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Sintesi della conferenza di Yutaka Tani tenutasi nel 1973 e pubblicata in versione integrale sulla Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali col titolo "Analisi linguistica di alcuni termini usati nelle relazioni interpersonali applicata allo studio della struttura sociale giapponese".
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Rapporti di parentela

I sociologi e gli antropologi sociali giapponesi hanno attribuito particolare importanza agli studi sul sistema della parentela allo scopo di chiarire la struttura della società giapponese. In tal modo, ora disponiamo di un certo numero di termini-chiave che ci servono per comprendere le caratteristiche del sistema di parentela in Giappone, tra cui la bilateralità del rapporto di parentela, l'importanza del primogenito, le concezioni di dozoku (gruppo familiare allargato) e ie (la famiglia tradizionale giapponese, che può comprendere anche membri non consanguinei), l'usanza dell'adozione, la relazione honke-bunke (rapporto tra la famiglia principale, honke, e le famiglie dipendenti, bunke; nel villaggio agricolo tradizionale, la honke e le bunke insieme, formavano il dozoku).

Il loro contributo agli studi sulla società giapponese non è da trascurare perché hanno messo in rilievo alcuni elementi fondamentali del gruppo sociale e di alcuni sistemi sociali elementari. D'altra parte, però, non dobbiamo dimenticare che l'organizzazione è costituita anche dall'insieme delle relazioni interpersonali.
Anche se due organizzazioni si somigliano formalmente, sappiamo che possono funzionare in maniera diversa a causa della diversa struttura delle relazioni interpersonali che le sostengono. E' perciò necessario analizzare le relazioni umane secondo ciascun tipo di relazione interpersonale.

Gli studiosi hanno discusso sui diversi concetti che corrispondono all'espressione psicologica delle relazioni umane tipiche del Giappone, come giri (senso del dovere), ninjo (sentimento affettivo, spesso sentito in contrasto con il giri), on (senso di obbligazione che deriva da un beneficio ricevuto), amae (termine, intraducibile in italiano, che esprime un senso di dipendenza affettiva di un inferiore nei confronti di un superiore; per esmpio, l'atteggiamento del bambino nei confronti della mamma), e l'audace tentativo compiuto da Nakane Chie di spiegare le relazioni umane tipiche del Giappone con la struttura a organizzazione verticale del gruppo è stato molto fruttuoso.
Ma questi sentimenti non si riscontrano in qualsiasi tipo di relazione umana, ma solo in certi tipi di relazione. D'altronde, anche la struttura a organizzazione verticale non è constatabile in tutte le relazioni sociali. A seconda del tipo di relazioni interpersonali in cui una persona si trova, questa può provare o non provare il sentimento di giri. Occorre perciò anzitutto specificare i tipi possibili di relazioni interpersonali esistenti nella società giapponese, per poi verificare in quale posizione sociale i giapponesi provano i sentimenti socio-psicologici citati precedentemente.

Non bisogna dimenticare che la tipologia delle relazioni umane rimane costantemente nel subconscio. Noi non ci comportiamo nella vita quotidiana consultando coscientemente questa tipologia di relazioni umane.
Come possiamo allora identificare i possibili tipi di relazioni interpersonali? Quanti tipi diversi potrebbero esistere?
Le relazioni personali di un soggetto sono varie, tante quante sono le persone con cui potrebbe aver contatto, essendo ogni persona individualmente diversa.
Ma, oltre ad avere il nome personale individualizzato, ognuno di noi è classificabile in varie categorie sociali. Una persona è riconosciuta come padre dal figlio, come figlio dal padre, come amico dall'amico e come dipendente dal suo capo. Possiede così alcuni attributi sociali classificatori in una sola personalità sociale a seconda delle sue relazioni interpersonali, e possiamo osservare un atteggiamento piuttosto stereotipato in ognuna di queste relazioni.

I tipi di relazioni interpersonali possibili non sono tanto numerosi quanto il numero delle persone esistenti, ma al contrario si limitano ad un certo numero. Per identificare i tipi di relazioni interpersonali, variabili a seconda dell'ambiente culturale, si dovrebbe forse ricorrere all'osservazione diretta degli atteggiamenti personali di ciascuno nei riguardi degli altri. Ma è difficilissimo trovare una unità ben definita che ci permetta di misurare i comportamenti umani.
D'altra parte, si può fare in modo che lo studio sia basato comunque, in certa misura, sulla realtà. Il modo di acquisire conoscenza della realtà che, a sua volta, determina il comportamento, è condizionato dalla struttura della lingua usata.
L'analisi strutturale dei termini delle relazioni interpersonali potrebbe dunque essere un metodo efficace per evidenziare i tipi di relazioni interpersonali inerenti a una cultura. Naturalmente, anche il confronto delle strutture dei termini delle relazioni interpersonali esistenti in culture diverse può servire molto allo scopo.
Qui analizzeremo alcuni termini delle relazioni interpersonali per identificare i tipi di relazioni interpersonali esistenti nella società giapponese. Quanto al metodo di analisi, determineremo la struttura tassonomica di un gruppo di termini della lingua giapponese che riguardano le relazioni interpersonali.
Trovate le caratteristiche tipiche, potremo accertare oggettivamente i tipi strutturali di relazioni interpersonali giapponesi che rimangono costantemente nel subconscio. Sappiamo senz'altro che la terminologia delle relazioni interpersonali non è sempre diacronicamente stabile e persistente. Se potremo trovare un certo aspetto della struttura persistente attrverso il processo storico, potremo pensare che questo aspetto costituisca una caratteristica fondamentale della società giapponese.
Se dovessimo constatare invece che un certo aspetto caratteristico della struttura è scomparso a partire da una certa epoca, sarebbe necessario considerare questo fatto come un'espressione del cambiamento culturale e, al tempo stesso, dovremmo pensare alla possibilità che esso possa rimanere ancor oggi sotto forma di substrato culturale, anche se oggigiorno non compare più in maniera esplicita. Gli studi storici vengono così ad essere particolarmente utili.

E' tuttavia opportuna una discussione metodologica intorno al fatto che esistono vari livelli nella terminologia delle relazioni interpersonali. A seconda della loro funzione, vi sono infatti diversi termini: termini di riferimento e termini vocativi.
La categoria dei termini vocativi si potrebbe inoltre suddividere in almeno due specie: termini ordinari e pronomi personali. D'altra parte, dal punto di vista dell'ambito di estensione di ciascun gruppo di terminologie, possiamo classificare i termini di riferimento in diversi gruppi, per esempio famiglia, consanguinei, amici, vicini, membri dell'organizzazione sociale.
Qui ci limiteremo al gruppo dei consanguinei e tratteremo solo dei termini di riferimento e dei termini vocativi, lasciando da parte l'analisi dell'uso dei pronomi personali.

Per l'analisi dei termini usati nelle relazioni interpersonali di consanguineità, è utile iniziare dal gruppo più semplice, cioè dall'insieme dei termini di sibling (termine scientifico, derivato dall'inglese, che indica in maniera generica i fratelli e le sorelle nati da una stessa coppia, senza distinzione di sesso).

Termini di riferimento dell'età contemporanea

In giapponese, il gruppo dei termini di riferimento di sibling è classificato in quattro categorie: ani (fratello maggiore), ane (sorella maggiore), otouto (fratello minore), imouto (sorella minore), indipendentemente dal sesso del soggetto, mentre la terminologia coreana è diversa a seconda del sesso del soggetto e ha quindi otto categorie.
In questo senso, si può dire che la terminologia giapponese somiglia a quella europea. Ma nelle lingue europee, per esempio anche in italiano, il sibling è classificato solo in due categorie: fratello e sorella. La distinzione tra il sibling di età maggiore o minore non è esplicita, mentre in giapponese lo è.
In giapponese si distingue fra maschile o femminile e maggiore o minore, quindi in base al sesso e in base all'età relativa, distinzioni che vengono espresse simultaneamente, con una sola parola. In Europa esiste solo la distinzione in base al sesso. Rispetto agli europei, i giapponesi devono essere consci della distinzione di età relativa oltre che di quella di sesso quando intrattengono relazioni con gli altri membri sibling.
La struttura tassonomica giapponese di sibling è uguale a quella cinese. Questa struttura, però, non è storicamente persistente.

Termini di riferimento nel periodo del Kojiki

Esaminiamo l'antica struttura tassonomica di sibling ricostruita in base al materiale linguistico ricavato dal Kojiki, una raccolta di miti e leggende giapponesi compilata nell'VIII secolo per servire da base ideologica al potere imperiale. Nel Kojiki compare un termine di riferimento, e, che indica sia il fratello maggiore che la sorella maggiore. L'altro termine di riferimento, oto, indica sia il fratello minore che la sorella minore. I membri maggiori di sibling sono classificati in una categoria e i minori in un'altra.
Sono inoltre presenti altri due termini di riferimento: ani, che si riferisce solo al fratello maggiore e ane, che si riferisce solo alla sorella maggiore. Non si trova invece il termine di riferimento che indica solo il fratello minore né quello che indica solo la sorella minore.
Il principio distintivo di sesso è valido solo nei confronti dei membri maggiori di sibling. La struttura tri-divisionale che si riscontra nell'antico giapponese è constatabile anche nella tassonomia coreana, sebbene in quella coreana i membri minori possano venire divisi anche in due categorie.
Nella struttura tassonomica dei Taromak Rukai, una delle tribù che abitano le zone montane di Taiwan, i membri di sibling sono divisi in due categorie, taka e aki, secondo la distinzione basata sull'età relativa. Questa struttura bi-divisionale si trova anche nell'antica tassonomia giapponese, perché e e oto corrispondono rispettivamente a taka e aki.
Si può perciò dire che nell'antica tassonomia giapponese coesistono due strutture tassonomiche, una simile a quella coereana e l'altra simile a quella dei Taromak Rukai.
Considerando le caratteristiche delle due strutture, quella tri-divisionale e quella bi-divisionale, ci accorgiamo subito che la distinzione in base all'età relativa è prevalente nelle due strutture.
Tale distinzione basata sull'età relativa persiste in Giappone e, più avanti, la tassonomia di sibling diventa quadri-divisionale. Questa prevalenza della distinzione in base all'età relativa sia diacronicamente generalizzata in Giappone, anche se tale caratteristica non è constatabile solo nella lingua giapponese, ma anche in altre lingue asiatiche.
Al contrario, nelle lingue europee non è mai prevalsa la distinzione in base all'età relativa sulla distinzione di sesso, e la struttura bi-divisionale fra maschile e femminile è rimasta predominante. Inoltre, nell'antica tassonomia giapponese il fratello minore e la sorella minore vengono classificati in una categoria comune oto. Il concetto di oto costituisce una categoria asessuale, che corrisponderebbe al concetto di fratelli nelle lingue europee, anche se oto si limita ai membri minori.
Dopo l'età medievale, il termine oto e il termine e sono spariti e il dominio concettuale di oto si è diviso in due categorie: otouto e imouto.
Non sappiamo quale mutamento si sia avuto nell'ambito reale delle relazioni interpersonali di sibling sul piano socio-psicologico. Possiamo solo supporre che questo mutamento tassonomico sia dipeso dalla forte influenza della cultura cinese. Teniamo comunque presente la tendenza asessuale del termine oto in riferimento al sibling minore, poiché non è escluso che sia rimasta come substrato culturale dall'epoca medievale in poi.

Termini vocativi di sibling

Possiamo definire i termini vocativi come tutti quei termini che vengono adoperati per chiamare direttamente la seconda persona con cui il soggetto parla.
Gli europei non chiamano i membri di sibling con termini onorifici, usano solo il nome personale oppure il soprannome come termini vocativi tra fratelli e sorelle e non adoperano mai il termine di riferimento (è da notare il modo di chiamarsi atipico dei monaci cristiani).
In giapponese, invece, per chiamare il fratello maggiore e la sorella maggiore, si usano delle forme derivate dai termini di riferimento di sibling dell'età maggiore: nisan e nesan. Nisan deriva da ani + san e nesan deriva da ane + san (san è un suffisso onorifico).
Vediamo così come il termine di riferimento viene usato come termine vocativo per il fratello maggiore e per la sorella maggiore. Il fratello minore e la sorella minore, invece, vengono chiamati con il nome personale.
In teoria, essi potrebbero essere chiamati nei due modi possibili di termine vocativo, e cioè col termine di riferimento e col nome personale. Ma il principio della scelta fra le due possibilità non è arbitrario.
La scelta alternativa fra il termine di riferimento e il nome personale dipende in Giappone dall'età relativa della persona cui ci si riferisce. Vediamo così come la distinzione fondamentale di età relativa si riscontra anche nell'ambito dei termini vocativi nelle relazioni interpersonali di sibling.
Possiamo dire perciò che la distinzione in base all'età relativa è la caratteristica generale nell'ambito delle relazioni interpersonali di sibling.

Termini di riferimento di consanguineità

Esistono alcune differenze fra le tassonomie corrispondenti ai vari periodi storici.
Nel sistema della terminologia esiste una chiara simmetria fra la parte paterna e la parte materna. Per esempio, i termini di riferimento usati per lo zio di parte paterna e per lo zio di parte materna sono gli stessi. Per quanto riguarda i cugini si può dire la stessa cosa.
In giapponese, quindi, non sussiste la distinzione fra la linearità paterna e la linearità materna, che si verifica invece nella struttura della terminologia cinese di consanguineità. Si può dire perciò che in questo senso la struttura simmetrica giapponese è analoga a quella esistente nella terminologia delle lingue europee moderne.

Inoltre, il termine di riferimento di una persona è diverso dal termine di riferimento di un'altra anche se ambedue appartengono alla stessa generazione quando esse si diversificano fra di loro almeno in una delle due distinzioni di sesso e di linearità laterale, ad esempio oji-chichi (zio-padre), oji-oba (zio-zia), musuko-musume (figlio-figlia).
La stessa cosa si può dire nel caso di due persone che appartengono a generazione diversa anche se condividono lo stesso sesso e la stessa linearità, ad esempio chichi-ojii (padre-nonno), musuko-mago (figlio-nipote).
Possiamo perciò dire che esistono tre distinzioni nella terminologia di consanguineità, oltre alla distinzione fondamentale di età relativa nell'ambito dei termini di riferimento di sibling, e sono la generazione, la linearità e il sesso.
Solo il concetto di itoko (cugino) e quello di mago (nipote in linearità diretta) costituiscono delle eccezioni in quanto sono definiti senza la distinzione di sesso.
A parte i casi di sibling (ani, otouto, ane e imouto), di cugini (itoko) e di nipoti in linearità diretta (mago), tutti gli altri membri consanguinei sono classificati in diverse categorie indipendenti secondo le distinzioni tri-dimensionali di generazione, linearità e sesso.

Parente Kojiki 936 1725 1973

Nonno oho-chi ouji ojii
Nonna oo-ofa ouba obaa
Padre chichi chichi chichi chichi
Madre fafa fafa haha haha
Zio ochi oji oji
Zia ofa oba oba
Fratello maggiore ani, e konokami ani ani
Sorella maggiore ane, e ane ane ane
Fratello minore oto oto-uto otouto otouto
Sorella minore oto imo-uto imouto imouto
Cugino itoko itoko itoko
Figlio hiko musuko musuko
Figlia hime musume musume
Nipote hiko mago mago

I termini itoko e mago sono definiti dalle due distinzioni di linearità e di generazione, mentre gli altri termini sono caratterizzati da tre oppure da quattro distinzioni. In particolare, i membri di sibling sono caratterizzati anche dalla distinzione in base all'età relativa oltre che dalle altre tre distinzioni.

Facciamo ora un paragone fra la struttura tassonomica giapponese della stessa generazione di sibling con quella dei Taromak Rukai allo scopo di mettere in rilievo la sua caratteristica strutturale. Presso i Taromak Rukai, i membri maggiori della stessa generazione di sibling sono classificati nella categoria di taka senza la distinzione fondamentale della linearità, in quanto, presso i Taromak Rukai, anche il cugino di età maggiore del soggetto viene chiamato con il nome di taka.
Anche nel caso dei membri di età minore la distinzione fondamentale della lateralità non è valida.
Invece in giapponese, i cugini e i membri di sibling sono classificati in due categorie diverse. La struttura giapponese riferentesi alla stessa generazione di sibling è analoga alla struttura europea.
D'altra parte, la distinzione fondamentale di età relativa, che presso i Taromak Rukai si estende anche ai cugini, si trova in giapponese, anche se in misura limitata, fra i membri della stessa generazione di sibling. La struttura giapponese presenta un aspetto in comune con quella dei Taromak Rukai.

Dobbiamo forse pensare che il minor numero di distinzioni che si riscontrano nella definizione di itoko e mago rifletta il minore interesse socio-psicologico esistente nei loro confronti, dato che cugini e nipoti sono lontani dal soggetto? Ma in tal caso dovremmo chiederci come mai ojii e obaa sono definiti con distinzioni più numerose di itoko e mago.
La distanza socio-psicologica dal soggetto non sembra spiegare pienamente queste differenze: i cugini e i nipoti in linea laterale sono, rispettivamente, membri della stessa generazione del soggetto e della generazione posteriore.
D'altra parte, ricordiamo che anche i membri minori di sibling sono stati classificati in una sola categoria oto senza distinguere il sesso variabile nell'età antica in cui fu scritto il Kojiki, quando l'influenza cinese non aveva ancora cambiato la struttura terminologica di consanguineità. Inoltre, hiko e hime, che compaiono nel Kojiki, hanno in comune la stessa radice morfologica hi.
Questa comunanza della radice morfologica fra due categorie differenti fra loro solo nel sesso si riscontra anche nella terminologia moderna in diverse coppie di termini di riferimento indicanti membri della stessa generazione del soggetto e della generazione posteriore.
Per esempio, musu + ko = musu + me, an + i = an + e, oto + oto = imo + oto. Un altro tipo di comunanza della radice morfologica si riscontra per quanto riguarda le generazioni anteriori: chi + chi = o + ji (chi > ji -> oji, zio) = o + jii (chii > jii -> ojii, nonno) e ha + ha (originariamente, h era f fino all'età medievale, quindi si aveva fa + fa, madre) = o + ba (fa > ba -> oba, zia) = o + baa (faa > baa -> obaa, nonna).
In questi gruppi della generazione anteriore, che hanno in comune la radice morfologica, non esiste la distinzione in base alla generazione e alla lateralità, ma esiste la divisione in due gruppi a seconda del sesso.
Invece, la distinzione in base al sesso non esiste nelle radici morfologiche che si riferiscono alla stessa generazione del soggetto e a quella posteriore. Possiamo definire questa caratteristica riferentesi alla stessa generazione del soggetto e a quella posteriore "aspetto asessuale".

Non è ancora del tutto certo se quest'aspetto asessuale abbia pertinenza con la realtà socio-culturale giapponese. Ma dato che è possibile trovare un certo numero di fenomeni di asessualità nella società giapponese che sono estranei alla società europea, si può dire che una qualche pertinenza esiste.
Non dobbiamo tuttavia pensare che tale struttura sia una caratteristica esclusiva dell'ambiente giapponese, poiché anche la terminologia di consanguineità dei Taromak Rukai ci mostra lo stesso aspetto asessuale fra i membri della stessa generazione del soggetto e di quella posteriore.
Quale implicazione possiamo allora ricavare da quest'aspetto asessuale? La mancanza della distinzione in base al sesso può essere forse considerata come l'espressione del fatto che questi giovani membri vengono considerati come infantili o prematuri. Questo fatto forse presenta una certa analogia con il fenomeno per cui in tedesco il termine che indica il bambino, das kind, è neutro.

Rispetto alla struttura dei termini di consanguineità nelle lingue europee, possiamo dire insomma che la distinzione in base all'età relativa e l'aspetto asessuale costituiscono le due caratteristiche strutturali dei termini di riferimento di consanguineità della lingua giapponese.

Termini vocativi tra consanguinei

Dall'analisi dei termini vocativi nell'ambito delle relazioni interpersonali di sibling, sappiamo che ci sono due modi per chiamare i membri di sibling, e cioè attravreso i termini di riferimento e il nome personale.
Mentre il termine di riferimento è usato per i membri di sibling di età maggiore, il nome personale viene adoperato per i membri di età minore.
E abbiamo visto come la scelta alternativa fra i due modi di chiamare dipende dalla distinzione operata in base all'età relativa dell'interlocutore.
Estendendo la nostra analisi a tutto l'ambito delle relazioni interpersonali di consanguineità, vediamo che questo tipo di variazione dei termini vocativi permane. Per chiamare i membri delle generazioni anteriori, infatti, vengono usati i termini di riferimento: tosan (papà, forma antica onorifica: chichiue), kasan (mamma, forma antica onorifica: hahaue), ojisan (zio), ohasan (zia) e così via.

I membri delle generazioni posteriori, invece, vengono chiamati col nome personale. Per questi termini, quindi, come si può constatare, non vi sono grandi diversità con l'uso europeo.
Ma come vengono chiamati in Giappone i cugini? Il cugino di età minore può essere chiamato col nome personale. Il cugino di età maggiore, invece, non è chiamato col nome personale e neanche col termine di riferimento di cugino, ma col termine vocativo fittizio nisan (termine vocativo usato per il fratello maggiore).
Anche se il fratello maggiore ani è distinto tassonomicamente dal cugino maggiore itoko nella terminologia di riferimento, il termine vocativo per il fratello maggiore viene usato anche per indirizzarsi al cugino di età maggiore.
La distinzione in base all'età relativa si verifica quindi anche nell'analisi del termine vocativo di cugino. Insomma, se l'interlocutore appartiene alla stessa generazione del soggetto, il termine vocativo da usare viene scelto in base alla distinzione di età relativa.

Parlando in generale dei termini vocativi nell'ambito delle relazioni interpersonali di consanguineità, possiamo concludere che il soggetto deve sempre tenere presenti le due distinzioni basate sulla generazione e sull'età relativa. Dall'analisi dei termini vocativi di consanguineità, infatti, ci risulta che i giapponesi siano più sensibili degli europei all'età relativa, mentre gli europei sono sensibili solo all'anteriorità della generazione.

Ma perché, per chiamare i maggiori di età, non viene usato il nome personale bensì il termine di riferimento?
In un certo senso, il chiamare con il nome personale dà l'impressione di annettere importanza all'individualità personale dell'interlocutore.
Invece, il chiamare con il termine di riferimento è non-individualizzante e ambiguo, in quanto l'interlocutore che viene chiamato con il nome di ojisan può essere variabile.

Tuttavia, non si può subito dedurre da questa interpretazione che il chiamare con il nome personale sia espressione di rispetto nei confronti della individualità dell'interlocutore, e che il chiamare col termine di riferimento sia più ambiguo e non annetta importanza all'individualità della persona chiamata, in quanto possiamo facilmente evitare questa ambiguità premettendo il nome personale al termine di riferimento.
D'altra parte, è chiaro che il fatto di chiamare con il nome personale non mette in rilievo la posizione dell'interlocutore. Inoltre, il fatto di chiamare con il nome personale equivale a un'identificazione diretta della persona, mentre il termine di riferimento costituisce un'identificazione indiretta.
Possiamo interpretare il significato del modo diretto o indiretto di chiamare anche indipendentemente dal rispetto maggiore e minore della individualità personale, e considerare invece il fatto che la scelta alternativa fra i due modi di chiamare possa dipendere piuttosto dalla distanza socio-psicologica dall'interlocutore.
Sappiamo infatti che una persona per la quale si nutre rispetto e con la quale comunque non si intrattengono rapporti di intimità viene spesso chiamata mediante termini indiretti, come voi o lei, mentre invece una persona con la quale si intrattengono rapporti di intimità oppure una persona che è considerata di rango inferiore viene chiamata con termini diretti.
Ora, evitando di discutere la ragione per la quale il rispetto e la non-intimità da una parte e l'intimità e il disprezzo dall'altra possono essere espressi con gli stessi termini, mi limiterò a sottolineare come l'uso di chiamare con i termini di riferimento i consanguinei di età maggiore sia da mettersi in rapporto con l'espressione del rispetto loro dovuto e con l'affermazione esplicita della loro posizione.
Viceversa, l'uso di chiamare col nome personale potrebbe essere un'espressione d'intimità verso i consanguinei di età minore e denoterebbe una certa mancanza d'interesse alla dichiarazione esplicita della loro posizione come fratello minore o sorella minore, figlio, figlia o nipote. I membri consanguinei di età maggiore, in quanto interlocutori, devono essere sensibili alla loro posizione, che comporta determinati diritti e doveri, mentre i membri di età minore possono sentirsi liberi e meno sensibili alla loro posizione e rientrare nell'ambito delle persone verso le quali i membri di età maggiore provano intimità e affetto.

Si potrebbe perciò dire che il gruppo di sibling di età minore sia proprio il punto a partire dal quale incominciano a comparire simultaneamente l'aspetto di asessualità, che è un'espressione simbolica di infanzia e di prematurità, e la libertà dal diritto e dal dovere derivanti dalla posizione.
Mi sembra che non si possa trascurare il fatto che i membri di sibling siano divisi in due gruppi secondo la linea distintiva di età relativa, che è relativa proprio perché qualsiasi membro di sibling, tranne il primogenito e l'ultimogenito, può oppure deve fungere da fratello maggiore nei confronti del suo minore e, al tempo stesso, da fratello minore nei confronti del maggiore. Egli deve perciò sentire i suoi doveri e i suoi diritti in quanto maggiore e, al tempo stesso, può sentirsi libero da questi in quanto minore.
Il senso di dovere e diritto che un membro di sibling sente nella posizione di età maggiore potrebbe avere pertinenza col sentimento fondamentale interpersonale del giri che i giapponesi sentono nella vita pubblica, basata sul diritto e sulla responsabilità, mentre la libertà dal dovere derivante dalla posizione permetterebbe al membro di età minore di provare il sentimento di amae, in cui i giapponesi identificano sé stessi con il superiore, lasciando da parte così le distinzioni sociali. In tal modo, il sibling prova contemporaneamente il sentimento di giri, in quanto fratello maggiore, e di amae, in quanto fratello minore. Una persona, così, può e deve avere due faccie contraddittorie nella stessa personalità.

In Giappone è difficile trovare casi di relazioni interpersonali in cui le persone si chiamano tra loro ambedue con il nome personale. Invece, nelle lingue europee, i membri di sibling sono classificati in due categorie secondo la distinzione biologicamente assoluta di sesso. La loro posizione è basata su un criterio assoluto. Per contro, nell'ambiente giapponese, la relatività è l'aspetto caratteristico delle relazioni interpersonali nell'ambito dei membri della stessa generazione.
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