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Metropolis
Nel giugno 2002 è uscito anche in Italia il film di animazione "Metropolis", tratto dal famoso manga di Tezuka Osamu del 1948 e acclamato al Festival internazionale del film d'animazione di Annecy. Prodotto dalla Sony/Columbia e costato oltre 12 milioni di dollari, è diretto da Rin Tarou e sceneggiato da Otomo Katsuhiro. James Cameron l'ha definito "una pietra miliare nel mondo dei film d'animazione". In effetti, nelle sue oltre due ore, sembra esserci una summa di tutti i grandi film della storia della fantascienza, ma è ispirato soprattutto a quella lotta tra l'uomo e la società robotizzata che Fritz Lang ha magistralmente fissato sulla pellicola già nel lontano 1927. Il character design è quello di Tezuka. Disegno e narrazione sono di buon livello (criticabili le animazioni in digitale, troppo scollate dai fondali, che sono eccezionali), per un pubblico che vuole anche riflettere e non solo passare il tempo, ma da un investimento del genere ci si sarebbe aspettati di più. Bellissime e inaspettate le musiche, con jazz e blues anni '30, dove il regista stesso suona il clarinetto. Il party per l'inaugurazione della Ziqqurat ci immerge da subito nell'atmosfera dei "ruggenti" anni '20. Il film è ambientato nella grandiosa e sovrappopolata città-stato di Metropolis, ufficialmente governata da un presidente "democratico" ma segretamente dominata dal Duca Red grazie al controllo sul partito Marduk, una potente milizia paramilitare. Di questo esercito fa parte anche il figlio adottivo, Rock, spietato assassino disposto a tutto pur di aiutare il padre. I robot vivono in una sorta di inferno, completamente dominati dagli umani e da alcuni addirittura osteggiati per aver rubato loro il lavoro. Anche la maggior parte degli uomini non se la passa meglio, costretta a vivere nei sotterranei della città, nella malfamata Zona 1, appena sopra le zone 2 e 3 riservate alla produzione di energia e allo smaltimento dei rifiuti. Ma il Duca, in realtà, ha un piano ancora più perverso: proprio nei giorni in cui viene inaugurare la Ziqqurat, una torre altissima paragonata per megalomania a quella di Babele, in segreto sta facendo costruire da uno scienziato, il dottor Laughton, un androide perfetto, Tima. Un robot che ha l'aspetto di una ragazzina, ad immagine della sua defunta figlia, ma che è stato concepito come l'arma finale per dominare il mondo, grazie all'intelligenza superiore e alla spietatezza che le è stata innestata. Qualcosa però va storto: Rock si intromette e distrugge il laboratorio del dottor Laughton, facendo "nascere" Tima prima del completo sviluppo. Uscendo dal laboratorio in fiamme, Tima incontra Ken'ichi, un ragazzo giapponese venuto a Metropolis al seguito dello zio investigatore, che è sulle orme del ricercato Laughton. Tima e Ken'ichi fuggono braccati da Rock, geloso dell'affetto del padre per la sua creatura artificiale, e così fanno amicizia. Lei è convinta di provare sentimenti umani, ma alla fine, in una drammatica resa dei conti, dovrà guardare in faccia il suo destino. La sua "morte", insieme al crollo della Ziqqurat, daranno all'umanità una speranza per il futuro. Emerge il tema della tolleranza tra umani e robot e il tema classico della Torre di Babele: l'uomo che vuole ottenere il potere assoluto è destinato a cadere. Il robot che prova amore e l'uomo dalle spietate ambizioni: chi è più umano?
Il parere dei lettori
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Masochisti, alienati finché volete ma anche terribilmente romantici, essi vivono in un futuro potenziale. Penso che il film inviti a riflettere non tanto su cio'a cui andiamo incontro, ma sul modo in cui abbiamo trattato il recente passato e ora affrontiamo il nostro presente. Paradossalmente la scena più intensa e istruttiva è quella finale in cui bianche colombe illuminate dal sole sono di nuovo libere di volteggiare nell'aria e di riappropriarsi dello spazio occupato a lungo dagli invadenti grattacieli. (Federico Tais)
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Bibliografia
Morgoglione, Claudia. Tra "A.I." e "Blade runner" il fanta-kolossal dei cartoon. La Repubblica, 17 giugno 2002.
Martinelli, Thomas. La "Metropolis" del Sol Levante. Il Manifesto, 16 giugno 2002.
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