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Mucca pazza in Giappone
di Massimiliano Crippa e Lucio Pazzanese
13 febbraio 2003. L'encefalopatia spongiforme bovina (BSE), comunemente conosciuta come "mucca pazza", fu diagnosticata per la prima volta in Gran Bretagna nel 1986. Dopo aver avuto un picco nel paese nel 1992, si è diffusa in Europa. La malattia si trasmette all'uomo, attraverso la carne contaminata, nella variante mortale del morbo di Creutzfeldt-Jakob (CJD). La Gran Bretagna vietò l'uso di farine animali (meat and bone meal, MBM) nel 1988, ma passò un altro anno prima che fosse vietato il consumo di carne infetta. Così, gran parte di questa carne ha lasciato l'isola per rifornire i mercati europei e asiatici. Anche il Giappone si è tristemente aggiunto alla lista dei paesi coinvolti in questo preoccupante problema. Il primo caso di animale affetto da BSE è stato scoperto il 6 agosto 2001 in un allevamento della città di Shiroi, nella prefettura di Chiba. L'animale proveniva dall'Hokkaido. C'è da dire che il Giappone aveva preventivamente chiuso le frontiere all'importazione di animali vivi, delle loro derrate e dei mangimi contenenti farine di carne a partire dal 1996. Le indagini epidemiologiche scattate subito dopo la conferma dei primi casi di animali contaminati, concentrati nella regione dell'Hokkaido, hanno fatto sorgere il sospetto che le farine animali venissero importate dall'Europa tramite la Cina, molto probabilmente in maniera clandestina. Tra i paesi sospettati ci furono, ed ancora ci sono, la Danimarca e l'Italia. Si è perso traccia, ad esempio, di circa 20 tonnellate di farine animali imbarcate in Italia e spedite via mare in Oriente dalla Mitsubishi nel novembre 1996. Nel quantitativo sopra citato, figuravano mangimi sequestrati che contenevano farine animali liofilizzate di origine ovina, provenienti da animali sospetti di essere affetti dalla scrapie, che è l'equivalente ovino della BSE bovina. Il ministero dell'Agricoltura giapponese aveva dichiarato che il rischio di epidemia era molto basso, perché la maggior parte delle farine animali importate in Giappone dall'Europa era stata usata come fertilizzante. Ma secondo la Commissione europea, il governo giapponese ha bloccato nel giugno 2001 la pubblicazione di un rapporto dell'UE che avvertiva dell'arrivo dell'infezione anche in Giappone, al solo scopo di preservare l'immagine del paese. C'è da dire che qui, subito dopo la conferma analitica dei casi positivi, è subito scattato il programma di controllo. Ma tra la popolazione la psicosi si è diffusa tanto rapidamente che tutte le industrie afferenti al settore "carne" hanno avuto dei momenti veramente difficili. Le aziende fallite a causa dello scandalo della mucca pazza sono state 40 nel primo semestre del 2002, portando il totale dalla scoperta del primo caso a 64. Vale la pena aggiungere che i giapponesi sono un popolo estremamente igienista. Hanno il terrore delle malattie infettive, di contagiarsi e di contagiare. E' famosa anche in Occidente la pratica di coprirsi il naso e la bocca con la mascherina quando si è raffreddati. Pertanto anche questo problema è stato affrontato con grande timore. In Giappone il consumo di carne bovina, contrariamente al pesce, non è tanto diffuso (è un'abitudine storicamente recente), ma la produzione locale, pregiatissima e molto costosa, non è comunque sufficiente a coprire la domanda, così per i due terzi del consumo annuo si ricorre a quella importata, soprattutto da Australia e Stati Uniti, che è anche molto più economica. Tra l'altro, non si sa se gli Stati Uniti siano veramente indenni al problema BSE, ma sicuramente la sanno lunga in fatto di trattamenti illegali degli animali da carne (bovini, suini e pollame). Da sempre utilizzano estrogeni e tireostatici per gonfiare i loro animali solitamente destinati a diventare hamburgher e salsicce per hot dog. Poi regolarmente esportate. Qui sono tutti convinti, come il sottoscritto, che il problema sia stato sottovalutato dall'Europa. Ad esempio, la British Airways solo dopo sei mesi aveva provveduto a togliere dal menu di bordo la carne bovina. Al momento non risulta che ci siano stati casi umani in Giappone, ma il livello di attenzione non si è abbassato. I casi positivi ancora vengono pubblicati sui giornali e i meetings di aggiornamento sono quasi quotidiani. Nel frattempo i giapponesi si sono orientati verso altri prodotti di origine animale, soprattutto pesce e poi carni suine e pollame. La BSE è molto simile ad un boomerang che farà ancora parlare di sé, purtroppo.
Bibliografia
Editoriale. No short cuts; take every step to forestall mad cow disaster. Asahi Shinbun, 12 settembre 2001.
Redazione. Bankruptcies increase 4.7%. The Japan Times, 13 luglio 2002.
Redazione. Japan scrapped EU mad cow study. Asahi Shinbun, 12 settembre 2001.
Redazione. Nature strikes back against arrogant humans. Asahi Shinbun, 13 settembre 2001.
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