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Olimpiadi da dimenticare
di Massimiliano Crippa
19 dicembre 2000. Molti atleti giapponesi, alle ultime olimpiadi, hanno dovuto dire: "Mi dispiace". Per giorni non abbiamo sentito altro. Ne sa qualcosa la nuotatrice Tajima Yasuko, che ha gareggiato il primo giorno vincendo "solo" una medaglia d'argento, con grande disapprovazione di tutti. Anche gli altri paesi fanno pressione sui propri atleti, ma i giapponesi hanno un peso in più da sopportare. La sconfitta del singolo è la sconfitta di un popolo, l'identità personale si confonde con l'identità nazionale. Il professor Urushibara Mitsunori, 39 anni, insegna Filosofia dello sport alla Shikoku Gakuin Daigaku. In un'intervista rilasciata a Time dopo la fine delle olimpiadi, spiega:
I circoli sportivi sono una riproduzione in scala della società giapponese, dove ogni individuo sa di occupare un posto all'interno di una comunità. Ogni persona sa esattamente cosa ci si aspetta da essa. Il ruolo del gruppo, non dell'individuo, è importante. Questa mentalità funziona bene negli sport di squadra. In questo caso, la pressione sull'atleta ha risvolti positivi. Quando parliamo di squadra, però, non ci riferiamo al concetto occidentale. Nella mentalità giapponese, squadra significa villaggio, un vecchio villaggio medioevale, dove un signore comanda sugli altri. Esiste una precisa gerarchia. Il fallimento non è solo una questione individuale, esistono delle responsabilità verso la comunità. Gli atleti hanno sempre paura di essere esclusi dal gruppo. Lo sport giapponese è un sistema autoritario. Gli atleti giapponesi non si divertono. Anche i tifosi non sono da meno. Spesso sono andati al villaggio olimpico direttamente dall'aeroporto e finita la gara sono ripartiti per essere al lavoro il giorno seguente. Non sono venuti per divertirsi, ma per sostenere il Giappone. Anche guardare la partita non è molto importante, sostenere la propria squadra è per loro un po' come un lavoro. Si sentono obbligati a comportarsi nel modo corretto, come un giapponese. Ora comunque le cose vanno un po' meglio, non si vuole più vincere solo per il proprio paese, ma anche un po' per sé stessi, e si cerca di divertirsi. Il nuotatore australiano Ian Thorpe, dopo essere arrivato secondo in una gara, non si è certo scusato e ha detto invece che non si può vincere ogni giorno. Un giapponese non lo direbbe mai, si scuserebbe per non avercela fatta, perché si sentirebbe in debito con coloro che gli stanno attorno e che hanno fatto tanto per lui. Come in tutta la società, chi sta sotto deve obbedire a chi sta sopra; quest'ultimo però deve prendersi cura di chi sta sotto. Chi comanda è contento di ciò, chi è comandato è comunque contento di essere protetto. Essere in un gruppo dà anche un senso di sicurezza.
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La sconfitta piace ai giapponesi?
La sconfitta sembra essere quindi più dolorosa. Secondo Nagasaki Hiroko, altra nuotatrice, ci si sente come se tutti si vergognassero di te. La memoria corre a Tsuburaya Kokichi, il maratoneta vincitore del bronzo alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Quattro anni più tardi, poco prima dei giochi olimpici di Città del Messico, Tsuburaya si uccise. Un altro maratoneta, Kimihara Kenji, ricorda le sue ultime parole: "Ho commesso un imperdonabile errore davanti a tutto il popolo giapponese. In Messico dovrò chiedere perdono". Lo sport è soprattutto attività sociale. Il problema degli individui giapponesi che vengono esclusi dalla vita collettiva è serio e pervade la società giapponese.
Ma senza arrivare a questi casi limite, l'enorme aspettativa posta sugli atleti giapponesi ha impedito a molti di rilassarsi. I mass media hanno fatto la loro parte nel rendere la situazione tesa. Le Olimpiadi di Sydney sono state quelle che i media giapponesi hanno seguito in modo più massiccio, persino più delle olimpiadi del 1964, che si svolsero a Tokyo. Per giorni e giorni, i tre principali quotidiani hanno dedicato almeno il 50% delle prime pagine alle notizie provenienti dalle olimpiadi.
I tifosi hanno finito per comportarsi come degli automi, come si recassero al lavoro. O forse, appunto, come fossero membri di un gruppo. Purtroppo, anche quando l'atleta è all'altezza delle aspettative, le richieste restano pressanti e il tempo per festeggiare si annulla. Nomura Tadahiro ha vinto, per la seconda volta, una medaglia d'oro nel judo. Un giornalista, dopo la vittoria ottenuta nel tempo record di 14 secondi, gli ha chiesto a bruciapelo: "E per il 2004 cosa ci aspetta?". Possiamo immaginare il disappunto dell'atleta.
Ad Atlanta, il Giappone portò 309 atleti e grandi aspettative, ma le medaglie raccolte furono solo 14, meno di metà di quelle previste, meno dell'Ungheria, dell'Olanda o del Brasile. E soprattutto con solo tre medaglie d'oro. Inoltre, se si toglie il quasi predominio nel judo (3 ori, 4 argenti e 1 bronzo), è incredibile che una nazione di 126 millioni di abitanti e con un'economia tra le prime al mondo abbia raccolto soltanto altre sei medaglie (2 argenti e 4 bronzi). E la performance non fa che peggiorare nel corso degli anni. Una volta, il Giappone era abbastanza forte nella ginnastica, nella pallavolo e nel sollevamento pesi, ma ora non più. Realisticamente, ora rimane solo il baseball. Il Giappone aveva vinto una medaglia nel baseball in ognuna delle ultime quattro olimpiadi (oro nel 1984 e argento nel 1988 quando era solo sport dimostrativo, bronzo nel 1992 e argento nel 1996 come sport ufficiale). Eppure, contrariamente ad altre nazioni, non ha mandato il suo "Dream Team" a Sydney, fatto di professionisti (anche se parte della colpa va alle squadre che non hanno voluto concedere i giocatori migliori).
A Sydney sono andati 262 atleti, una delle delegazioni asiatiche più numerose, portando nel cuore grandi speranze. I risultati sono stati veramente modesti. Gli ottimisti come il presidente del Comitato Olimpico Giapponese Yushiro Yagi, che prospettava otto medaglie d'oro, sono rimasti delusi. Le medaglie d'oro sono state cinque, come nel 1998 a Nagano. Ad Atlanta erano state tre, come già ricordato.
Le donne chiave del successo
C'è stata anche qualche sorpresa. Le atlete giapponesi hanno vinto il 72% delle medaglie. Se la missione olimpica è da considerare un disastro, le donne hanno permesso almeno di salvare la faccia; se d'altro canto, la si può considerare un successo (4 medaglie più che ad Atlanta), è sempre a loro che va il merito. Scegliete voi.
Le vittorie più ecclatanti vengono da due donne alte meno di un metro e sessantacinque. La maratoneta Takahashi Naoko, 28 anni, 163 cm e 47 kg, è già diventata un eroe nazionale. Aveva cominciato ad allenarsi sulla lunga distanza solo nel 1997, vincendo però subito ai Giochi Asiatici del 1998 con il quinto miglior tempo di sempre. A Sydney ha conquistato anche il record olimpico, con un tempo di 2 ore, 23 minuti e 14 secondi. E' stata la prima medaglia vinta dal Giappone nell'atletica dal lontano 1936 e la prima in assoluto vinta da una donna. Insomma, una vittoria storica. I commenti dell'atleta a fine gara sono stati un toccasana nel clima generale di stress e rassegnazione:
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Mi sono veramente goduta questi 42 chilometri. Cosa voglio fare ora? Mangiare qualcosa di delizioso! Domani? Dovrò cercare un nuovo obiettivo.
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La gara di Takahashi Naoko è stata definita da esperti di atletica come una delle migliori maratone, data la difficoltà del terreno, ricco di dossi. Alla Takahashi è stato dato l'onore di portare la bandiera nella cerimonia di chiusura. Il primo ministro Mori Yoshiro l'ha premiata in televisione per la splendida gara.
Avendo dato vita al judo, il Giappone è il paese da battere nelle competizioni internazionali. Tamura Riyoko, 24 anni, quattro volte campione del mondo, ha mancato l'oro (vincendo l'argento) solo due volte in otto anni, cioè nelle Olimpiadi di Barcellona e Atlanta. Ora dice: "Dopo la sconfitta di Atlanta, ho deciso che è meglio non perdere piuttosto che provare a vincere tutto il tempo". Quest'anno ha avuto il suo meritato oro. Anch'essa è stata premiata ufficialmente dal primo ministro Mori Yoshiro. Anche in altri sport abbiamo potuto apprezzare il valore femminile; ad esempio, il nuoto sincronizzato ha conquistato l'argento.
Figli di un dio minore
Grande successo per la squadra olimpica formata da atleti portatori di handicap, che ha vinto 41 medaglie (13 ori, 17 argenti, 11 bronzi), superando le 37 medaglie vinte ad Atlanta. La nuotatrice Narita Mayumi ha vinto ben 6 medaglie d'oro. Il primo ministro Mori Yoshiro ha premiato gli atleti vincitori e si è congratulato con gli altri.
Il medagliere
Ecco il medagliere finale delle nazioni asiatiche a Sydney 2000 e l'onnipresente confronto con Italia e Stati Uniti.
| Nazione |
Oro |
Argento |
Bronzo |
Posizione |
| Stati Uniti |
39 |
25 |
33 |
1° |
| Cina |
28 |
16 |
15 |
3° |
| Italia |
13 |
8 |
13 |
7° |
| Corea |
8 |
9 |
11 |
12° |
| Giappone |
5 |
8 |
5 |
15° |
| Indonesia |
1 |
3 |
2 |
37° |
| Thailandia |
1 |
0 |
2 |
46° |
| Taiwan |
0 |
1 |
4 |
58° |
| India |
0 |
0 |
1 |
70° |

Alle olimpiadi si va solo per vincere?
Dobbiamo condannare le Federazioni per la loro ricerca del successo? Quando la Tamura è finita seconda, quanti hanno pensato che ci fosse qualcosa da festeggiare? Sicuramente, la maggioranza ha pensato ad una sconfitta. Lei stessa credeva di dover vincere. Pierre de Coubertin cosa ne penserebbe? Esiste sicuramente una criticabile connesione tra sport ed atteggiamenti negativi come il nazionalismo. Per alcuni una medaglia olimpica vale più di dieci titoli mondiali, perché il tuo nome sarà sempre ricordato nella storia delle olimpiadi mentre le prestazioni che hanno portato alla vittoria nei Mondiali possono sempre essere migliorate da altri. Le olimpiadi non sono fatte per battere i record, ma per creare una squadra nazionale capace di gareggiare di fronte al mondo che guarda. Vincere è l'unico obiettivo.
Polemiche di contorno
Una sottile polemica sugli arbitraggi e sugli abbinamenti, tendenti a favorire gli atleti europei piuttosto che quelli nipponici, si è scatenata dopo la sconfitta del judoka Shinohara Shin'ichi, 27 anni, da parte del francese David Douillet per la mancata assegnazione di un ippon, non visto dai giudici. Le giurie sono sempre favorevoli agli atleti europei, preferendoli agli orientali per ragioni discriminatorie, bisbigliano i giapponesi da una parte. Dall'altra, gli americani additano i giapponesi come coloro che non sanno perdere e da sempre sono vittime di complessi di inferiorità per il loro fisico non certo atletico.
Ma la polemica più grave è quella che si è consumata prima ancora delle olimpiadi.
Il caso Chiba Suzu
Chiba Suzu era una medaglia sicura per Sydney. Tra le migliori nuotatrici giapponesi, ha esordito a livello internazionale nel 1990. Pur avendo solo 24 anni, ha già partecipato a due olimpiadi. Si ritirò dalla scena nel 1996, dopo la cocente delusione di Atlanta, dove finì solo 10° nei 200 stile libero e 13° nei 400. Chiba si è allenata in Ontario con un americano, Bud McAllister, che aveva precedentemente allenato la campionessa Janet Evans. I risultati della giapponese sono notevolmente migliorati dopo l'esperienza all'estero. Nel 1999 torna alla ribalta, facendo registrare il secondo miglior tempo mondiale nei 100 metri stile libero (54 secondi e 99 centesimi). In occasione dei campionati nazionali dell'aprile 2000, si prese una brutta influenza. Vinse comunque nella sua specialità, i 200 stile libero, guadagnandosi la qualificazione olimpica (il suo tempo di 2 minuti e 54 centesimi era ben al di sotto del tempo di qualificazione di 2 minuti, 1 secondo e 2 centesimi) e mostrando un carattere combattivo fuori dal comune.
Uno spirito libero, sicuro di sé, magari anche un po' presuntuoso, a cui piace parlar chiaro, Chiba era come manna dal cielo per i pubblicitari sempre in cerca di nuovi volti popolari. Ma nessuno ha sentito il suo nome a Sydney.
La Japan Amateur Swimming Federation (JASF) ha deciso di escluderla dalla squadra olimpica, senza giustificare una scelta che andava contro la logica. L'atleta ha subito criticato la scelta, attribuendo la causa scatenante della decisione alla sua personalità esuberante, al non essere piaciuta. La Federazione, più tardi, ha cercato di giustificarsi, rivelando un criterio di selezione "segreto", secondo cui gli atleti sarebbero stati selezionati se avessero ottenuto un tempo inferiore all'ottavo miglior tempo al mondo nel corso dell'ultimo anno. In aprile, il tempo di Chiba, sebbene sufficiente a farla qualificare nella squadra olimpica di molte nazioni, era soltanto il diciassettesimo tempo mondiale. "Vogliamo portare solo potenziali vincitori a Sydney" ha dichiarato il presidente della Federazione Furuhashi. Non si spiega allora perché un altro atleta della squadra maschile, col diciottesimo tempo mondiale, sia stato messo in squadra.
Sentendosi discriminata, Chiba ha portato il suo caso all'attenzione di un'autorità sportiva internazionale con base a Losanna (Svizzera), la Court of Arbitration for Sport. La sentenza è stata tutt'altro che chiarificatrice. La corte internazionale, riunita a Tokyo, ha deliberato contro Chiba. Allo stesso tempo, ha rimproverato la Federazione per la poca trasparenza nel metodo di selezione e li ha obbligati a pagare 10.000 franchi svizzeri come rimborso per le spese processuali. Non è stata certo una vittoria per la Federazione, ma il sogno olimpico di Chiba Suzu era ormai infranto. Controversie sulle selezioni ce ne sono sempre state e ce ne saranno sempre. Anche tra le maratonete Hiroyama Harumi è stata scartata a favore di una compagna con un tempo peggiore. Ma questo caso in particolare ha a che fare con l'oscura natura del processo decisionale giapponese, diffuso in molti campi, dalla politica al mondo degli affari.
I media giapponesi hanno dato molto risalto alla faccenda, trasmettendo in diretta la conferenza stampa e seguendo gli sviluppi dei giorni seguenti. Molti giornalisti giapponesi, come Ninomiya Seijun e Taniguchi Gentaro, hanno espresso il loro appoggio. Quest'ultimo ha affermato: "Ciò dimostra che il vecchio modo feudalistico di vedere lo sport non è ancora scomparso. La Federazione dice agli atleti cosa fare e gli atleti non possono rifiutarsi". Una mentalità simile a quella dei piloti kamikaze, questo chiede la Federazione: abnegazione fino alla morte.
Chiba, che cominciò ad andare in piscina quando era piccola per aiutare il suo asma, voleva anche divertirsi. Nel 1996 ad Atlanta, disse ai giornalisti che era lì per vivere l'olimpiade. Non vi era in lei niente dello spirito da kamikaze che sembrava volere la Federazione. E ciò non deve essere andato a genio a qualche dirigente. Persone come lei non possono durare nell'ambiente sportivo giapponese, anche se sono popolari tra il pubblico. E Chiba lo era. Specialmente perché non aveva vinto.
Anche il giocatore di calcio Nakata Hidetoshi, per esempio, fu aspramente criticato in patria per la sua sfrontatezza e per essersi tinto i capelli. Lasciato il Giappone, ha trovato fortuna in Italia. Chiba, recentemente, ha detto: "Forse non rientro nel loro ideale di atleta, ma ciò non significa che abbiano il diritto di non selezionarmi". Di fronte alla sentenza non proprio favorevole, l'atleta è rimasta impassibile. All'affollata conferenza stampa era tranquilla: "Volevo creare un clima in cui i futuri atleti potessero competere liberamente e realizzare i propri sogni". Furuhashi ha ribattutto: "Spero che apprezzi ogni esperienza e lezione che lo sport può darle e che continui a migliorare. Spero che trovi il modo migliore per contribuire al bene della società". Lei non è la solita ribelle con voglia di protagonismo. Persegue una causa. Se riuscirà nel suo intento di smuovere e riformare il modo giapponese di porsi di fronte allo sport, sarà anche meglio di aver vinto una medaglia d'oro. Gli atleti giapponesi le devono sicuramente molto.
Come vincere in piscina e perdere contro la burocrazia
Questo potrebbe essere, a mio parere, il sottotitolo della vicenda. La Federazione ha ritenuto il comportamento dell'atleta poco patriottico. Gli italiani da noi intervistati sembrano pensarla allo stesso modo. Il confronto con l'Italia è significativo, poiché il nostro paese ha assegnato il ruolo di portabandiera a Sydney ad un uomo di colore naturalizzato. Ritengo strano che, tra una giapponese che va ad allenarsi all'estero per un certo periodo ed un atleta di colore che ora ha la cittadinanza italiana, la prima non abbia diritto a rappresentare il proprio paese, mentre il secondo può essere uomo immagine di quello che per lui, fino a poco tempo prima, non era neanche il suo paese. O che nel paese dove lo sport nazionale, il calcio, è in mano agli stranieri, si facciano discorsi tanto conservatori. Cosa è meglio per un'atleta? La Federazione voleva dare un esempio di moralità o solo punire chi non obbedisce al suo volere? Siamo di fronte ad un gesto che nobilita lo sport oppure si tratta di un caso tipico di intolleranza?
Se la JASF ora insiste sulla giustezza della propria decisione, di fronte alle quattro medaglie vinte dalla squadra di nuoto, la veterana nuotatrice olimpica Nagasaki Hiroko afferma a Shukan Post: "Ne avremmo vinte di più se ci fosse stata anche Chiba, la sua esperienza è incalcolabile". Il Giappone poteva sperare in migliori risultati a Sydney con Chiba in squadra.
E' ovvio però che un atleta, oltre a rappresentare sé stesso, dovrebbe rappresentare il proprio paese. Una vittoria diventa allora espressione di una valida struttura sportiva (attrezzature, impianti, etc.) e tecnica (allenatori) del paese. Se l'atleta giapponese è andata all'estero per migliorarsi (cosa di per sé ineccepibile), è perché molto probabilmente voleva esternare la propria sfiducia verso la gestione giapponese. Ritengo che non sia giusto escluderla per questo. Chiba è la conseguenza, non la causa; è la vittima di un sistema antiquato che sicuramente non fa più il bene del paese. In un mondo dove si parla sempre più di globalizzazione, mettere in croce un'atleta solo perchè ha varcato i confini nazionali sembra anacronistico. Che paese ha più a cuore Chiba, se non il Giappone?
In Giappone, evidentemente il supporto della Federazione, invece che far
migliorare i risultati degli atleti come dovrebbe essere, li fà peggiorare. Questa atleta è una nuotatrice molto brava, con buoni tempi, che ha
partecipato a gare internazionali nel passato, ma che quest'anno non è stata
inserita nella squadra olimipica per motivi che non hanno niente a che vedere con lo sport. L'idea del criterio "segreto" di selezione è probabilmente una scusa per giustificare l'esclusione. Alcuni giornalisti hanno insinuato il dubbio che esista un quarto criterio di selezione, non ancora rivelato, che esclude gli atleti troppo "individualisti", che non fanno gruppo, che non fanno squadra.
La mia idea è che l'intuizione di questi giornalisti sia vera. Ciò rispecchia molto bene la mentalità giapponese. Non so dire però chi abbia ragione. Se sia meglio rischiare di non vincere niente, ma sembrare una squadra unita ed uniforme ("l'importante è partecipare") oppure convincersi che ormai lo sport è anche voglia di protagonismo e spettacolo televisivo. Perchè questo è lo sport in Occidente.
Se i giapponesi non vincono mai, è perché evidentemente qualcosa non va. Può darsi che l'obiettivo della Federazione non sia per niente vincere, ma in fondo qualsiasi atleta vuole vincere. Forse, nel caso della Chiba, erano anche scontenti della sua mancata vittoria alle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996. Ma soprattutto non potevano sopportare che lei parlasse in pubblico, esprimendo le proprie idee, e facesse le cose alla sua maniera. Il fatto che fosse una donna non può che aver peggiorato le cose.
Esiste un vecchio adagio in Giappone, "deru kugi ha utareru" (il chiodo che sporge va battutto), che si ripete per scoraggiare l'individualismo. L'abbiamo sentito tutti, ma dai dirigenti federali ci saremmo aspettati qualcosa di meglio del correre dietro ai proverbi. D'altronde, non posso nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se la Corte avesse deliberato in favore di Chiba, obbligando la Federazione a metterla in squadra. Sarebbe stato probabilmente il caos, per la preoccupazione del possibile ripetersi di casi simili.
Perché non applicare un metodo di selezione semplice come quello statunitense utilizzato nell'atletica? Tramite delle selezioni, si arriva ad una finale dove si qualificano i tre atleti coi migliori tempi. Non importa se hanno vinto medaglie o detengono un record. Nessuna possibilità di manipolazione. Come in molti altri campi, anche nello sport è forse arrivato il momento delle riforme.
Chiba sapeva che avrebbe ottenuto tutto o niente e che la propria carriera poteva così giungere al termine, ma è stata altruista. Comportamento ammirabile. Nessuno deve sentirsi schiavo della propria federazione, soprattutto quando questa si comporta in modo tanto ignorante. Gli atleti vogliono dei diritti, come ogni altra persona. Ripetere sempre "sho ga nai" (non c'è niente da fare) non aiuta nessuno.
Se lei ha perso, chi ha vinto? L'esclusione non era ingiusta, ha sentenziato la Corte, ma nemmeno comprensibile. E come può la Corte dire che la federazione manca di trasparenza e nello stesso tempo dichiarare giusta l'esclusione? Shukan Asahi ha usato parole forti: Chiba è una "disadattata" nel sistema sportivo giapponese che viene definito "autoritario e materialistico". Nella testa di questi burocrati non c'è spazio per la riflessione e il sentimento. Fin da quando aveva 13 anni, Chiba ha dato il meglio di sé. Il sorriso e le lacrime di Suzu non ce le dimenticheremo. Che siano di ispirazione per la nazione.
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