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Sistemi linguistici e modelli sociali
di Massimiliano Crippa

17 settembre 2000. E' ampiamente riconosciuto dai ricercatori che certi sottosistemi linguistici di un dato linguaggio non possono essere compresi senza ricorrere all'organizzazione sociale della comunità dei parlanti, come nel caso delle formule con cui ci si rivolge ad una persona o dei termini che descrivono la parentela. Antropologi e sociologi propongono un modello sociale e usano i sottosistemi linguistici per sostenerlo; i linguisti, al contrario, usano questo modello per spiegare i fenomeni linguistici. Esiste quindi una dipendenza reciproca. Il giapponese è una delle lingue che è stata studiata per lo più in questo modo. Poiché i modelli sociali sono di solito costruiti esplicitamente o implicitamente per un dato scopo e per rafforzare una particolare lettura degli avvenimenti, l'adeguatezza di ogni modello è relativa agli obiettivi dell'indagine. E' giustificabile, in linea di principio, da parte dei ricercatori, l'uso selettivo di dati linguistici per sostenere il proprio lavoro. Tuttavia, quando il modello è applicato ad aree non prese in considerazione precedentemente, questa selettività può creare una visione distorta. Questo è ciò che è successo con la lingua giapponese, dove l'uso prevalente del modello di gruppo nell'analisi della società è inconsistente con la nozione dell'io come è codificata nel linguaggio.

Fluidità dell'io giapponese

La società giapponese viene spesso descritta in termini di gruppo e contesto. Dall'affermazione che il Giappone è fortemente orientato al gruppo deriva che la nozione di io è relativa e interpersonale, non un punto di riferimento che risiede all'interno di ogni individuo. Quest'ultima considerazione è rilevante per capire la lingua giapponese.
L'orientamento al gruppo viene definito come l'identificazione dell'individuo in quanto immerso in un gruppo, che esprime conformità e fedeltà agli ideali del gruppo, un orientamento altruistico verso i fini del gruppo, consenso e mancanza di conflitto verso i membri del gruppo. I giapponesi sono estremamente sensibili verso le interazioni e relazioni sociali. Anche nei gruppi più intimi esiste una forte pressione verso il conformismo, che molti vedono come l'origine del profondo malessere psicologico della società giapponese.
Per fornire un esempio della coscienza di gruppo giapponese, Nakane Chie spiega che i giapponesi di solito si presentano mostrando la propria affiliazione, piuttosto che un qualche attributo personale ("Lavoro per la compagnia..." o "Lavoro presso l'università..." piuttosto che "Sono un ingegnere" o "Sono un ricercatore"). Ovviamente si sceglie cosa dire in base alla presunte conoscenze della persona a cui si sta parlando. Di solito un giapponese si presenta nel modo spiegato da Nakane quando è noto che il parlante è impiegato in un certo ruolo presso qualche azienda o istituzione. Solo in questo caso mostrare la propria affiliazione diventa naturale e rilevante. Uno studio afferma che molti uomini giapponesi hanno due differenti biglietti da visita, uno per il lavoro e uno personale, che viene dato solo ad una cerchia ristretta di conoscenti. Ciò parrebbe indicare che la propria affiliazione non entra automaticamente a far parte dell'identità personale.
Da quando Ruth Benedict, nel 1946, scrisse il suo libro The chrysanthemum and the sword (Il crisantemo e la spada), la società giapponese è stata definita gerarchica: essa prevede una stratificazione verticale in base alle istituzioni, piuttosto che orizzontale in base alle classi o alle caste; inoltre ogni gruppo è organizzato verticalmente in base alle relazioni tra superiori e subordinati. La società si aspetta fedeltà da questi ultimi, così come paternalismo e benevolenza dai primi.
Sotto questa società verticale, c'è la personalità giapponese chiamata amae. Amae è il sentimento che provano i bambini verso la madre: dipendenza, il desiderio di essere amati passivamente, la riluttanza ad essere separati dal caldo affetto del cerchio materno per essere gettati nella realtà oggettiva. Questo atteggiamento rimane anche in età adulta, la dipendenza dall'altrui benevolenza è incoraggiata durante il processo di socializzazione. Questo tipo di dipendenza appare fondamentale in ogni gruppo: i subordinati, che recitano il ruolo del bambino, cercano dipendenza nel superiore che, a sua volta, recita il ruolo di genitore e ci si aspetta quindi che mostri benevolenza.
Molto legata all'orientamento al gruppo è la nozione di uchi. La traduzione approssimativa di uchi è interno/dentro/addentro, ma significa anche la casa, la famiglia del parlante. Uchi e il suo opposto soto, esterno/fuori/non addentro, costituiscono un punto di convergenza organizzativo dell'io, della vita sociale e del linguaggio. Senza questi concetti, molto del comportamento giapponese è inspiegabile, almeno dal nostro punto di vista. Uchi e soto sono anche le chiavi per vedere il nesso tra l'orientamento al gruppo e il contestualismo, che concerne la nozione dell'io giapponese.
Caratterizzato come relazionale e sociale, l'io giapponese si dice sia definito dalle circostanze. In Giappone, le relazioni fra individui hanno priorità rispetto all'io individuale e l'identificazione del sé e dell'altro è sempre indeterminata, nel senso che non c'è un centro fisso da cui l'individuo ricava un'esistenza non contingente. Inoltre, l'uso del giapponese insegna che una persona è sempre e inevitabilmente coinvolta in una molteplicità di relazioni sociali. I confini tra il sé e gli altri sono fluidi e cambiano costantemente, in base al contesto e alla posizione sociale che la gente assume in quella particolare situazione.
Confrontandolo con la nozione occidentale dell'io, quello giapponese è considerato instabile, costantemente mutevole, dipendente dal contesto. Parlare di una generica nozione occidentale dell'io può sembrare però una generalizzazione eccessiva, ci riferiremo allora alla nozione cartesiana dell'io:

Io sono trasparente a me stesso: la mia conoscenza non è mediata da inferenze né da elementi teleologici come uno scopo contingente o un progetto. Conosco la mia identità direttamente e completamente, mentre gli altri la conoscono solo inferenzialmente e relativamente ad un certo scopo.

Il modello del gruppo e la fluidità dell'io sono utilizzati per decrivere fenomeni linguistici della lingua giapponese. Riguardo ai termini di parentela sopracitati, la scelta della parola che corrisponde a madre è okaasan. Può essere usata per riferirsi alla madre dell'interlocutore o di una terza persona ed anche alla madre del parlante, purché in una conversazione con membri del proprio gruppo o di tipo informale con esterni. Nelle conversazioni formali, invece, deve essere usato haha per riferirsi alla propria madre. La stessa distinzione vale per padre, nonni, fratelli, sorelle ed altri parenti stretti. Ciò dimostra che un'appropriata scelta dei termini dipende dal contesto, dal fatto che l'interlocutore sia o meno uno interno al gruppo e che la conversazione sia più o meno formale.
Un esempio lampante per illustrare la fluidità dei confini tra il sé e gli altri è l'uso del verbo dare. Ci sono due verbi in giapponese che corrispondono a dare: kure e age. Usando kure, la destinazione del trasferimento è il parlante, cioè il sé, oppure qualcuno interno al gruppo, visto come un sé esteso. Immaginate di avere tre cerchi concentrici rappresentanti il sé, il proprio gruppo, il gruppo esterno: kure viene usato per un trasferimento verso l'interno. Il verbo age esprime al contrario un trasferimento verso l'esterno.
La fluidità dei confini può essere osservata anche con l'uso delle forme onorifiche o umili. Parlando del presidente dell'azienda con un collega, si deve usare una forma onorifica quando il presidente è il soggetto, mentre una forma umile deve essere usata quando il parlante è il soggetto. Tuttavia, quando l'interlocutore è un cliente, il parlante convenzionalmente rappresenta l'azienda, quindi si deve usare una forma umile anche quando il soggetto è il presidente della compagnia, come se esso fosse parte del nostro io esteso. In questo caso non si deve nemmeno scrivere presidente, syatyoo, considerato un termine onorifico, ma un termine più neutro, quale il nome.
L'io pronome personale, nelle lingue indo-europee, non è ben definito o meglio, è definito collettivamente dal concetto di uchi.

Io codificato nella lingua giapponese

Il modello relazionale dell'io finora descritto non è tuttavia consistente con altre caratteristiche significative della lingua giapponese. Ad esempio, la distinzione tra il sé e gli altri proibisce l'espressione di sentimenti umani o di attività mentali quando il parlante non ha accesso diretto alla fonte. I predicati soggetti a questa restrizione sono detti predicati psichici. Questi possono essere usati solo per descrivere il sé, il parlante, e nessun altro. Per esempio, samu-i (sentire freddo) può essere usato solo quando il parlante è il soggetto; qualunque altro soggetto compreso haha, mia madre, richiederà l'uso di una espressione alternativa, come samu-gatte iru (mostra di avere freddo) o samu-soo da (sembra avere freddo). Questa restrizione è inflessibile. Nel caso di kanashi-i (essere triste) il soggetto della frase può indicare sia chi sperimenta il sentimento sia l'entità che causa tale sentimento. In entrambi i casi, è il parlante che esprime i suoi sentimenti. Il verbo omo-u (pensare) è un altro esempio di predicato psichico, che deve essere trasformato in omo-tte-i-ru per le terze persone. Il soggetto in prima persona può anche essere sottointesto, non fa la minima differenza. Uno scrittore può usare i predicati psichici anche con terze persone perché lui, in quanto creatore, ha accesso alle informazioni sullo stato mentale dei suoi personaggi.
Qui il concetto di io è assoluto e non dipende dal contesto. Il confine tra il sé e gli altri non può essere fluido. I tipici membri del gruppo, come la madre, non possono essere visti come sé esteso. La lingua giapponese è estremamente consapevole dell'io. Ed è difficile credere che questa lingua sia nata in una comunità che non conosce il concetto di io individuale, in una società definita senza io. Questo fatto è ben conosciuto dai linguisti, ma non ha ancora ricevuto la giusta attenzione da parte dei sociologi.

Io relazionale e io assoluto

Appurato che la lingua giapponese contiene entrambi i tipi di io, c'è da chiedersi se siano entrambi indispensabili. L'io assoluto è parte integrante del linguaggio, quello relazionale no. Le espressioni basate sull'io assoluto sono imparate dai bambini automaticamente e inconsciamente, mentre quelle basate sull'io relazionale devono essere insegnate esplicitamente dagli adulti. L'uso di haha per riferirsi alla propria madre è insegnato verso la fine delle elementari.
Molti dialetti non prevedono né doppi termini per i rapporti di parentela né forme onorifiche od umili. L'elaborazione del sistema onorifico comincia nel periodo Heyan da parte dell'aristocrazia di Kyoto, allora capitale. Al contrario del dialetto di Tokyo, che contiene un numero considerevole di espressioni onorifiche prese dal dialetto di Kyoto, molti altri dialetti non hanno i sistemi onorifici elaborati che sono frequentemente citati dalla letteratura sulla società giapponese. Le espressioni che presuppongono un io relazionale sono artificiali, non una parte naturale del linguaggio per come lo concepiscono i linguisti. La manipolazione delle forme onorifiche ed umili in base alla situazione non viene imparato naturalmente. Molte aziende organizzano per i propri dipendenti delle lezioni sul linguaggio onorifico ed umile come parte dell'addestramento. Questi dipendenti hanno un diploma di scuola superiore, se non di più, ma non hanno imparato questa parte della lingua a scuola. I libri che insegnano l'uso del linguaggio onorifico sono sempre molto richiesti.
E' davvero sorprendente che i giapponesi continuino a mantenere il loro elaborato linguaggio onorifico, dovendo sostenere un costo così alto.
In genere i ricercatori che propongono un io multiplo basano la propria teoria su osservazioni comportamentali, sostenendo che i giapponesi scelgono il comportamento più appropriato tra una serie di possibilità in base alla situazione. Lebra propone un io a tre dimensioni: l'io interazionale, l'io interno e l'io illimitato. Il primo è variabile in base alla posizione in cui ci troviamo rispetto agli altri. L'io interno è stabile. L'io illimitato è radicato nella versione buddhista del transcendentalismo, disimpegnandosi dalle dicotomie soggetto-oggetto, sé-altro, interiore-esteriore.
Il verbo kure è usato quando il favore è a beneficio del parlante ed esso è grato di averlo ricevuto. Può essere usato anche quando il beneficiario è un interno al gruppo, ad esempio la madre. Nella teoria dell'io relazionale, questo è reso possibile dal fatto che il confine tra il sé e gli altri si è spostato: una terza persona è inclusa nella nozione di io relazionale. Ricordiamo ancora una volta che l'uso dei predicati psichici è sempre limitato alla prima persona. Ciò mostra che il sé e la madre appartengono a categorie concettuali diverse. La teoria dei tre cerchi concentrici può chiarire meglio questo ultimo concetto.

Il modello di gruppo rivisitato

Come abbiamo detto all'inizio, i modelli sociali sono costruiti per un particolare motivo, implicito o esplicito. I modelli sono ideologici per natura. Alcune caratteristiche vengono astratte per formare un modello monolitico e coerente. E' comunque interessante analizzare il contesto in cui questi modelli sono stati formulati.
A partire da Basil Hall Chamberlain (1850-1935), gli osservatori occidentali hanno disegnato i tratti culturali giapponesi nella tradizione dell'Orientalismo, che contiene assunti ontologici sull'Occidente come punto di riferimento universale e sugli altri popoli, considerati tanto esotici quanto inferiori. Questi osservatori erano affascinati da alcune stranezze. Ruth Benedict considerava il Giappone un paradosso:

I giapponesi sono aggressivi e non aggressivi, militaristi ed esteti, insolenti e gentili, rigidi ma adattabili, remissivi ma risentiti quando ricevono ordini, leali e infidi, coraggiosi e timidi, conservatori e aperti a nuove idee.

Se gli osservatori occidentali costruivano un modello, gli stessi giapponesi volevano costruire un mito, disseminando il paese di varie ideologie necessarie all'unità del paese. Questa giapponesità strategica, chiamata da Miller "auto-orientalismo", massimizza gli interessi nazionali e minimizza l'individualismo. Iwabuchi osserva che nel processo di auto-orientalizzazione, portato avanti negli ultimi cinquant'anni, è stata creata anche un'immagine dell'Occidente: le nazioni occidentali erano considerate superiori e da emulare, ma condannate come individualiste ed egoiste. Kunihiro afferma che il comportamento cognitivo dei giapponesi è differente da quello degli occidentali, poiché questi ultimi utilizzano la logica dualistica aristotelica. E' in questo contesto che l'auto-orientalismo viene utilizzato come una strategia per costruire ed affermare l'identità culturale nazionale, mentre l'Occidente è un po' come il cattivo modello che serve ad unire il popolo intono alla tradizione. Entrambe le tendenze, l'Orientalismo e l'auto-orientalismo, usano l'altro per definire il sé e per reprimere le voci di dissenso, creando un immaginario "noi" da opporre ad un altrettanto immaginario "loro", sebbene il Giappone non sia una società statica né omogenea né chiusa.
Alla fine degli anni '70, i ricercatori cominciarono ad avanzare dei dubbi sulla validità del modello di gruppo. Comparati con altri popoli, i giapponesi sono più orientati al gruppo e abituati ad un'organizzazione di tipo verticale? Essi pongono maggior enfasi sul consenso e l'armonia sociale, danno più valore all'appartenenza al gruppo o alla solidarietà sociale? Hanno poco sviluppato l'ego, mancano di un senso autonomo, non pensano ai propri interessi?
Rosenberger afferma che i giapponesi e il loro io non sono interamente collettivi né completamente individualisti. Chiedersi se i giapponesi stiano diventando individualisti è una domanda sbagliata, basata su una concezione occidentale. La domanda più giusta è cosa è cambiato da quando i giapponesi hanno assorbito, all'interno delle loro relazioni sociali e dei processi mentali, lo stile di vita occidentale e il concetto di individualità.
L'aspetto più importante dell'io è l'auto-consapevolezza, che viene sviluppata e rafforzata dall'interazione con gli altri e l'analisi simbolica dell'informazione, che in giapponese richiede una ben definita separazione tra il sé e gli altri, molto più che nella lingua inglese, che non prevede la categoria dei predicati psichici. Non ci sono comunque basi per affermare che i giapponesi hanno un concetto meno sviluppato dell'io rispetto agli occidentali. E se ai giapponesi piace operare in gruppi più che agli occidentali, o perlomeno vedono sé stessi in questo modo, la causa non va cercata nel dominio cognitivo.
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