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Nou

Il nou è il teatro classico giapponese. E' una forma d'arte drammatica molto raffinata e simbolica, eppure, esempio forse unico al mondo, ancora oggi viva e popolare, anche se la sua diffusione è per forza limitata dalle difficoltà della lingua, arcaica e densa di allusioni letterarie, storiche e religiose.
Evolutosi intorno al XIII e XIV secolo da antiche danze popolari dell'epoca cinese dei T'ang, quali il sangaku, il sarugaku, il dengaku e altre, il nou assunse la sua strutturazione definitiva verso la fine del XIV secolo per opera dell'attore Kan'ami Kiyotsugu (1334-1384) e soprattutto di suo figlio Zeami Motokiyo (1363-1443), teorico delle tendenze estetiche ispirate al buddhismo zen e autore di vari trattati su cui si formarono generazioni di attori e di autori di nou. In questi trattati, tra i quali spicca il Kadensho (Libro della trasmissione del fiore), Zeami fissò gli elementi fondamentali del nou, definito come la forma d'arte che mirando alla "rappresentazione delle cose" deve giungere ad "affascinare" il pubblico mediante un linguaggio "misterioso" per la suggestione e la simbolicità delle immagini. Oggi esistono circa 240 opere nou, un terzo delle quali create da questi due artisti.
Fino al periodo Meiji (1868-1912), e cioè fin verso la fine del XIX secolo, questo teatro beneficiò di una protezione speciale da parte del governo; durante il periodo Tokugawa, infatti, era ufficialmente considerato come cerimonia rituale del governo degli shougun. Per più di un migliaio di persone, il nou rappresenta ancora oggi una professione. A parte i musicisti che accompagnano le rappresentazioni, vi sono circa 800 professori che insegnano il modo di cantare il nou, seguendo lo stile detto "utai" e di cui gli studenti sono fortemente appasionati. Nel numero sono compresi anche gli attori professionisti.
Gli attori del nou si suddividono in cinque scuole, di cui quattro risalgono al XIV secolo (Kanze, Komparu, Hosho e Kongo) e una, più tarda, risale al XVII secolo (Kita). Senza alcun dubbio, la più importante è quella di Kanze.

La scena e la musica

La scena del nou, la cui superfice è di circa 36 m², viene avanti nella platea ed è ricoperta da un tetto in stile classico; ciò permette di ricreare la messinscena all'aperto del passato. Interamente costruita in legno "hinoki" (una sorta di cipresso giapponese), dà un'impressione di semplicità e purezza.
Sul retro vi è uno spazio ricoperto, profondo circa 1,2 m, dove siedono i musicisti; all'estrema destra siede il suonatore di flauto, "fue", il cui strumento di bambù presenta sette fori ed è lungo 40 cm. Accanto a lui siede il suonatore di "kotsuzumi", una spece di tamburo dalla forma stretta, in pelle di cavallo e alto circa 25 cm, che si tiene appoggiato sulla spalla destra con la mano sinistra e si suona con la mano destra. Accanto vi è il suonatore di "outsuzumi"; anche il suo strumento è un tamburo, ma leggermente più alto (30 cm) e in pelle di mucca. Prima di ogni rappresentazione, il cuoio di questo strumento viene fatto seccare su un fuoco di carbone di legna; il musicista lo appoggia sulla gamba sinistra e lo percuote con la mano destra. All'estrema sinistra, invece, siede il suonatore di "taiko", il cui strumento è un tamburo piatto, più grande degli altri due e posto su di un perno; è anch'esso in pelle di mucca e viene percosso con due bacchette.
Nel nou, l'unico strumento melodico è il flauto di bambù, mentre gli altri tre sono strumenti a percussione e servono solo a segnare il tempo. I tre tamburi emettono dei suoni che giungono strani ad un orecchio non abituato. Questi suoni rappresentano anche un fattore indispensabile per legare tra loro musica, canto e danza.
Per qualsiasi tipo di rappresentazione, sia che questa si svolga al mare, in un palazzo o su una spiaggia al chiaro di luna, lo sfondo è immutabile: un muro su cui è dipinto un pino, secondo l'antica tradizione. I musicisti siedono dando le spalle al muro, direttamente sul palcoscenico oppure, come i suonatori di kotsuzumi e outsuzumi, su uno sgabello pieghevole.
Trovandosi di fronte al pubblico, devono, necessariamente, cercare di armonizzare i loro movimenti con la pittura che è alle loro spalle al fine di creare un'atmosfera che si adatti alla danza e al canto; questo, però, senza attirare su di sè un'attenzione che deve essere rivolta solo ai ballerini. Proprio per questa ragione il movimento delle loro mani sullo strumento è stabilito una volta per tutte.
Sulla sinistra della scena, partendo dal punto dove siedono i musicisti, troviamo un lungo corridoio che porta ad un'entrata chiusa da una tenda: è il "foyer" degli artisti. Lungo questo corridoio, dalla parte del pubblico, sono piantati tre pini in altezza decrescente per offrire un'illusione prospettica. Lungo il bordo della scena, vi è una strettoia, larga circa un metro, dove, su due file, prendono posto i componenti del coro.
Il fatto che la scena avanzi in platea permette al pubblico di gustare un'arte a tre dimensioni e di vivere più intensamente la rappresentazione teatrale.

I ruoli, le maschere, i costumi

Il ruolo principale è lo "shite", accompagnato dallo "tsure". Il ruolo secondario è chiamato "waki" e può essere accompagnato dal "waki-zure".
In ogni opera, il "waki" e il "waki-zure" rappresentano personaggi del presente, mentre il ruolo chiamato "shite" rappresenta spesso fantasmi, spiriti di uomini del passato, persone fuori di senno, o anche creature animali o sovrumane. La funzione del "waki" è quella di unire questi esseri evanescenti, di un altro mondo, al mondo reale. In genere, lo "shite" porta una maschera, mentre lo "tsure" la porta solo nel caso in cui interpreta un ruolo femminile. Il "waki" e il "waki-zure" non indossano la maschera, così come il "kokata", un attore-bambino che interviene qualche volta e che non la indossa neanche quando interpreta la parte di bambina.
Il motivo di queste distinzioni nell'uso della maschera è che lo "shite", nel dramma nou è il personaggio centrale, colui che ha una reale influenza sullo svolgimento dell'azione; cosa che invece non accade per il "waki". Nei casi in cui lo "tsure" porta la maschera, anche se la maschera che indossa è la stessa dello "shite", non ha la medesima nobiltà di quest'ultima. Uno degli scopi principali della maschera dello "shite" è di rendere più profonda un'emozione già esistente. Il costume di questo personaggio può essere o estramamente sontuoso e ricco o la quintessenza della semplicità elegante. Quale che sia il personaggio che rappresenta, lo "shite" non rinuncia mai a questa ricchezza ed eleganza della linea solo per essere più aderente alla realtà. Ed anche nel caso che vesta i panni di una vecchia, povera donna, la bellezza formale non viene sacrificata. E se rappresenta un personaggio dello stesso ceto sociale degli altri in scena, è sempre lui ad ndossare il costume più bello. Sotto questo aspetto, possiamo quindi dire che il teatro nou è l'opposto del realismo.
Questo accade anche nel caso del "kokata", l'attore-bambino; considerato che i suoi lineamenti di adolescente non possono ancora rappresentare un ceto sociale ben distinto, questo attore non porta la maschera. Appare in quelle opere dove la trama richiede la presenza di un bambino; ma riveste anche ruoli minori di adulti che non comportino troppo movimento, in cui un attore adulto non potrebbe recitare perchè accentrerebbe su di sè un'attenzione che deve essere rivolta unicamente allo "shite". Nell'opera intitolata "Funa-Benkei", il "kokata" sostiene il ruolo di un guerriero in fuga, Yashitsune, mentre lo "shite" compare nella prima parte dell'opera nei panni di Shizuka, l'amante di Yoshitsune.
In qualsiasi altra commedia teatrale, questo accoppiamento sarebbe paradossale, ma il nou predilige questo procedimento irreale, perchè se il ruolo di Yoshitsune fosse affidato ad un attore adulto, la sua presenza catturerebbe un po' dell'attenzione che invece deve essere rivolta allo "shite". In tal modo il centro di tutta l'opera subirebbe uno spostamento.
Per quanto concerne le maschere, ve ne sono una grande varietà e possono suddividersi in maschili, femminili e demoniache. Nelle prime due categorie troviamo sia la maschera del bambino, che quella del vecchio e addirittura del morto. Le maschere della terza categoria, invece, rappresentano emozioni o passioni esagerate che non possono definirsi espressioni naturali del volto umano. A volte rappresentano una bestia oppure un essere soprannaturale, come ad esmpio il diavolo.
I costumi del nou sono, come abbiamo già visto, molto stilizzati, confezionati con ricche stoffe e dalla linea di una severa semplicità. I disegni sono sempre simbolici, di una bellezza stravagante, ma delicatissimi nei dettagli. La linea di questi costumi e la rigidezza della stoffa nascondono quasi completamente la forma del corpo. All'interno del suo abito, l'attore assume una posizione innaturale, leggermente piegato in avanti: il corpo prende, quindi, la forma del costume, adattandovisi all'interno. Questa posizione di prontezza e presenza di spirito permette all'attore di passare velocemente al movimento che segue.
D'altra parte, questo nascondere la linea del corpo corrisponde nell'arte del nou ad un principio estetico. Negando l'esistenza di se stesso come persona, l'attore può dar vita al suo personaggio: ogni suo movimento esprime un'emozione e la danza si arricchisce di un sentimento artistico.
Anche la maschera dello "shite" ha lo scopo di nascondere i lineamenti dell'attore; se questi recita senza maschera, il suo volto non deve per nessuna ragione e in alcun momento mostrare i segni di un'emozione, o cambiare espressione. Il nou è un'arte nata proprio da tutte le restrizioni imposte dalla stilizzazione del costume, della maschera, dei gesti stereotipi che annullano l'individualità dell'attore.
Perfettamente coerente con il rifiuto del realismo, è il principio per cui l'attore, pur impersonificando una donna, non cerchi nei canti e nei dialoghi di imitarne la voce.

Lo schema tradizionale del programma

Il programma tradizionale comprende 5 opere nou, della durata di circa 45 minuti l'una, e 3 o 4 farse kyougen, rappresentate tra un'opera nou e un'altra. Oggi, però, si tende a rappresentare 2 opere nou divise da una farsa kyougen. Eppure, l'usanza di rappresentare le 5 opere nou all'interno di un solo programma non era dettata dal capriccio degli attori e dei registi, bensì dagli stessi principi estetici del nou. Infatti, il ritmo della rappresentazione è stato sempre stabilito dal principio detto "Jo-Ha-Kyu", che a dire il vero, governa un po' tutti gli aspetti di quest'arte.
"Jo" è il prologo, "Ha" la parte centrale e "Kyu" l'epilogo della vicenda. La prima parte ha come principale obiettivo quello di introdurre il pubblico ad apprezzare ciò che seguirà. Il suo ritmo è piuttosto rapido, la progressione sciolta e del tutto priva di ogni complicazione o sovrappiù. La parte "Ha" rende noto il tema centrale dell'opera; il suo ritmo è molto più lento e la traccia ricca di dettagli. E' qui che l'arte giunge al suo culmine, ottenendo il massimo gradimento presso il pubblico. La parte "Kyu" serve a sciogliere un po' la tensione accumulata in precedenza; il ritmo è di nuovo rapido, vivace e trascinante.
Il principio del "Jo-Ha-Kyu" non serve a regolare soltanto un'opera nou, ma tutta la costruzione di un intero programma nou, così come ogni singola fase del recitativo, dei canti e delle danze. Nel programma classico, composto da 5 opere, la prima costituisce la parte "Jo", la seconda, la terza e la quarta la parte "Ha", la quinta la parte "Kyu". E ancora, delle tre opere centrali che formano la parte "Ha", la prima è il "Jo", la seconda il "Ha" e la terza il "Kyu". Ogni opera nou è creata e rappresentata in modo tale da inserirsi perfettamente in questo schema. Infatti, ognuna delle 240 opere rimaste occupa un posto ben determinato tra le 5 opere di un programma nou, e nelle rare occasioni in cui un'opera venga rappresentata al primo posto nel programma quando doveva occupare, ad esempio, il quinto, ecco che il suo ritmo, la sua atmosfera e la sua interpretazione vengono modificati per essere in pieno accordo con il principio del "Jo-Ha-Kyu". Quando invece, come da un pò di tempo a questa parte, si rappresentano solo due o tre opere, allora l'ordine tradizionale viene rispettato.

Bibliografia

Genitrini, Daniele. L'universo nou. Arti d'Oriente, maggio 2000.
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