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Una lingua molto vaga
di Massimiliano Crippa

17 settembre 2000. Si dice che il giapponese sia una lingua molto imprecisa, paragonato ad esempio con l'inglese. E' vero che il giapponese si basa molto sul contesto, ma l'impressione di ambiguità è chiara quando si prova a chiedere ad un giapponese come si dice una certa cosa: egli impiega un certo tempo per trovare la risposta. La cosa può essere anche studiata ad arte, per trasmettere l'idea di una lingua complessa e diversa dalle altre, insomma un tipico esempio di nihonjinron.

Di frasi ambigue comunque se ne possono trovare tante. Ad esempio, nel discorso di accettazione del Premio Nobel, Ooe Kenzaburou dice: "Aimai na Nihon no watashi". Così come un altro Nobel, Kawabata Yasunari, dice: "utsukushii Nihon no watashi". Ma questo significa qualcosa? Il linguaggio è tanto preciso quanto il parlante desidera che sia. Se non esiste una parola per esprimere esattamente ciò che voglio, posso usare più parole fino ad arrivare al significato voluto.

Si può dire, a questo punto, che è il parlante giapponese a voler rimanere nel vago. Si tratta di una preferenza culturale, non di una limitazione linguistica. Parlare francamente è considerato scortese. Il giapponese tende ad usare parole ambigue e vaghe per non ferire i sentimenti di coloro con cui si parla. Un occidentale può obiettare che essere chiari non significa essere rudi, ma per i giapponesi essere vaghi rende la comunicazione più dolce e scorrevole, cioè più naturale. Ciò è decisamente all'opposto dell'inglese.

Non lamentiamoci per la fugacità delle parola dei giapponesi, questa è la loro natura. L'effimero e il fugace è l'essenza del mistero che creano intorno a sé. C'è anche da aggiungere che lo fanno in modo talmente spontaneo che non si può chiedere nessuna spiegazioni delle loro affermazioni. Ogni volta che si domanda perché, la risposta sarà sempre: "Shiranai!".
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