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La mostra è un pretesto per offrire stimoli e spunti di ricerca all'uomo d'oggi, al suo bisogno di un sostanziale equilibrio interiore e di una reale sicurezza che gli consentano di vivere in armonia con sé, con gli altri e con l'ambiente.
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Yoshin Ryu - Scuola di Cultura e Discipline Orientali
La Yoshin Ryu - Scuola di Cultura e Discipline Orientali opera da oltre venti anni nel panorama nazionale delle arti marziali e delle discipline psicofisiche di matrice asiatica. Raggruppa e coordina coloro che concorrono alla conservazione e allo sviluppo del Ju Tai Jutsu.
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L'ombra del guerriero (Kagemusha)
Tre mostre alla ricerca dell'uomo

Manifesto della terza mostra Calligrafi e guerrieri, forgiatori di spade e maestri del tè, ceramisti, ninja, asceti di montagna sono stati i temi della mostra allestita nel 2005. Gli strumenti, le opere d'arte, la gestualità e i rituali, tramandati di generazione in generazione dai maestri giapponesi e ripercorsi in questa mostra dalla Yoshin Ryu - Scuola di Cultura e Discipline Orientali, ci sorprendono per la raffinatezza della fattura e l'unicità del metodo, restituendoci l'essenza di quell'unione tra sostanza del gesto ed essenza dello spirito, origine e fine stesso della ricerca.
La mostra diventa un pretesto per offrire stimoli e spunti di ricerca all'uomo d'oggi, al suo bisogno di un sostanziale equilibrio interiore e di una reale sicurezza che gli consentano di vivere in armonia con sé, con gli altri e con l'ambiente.
Lungo le "vie" tradizionali del Giappone, guerrieri ed artisti hanno attinto dagli elementi naturali - terra, acqua, aria, fuoco - e dal proprio essere le radici più profonde dell'energia, espressione della più completa unione di corpo e mente.
La sostanza del gesto e l'essenza dello spirito sono strumento e al tempo stesso fine comune ai samurai della tradizione del bushidou, ai guerrieri delle tradizioni esoteriche (i ninja e gli yamabushi, monaci guerrieri delle montagne), ai monaci della tradizione zen (maestri del tè, e maestri di meditazione zazen), ai maestri della calligrafia (shodou), ai maestri forgiatori di lame, ai maestri della ceramica e dell'ikebana. Vie di energia, suggerite nello spazio di Palazzo Barolo, dove i personaggi si animano nella loro ambientazione e attraverso i loro strumenti.
Il percorso della mostra è stato allestito con teche e impianti espositivi, pannelli grafici, stampe e fotografie, strumenti audio-video e postazioni multimediali, ricostruzioni di ambienti tradizionali: la casa da tè, il dojo, il laboratorio del forgiatore di katane e del ceramista, la stanza del calligrafo. Erano esposti circa 100 oggetti d'arte tra cui: armature da samurai del XV secolo; katana, archi, armi e oggetti rituali in uso nelle tradizioni ascetiche e guerriere del medioevo giapponese; ceramiche di maestri giapponesi e di ceramisti che si ispirano alla tradizione raku; strumenti ed oggetti per la cerimonia del tè e la calligrafia; stampe e citazioni dalla tradizione zen e del bushidou.
Il catalogo della mostra, realizzato in stile giapponese, conta 15 fascicoli a colori contenenti le immagini dell'esposizione e fotografie sullo svolgimento delle differenti arti e vie di ricerca. Al catalogo è allegato un DVD con immagini e filmati.
L'esposizione è stata realizzata grazie ai prestiti di collezioni private e del Museo Stibbert di Firenze ed è stata arricchita da immagini e filmati, spazi interattivi ed eventi.

Eventi speciali

Il maestro Yoshihara Yoshindo Il percorso della mostra era completato, infatti, nel suggestivo cortile del Maglio dell'ex Arsenale Militare (Piazza Borgo Dora), che ha ospitato un ricco calendario di appuntamenti di rilievo internazionale.
Si è cominciato con un laboratorio aperto di pulitura della katana a cura di Marco Quadri, depositario in Italia della tradizione giapponese di rifinitura delle lame. E' stata poi la volta dell'arco tradizionale giapponese col maestro Shibata Kanjurou, discendente da 21 generazioni di fabbricanti di archi tradizionali, che ha proposto la costruzione di un arco e una dimostrazione di kyuudou, l'arte del tiro con l'arco giapponese.
Alessandro Beghini, ceramista e cultore di bonsai, ha proposto le fasi di realizzazione della ceramica raku: dall'amalgama alla cottura.
Il maestro Yoshihara Yoshindo, Tesoro Nazionale Vivente del Giappone per la costruzione della spada giapponese, ha proposto alcune fasi della tradizionale forgiatura di una katana eseguita nel forno ricostruito per l'occasione dal maestro stesso.
A conclusione, una dimostrazione della tradizionale arte marziale giapponese, a cura della Yoshin Ryu - Scuola di Cultura e Discipline Orientali.
Nello stesso spazio, erano presentate le opere di artisti contemporanei ispirati al tema dell'energia.
Antje Rieck è nata a Ulm (Germania) ha vissuto tra Berlino e Monaco dove ha studiato fino al trasferimento a Torino, avvenuto a metà degli anni '90. Qui ha completato gli studi all'Accademia Albertina di Belle Arti e attualmente risiede e lavora. Satou Kimitake è nato a Ashiya, nella provincia di Hyougo, nel 1969. Si è laureato nel 1994 presso l'University of Arts di Osaka. Dal 1995 vive e lavora a Torino, ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia e all'estero. Marco Cordero è nato a Roccavione (Cuneo) nel 1969. Vive e lavora a Torino. Sarà esposta anche l'opera corale degli allievi del Primo Liceo Artistico di Torino.

Si chiude il ciclo

Il ciclo di mostre "L'ombra del guerriero (kagemusha)" ha tentato, nei suoi tre affreschi, di aprire uno spiraglio sui filoni di ricerca, storicamente collocati nella tradizione d'Oriente, ma quanto mai attuali per gli spunti e le suggestioni che offrono in merito all'uomo.
Ha raccontato, con la prima mostra "L'Uomo, le Armi, il Gesto" di come proprio l'azione, la via del gesto e, in particolar modo, la via del gesto marziale, abbia saputo essere una metodologia dello spirito, uno strumento di conoscenza di sé capace di sondare anche gli aspetti più nascosti dell'animo umano.
Ha affrontato, attraverso le maschere e i mascheramenti proposti nella seconda mostra "L'Uomo, Il Doppio, il Sé", il tema della perenne definizione e ridefinizione, da parte dell'uomo, della propria identità, in funzione di un equilibrio complessivo più radicato - effettivo e non solo teorizzato - e, per ciò stesso, capace di porsi alla base di una più solida sicurezza in se stessi e di più mature relazioni con gli altri e l'ambiente.
Il quadro finale del trittico - "L'Uomo, il Corpo, l'Energia" - ha voluto suggerire, attraverso il ventaglio delle arti della tradizione giapponese, qualcosa dei contenuti più intimi della ricerca condotta da tali "vie", attraverso la gestualità e al di là delle tante maschere che, inevitabilmente, l'uomo indossa. E' approdato così, inevitabilmente, all'energia, a quella forza vitale che, nelle tradizioni d'Oriente, non solo è costitutiva ma si identifica in toto con il vero volto dell'uomo e del guerriero, con la vera ed essenziale natura dell'universo.

La seconda mostra (2004)

Manifesto della seconda mostra Maschere e mascheramenti, riti e trasformazioni, guerrieri, monaci, sciamani. L'uomo con le sue maschere e i suoi rituali sono i referenti di un percorso che suggerisce accostamenti tra tradizioni, passate e presenti, ed offre suggestioni e stimoli circa il tema della trasformazione e della ricerca dell'identità.
Maschere di culture differenti, maschere da guerra orientali e occidentali, sculture legate a gestualità e riti metamorfici, filmati, spazi interattivi ed eventi dimostrativi delineano lezioni e suggestioni culturali sull'uomo: il suo bisogno di ricerca e conoscenza, la sua necessità di crescita e di ridefinizione costante del sé in funzione di un equilibrio complessivo, di una più solida sicurezza interna ed una più solidale capacità di relazione con gli altri, un più armonico rapporto con la natura e il divenire della vita.
Nucleo tematico la "Metamorfosi" come rito e gestualità simbolica giocata sulla frontiera tra forma e sostanza, ego e alterità: ambivalente confine tra occultamento/manifestazione e, insieme, strumento di rivelazione del sé più profondo e dell'interiorità dell'essere.
In tale prospettiva particolare attenzione è stata riservata agli stimoli culturali provenienti dall'Oriente e dalle sue tradizioni di ricerca, attraverso percorsi che - a partire dalla "forma mutata" - hanno saputo sviscerare valenze di formazione e di espressione del sé, traendone modi e metodi di crescita complessiva, metodologie dello spirito attraverso cui riappropriarsi delle proprie energie e del proprio equilibrio.
Un suggestivo gioco di specchi in cui riconoscere la propria immagine e riconoscersi.
La mostra si propone di accompagnare il visitatore in un viaggio di ricerca di sé attraverso culture e tradizioni lontane nel tempo e nello spazio. L'esposizione di oggetti d'uso rituale o guerriero sono il pretesto per sviluppare un discorso di conoscenza e consapevolezza attorno all'uomo, alle sue paure e alle sue sperimentazioni. Dalla sopravvivenza nella natura, alla socialità con il fiorire di riti collettivi, per approdare a quelle metodologie dello spirito, provenienti dall'Oriente e dalle tradizioni di ricerca del Giappone. Un viaggio che si conclude con il ritorno alla contemporaneità, all'uomo oggi, al suo bisogno di ricerca e di equilibrio in una società altamente complessa.
Sono stati esposti circa 90 pezzi d'arte tra cui: maschere rituali provenienti dai 5 continenti e impiegate nella caccia, nei riti di passaggio, nei percorsi iniziatici, nelle ritualità connesse ai cicli stagionali, nel teatro e nel carnevale; elmi e maschere da guerra, tra cui pregiatissimi somen e kabuto giapponesi dal XVI al XVIII secolo; calchi e sculture relativi alla gestualità rituale derivata dai mudra; stampe e citazioni dalla tradizione zen e del bushidou.
La mostra era accompagnata da un catalogo contenente le opere esposte e un cd-rom che propone l'originale percorso della mostra attraverso le immagini e i video realizzati per l'evento.
Dall'introduzione al catalogo, citiamo le parole del direttore della mostra, Meo Nallino:

L'adattamento all'ambiente è stato per l'uomo, fin dai primordi, la più fondamentale necessità. Un adattamento fisico, per sopravvivere ad un habitat spesso difficile ed ostile; un adattamento psicologico ad una realtà vissuta come continua opposizione di soverchianti forze ignote ed antitetiche, come incessante cambiamento e precaria alternanza di vita e di morte.
[...] domande che l'uomo si è da sempre posto in quelle situazioni di cambiamento in cui si trova di fronte a qualcosa di ignoto, incerto, imprevedibile ed indecifrabile. Domande dense della potente carica emotiva che sempre accompagna i momenti di crisi e di dubbio in cui, di fronte alla vastità e complessità delle forze che agiscono su di lui, l'essere umano coglie con maggiore ed immediata evidenza la fragilità della propria esistenza.
Le culture tradizionali hanno avvertito quei momenti come una prepotente irruzione di Entità che appartengono ad una dimensione "altra" della realtà, ad un livello "doppio" che minaccia l'ordine, alimenta un senso di smarrimento e di precarietà, suscita profonde crisi d'identità.
Per questo motivo hanno fatto ricorso a strumenti e pratiche rituali che non solo potessero stabilire un "ponte", un canale di comunicazione tra l'uomo e quelle forze ignote ed in continuo movimento, ma costituissero per l'uomo stesso una possibilità di trasformazione, una risorsa di cambiamento e di "versatilità", una chance di sopravvivenza.
Strumenti capaci, in tal modo, di rendere possibile un equilibrio tra uomo e realtà, di costituire un'efficace interfaccia tra identità e cambiamento.
Su questo terreno esistenziale, in ogni cultura, fa la sua comparsa la maschera. Per dare volto a entità senza volto, per aiutare l'uomo ad assumere volti idonei di fronte al fluire incessante e mutevole della realtà, a trasformarsi in un divenire che è continua trasformazione.
Il nostro linguaggio attribuisce oggi al termine "maschera" valori figurati che rinviano al campo semantico della "simulazione" e della "finzione ipocrita", sul livello dell'apparire in opposizione all'essere, del falso in opposizione al vero. [...] Ma non è che la traccia residua e di superficie di un fenomeno assai più vasto e profondo che ha a che fare con la ricerca compiuta dall'uomo per definire e ridefinire costantemente la propria identità - psicologica, sociale, in breve, esistenziale.
La maschera - intesa non solo come oggetto strumentale, ma come modalità dell'essere, atteggiamento al mascheramento, alla trasformazione in un "doppio" - gioca, infatti, nella cultura dell'uomo una straordinaria molteplicità di ruoli e funzioni.
Interviene in origine nella caccia, a scopo mimetico ma anche propiziatorio, nelle danze prima del confronto con il regno animale, e apotropaico nei riti compiuti, a fine caccia, per ammansire lo spirito dell'animale ucciso. Assume una valenza noetica, di conoscenza intuitiva ed immediata dei livelli "celati" della realtà, nelle esperienze estatiche sciamaniche; opera nei riti agresti per assicurare il controllo dei cicli stagionali; media il dialogo con gli antenati e con gli spiriti oltre la soglia della morte; rafforza l'identità degli iniziati; protegge il guerriero infondendogli forza nei confronti dell'avversario e della morte; assicura la coesione del gruppo sociale e la trasmissione del sapere. In breve, permette la sopravvivenza dell'uomo e della cultura.
Maschera e mascheramento costituiscono uno strumento "connaturato" tramite il quale l'uomo può rafforzare la propria identità, estendere il ventaglio delle proprie potenzialità, attingere in sé "molteplicità" e "pluralità" dell'essere che gli consentono di rapportarsi con la complessità - spesso problematica - dell'esserci, dell'esistenza.
Proprio la maschera - attraversando trasversalmente tempi e culture - costituisce un fortissimo legame tra passato e presente, un fil rouge che unisce uomini e società di luoghi e tempi diversi. Quell'oggetto - che apparentemente ha la semplice funzione di nascondere chi lo indossa alla vista altrui - delimita e rivela, in realtà, uno spazio di comunicazione comune a tutti gli uomini, rinvia all'inesauribile ricchezza della ricerca esistenziale di ciascun uomo. [...]
Una funzione non diversa svolgono le molteplici forme di mascheramento che vengono quotidianamente messe in atto, anche oggi, dal mondo adulto, con abiti, gesti, linguaggi, ruoli: in fondo con l'esibizione mediata - tramite il filtro dell'immagine - di ciò che viene definita "personalità". Come i nostri antenati ci si maschera oggi per occultare le proprie debolezze, per sentirsi ed essere più forti e sicuri, meno in balìa di fronte alla vita, agli eventi, agli altri. [...] Forse mai, come nella nostra società dell'Immagine, la maschera ha potuto giocare così appieno il suo vasto bagaglio di forme e funzioni. [...]
Così il "giro lungo" che con questa mostra abbiamo voluto compiere - attraversando tempi, luoghi e culture lontane e diverse - ci riporta alla nostra quotidianità, alle nostre maschere e alla nostra ricerca di ciò che siamo, di ciò che possiamo essere. Ci riporta al tema dell'identità e del cambiamento che, in fondo, oggi come nei primordi della storia del genere umano, si può forse riassumere nell'aspirazione di ognuno di vivere in equilibrio ed in armonia con se stesso, gli altri, l'ambiente attorno: con il divenire della vita.
[...] La maschera non come finzione, ma come strumento di smascheramento; non come immagine ma come via che, attraverso il "doppio", riconduce al sé.
La lezione di cacciatori, sciamani, guerrieri e monaci che "Kagemusha" ha tentato di raccogliere, attraverso le loro maschere e dall'angolo visuale desunto dall'esperienza diretta di una scuola e dei suoi praticanti, è la storia di un uomo alla ricerca di una identità davvero capace di reggere il confronto con la vita. E' la storia dell'uomo di ieri e di oggi. E' la storia che ognuno di noi vuole tracciare con i propri passi, tra i suoi simili, di fronte al mistero della morte e della vita. Per cogliersi come libertà nel divenire.

La prima mostra (2002)

Manifesto della prima mostra E' la storia dell'uomo che, proiettato fin dai primordi in un ambiente ostile e nel quale si riconosce come anello debole nella catena della lotta per la sopravvivenza, sviluppa gradualmente risorse e strumenti tali da consentirgli di raggiungere una posizione di vantaggio e di dominio nei confronti della natura e degli esseri viventi.
E' la storia dell'uomo-scimmia che impara ad attingere alle forze istintuali animali, a usare l'aggressività come risorsa per la propria difesa e sopravvivenza ma che, a poco a poco, di quella stessa forza resta vittima inconsapevole: la lotta per la sopravvivenza diviene lotta di predominio tanto che quello stesso uomo proietta sul suo stesso ambiente umano la propria sete di potere, fino a scatenare guerre fratricide, fino a distruggere i suoi simili e il proprio ambiente, fino a mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza.
E' la storia infinita del drammatico conflitto interno di quell'uomo che, specie animale tra gli animali, si autodefinisce tuttavia "sapiens" ponendosi al di sopra dell'ambiente, allontanandosi dalle sue radici, dimenticandosi della sua natura. Così l'uomo "faber", fabbricatore di utensili sempre più complessi, padre di una tecnologia sempre più avanzata e potente, stenta, a tratti, a riconfermare la propria padronanza sui suoi stessi strumenti.
Quegli oggetti realizzati per la sopravvivenza, per coltivare la terra, per cacciare e difendersi dalle belve ostili, per pescare e nutrirsi, diventano non solo armi di difesa ma, spesso, strumento di attacco e di morte, di distruzione.
Labile confine, quello tra difesa e attacco, tra sopravvivenza e predominio: l'uomo preda diventa cacciatore, l'uomo vittima si pone come aggressore, l'uomo del villaggio diventa dominatore e sterminatore.
La storia culturale dell'Occidente è attraversata dalla netta dicotomia tra mente e corpo, tra ragione e passione e dalla contestuale volontà di attribuire il primato alla "ratio". Istinto, aggressività, animalità sono negati: classificati come "non razionalità", come aberrazione e violenza, vengono per molti secoli ripudiati dagli studi sull'uomo come sfere non pertinenti alla filosofia e alla scienza. Nella cultura orientale le linee di conoscenza dell'uomo riescono ad affrontare il "caso uomo" nella sua complessità di mente e corpo: attraverso discipline che, apparentemente, afferiscono al corpo, si continua a sondare non solo la razionalità, ma anche l'istintualità, l'emotività, la paura, l'aggressività, la spiritualità dell'essere umano, nel tentativo di condurlo ad un più profondo equilibrio, ad una più matura consapevolezza di sé e degli altri.
Mentre in Occidente le "discipline della guerra" restano una bagaglio di addestramento tecnico e tattico-strategico proprio dei militari, in Oriente le "arti marziali" diventano "via" (dou) di studio metodico dell'uomo nel suo complesso, Metodo di conoscenza, forma di addestramento psicofisico, via di crescita spirituale, arte (Jutsu), appunto. Coltivato negli ambienti militari come in quelli monastici, nei villaggi come nei clan più remoti, lo studio delle arti marziali - progressivamente pervaso dallo zen - resta saldamente congiunto allo studio dell'uomo, alla fisicità come alla psicologia, al gesto come allo spirito.
La dimensione dell'azione, del gesto (psicofisico) connaturato all'uso delle armi (uomo come arma e strumenti) è quella che ha permesso alle arti marziali di superare i confini spazio-temporali della tradizione orientale, per rivelarsi ancora oggi, nella moderna società occidentale, utile strumento di approccio alla conoscenza dell'uomo.
Il gesto marziale - pur slegato dal concetto di "utilità" - diventa veicolo di rivelazione dell'interiorità dell'uomo che lo compie, resta "efficace" strumento di conoscenza in quanto ancora capace di coinvolgere la complessità psicofisica dell'essere umano, portandone alla luce gli aspetti più reconditi, le problematiche più complesse, le energie più istintuali, le risorse più dimenticate.
La moderna scienza occidentale sta da qualche anno riconoscendo l'importanza dell'azione come specchio dell'interiorità dell'uomo.
La psicologia dell'azione agìta, in particolare, sta diventando tra i ricercatori "nuovo" strumento di conoscenza della natura umana. La tradizione orientale può forse riproporsi, allora, come punto di riferimento, in virtù di un bagaglio di conoscenze che affondano le radici lontano nel tempo.

La Yoshin Ryu

Katana del periodo Momoyama (1573-1599), Fondazione Museo Stibbert, Firenze La Yoshin Ryu - Scuola di Cultura e Discipline Orientali opera da oltre venti anni nel panorama nazionale delle arti marziali e delle discipline psicofisiche di matrice asiatica. Raggruppa e coordina le sedi, i corsi ed i centri che a livello nazionale ed internazionale concorrono alla conservazione e allo sviluppo del Ju Tai Jutsu, l'arte dell'energia flessibile del corpo.
Arte di meditazione e combattimento, le radici del Ju Tai Jutsu riconducono al Giappone pre-medievale, dove si sviluppa raccogliendo eredità di antichi antenati cinesi e, prima ancora, indiani.
Matrici di continuità si possono rinvenire, dal punto di vista storico e culturale, con alcune tradizioni dell'Oriente mistico e guerriero: dagli yu hsieh (i nobili guerrieri erranti della Cina) agli yamabushi (i monaci guerrieri delle montagne giapponesi), dai rounin (gli "uomini onda", samurai rimasti senza padrone) ai clan ninja, fino ai più modesti ryu dei villaggi contadini.
Da tali filoni tradizionali, il Ju Tai Jutsu ha mediato non solo il programma tecnico, ma la stessa impostazione metodologica, i fondamenti culturali, gli scopi formativi: una particolarità che rende l'arte dell'energia flessibile del corpo una realtà peculiare anche nel mondo delle arti marziali. Una "via" tradizionale e moderna per attingere alla propria energia, maturare una più radicata sicurezza in se stessi ed una migliore armonia nelle relazioni con gli altri e con l'ambiente.
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