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Lost in Translation

Sullo sfondo della megalopoli per eccellenza, Tokyo, avviene l'incontro tra un uomo e una donna, un marito e una moglie, due americani, due sconosciuti, due persone sole. Charlotte e Bob, nelle stanze dello Hyatt Hotel, assaporano uno scorcio di vita vera che però sembra favola. Perché così può essere considerata una tenera amicizia in un mondo disumanizzato e omologato.
Ripensando alle scelte fatte e a quelle da fare, prima che sia troppo tardi, i due protagonisti cercano di rimettersi in gioco e abbandonare i condizionamenti del passato. Ci riusciranno? Alla fine del film, Bob sussurra nell'orecchio di lei una frase che contiene la soluzione.
La trentaduenne figlia d'arte Sofia Coppola è alla sua seconda regia, dopo Il giardino delle vergini suicide. Girato in 27 giorni e costato appena 4 milioni di dollari, il film ha vinto a Venezia, nella sezione Controcorrente, il premio per la migliore attrice (Scarlett Johnansson), ed è inserito tra le candidature agli Oscar e ai Golden Globe.
La regista è stata in Giappone parecchie volte e lì ha stretto molte amicizie. Ella adora l'energia e la creatività della capitale nipponica e lo spaesamento che subiscono gli stranieri appena arrivati.
Per il modo in cui descrive il Giappone, le si potrebbe rimproverare di cadere nello stereotipo, come molti suoi connazionali, di prendersi gioco dei giapponesi, ma forse la cosa è voluta, autoironica.
Bill Murray è anch'egli un frequentatore di questo paese e, al di là degli stereotipi, trova i giapponesi divertenti e comunicativi e si compiace del modo in cui sono legati alla propria cultura. Tokyo meglio di Hollywood, dice Murray.
Il film è uscito nelle sale italiane nel dicembre 2003. Come spesso accade, il titolo italiano ("L'amore tradotto") è veramente pessimo. Problemi anche nei dialoghi, che confondono fonetica cinese e giapponese.
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