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Roumaji
di Massimiliano Crippa
17 settembre 2000. L'incontro con le lingue occidentali portò anche all'incontro con il carattere latino. Il roumaji si impose come necessità di trascrizione di testi e di materiale in lingua occidentale laddove il katakana non poteva, per il suo particolare codice, riprodurre l'esatta grafia del testo originale. Oggi la trascrizione in roumaji si avvale di due sistemi grafici chiamati in giapponese rispettivamente Hebon Shiki e Nihon Shiki (o Kunrei). L'Hebon Shiki fu ideato nel 1885 da James Kurtis Hepburn, un missionario americano che giunse in Giappone nel 1859 e che compilò i primi dizionari giapponese-inglese. Il metodo Hepburn apparì per la prima volta nella terza edizione del dizionario "Waeigo Rinshuusei". Si accorda molto bene con la lingua inglese e segue la logica della "pronuncia finale" del fonema giapponese e pertanto scrive gli allungamenti vocalici con il trattino sulla vocale. Ma non solo. Hepburn, analogamente, scrive watashi wa e non watashi ha, oppure riduce il wo in o, per analoghi motivi: la pronuncia effettiva ha sempre la precedenza. Si tratta di un sistema di traslitterazione molto funzionale per gli occidentali, perché permette una lettura più intuitiva delle sillabe giapponesi. Il Nihon Shiki fu creato nel 1930 e venne scelto nel 1962 dal Monbushou, il ministero dell'Educazione, ponendo fine ad una annosa polemica. E' ufficialmente adottato come sistema di trascrizione in roumaji e gli studenti giapponesi lo imparano sin dalle elementari. Esso si accorda meglio al sistema morfematico giapponese. Le differenze tra la grafia Hebon e quella Nihon si limitano ai grafemi sillabici SHI-SI, CHI-TI, TSU-TU, FU-HU; questo giustifica il fatto che ancora vi siano tuttora vocabolari, libri e saggi che sono stampati con l'Hebon Shiki. Andrew Horvat, rappresentante di Asia Foundation, in un articolo del maggio 2000 apparso su Asahi Shinbun, quotidiano con cui collabora dal 1998, annuncia con dispiacere che la romanizzazione delle vocali lunghe, da lui voluta nel suo libro Japanese beyond words: how to walk and talk Like a native speaker, nella forma aa, ii, uu, ee, oo, non è piaciuta a molti. Egli ribatte che il sistema Hepburn è inconsistente, poiché utilizza il trattino sopra la o e la u, raddoppia la i, aggiunge una i dopo la e. Per la a, viene usato anche il raddoppio, aggiungendo ulteriore confusione. Inoltre, per alcuni verbi come suu (aspirare) e furuu (mostrare), il trattino non può essere utilizzato, perché nasconderebbe la radice del verbo. Ma come si fa a spiegare ad uno studente alle prime armi il motivo per cui la u in fu (stile) ha il trattino, mentre la u in suu è doppia? La stessa cosa vale per la o col trattino in fukuro (gufo) e la doppia o nel nome di luogo Hiroo. Se la romanizzazione fosse più consistente con la pronuncia reale, non ci sarebbe bisogno di porsi queste domande. Ma la e è sicuramente l'esempio più significativo. Per ragioni storiche la e lunga, pronunciata oggi come vocale uniforme dai giapponesi, continua ad essere scritta in hiragana come ei. Per mostrare che oggi esiste una differenza tra ee e ei, la cosa più semplice che uno può fare è mostrare la differenza tra eeri (profitto) e eiri (illustrato). Né in hiragana né col sistema Hepburn è possibile mostrare tale differenza. Un altro esempio potrebbe essere deeri (dal nome del quotidiano Mainichi Deeri Nyuusu) e deiri (andare e venire). La creazione del sistema Hepburn precede l'enunciazione di alcuni principi linguistici. Uno di questi afferma che l'origine di una parola non deve influenzare il modo di rappresentarla nella scrittura odierna: ad esempio, il fatto che goodbye volesse dire in origine May God be with you non significa che oggi dobbiamo scrivere la parola con la g maiuscola. Ma quando scriviamo Hiroo con due o, lo facciamo perché risulta dall'unione di due parole, hiro (largo) e o (coda). La scelta giusta, secondo l'autore, ma per la ragione sbagliata. Secondo i linguisti, il giapponese non è composto da sillabe lunghe e corte, ma da sillabe corte che, in alcuni casi, raddoppiano: una vocale lunga sarebbe l'unione di due vocali brevi. Quindi Hiroo è più accurato di Hiro col trattino sulla o. Ciò è più evidente negli aggettivi che finiscono in i, come utsukushii (bello), kawaii (carino) e osoroshii (pauroso). La i finale rappresenta a grammatical ending. Per questa ragione, il sistema Hepburn non usa il trattino in questo caso, anche se esistono delle i lunghe in giapponese (ad esempio, nei nomi di luogo Iikura e Iidabashi). Indicando le vocali lunghe con due lettere, si avvicina il giapponese romanizzato all'alfabeto ideale, dove ad ogni simbolo corrisponde un solo suono.
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