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Maschere di donna
di Enchi Fumiko
Marsilio, 1999
pagine 212


Il teatro classico nou, fiorisce in Giappone nel 14° secolo. Forma teatrale fortemente simbolica, viene rappresentata in un'architettura scarna ed essenziale anche perché l'attenzione sia concentrata sull'attore ed il suo agire.
Le pieces di nou sono quasi sempre delle tragedie portate al pubblico da due attori: shite (letteralmente "colui che fa", è lui il solo che recita, mima e danza) è il protagonista e waki (lett. "spalla"), il deuteragonista.
Nella gran maggioranza dei casi, shite è un'anima (può essere un vivente o uno spirito) travagliata, qualcuno che non ha ancora risolto un profondo dramma, un evento emotivamente destabilizzante, una tragedia, e si trova quindi ad essere tuttora angosciato e tormentato. Waki, che non agisce e che non si muove sulla scena, è tuttavia fondamentale, è infatti, colui che assiste, provoca, evoca, richiama, rende possibile la venuta di shite e riceve la confessione della sua tragedia.

Il protagonista, attraverso la rievocazione dell'evento traumatico, in un crescendo di grande tensione emotiva riesce, generalmente, a superare il tormento che lo attanaglia a essere alfine pacificato.
Anche il pubblico condivide empaticamente il dramma che vede ricordato davanti ai suoi occhi; anch'esso partecipa a questa sorta di psicodramma o "commedia psicologica" come l'ha definita René Sieffert, che nonostante l'astrusità della lingua (gli stessi giapponesi per lo più non la comprendono, trattandosi di un giapponese del 14° secolo) assume un valore universale per la profondità e umanità dei temi trattati.

"Maschere di donna" può essere letto come un dramma nou che si dispiega pagina dopo pagina, ripercorrendo lo stesso crescendo emotivo.
Non a caso, infatti, le tre parti del romanzo vengono scandite dal nome di una maschera femminile usata nel nou, a sottolineare l'evoluzione della storia che viene raccontata.
Nel nou shite usa sempre una maschera che ha il compito di esprimere agli astanti i suoi stati d'animo e, di conseguenza, dar anche modo di comprendere il procedere degli avvenimenti.

Il dramma che si compie in "Maschere di donna" è quello di Mieko, vedova di mezza età, dalla forte e multiforme personalità.
Man mano che la narrazione procede, lentamente, veniamo a scoprire quali siano i terribili segreti che nasconde il cuore di Mieko, quali siano stati i soprusi che ha dovuto sopportare, quali gli avvenimenti terribili che ha dovuto affrontare, draconiane siano state le regole sociali imposte all'universo femminile alle quali anch'essa ha dovuto sottostare.

E Mieko concepisce un piano di "liberazione psicologica" aberrante, non esitando a servirsi di quanti le stanno attorno - la nuora, la figlia, i due personaggi maschili - per portare a compimento il suo progetto; su tutti essa esercita un fascino misterioso e ammaliatore, tutti non divengono che pupazzi manovrati dal burattinaio Mieko senza che essi se ne rendano conto, come se fossero "posseduti" da lei.
In tal senso sono straordinarie le pagine dedicate al tema delle possessioni. La stessa protagonista ha studiato e si interessa di questo tema e all'interno del romanzo Enchi Fumiko fa ritrovare un suo saggio giovanile sull'argomento.
Dal saggio emerge, in tutta la sua potenza, la figura della dama Rokujo (personaggio del Genji Monogatari, capolavoro indiscusso e insuperato della letteratura classica giapponese, scritto da Murasaki Shikibu, dama di corte, all'inizio dell'anno 1000). Rokujo, donna dalla personalità originale e fuori dal comune, precorritrice di una "coscienza di sé" femminile, viene descritta e in qualche modo riabilitata da Mieko con tale passione da far comprendere quanto la protagonista non solo la ammiri ma si identifichi in lei.

L'interiorità di Mieko è squassata da una furia imperiosa che tuttavia non traspare mai all'esterno. Al mondo essa non mostra mai i suoi veri sentimenti, il suo comportamento è quello tipico che ci si aspetti da una donna giapponese del tuo tempo.
Tale dissimulazione non è da leggersi come ipocrisia o doppiezza bensì come una regola non scritta imposta alle donne, alle quali veniva chiesto di soffocare i propri sentimenti, di non esprimerli, di annullarsi e di sacrificarsi per il bene degli uomini (padri, mariti, fratelli, figli) della comunità, della nazione.

La protagonista prosegue nell'attuazione del suo diabolico piano con una silenziosa ma granitica determinazione, guidata da qualcosa che è più forte di lei, posseduta a sua volta, come presa in un vortice che la trascina e la sopraffà e a cui non può opporsi.
Il riscatto e la pacificazione di Mieko, nonché la catarsi del dramma, sono rappresentati dalla nascita del nipotino. Una nuova vita, una nuova speranza, un "compenso" per tanti abbandoni, per tante perdite patite: il primo figlio abortito, il figlio maschio morto sotto una valanga, la figlia morta di parto.

La maschera di questa terza parte, che la protagonista tiene fra le mani nell'ultima pagina del libro, è Fukai: "...nella maschera emerge una metafora con la quale si paragona il cuore di una donna matura alla profondità abissale di un pozzo di cui non si vede neppure il colore dell'acqua quando vi si guarda dentro...". Mieko forse è pacificata ma certo non felice, ha ottenuto il suo "riscatto", che tuttavia, non ha alleviato la sua sofferenza che è infinita e inconsolabile, anch'essa profonda come un pozzo.

Ai due personaggi maschili - Ibuki e Mikame - è affidata l'indagine psicologica di Mieko; sono loro che rivelano al lettore tutto della sua vita scandagliandone l'animo, interpretandone gli scritti e il comportamento in chiave psicologica, smontandone e rimontandone la personalità.
Sono "maschi", qunidi la parte yang dell'universo, rappresentano la razionalità, il ragionamento obiettivo. Mikame è psichiatra, Ibuki un professore, entrambi sono degli studiosi, abituati alla ricerca scientifica, formulano tesi per le quali cercano riscontri oggettivi.
Appassionati al tema delle possessioni femminili, studiano l'argomento con distacco e rigore, e nonostante ciò, vengono, come si diceva dianzi, inconsapevolmente "posseduti", come a dire che non si può nulla contro la forza, la potenza, l'irrazionalità, l'emotività della parte yin quando prende coscienza di sé e, una volta accantonate costrizioni, obblighi e imposizioni?

E' questo il modello femminile che, come è scritto nel libro, il mondo degli uomini tanto teme? O forse, ad essere così temuta è la parte yin che vive latente, oscura, e normalmente negata in ognuno dei nostri compagni?

Bibliografia

Laura Gobbi. Maschere di donna. "Quaderni asiatici", anno XVI, n. 52, gennaio-marzo 2000
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