto lentamente, a partire dal primo anno di scuola, e servono almeno nove anni di istruzione per imparare a leggere con soddisfazione un quotidiano.
Anche quando si è imparato i kana e i kanji, le difficoltà non sono finite. In giapponese, le parole non sono separate da spazi; per i giapponesi, la separazione tra il concetto di parola e quello di carattere è molto vaga. Il lettore deve decidere quali caratteri devono essere uniti insieme per produrre un singolo significato. Alcuni kanji sono così complessi che è difficile ricordarseli. Molto spesso i kanji non contengono nella forma indicazioni sulla pronuncia: non più del 25% dei kanji di uso comune contiene elementi fonetici che richiamano la pronuncia. Alcuni giapponesi affermano di visualizzare mentalmente i kanji omofoni per eliminare le ambiguità. Su un campione di 58.431 parole tra le più usate, il 36% ha almeno un omofono.
E' ovvio che, a causa della necessaria e continua rappresentazione mentale del segno scritto, il ruolo attribuito al sistema di scrittura all'interno del linguaggio è unico.
Gli esperimenti di Michel Paradis del 1987 su pazienti affetti da afasia e agrafia dimostrano che kanji e kana sono funzionalmente separati. Pazienti capaci di leggere e comprendere i kanji, non mostravano le stesse capacità con i kana. Pazienti che riescono a leggere i kanji meglio dei kana possono allo stesso tempo scrivere i kana meglio dei kanji. L'area temporale sinistra viene coinvolta maggiormente nel trattamento dei kana, mentre l'area parieto-occipitale sinistra nel trattamento dei kanji.

Origine e relazioni della lingua giapponese

Per gli esperti occidentali, la classificazione del giapponese tra le lingue altaiche, come il turco e il mongolo, è la più accreditata, così come la più stretta relazione è attribuita al coreano. Per i linguisti giapponesi, la questione non è affatto conclusa. Watanabe basa la sua teoria sulla supposta esistenza di parole giapponesi primordiali, dette yamato kotoba. Miller afferma al contrario che, persino nei primi strati del vocabolario giapponese, erano già presenti parole prese a prestito da altre lingue, in modo evidente dal cinese e dal coreano e che una relazione genetica col turco antico è probabile. In epoca preistorica, la morfologia e il vocabolario giapponese furono influenzati dalle lingue maleo-polinesiane.
Leo J. Loveday, nel suo libro Language contact in Japan: a sociolinguistic history, afferma che i giapponesi sono spesso caratterizzati come esclusivi ed etnocentrici, ma un'analisi linguistica e culturale più accurata rivela un quadro molto differente: sebbene la loro sia sostanzialmente una comunità monoliguistica, i giapponesi sono stati influenzati significativamente da altri linguaggi e culture per almeno 2.000 anni.
Miller deplora la riluttanza dei linguisti giapponesi ad accettare l'ipotesi di un'origine comune, come espressa da Hattori Shiro, il decano dei linguisti giapponesi che dichiara:

Se posso dimostrare che la relazione genetica del giapponese è una questione irrisolta, avrò raggiunto uno dei miei obiettivi.

Più recentemente, Shibatani ha fatto asserzioni più obiettive sul perché esista disaccordo tra linguisti giapponesi e occidentali. Il problema più imbarazzante per chiunque cerchi di mettere in relazione il giapponese al coreano è la discrepanza fonetica: il sistema vocalico giapponese è relativamente semplice rispetto al complesso sistema vocalico che riscontriamo nel coreano e nelle altre lingue altaiche. Nonostante l'opinione di Martin, c'è scarsità di prove scientifiche sull'affinità tra il giapponese e il coreano. Shibatani è disposto a concedere una certa relazione con il coreano e forse con le lingue altaiche, ma la conclusione del suo discorso non è molto diversa da quella di Hattori.
Lo sciovinismo linguistico non è certo un attributo peculiare del Giappone, esso esiste nei principali stati europei, quali Francia, Germania e Gran Bretagna. Come ha affermato Roger Brown, dopo la sua temporanea immersione nel giapponese, mettendo a confronto giapponese e inglese si scopre come esse in fondo appartengano allo stesso ceppo, le variazioni sono insignificanti rispetto all'enorme comune denominatore in quanto linguaggi.

Fonetica

Come abbiamo già detto, la caratteristica principale del sistema fonetico giapponese è la sua ordinarietà. Il giapponese è una lingua povera a livello di fonemi, i giapponesi si vergognano di questo perché non permette loro di parlare bene le lingue straniere. Gli italiani e gli spagnoli possono constatare che le vocali brevi del giapponese si pronunciano in modo molto simile alle vocali delle loro lingue. Le vocali lunghe si pronunciano raddoppiando la lunghezza delle vocali brevi, sebbene ei si pronucia spesso come se si trattassse di due vocali separate. La distinzione tra le vocali brevi e quelle lunghe è fondamentale, poichè cambia il significato della parola. L'impossibilità per un giapponese di distinguere i suoni L ed R oppure B e V è dovuta alla mancata esposizione a determinati suoni.
Il giapponese è un linguaggio polisillabico. Le parole giapponesi terminano sempre in sillaba aperta e anche i prestiti stranieri vengono adattati a questa struttura: sola finale consonantica può essere la N. Il numero di possibili sillabe è limitato a 102. Le sillabe sono aperte, con struttura CV, ma possono essere chiuse da un suono nasale e le vocali I e U all'interno o alla fine di una parola possono essere mute. Ci sono alcune combinazioni inaccettabili di consonanti e vocali, tra cui TI, TU, DI, DU, SI, ZI, WI, WE.
Per precisione, non si dovrebbe usare il termine sillaba. Anche in giapponese, la percezione delle unità fonetiche è basata sul sistema di scrittura. Le lettere del nostro alfabeto rappresentano o un suono vocalico o uno consonantico, mentre i caratteri kana rappresentano un suono consonantico più uno vocalico, sempre a esculsione della N. Si dovrebbe parlare, quindi, non di sillaba ma di mora, una unità che può essere rappresentata da un kana. Una parola di tre mora è tre volte più lunga da pronunciare rispetto ad una parola di un mora. Per semplicità, abbiamo utilizzato comunque il termine sillaba.
Il giapponese è una lingua solo minimamente tonica, sebbene la maggior parte dei dialetti abbia accenti tonici. Le sequenze di sillabe vengono scandite con la regolarità di un metronomo ed ogni sillaba ha uguale accento. Esistono delle eccezioni. Ad esempio, hashi con un accento di tipo alto-basso significa bastoncini, con un accento di tipo basso-alto significa ponte, con un accento di tipo alto-alto signfica bordo, estremità.

Fisiologia

L'apparato vocale varia da persona a persona all'interno di una popolazione e tra popolazioni diverse. Ci sono ad esempio considerevoli differenze nella conformazione delle labbra, della laringe, delle corde vocali e della lingua. Brosnahan fornisce parecchie informazioni in proposito. Soprattutto la lunghezza minore della lingua può avere un certo interesse, soprattutto come spiegazione dell'assenza del suono L.

Lessico

I linguaggi sono molto simili, così come sono molto diversi. Sono simili nella struttura generale: i suoni di ogni singola lingua sono scelti in un gruppo molto limitato; molte parole hanno una certa somiglianza tra le varie lingue, se non altro per gli scambi avvenuti in passato. Il giapponese è ricco di vocali, e in bocca a persone colte è di suono armonioso, anche se a lungo andare può dare un'impressione di monotonia.
Il lessico giapponese ha tre componenti: parole native, parole prese a prestito dalla Cina e parole prese a prestito da altre lingue. Le parole native riguardano soprattutto la natura, il tempo, il vento, le stagione, la pesca, i raccolti (in particolare la coltivazione del riso). Il vocabolario nativo è stranamente povero in diversi ambiti: animali domestici, parti del corpo, movimenti del corpo. Ad esempio, non ci sono parole per distinguere tra vitello, mucca e toro; non c'è distinzione tra piede e gamba o tra mano e braccio; alcuni verbi hanno un significato piuttosto esteso, tobu significa saltare e volare; warau significa ridere, sorridere ed altre sfumature. Tuttavia, la mancanza di specificità di questi verbi è risolta dall'uso delle onomatopee e di espressioni avverbiali.
Forse la caratteristica più interessante del lessico giapponese, ora e in passato, è la prontezza con cui prende a prestito e addomestica le parole straniere. La facilità con cui ciò avviene è in parte spiegata col fatto che il giapponese non ha genere, persona, plurale o singolare e i casi sono indicati per mezzo di particelle: una parola importata può semplicemente inserirsi in una posizione qualsiasi, senza bisogno di aggiustamenti.
Fin dal lontano passato, i giapponesi hanno preso a prestito un gran numero di parole dal cinese, seguendo una deliberata politica, ma ci sono anche sporadici casi di importazioni risalenti a periodi ancora più antichi, come uma, cavallo, e ume, pioggia. Le parole cinesi che sono entrate nel lessico giapponese esprimono soprattutto concetti astratti, mancanti nel vocabolario giapponese.
Tuttavia, dopo un periodo inziale di importazione dalla Cina e una ripresa nel periodo Meiji, il nuovo fenomeno di importazione ha riguardato le lingue europee. Il giapponese moderno è inondato da parole importate dall'inglese e da altre lingue. Uno studio del 1964 sull'uso di parole straniere su un gran numero di riviste mostrò che, di tutte le parole straniere usate, quelle inglesi erano l'80,8%, quelle francesi il 5,6%, quelle tedesche il 3,3%, quelle italiane l'1,5%. Uno studio del 1971 sull'uso di parole native o importate nei quotidiani mostrò che le parole native giapponesi erano tra il 26,6% e il 43,9%, quelle sino-giapponesi tra il 50,7% e il 65,3%, quelle straniere tra il 12% e il 12,7%.
Altri studi hanno comparato l'uso di parole di origine cinese nel giapponese con l'uso di parole latine e greche nell'inglese. Ueno nel 1980 mostrò che la percentuale di parole latine e greche nel vocabolario inglese è del 55%, la percentuale di parole da altre lingue è del 10% mentre le parole di origine germanica sono il 35%. E' da notare però che, sebbene le parole di origine latina siano molte, le parole native inglesi sono più usate attualmente, fino all'85% del totale, in contrasto con quanto succede per le parole native giapponesi.
Alcuni, tra cui Ishino, affermano che le parole straniere hanno in sé il potenziale di sostituire l'uso delle parole sino-giapponesi. Passin, in uno studio del 1982, afferma che il vocabolario giapponese potrebbe diventare completamente internazionalizzato: come, nel passato, le parole cinesi sono diventate parte del vocabolario giapponese, così oggi le parole inglesi di base saranno assorbite. Questa tendenza è in atto. La percentuale di parole straniere, quasi tutte inglesi, sia nei dizionari che nell'uso corrente, sta crescendo. Quando le parole sono piuttosto complesse, esse vengono modificate, addomesticate, principalmente abbreviandole. Le parole native giapponesi sono in genere brevi, tra due e quattro mora o tra due e tre sillabe. Le parole composte, prese a prestito già composte o formate a loro volta da parole prese a prestito, sono le prime ad andare incontro ad un'abbreviazione. Ad esempio, hunger-strike fu originariamente importato come hangaa-sutoraiku, ma poi venne abbreviato in han-suto. In questo modo, le parole importate diventano completamente irriconoscibili. In Kanji Politics: Language Policy and Japanese Script, Nanette Gottlieb studia i cambiamenti della società giapponese guardando ai cambiamenti nella lingua, concentrando l'attenzione sul significato dei kanji nella società giapponese. Il libro fa la storia di questo processo, dall'insediamento del National Language Research Council nel 1902 al completamento della revisione nel 1991.
Molto interessante lo scontro tra riformatori e conservatori, alla fine degli anni '50: i primi consideravano il linguaggio una forma di comunicazione, gli altri come se fosse l'essenza o lo spirito dell'esistenza giapponese. I riformatori affermavano che era necessario mettersi al pari con l'Occidente dopo 300 anni di isolamento: ci sono troppi caratteri da imparare e ciò porta via troppo tempo agli studenti, tempo che potrebbe essere dedicato ad altri studi. I riformatori consigliavano una restrizione al numero di kanji da insegnare. Alcuni membri insistevano sull'abbandono dell'uso dei kanji e sul mantenimento dei soli alfabeti fonetici, altri sull'abbandono anche di questi ultimi in favore dell'alfabeto occidentale, che avrebbe facilitato la comunicazione con gli altri popoli. I conservatori affermavano che una scelta di mera convenienza non può imporsi su un linguaggio che si è evoluto per oltre 1.000 anni: il giapponese è un riflesso dell'esistenza di un popolo. Ogni carattere, sebbene possa sembrare complicato, rappresenta un'altra faccia della complessità giapponese; cambiare il linguaggio significherebbe cambiare la mentalità giapponese. I giapponesi cesserebbero di essere giapponesi. Sebbene occorra molto tempo per imparare i kanji, non vi è mai stato in passato un problema a tal proposito. E la storia recente sembra dar loro ragione.
Durante gli anni della guerra, il nazionalismo e l'interpretazione del linguaggio come "spirito del Giappone" erano molto forti. Chiunque avesse voluto alterare la lingua sarebbe stato visto come un traditore che non apprezza il vero spirito del paese.
Diminuire il numero dei kanji sembrava un'impresa impossibile. Nonostante ciò, furono proprio i militari a farlo per primi quando si accorsero che, facendo entrare più gente comune nelle file dell'esercito, erano molti i soldati che non potevano leggere correttamente, causando gravi problemi nell'esecuzione dei comandi. Sembra assurdo che i militari, con il loro estremo nazionalismo, siano stati i primi a seguire la via proposta dai riformatori anni prima.

Simbolismo sonoro

La linguistica classica attribuisce scarsa importanza alle onomatopee e al simbolismo sonoro. Saussure, parlando del francese, afferma che le onomatopee non sono mai elementi organici di un sistema linguistico, che il loro numero è molto inferiore a quanto si pensi e che siano un risultato fortuito dell'evoluzione fonetica. Hockett pensa più o meno la stessa cosa, riferendosi all'inglese. Difficile giudicare quanto sia esatto ciò che dicono, in riferimento a quelle lingue, ma sicuramente il ragionamento non può essere esteso al giapponese. Shibatani è ben chiaro su questo punto.
Simbolismo sonoro è il termine usato per descrivere la corrispondenza tra la struttura sonora di alcune parole e il loro significato. Le prove dell'esistenza di una tale corrispondenza sono evidenti e che tale fenomeno esista in ogni lingua è fuor di dubbio. Il simbolismo sonoro è in genere legato ad un'intera parola piuttosto che ad un singolo fonema. Il simbolismo sonoro non comprende solo parole che imitano i suoni naturali, ma anche parole che si riferiscono a suoni e forme inventate dall'uomo e persino sensazioni ed emozioni.
Le spiegazioni di questo fenomeno convergono sul fatto che esso derivi da un'operazione di sinestesia, in cui la sensazione prodotta da un dato senso è associata a quella di un altro senso. Anche Hockett, recentemente, ha riconosciuto tale evidenza. In inglese ed in altre lingue, esistono somiglianze all'interno di certi gruppi di parole, che non possono essere spiegati solo con l'etimologia. Il simbolismo sonoro tra lingue diverse è il campo di studio degli psicologi sperimentali.
Gli esperimenti vogliono verificare se una persona possa indovinare il significato di una parola, appartenente ad altra lingua, in base al suono. La somiglianza di alcuni termini varca i confini dei gruppi di lingue correlate tra loro. I linguisti hanno spesso notato queste strane coincidenze. Tra gli esempi più noti, have in inglese e habere in latino (che, secondo gli etimologisti, non sono correlati), path e bad in inglese e path e bad in persiano (anch'essi non correlati), fire e feuer in inglese e tedesco e feu in francese (anch'essi non correlati), day in inglese e dies in latino, whole in inglese e holos in greco.
Il simbolismo sonoro e l'onomatopea permeano la vita dei giapponesi e il loro lessico. Esistono dizionari dedicati esclusivamente a parole che fanno parte di queste categorie. Oltre a quelle già esistenti, parole di questo tipo possono essere create sul momento. Le onomatopee sono limitate dalla fonetica e dal sistema lessicale di una particolare lingua e quindi non possono essere una diretta imitazione di quelle appartenenti ad altre lingue. Un giapponese non può creare ad esempio una onomatopea contente il fonema l. Per l'importanza del simbolismo sonoro e dell'onomatopea nel linguaggio, i linguisti giapponesi hanno studiato il fenomeno molto meglio dei loro colleghi occidentali.
Essi distinguono tre categorie di espressioni sinestetiche: quelle definite giseigo imitano i suoni della natura (gata gata, un tintinnio; pyu pyu, il sibilo del vento; zaa zaa, pioggia incessante); quelle definite gitaigo raffigurano stati, modi o condizioni del mondo esterno (yobo yobo, tremolante; kossori, furtivo; pittari, calzare perfettamente, combaciare; guzu guzu, indugiare); quelle definite gizyogo simbolizzano condizioni mentali o sensazioni (chiku chiku, pungente; ira ira, nervoso). Il simbolismo sonoro ha una grande importanza, perché molti verbi giapponesi sono poco specifici. Ad esempio, naku copre tutti i tipi di pianto (waa waa naku, piangere come un bambino; kusun kusun naku, singhiozzare; oi oi naku, piangere rumorosamente), warau è un termine generico per ridere (ha ha ha to warau, ridere; wa ha ha to warau, schernire; ku(tsu) ku(tsu) to warau, ridacchiare, ridere trattenendosi; gera gera warau, ridere nervosamente; nita nita warau, risolino, ridere con il viso; niko niko to warau, sorridere; nikori to warau, sorridere, solo una volta). Le forme gutturali simbolizzano la fine improvvisa dell'azione, la rapidità (dosatto, lasciar cadere bruscamente; kurutto, girarsi di scatto). Le forme nasali producono un senso di risonanza prolungata o di ritmicità (karan, schiocco; dokan, rimbombo). Le vocali lunghe esprimono un senso di continuità e di azione prolungata (zudon, sparo prolungato). La versione dura di un'onomatopea esprime un'azione debole e viceversa: ton ton, bussare leggermente, e don don, bussare con forza. La qualità delle vocali è correlata con il fenomeno descritto.
Vocali forti sono associate con attività che riguardano piccoli oggetti e viceversa: il suono kiin è un fischio acuto proveniente da un piccolo oggetto metallico, mentre kan è il suono di una campana; un fischietto farà pippii, mentre il fischio di una nava a vapore sarà poppo. Una capra farà me e una mucca mo; gero gero è il gracidio di una rana, goro goro è il rombo di un tuono.

Somiglianza lessicale

Tra l'inglese e il giapponese, ad esempio, esistono molte somiglianze. Ad esempio: suu/suck, wataru/wade, namae/name, to/door, hone/bone, chirakara/scatter, so/so, mo/more, ikari/anchor. Prendendo in considerazione altre lingue, abbiamo suwaru/s'asseoir, miru/mirar, shiru/scire, kokoro/cuore, kubi/cou, akarui kuroi/chiaro scuro, ureshii/heureux.
Il giapponese è stato al centro di molti esperimenti linguistici. Tsuru S. e H. S. Fries, nel 1933, compilarono una lista di parole giapponesi scritte in roumaji con 36 paia di opposti (caldo-freddo, alto-basso, etc.) e la mostrarono a 57 persone di lingua inglese senza la minima conoscenza del giapponese. Ai soggetti fu presentata una lista con le stesse paia di opposti inglesi e fu chiesto loro di accoppiare alle parole giapponesi i termini inglesi che sembravano più appropriati. Tirando ad indovinare avrebbero dovuto azzeccare circa il 50% delle coppie, invece i risultati furono molto superiori.
Esperimenti di questo genere suggeriscono l'esistenza di simbolismi sonori trans-linguistici. L'esperimento divenne un modello per molte altre ricerche. Allport, nel 1935, tradusse le coppie di opposti giapponesi in ungherese e polacco; i nuovi soggetti dell'esperimento non avevano conoscenze di ungherese, polacco e giapponese. Nonostante le condizioni dell'esperimento fossero più stringenti, i risultati furono gli stessi. Sembrerebbe esserci una somiglianza di suoni e significati, che riguarda tutte le lingue, non importa quanto distanti fra loro, almeno per le parole più comuni. Gli esperimenti furono ripetuti ancora usando come lingua il ceco, l'hindi, il croato e l'ebreo. I risultati furono identici. Brown, Black e Horowitz, nel 1955, fecero un esperimento con il cinese, il ceco e l'hindi: gli 85 soggetti dell'esperimento confermarono ancora una volta i risultati precedenti. Brackbill e Little, nel 1957, usarono sei gruppi di 40 persone di lingua inglese e sottoposero loro 3 gruppi di 50 paia di parole. Le parole erano scelte a caso tra le più usate e le paia erano formate da parole inglesi/cinesi, inglesi/giapponesi, inglesi/ebree, cinesi/ebree. Come in precedenza, i soggetti identificarono più della metà delle coppie, tranne che nell'ultimo caso, perché il cinese è un linguaggio tonale. Koriat e Levy, nel 1977, esaminarono le implicazioni simboliche delle vocali nella lingua giapponese ed in quella hindi e trovarono alcune consistenze.
Tuttavia, I. K. Taylor e M. M. Taylor, in alcuni esperimenti condotti dal 1962 al 1965 usando l'inglese, il giapponese, il coreano e il tamil, conclusero che il simbolismo non è universale; fu soprattutto il coreano a sollevare dei dubbi. Essi criticarono anche gli esperimenti precedenti, poiché essi non spiegano come mai lingue diverse assegnano lo stesso suono a significati diversi.
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