Qual è lo scopo di questo sito Dizionario enciclopedico Tesi di laurea Progetto Kaguya Guida ai ristoranti giapponesi in Italia Se vuoi prenotare un albergo in Giappone o altrove
<< Torna al Dizionario - Lettera: R


Commenta la pagina
scrivendoci una mail

Stampa la pagina
in versione testo

Segnala la pagina
ad altra persona


Revisionismo e antisemitismo
Il rapporto dei giapponesi con gli ebrei
di Massimiliano Crippa

19 agosto 2003. Il 29 aprile 1998 la NHK trasmetteva sul suo canale "Education" una puntata del programma "Views and Opinions". Il professor Watanabe Shouichi della Sophia University era venuto ad illustrare "una nuova prospettiva nelle relazioni tra giapponesi ed ebrei".
Watanabe sosteneva l'estraneità del Giappone alla politica di persecuzione degli ebrei ideata dai nazisti. Infatti, il governo giapponese aveva offerto asilo ad oltre 20.000 ebrei arrivati in Giappone attraverso la Siberia. Il Giappone, per far questo, aveva resistito alle proteste della Germania. Alcuni di questi ebrei si riunirono a Kobe, altri furono mandati a Shangai, a quel tempo occupata dalle truppe giapponesi. Secondo Watanabe, il Giappone è l'unica nazione che non solo non ha perseguitato gli ebrei, ma ha offerto loro anche un trattamento preferenziale.
La trasmissione suscitò molte proteste: era inconcepibile che una rete pubblica diffondesse ciò che, da più parti, veniva definito una falsificazione della storia. A dir la verità, quella non era la prima volta che il Giappone proponeva un atteggiamento ambiguo verso gli ebrei. E non era neanche il caso più eclatante.

Il caso Marco Polo

Nel numero del febbraio 1995 della rivista giapponese Marco Polo, uscito nelle edicole il 14 gennaio, era presente un articolo di dieci pagine che cercava di dimostrare l'inesistenza delle camere a gas nei lager nazisti. Era intitolato "Non c'è stata alcuna camera a gas nazista"(1). Per ironia della sorte, il 17 gennaio il Giappone veniva colpito dal terribile terremoto di Kobe, che causò 6.432 morti, mentre il 20 marzo la setta Aum Shinrikyou compiva il tristemente famoso attentato alla metropolitana di Tokyo, che causò 12 morti e oltre 5.000 intossicati per il gas sarin, realizzato proprio dai nazisti(2).
Marco Polo era una rivista piuttosto autorevole, che vendeva 250.000 copie al mese (agli inizi erano ben 500.000) ed era diretta ad un pubblico tra i 20 e i 40 anni. Il nome era stato scelto per dare un senso di "scoperta" e "internazionalizzazione". La rivista era pubblicata dal 1992 dalla Bungei Shunjuu, una delle più prestigiose firme dell'editoria giapponese con svariate testate fra settimanali e mensili(3), oltre ad una notevole produzione libraria. E' loro, ad esempio, l'edizione giapponese de Il diario di Anna Frank.
L'articolo in questione era stato scritto dal neurologo Nishioka Masanori e, per il tema trattato, era stato respinto da ben 60 testate nel corso degli anni. Fu accettato da Marco Polo nel giugno 1994, ma rimandato fino al gennaio 1995: ufficilamente per svolgere ulteriori ricerche sulle fonti riportate dall'autore e correggere attentamente il testo; più probabilmente per attendere il 50° anniversario della liberazione di Auschwitz (27 gennaio).
Secondo Nishioka, le camere a gas erano "propaganda, una delle tecniche psicologiche usate in tempo di guerra [...] niente più che una trasformazione, senza verifiche, delle storie del tempo di guerra in storia". Le camere a gas presenti ad Auschwitz e negli altri campi polacchi sarebbero state costruite dopo la guerra dal regime comunista. Nishioka non negava che gli ebrei siano morti in questi campi, ma lo furono per varie altre ragioni (lavoro pesante, denutrizione, malattia, etc.), non certo per le camere a gas. Non esisteva, sostanzialmente, una politica deliberata di sterminio.
Nishioka non voleva certo difendere il comportamento dei nazisti: anche se non vi furono omicidi di massa nelle camere a gas, è un fatto storico che la Gemania abbia discriminato e perseguitato gli ebrei in vari modi.
Nishioka citava i libri di molti studiosi, tra cui quelli di alcuni revisionisti: The Hoax of the Twentieth Century, di Arthur R. Butz; Auschwitz: A Judge Looks at the Evidence, di Wilhelm Stäglich; The Auschwitz Lie, di Thies Christophersen. I primi due autori sono nel comitato editoriale dell'Institute for Historical Review, di cui fanno parte anche Mark Weber e Theodore J. O'Keefe, anch'essi citati(4). Venivano citate anche fonti meno schierate, ma erano in minoranza. Nishioka sosteneva che nel 1975 fu lo stesso attivista ebreo e cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal a dichiarare che in Germania non c'erano camere a gas, che ce n'erano solo in Polonia, ammettendo implicitamente che si era mentito per anni su questi fatti.
Non è chiaro se Nishioka abbia svolto delle ricerche personalmente. Egli afferma di aver visitato i campi di concentramento polacchi di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Secondo Tom Brislin, Nishioka non ha mai visitato nessun campo, né parlato con sopravvissuti, carcerieri o liberatori.
In ogni caso, le proteste non tardarono a farsi sentire. Il Comitato contro l'antisemitismo in Giappone, un gruppo formato da residenti ebrei, lo scoprì e informò ambasciate e altre organizzazioni all'estero. Il 20 gennaio il governo israeliano, attraverso la propria ambasciata di Tokyo, presentò formale protesta al governo giapponese. Secondo il Primo Segretario Arie Dan, che l'articolo fosse stato pubblicato "su una rivista di primo piano diretta ai giovani e non sulla solita stampa scandalistica era un fatto molto grave, mai accaduto prima".
Abraham Foxman, direttore dell'americana Anti-Defamation League, chiese all'editore una ritrattazione nel numero seguente. Il Simon Wiesenthal Center di Los Angeles fu ancora più duro e avviò immediatamente una campagna internazionale di boicottaggio verso gli inserzionisti della casa editrice, riuscendo a persuadere aziende del calibro di Volkswagen, Cartier, Mitsubishi Motors e Mitsubishi Electric a sospendere le proprie campagne pubblicitarie, su tutte le pubblicazioni della Bungei.
La rivista cominciò col difendere la propria decisione di pubblcare l'articolo. Direttore della rivista dall'aprile 1994 era Hanada Kazuyoshi, giornalista conosciuto e rispettato, uno abituato al giornalismo investigativo, in particolare sulle sette religiose e altri argomenti delicati. Egli affermò che le prove portate da Nishioka mostravano, se non altro, che il punto di vista degli ebrei non era l'unico possibile e che comunque "nessun argomento dovrebbe essere considerato tabù". Egli offrì al Simon Wiesenthal Center e al governo israeliano lo stesso spazio precedentemente offerto a Nishioka, dieci pagine, per una replica, ma l'offerta fu rifiutata.
Il rabbino Abraham Cooper del Wiesenthal Center giustificò tale presa di posizione col fatto che proseguire il dibattito avrebbe finito col dare legittimità all'altro punto di vista. L'Ambasciata di Israele rispose invece che se la rivista aveva intenzione di prendere una posizione neutrale, da osservatore, in un processo dove vengono introdotti gli argomenti di entrambe le parti, l'offerta non poteva che essere respinta. Contemporaneamente, venne lanciata una campagna diffamatoria verso Nishioka.
Il governo giapponese fu il primo a prendere posizione e definì l'articolo di Marco Polo "estremamente inappropriato", ribadendo la propria posizione ufficiale sull'Olocausto.
Purtroppo la Bungei Shunjuu aveva già dovuto scusarsi più di una volta per articoli poco rispettosi, in particolare uno sui fatti di Nanchino scritto da un politico di spicco. Anche la sezione libri aveva tra i suoi titoli "Il piano dell'impero mondiale giudaico per invadere il Giappone". Non si può negare che la Bungei Shunjuu sia, politicamente parlando, conservatrice.
Il Giappone non aveva mai conosciuto un boicottaggio come quello messo in piedi dal Simon Wiesenthal Center. La casa editrice fu scossa dalle fondamenta, anche economicamente, e dovette capitolare in breve tempo. Il 2 febbraio Bungei Shunjuu indisse una conferenza stampa dove il presidente della casa editrice, Tanaka Kengo, si scusò formalmente per aver causato agli ebrei un "profondo dolore". Ma non era finita: si stava preparando un vero e proprio suicidio. Tanaka annunciò la chiusura della rivista, il ritiro fin dal 27 gennaio delle copie ancora in circolazione e la loro distruzione. Nel frattempo, ad Hanada era stato assegnato un incarico di secondo piano, che non gli avrebbe più permesso di pubblicare, mentre il resto della redazione era stato sparpagliato tra quelle delle altre pubblicazioni. Infine, Tanaka e un altro dirigente si autoimposerò un taglio dello stipendio come forma di ammenda. Tanaka lasciò anche la sua carica di Presidente, rimanendo comunque Amministratore Delegato. Come ciliegina, un folto gruppo di giornalisti della Bungei venne mandato a Los Angeles nel maggio di quell'anno, per partecipare ad un seminario sulla cultura e la storia ebraica organizzato dal Simon Wiesenthal Center.
Il rabbino Cooper, invitato alla conferenza stampa, non potè che ringraziare per l'azione "senza precedenti" e annunciò la chiusura della campagna di boicottaggio. La chiusura della rivista lasciò tutti, critici e ammiratori, senza parole. Né il governo israeliano, che si disse scioccato, né il Simon Wiesenthal Center avevano chiesto la sua chiusura.
Senza precedenti sembrò essere l'affronto alla libertà di stampa(5). Nishioka condannò l'accaduto dicendo che egli avrebbe accettato volentieri delle critiche, ma era amareggiato per il tentativo di imporre un bavaglio alla stampa(6). In Giappone ci furono dei tentativi di confutare i contenuti dell'articolo, ma soprattutto si espressero opinioni negative sul modo in cui fu gestito il problema, che negava in modo arrogante la libertà di stampa. Durante la conferenza stampa del 2 febbraio, un giornalista normalmente schierato a sinistra, Kimura Aiji, chiese di sapere esattamente in quali punti l'articolo di Nishioka era inesatto e difese il diritto alla ricerca della verità, sollevando gli applausi degli altri colleghi. Non furono pochi coloro che sospettarono una qualche forma di pressione occulta, interna o esterna, e non soltanto di natura economica.
Pochi mesi dopo il caso Marco Polo, quasi fosse una vendetta, Kimura pubblicò il primo libro revisionista giapponese sull'Olocausto, Aushubittsu no souten (Il dibattito su Auschwitz). La casa editrice Liberuta Press di Tokyo che l'aveva pubblicato era famosa per il suo schieramento a sinistra e le lotte ambientaliste contro il nucleare.
Kimura ha scritto anche parecchi altri libri, tra cui uno sulla Guerra del Golfo. Egli si era recato a Birkenau e ad Auschwitz, dove ha intervistato il direttore del Museo di Stato di Auschwitz, Franciszek Piper. Egli criticò l'accanimento verso i sostenitori del revisionismo, che si spingeva fino ad atti quasi terroristici come l'incendio della sede dell'Institute for Historical Review di Los Angelese nel 1984. Descrisse le leggi in vigore in Francia, Germania ed altri paesi, che impedivano il dissenso. L'Olocausto, concludeva l'autore, non può essere comunque una giustificazione per la politica che Israele porta avanti in Medio Oriente. Egli ha anche tradotto il libro di Roger Garaudy "Les Mythes fondateurs de la politique israelienne" che in Francia ha portato al processo e alla condanna del suo autore.
La chiusura della rivista Marco Polo è stato un episodio molto sfortunato, che rischia di ritorcersi contro le stesse vittime, creando uno stato di tensione e risentimento verso di loro. In una conferenza tenuta oltre un anno dopo (10 giugno 1996), Bungei Shunjuu accusò le organizzazioni ebraiche di essere "gruppi terroristici".
Esso ha trasmesso ai media giapponesi un messaggio forte e sbagliato: non dovete toccare il popolo ebraico. Il risultato è che da allora l'Olocausto viene ignorato dai mezzi di informazione(7).
Il caso Marco Polo ha finito col diventare una prova del potere di controllo che gli ebrei hanno sulla vita del Giappone; una conferma delle teorie antisemite sul complotto giudaico per controllare il mondo. Il rabbino Cooper non sembrava molto preoccupato di ciò e affermò che se, da quel momento in poi, non fossero state più pubblicate storie simili per paura della loro forza, sarebbe stato comunque un bene.

Gli ebrei nella storia del Giappone

Perché era successo tutto ciò? Forse perché i giapponesi non sanno niente degli ebrei. Lo sostengono in molti e non è difficile crederlo.
Prima del 1861, il Giappone non aveva mai avuto contatti con gli ebrei. Quell'anno arrivò in Giappone Alexander Marks, il primo residente ebreo. All'inizio del periodo Meiji (1868-1912), nel porto di Yokohama vivevano circa cinquanta famiglie ebree. Altre comunità si formarono nei decenni successivi a Nagasaki, dove un centinaio di famiglie commerciava con la Russia, e a Kobe. Dopo la guerra russo-giapponese (1904-5) e il grande terremoto di Tokyo (1923), Kobe divenne il centro più importante fino al dopoguerra, quando Tokyo tornò in auge. Attualmente vivono in questo paese dai mille ai duemila ebrei, per lo più stranieri e soprattutto americani, che si trovano qui per lavoro o come militari. Solo il 20% circa di loro è considerato residente permanente. Ci sono due sinagoghe, a Tokyo e a Kobe, e una piccola "cappella" nella base militare americana di Yokosuka.
Nonostante gli ebrei siano un fenomeno tanto limitato, il Giappone è giudicato uno dei paesi dove l'antisemitismo è più sviluppato. Libri e articoli antisemiti non sono rari in Giappone. Molti diffondono l'idea di una cospirazione internazionale giudaica per il controllo delle forze politiche ed economiche mondiali e un tentativo di affossare l'economia giapponese. Non stiamo parlando solo di pubblicazioni scandalistiche. Capita che anche i giornali più importanti si interroghino, ad esempio, sul peso che i finanzieri di origine ebraica hanno sull'andamento della finanza internazionale.
Secondo Tom Brislin, l'antisemitismo giapponese non è basato sul contatto diretto o sui possibili problemi dovuti alla convivenza, ad esempio per via della religione. Essendoci pochi ebrei in Giappone, la possibilità che i giapponesi possano avere esperienze di prima mano con essi e con la loro cultura è molto bassa. Non esiste (e non esisteva) nemmeno un esplicito appoggio del governo a tale pratica. Non esistono attriti con lo stato di Israele e non sono mai capitati episodi di violenza.
Nonostante ciò, le pubblicazioni antisemite sui "yudayajin" sono numerose. La prima immagine che ha influenzato negativamente i giapponesi fu il protagonista dell'opera di Shakespeare "Il mercante di Venezia", tradotta e rappresentata dalla metà del periodo Meiji(8). Si deve poi attendere la fine della Prima Guerra Mondiale per vedere una prima penetrazione dall'esterno di idee antisemite. Accadde grazie alle truppe zariste in rotta, che diffusero la teoria di una rivoluzione comunista manovrata dagli ebrei(9). Negli anni '30, il peso dell'alleanza con la Germania nazista si fa sentire, anche se la propaganda non si traduce quasi per nulla in persecuzione.
La sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale lascia l'amaro in bocca a molti e fa nascere un certo odio antiebraico e anticristiano. Ma anche se il governo approfittava della figura dell'ebreo a fini nazionalistici, essa non fu mai al centro di qualcosa che si possa definire un'ideologia.
Con l'inizio del boom economico, dagli anni '50 l'antisemitismo cadde nel dimenticatoio; anzi, si sviluppò un sentimento di compassione verso il triste destino che aveva segnato gli ebrei. La persecuzione e la diaspora sembrano problemi tanto lontani dal popolo giapponese, ma nel dopoguerra anch'esso ha provato sulla propria pelle parte di questo dolore; si pensi al lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Secondo Goodman e Miyazawa, questo accomunarsi agli ebrei sarebbe solo una scusa per discolparsi dal fatto di essere tra i propugnatori della guerra e farsi passare come vittime innocenti. Pur rispettando questa opinione, non credo che sia questo il caso della poetessa e pacifista Kurihara Sadako, che ha unito insieme Hiroshima e Auschwitz nei suoi lavori fin dagli anni '60, o di Maruki Iri e Maruki Toshi che, dopo aver fatto conoscere al mondo la sofferenza degli abitanti di Hiroshima, nel 1977 hanno dedicato un secondo murale alle vittime di Auschwitz(10).
D'altronde, il professor Xu Xin dell'Università di Nanchino, che è anche presidente dell'Associazione di studi sino-ebraici, ci spiega come anche i cinesi mettano in evidenza le somiglianze dell'Olocausto con l'invasione giapponese e i conseguenti massacri. Anche questo potrebbe essere considerato uno sfruttamento della sofferenza degli ebrei per propri fini(11).
Doris Bargen, professoressa di letteratura giapponese alla University of Massachusetts e studiosa di questioni ebraiche, in un'intervista su "Inside/Outside Japan" ha affermato che anche l'articolo di Nishioka non aveva come scopo quello di ferire le vittime quanto di esonerare gli aggressori, ex alleati, dalle loro responsabilità. Non per niente è uscito nell'anno che segna il 50° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. In alternativa, potrebbe trattarsi di un tentativo di distogliere l'attenzione dal massacro di Nanchino, che tanti problemi porta ancora ai giapponesi.
Il punto di svolta si ha nel 1971 quando esce in libreria Nihonjin to yudayajin (I giapponesi e gli ebrei) di Yamamoto Shichihei, sotto lo pseudonimo di Isaiah Ben-Dasan. Il libro diventa un best-seller, vendendo oltre un milione di copie solo nel primo anno. Esso cerca di definire chi siano i giapponesi e per fare questo li paragona agli ebrei. Una celebrazione più del nihonjinron(12) che dell'ebraismo, ma che contribuì ad allontanare i malefici influssi dell'antisemitismo.
Gli scritti antisemiti crebbero di numero in modo impressionante dalla metà degli anni '80, subito dopo che il fenomeno si era diffuso anche in Occidente. Il pastore cristiano Uno Masami, l'autore giapponese antisemita più noto, ha scritto molti libri, tra cui "Se comprendete gli ebrei, capirete il mondo" e "Se comprendete gli ebrei, capirete il Giappone", che hanno venduto complessivamente oltre un milione di copie nel solo 1986. Secondo Uno, persino il governo americano sarebbe nient'altro che un fantoccio nelle mani di un governo ombra ebraico, mostrando così anche un sentimento antiamericano. Gli ebrei ce l'avrebbero a morte con il Giappone per essersi alleato alla Germania nazista. Uno, in accordo con negazionisti americani e francesi, ha cercato anche di smontare la figura di Anna Frank, molto nota in Giappone. Stranamente, anche i libri di Uno sono pubblicati dalla Bungei Shunjuu.
Nel 1987 erano in circolazione oltre cento libri che contenevano la parola "ebreo" nel titolo. In mancanza di altre fonti, i giapponesi hanno assorbito quest'immagine stereotipata e razzista. Il successo di questi testi è alimentato anche dallo spazio che riviste, autorevoli come Nihon Keizai Shinbun o diffuse come Shuukan Posto, hanno offerto loro(13). Ciò li fa diventare, agli occhi della gente comune, fonti autorevoli. C'è da dire inoltre che gli scrittori di tale propaganda non sono tutti persone qualunque. L'autore del libro "Il segreto del potere ebraico che muove il mondo" è Saitou Eisaburou, un parlamentare della Camera Alta(14). Ogai Yoshio, autore di "La strategia elettorale di Hitler. La Bibbia per una vittoria certa nelle elezioni moderne", fa parte del Partito Liberaldemocratico.
D'altronde, le ricerche di Kowner (vedi avanti) mostrano che pochi giapponesi, solo il 6%, considerano gli ebrei un elemento che influisce sulla politica giapponese, mentre il 50% crede nell'influenza esercitata dagli occidentali, intesi come americani ed europei. Riguardo all'influenza sulla politica mondiale, la percentuale scende al 5% per entrambi i gruppi. Per il 22% dei giapponesi, gli occidentali vogliono "conquistare il Giappone", mentre solo il 2% pensa che lo vogliano fare gli ebrei.
Secondo Goodman "l'antisemitismo trova più rispettabilità e diffusione tra gli intellettuali in Giappone, forse più che in ogni altro paese industrializzato", ma se guardiamo alla maggioranza dei giapponesi, credo sia sbagliato parlare di antisemitismo; sarebbe più giusto parlare di insensibilità o ignoranza. Così la pensano il Simon Wiesenthal Center e alcuni studiosi, ad esempio Sakamaki: l'origine dell'antisemitismo nipponico non è tanto l'odio quanto l'ignoranza. Secondo altri, come Goldstein, è l'incertezza economica il fattore scatenante. Le tesi razziste, infatti, riappaiono puntualmente, ogni volta in cui il Giappone si trova a soffrire di una crisi economica. Il "complotto ebraico", probabilmente, rassicura i giapponesi. Mentre si può dire quasi sempre che vi è dell'antisemitismo in chi scrive questi libri, non è automatico che ciò valga anche per chi li legge. Così la pensa il rabbino Michael Schudrich, della comunità di Tokyo: in genere la gente compra questi libri non per saperne di più sugli ebrei, ma perché pensa di poter imparare qualcosa sull'economia giapponese. Per ogni persona che inizia a pensar male degli ebrei, ce n'è un'altra che inizia ad ammirarli.
I giapponesi ricordano piuttosto bene il banchiere americano di origine ebrea Jacob H. Schiff, che aiutò a finanziare (e vincere) la guerra russo-giapponese con ben 200 milioni di dollari(15). L'episodio, pur essendo andato a favore dei giapponesi, ha aiutato a creare nelle menti dei nipponici lo stereotipo del potere economico in mano agli ebrei, come era accaduto nel 1919 con "I protocolli dei savi di Sion". Fujita Den, ex Presidente di McDonald's Japan, si faceva chiamare "l'ebreo di Ginza" e nel 1972 aveva pubblicato il libro "Come suonare la tromba dell'uomo ricco al modo degli ebrei", che ha venduto oltre un milione di copie e sprona i giapponesi a comportarsi come gli ebrei in campo economico.
David Goodman, professore di letteratura giapponese alla University of Illinois, e Miyazawa Masanori, professore di storia alla Doushisha Daigaku di Kyoto, nel libro Jews in the Japanese Mind (1995), si chiedono da dove nasca tanto interesse per gli ebrei e soprattutto la credenza in una cospirazione ai danni del Giappone: tutto nasce, a loro parere, nell'epoca Taisho (1912-1926). Il Giappone, da allora, ha sempre guardato all'Occidente come a una guida. Molte tesi politiche e sociali, tra cui l'antisemitismo, furono importate in Giappone dall'Europa. Gli ebrei vennero conosciuti in Giappone come i "paria" dell'Occidente. Su di essi, quindi, furono riversati le ansie e i timori che non potevano essere espressi verso altri gruppi esterni alla società giapponese: gli ebrei divennero un capro espiatorio delle insicurezze nipponiche verso gli stranieri.
Michael Shapiro, nel suo libro Japan: In the Land of the Brokenhearted, sostiene invece che l'antisemitismo giapponese è solo la punta dell'iceberg di una più preoccupante xenofobia, prodotta totalmente dalla cultura giapponese. Bargen sembra dissentire da queste conclusioni: gli stranieri venivano e vengono ancora, a volte, guardati per strada, ma non per xenofobia quanto per provincialismo o mancanza di cosmopolitismo che dir si voglia. I giapponesi rispettano il popolo ebreo e la sua storia, non hanno il benché minimo odio razziale verso di loro.
Le librerie giapponesi sono fornite anche di libri autorevoli sull'Olocausto, a partire dal monumentale The Destruction of the European Jews di Raul Hilberg, proseguendo con autori come Lucy Dawidovich, Michael Berenbaum, Elie Wiesel, Primo Levi, Paul Celan. Uscito nel 1952, soltanto un anno dopo l'edizione europea, Il diario di Anna Frank ha venduto finora in Giappone circa 5 milioni di copie e si conferma uno dei maggiori best-seller, anche se è difficile capire se il libro abbia avuto una qualche influenza sul giapponese medio. Anche il film Schindler's List è stato un grande successo.
Nel 1995 la setta Souka Gakkai organizzò a Hiroshima e Nagasaki una mostra intitolata "The courage to remember: Anne Frank and the Holocaust exhibition", in collaborazione con il Simon Wiesenthal Center, e che ha girato tutto il Giappone raccogliendo oltre un milione di visitatori.
Esiste anche chi mostra una grande ammirazione per gli ebrei.
Tezuka Nobuyoshi fondò nel 1963 la Nihon Kibutsu Kyokai, un'associazione dedita a diffondere i principi insiti nel concetto di kibbutz, che sembrano rispecchiare molto bene il principio giapponese di supremazia del gruppo sull'individuo. Nel suo momento di massima diffusione, il gruppo raccoglieva 30.000 persone. Oltre a pubblicare testi importanti, tra cui il best-seller Shalom Israel (1965), parecchi associati si recarono in Israele come volontari per praticare la vita nel kibbutz.
Probabilmente, nasce da una infatuazione per gli ebrei anche l'affascinante - ma a tratti fantascientifica - teoria sull'esistenza di antichissimi contatti tra ebrei e giapponesi: essa ritiene il popolo giapponese discendete da una delle tribù disperse del popolo ebraico, la settima, che si crede sia migrata verso est(16).
Tra i sostenitori della teoria troviamo il calligrafo Harada Kanpo, che possiede una collezione di oltre 4.600 libri sull'ebraismo. Teshima Ikuro, il fondatore del Makuya, un gruppo cristiano filoisraeliano che conta 60.000 mebri, crede a questa teoria. Un altro gruppo cristiano pro Israele è The Japanese Christian Friends of Israel, che conta circa 10.000 membri.
Si potrebbe concludere che i giapponesi non conoscano vie di mezzo nei sentimenti verso gli ebrei, così come capita spesso anche per altri gruppi di stranieri.

Poche ricerche

Molti critici occidentali pensano che l'ebreo sia visto dai giapponesi come un bersaglio indiretto su cui riversare tutta la frustrazione e il risentimento che hanno verso il "diverso", l'altro da sé, lo straniero, l'occidentale. Al di là di quello che alcuni autori revisionisti hanno voluto far intedere, la vera prova del fuoco sull'esistenza di un sentimento antisemita è una ricerca sociologica in piena regola sul popolo giapponese. Purtroppo di ricerche di questo tipo, nel dopoguerra, se ne sono viste poche.
Nel 1962, quando l'interesse verso gli ebrei era scarso (nel bene e nel male), il sociologo Akita Kiyoshi condusse uno studio sull'atteggiamento verso 12 gruppi etnici tra gli studenti della Doushisha Daigaku. In base all'attrazione dei giovani verso questi gruppi, si stilò la seguente classifica: giapponesi, americani, inglesi, francesi, tedeschi, italiani, indiani, russi, cinesi, ebrei, africani, coreani.
L'anno seguente, Akita chiese agli studenti di associare ai 12 gruppi etnici 24 paia di aggettivi. Gli ebrei vennero visti quasi completamente in una luce negativa: erano i più "oscuri", i secondi più "infelici", "ostinati" e "complessi"; i terzi più "asociali" e fisicamente "piccoli"; i quarti più "deboli", "timidi", "brutti" e "furbi". Anche nelle altre coppie di aggettivi, gli ebrei erano sempre dalla parte "negativa".
Nel 1965, lo psicologo sociale spagnolo Ferdinando Basabe condusse una ricerca alla Sophia University, la nota università cristiana di Tokyo. Chiese di caratterizzare gli ebrei usando una serie di aggettivi. Il profilo era piuttosto negativo, ma vi erano anche alcuni aspetti positivi. Gli ebrei erano descritti come "religiosi", "bramosi di denaro", "abili", "tenaci", "furbi", "laboriosi" e con una "volontà forte".
Col nascere di un più forte sentimento antisemita, le ricerche si diradano ulteriormente.
Nel 1988, la Anti-Defamation League (ADL) di B'nai B'rith commissionò un'inchiesta su larga scala. I soggetti dovevano scegliere tra otto coppie di aggettivi da assegnare a ebrei e altri gruppi (buddhisti, cristiani, asiatici, neri, arabi e musulmani). Gli ebrei venivano visti come "avidi" e "poco amichevoli" e, in misura minore, "sporchi" e "falsi". D'altronde, erano visti anche come "coraggiosi", "operosi", "intelligenti" e "spirituali" più degli altri gruppi. Gli ebrei erano in genere valutati meno di cristiani e buddhisti e spesso accomunati con musulmani, arabi e neri. Il 7% dei soggetti aveva letto almeno un libro antisemita, mentre un altro 8% ne aveva sentito parlare. Il 68% di coloro che li avevano letti li trovavano ingiusti, mentre solo il 31% pensava il contrario. Soltanto il 6% delle persone esposte a tali fonti di informazione disse di aver cambiato in peggio la propria opinione verso gli ebrei, mentre il 15% disse che l'opinione era migliorata.
La ricerca, pur essendo approfondita, era però falsata da alcuni errori di impostazione: ad esempio, la definizione proposta di "libro antisemita" era piuttosto ambigua ("i libri sugli ebrei che ora vanno per la maggiore e che hanno sollevato molte discussioni"), così come i gruppi con cui confrontare gli ebrei avevano un'identità poco definita all'interno della cultura giapponese (si pensava, ad esempio, solo ai cristiani occidentali o anche ai filippini?).
Le ricerche di Rotem Kowner (1997), professore alla University of Haifa (Gerusalemme) con una grande esperienza maturata in Giappone, sono le migliori che possiamo leggere. Si svolsero tra il 1995 e il 1996 su un gruppo di 639 studenti universitari dai 18 anni in su. Da essa risultarono particolari interessanti come il fatto che il 30% dei giapponesi sa che gli ebrei non mangiano carne di maiale, ma solo il 6% sa che il giorno di riposo è il sabato. Sebbene alcuni particolari mettano in luce come la conoscenza della cultura ebraica sia più limitata di quella di persone simili in Occidente, è comunque di gran lunga migliore rispetto alla conoscenza che hanno, ad esempio, gli israeliani della cultura giapponese.
Per quanto riguarda l'esposizione a informazioni sugli ebrei, il 2,3% aveva amici ebrei, mentre il 30% aveva letto un libro su di loro (il 50% aveva letto degli articoli). Meno del 10% aveva letto un libro sulla religione ebraica, mentre poco più del 12% aveva letto un libro o un articolo che parlava di un complotto giudaico per controllare il mondo.
L'immagine degli ebrei agli occhi dei giapponesi venne confrontata con quella di altri 5 gruppi: occidentali, stranieri, israeliani, arabi e i giapponesi stessi.
L'immagine che i giapponesi davano di sé era simile a quella da sempre attribuita loro: "grandi lavoratori", "modesti", "seri", "riservati" e "gentili". L'immagine degli occidentali contiene attributi positivi e negativi basati sul tipico stereotipo dell'individualista estroverso, che differisce completamente dall'immagine del giapponese. La definizione più usata in questo caso è stata "fiducia in se stessi". Questa viene insieme alla "socievolezza", anche se a volte può confondersi con "egoismo" e "litigiosità". Dal punto di vista sociale, gli occidentali sono visti come "amichevoli" e "allegri"; dal punto di vista intellettuale sono "logici" e "brillanti", mentre dal punto di vista comportamentale sono "attivi", "audaci" e "spontanei".
Gli stranieri sono visti come molto simili agli occidentali. Non vengono considerati con la stessa fiducia in se stessi degli occidentali, ma non hanno nemmeno gli aspetti negativi ad essa associati; allo stesso modo, non sono considerati molto intelligenti.
Gli israeliani sono percepiti in termini negativi. In particolare, sono considerati asociali: sono litigiosi, rigidi, poco amichevoli, diffidenti e instabili. Allo stesso tempo, avevano anche alcuni caratteri positivi: essi sono organizzati e accurati, hanno fiducia in se stessi e autocontrollo.
L'immagine degli arabi è simile a quella degli israeliani. Gli arabi sono percepiti come litigiosi, entusiasti, con fiducia in se stessi, temperamento e independenza, ma non sono considerati asociali che hanno gli israeliani. Hanno aspetti pisitivi simili a quelli di occidentali e stranieri, come coraggiosi, allegri e schietti.
Infine, per quanto riguarda gli ebrei, essa comprendeva parecchi aggettivi positivi: "intelligenti", "capaci", "competenti", "intuitivi", "pacifici", "onesti", "determinati" e "gran lavoratori"; quelli negativi comprendevano: "instabili", "scettici", "asociali" e "parsimoniosi".
Esaminando la correlazione tra le varie immagini generate, si scopre che solo degli ebrei si può dire che abbiano qualcosa in comune con i giapponesi. La correlazione tra ebrei e israeliani è moderata: gli israeliani sono visti più simili agli arabi. Occidentali e stranieri sono i più simili di tutti.
Sono simili ai giapponesi in quanto gran lavoratori, organizzatori, pacifici e prudenti. In quanto a determinazione, tutti i gruppi venivano percepiti come determinati, differenziandosi sostanzialmente dai giapponesi, ma gli ebrei lo erano meno degli altri. Per quanto riguarda l'espressione delle emozioni, gli ebrei sono visti come simili ai giapponesi. Anche in termini di controllo delle emozioni, ebrei e giapponesi sono simili. In alcuni aspetti, tuttavia, sono percepiti come opposti. Gli ebrei sono indipendenti, i giapponesi sono conformisti; gli ebrei sono parsimoniosi, i giapponesi sono spendaccioni; gli ebrei hanno modi semplici, i giapponesi hanno modi ricercati. Comunque, le differenze sono meno marcate che con gli altri gruppi.
La poca differenza tra occidentali e stranieri rende questi termini sostanzialmente intercambiabili. Durante la ricerca, per "straniero" è stato usato il termine "gaikokujin", che indica uno straniero in generale, contrariamente a gaijin, che di solito è usato solo per gli occidentali. Per gli occidentali è stato usato, invece, un termine molto preciso: oubeijin ("persone provenienti da Europa e Stati Uniti"). Ciò risulta piuttosto strano, poiché la differenza tra Occidente e resto del mondo è in genere molto chiara nella mente dei giapponesi.
Se si paragona il 13% circa del campione che ha letto del materiale antisemita con chi non l'ha fatto, si nota che la percezione cambia, ma non necessariamente in peggio: il primo gruppo li considera, ad esempio, più forti, aperti, spontanei, logici, anche se pure alcuni aggettivi negativi, come impulsivi e spietati, assumono maggiore importanza. Risulta però accresciuta la sensazione di diversità verso gli ebrei. In un'altro test è risultato che, con l'aumentare delle conoscenze sulla cultura ebraica, l'immagine degli ebrei migliora: essi diventano più intelligenti, logici, onesti, organizzati, etc.
Solo quando si parla di rapporti diretti con gli ebrei, il sospetto e la paura si fanno consistenti: non sono pochi coloro che non vorrebbero sposare un ebreo e averlo come partner, amico, vicino di casa o collega. Una certa repulsione, quindi, esiste.
I risultati suggeriscono l'esistenza di un'immagine degli ebrei complessa e contraddittoria, ma anche piuttosto positiva per alcuni versi. Ne esce peggio l'immagine degli israeliani, decisamente negativa(17). La correlazione tra ebrei e giapponesi è piuttosto bassa, ma sempre maggiore di quella con gli altri gruppi presi in considerazione. Quindi l'ebreo non è percepito come un'antitesi del giapponese, posizione attribuibile a occidentali e stranieri, ma al contrario sono il gruppo più simile. Gli ebrei non sono nemmeno visti come la "quintessenza" dello straniero o dell'occidentale. Più che altro, come dice Kowner, sono un gruppo "immaginario". Probabilmente, se si fossero considerati anche altri gruppi che in genere vengono considerati dai giapponesi come "scomodi" (coreani, cinesi, etc.), l'immagine degli ebrei che avremmo ricavato dalla ricerca sarebbe stata ancora migliore.
Il punto fondamentale sembra essere, però, che la circolazione delle informazioni è sempre utile per migliorare la conoscenza dell'altro: persino le informazioni di stampo antisemita hanno un effetto ambiguo e, quindi, non necessariamente negativo.

L'Oscar Schindler giapponese

Per proseguire nell'analisi dell'ambiguità giapponese verso gli ebrei, vogliamo accennare alla figura di Sugihara Chiune (Senpo), che è forse una delle poche cose positive che si può ricordare del Giappone del periodo bellico e è considerato l'Oscar Schindler giapponese.
Nato il primo gennaio 1900, si era laureato presso la Waseda Daigaku. Con una spiccata personalità cosmopolita, Sigihara passò il difficile esame del ministero degli Esteri per accedere alla carriera diplomatica. Fu mandato in Cina, prima ad Harbin e poi in Manciura. In disaccordo con il trattamento riservato ai cinesi da parte del governo giapponese, si dimise dall'incarico nel 1934.
Nel 1938 fu mandato in Finlandia e nel 1939 in Lituania, a Kovno, dove in qualità di Console era il solitario abitante della sede diplomatica, insieme alla moglie Yukiko. Egli, nell'estate del 1940, aiutò parecchie migliaia di ebrei polacchi a fuggire fornendo dei visti di transito per motivi umanitari.
La prima parte del viaggio era assicurata dall'Unione Sovietica, che era disposta a farli viaggiare fino a Vladivostok, mentre la destinazione finale era assicurata dal governo olandese che li poteva ospitare a Curacao e nella Guiana olandese (oggi Suriname), dove non è richiesto un visto d'ingresso. Mancava il visto per attraversare il Giappone.
Sugihara e sua moglie erano cristiani. Non ebbero dubbi. Per 29 giorni, dal 31 luglio al 28 agosto, lavorarono giorno e notte per distribuire il maggior numero di visti. Alla fine fu costretto dal governo russo a chiudere il consolato e si recò a Berlino per incarico del governo giapponese, ma lasciò i timbri così che altri polacchi potessero produrre da soli i visti necessari.
Ne furono utilizzati complessivamente 2.139, ognuno valido per un intero nucleo familiare. In questo modo poterono salvarsi da 6.000 a 12.000 ebrei. Più di lui ne salvò solo lo svedese Raoul Wallenberg che aiutò 100.000 ebrei ungheresi.
Nei libri di storia per le scuole giapponesi, un'intera pagina è a lui dedicata. Alcuni sostengono che fece di testa sua mentre altri, come Tokudome Kinue, sostengono che egli seguiva le direttive del governo giapponese. Alcuni esponenti di destra lo hanno trasformato in una bandiera per dimostrare le buone intenzioni del governo, "promotore dell'armonia e dell'uguaglianza razziale". Watanabe Shouichi, nella trasmissione della NHK di cui parlavamo all'inizio, affermò che il gesto di Sugihara era l'applicazione di una politica sostenuta dal governo. Secondo Hilberg, invece, Sugihara agiva indipendentemente dal ministero degli Esteri, poiché il Giappone nel 1936 aveva concluso un accordo anti-comunista con la Germania. Le prove starebbero nei messaggi telegrafici di richiamo inviati a Sugihara dal ministero(18). Secondo Watanabe Takesato, professore di giornalismo e comunicazione di massa alla Doshisha Daigaku di Kyoto, basterebbe guardare il trattamento riservato a cinesi e coreani per capire il tipo di politica razziale che aveva in mente il governo giapponese. Pur essendo fondato il punto di vista di Hilberg, trovo che l'affermazione di Watanabe sia priva di fondamento. Il comportamento dei giapponesi verso asiatici e occidentali è sempre stato duplice: la discriminazione verso i primi non ha mai implicato un uguale comportamento verso i secondi.
Ma torniamo ai nostri esuli. In Giappone vi era solo una piccola comunità ebraica a Kobe, composta da ebrei inglesi, americani e di altre nazionalità. Fino al dicembre 1941 essa si sobbarcò, al posto del governo giapponese che aveva altro a cui pensare, le spese per il sostentamento dei nuovi esuli che provenivano dall'Unione Sovietica. Gli ebrei che sostavano in Giappone non furono isolati o perseguitati. Anzi, esiste un fantomatico "Piano Fugu" che prevedeva il trasferimento di 50.000 ebrei indesiderati dalla Germania, per aiutare la colonizzazione del Manchukuo, lo stato fantoccio creato dai giapponesi in Manciuria.
All'inizio del 1942 i residenti ebrei dei paesi alleati vennero internati, mentre gli altri furono trasferiti a Shanghai e lasciati, purtroppo, al loro destino. Nel 1943 venne allestito il ghetto di Hongkew, ma gli ebrei erano liberi di circolare e lavorare fuori dal ghetto durante il giorno.
Sugihara, alla fine della guerra, sarà richiamato in Giappone e costretto a dimettersi, prova forse definitiva del suo aver agito fuori dai regolamenti. Egli, gettata al vento una splendida carriera diplomatica, per anni vivrà di stenti, fino a quando non diventerà manager in un'azienda di esportazioni a Mosca. Sugihara è morto il 31 luglio 1986.
Nel 1992 il Primo Ministro Miyazawa Kiichi si è scusato ufficialmente in Parlamento per il comportamento del governo di allora verso Siguhara, mentre il Vice Ministro degli Esteri si recava a casa della vedova per lo stesso motivo. Ella vive ora a Fujisawa.
Nell'ottobre del 2000 la International Documentary Association ha assegnato il Pare Lorentz Award, l'Oscar dei documentari, al film "Sugihara: Conspiracy of Kindness" di Diane Estelle Vicari e Robert Kirk, che racconta la sua storia. Questo premio è dedicato al film che meglio esprime sensibilità democratica, spirito attivo e visione lirica, così come era l'americano Lorentz, che per 50 anni ha prodotto documentari politici eccellenti. Il film ha ricevuto anche il Best Documentary Award all'Hollywood Film Festival. Hiraishi Koichi ha realizzato in suo onore l'opera Virtue: Senpo Sugihara, che è stata rappresentata anche all'estero.
In Lituania, la via dove si trovava il consolato porta ora il suo nome. In Israele, la Yad Vashem - The Holocaust Martyrs' and Heroes' Remembrance Authority gli ha assegnato nel 1984 il riconoscimento Righteous Among the Nations. Nel parco che circonda il centro, è stato piantato un albero con il suo nome.
Si calcola che attualmente circa 40.000 persone, discendenti degli esuli di allora, gli debbano la vita.

I nazisti vestivano bene

Permetteteci una digressione nella vicina Corea del Sud per vedere che aria tira sull'argomento.
Il "Quinto Reich" è il nome di un locale aperto nel quartiere universitario di Shinchon, a Seul. Al bar si servono cocktail dai nomi tipo "Adolf Hitler" e "Morte". Svastiche, aquile e foto di Hitler sono dappertutto. In un altro bar a tema "nazista", Hitler è stato messo a fianco di Jim Carrey, Marilyn Monroe e Whoopi Goldberg, in una gigantografia all'ingresso, e dentro c'è la solita mostra di svastiche e altri simboli nazisti. Nella pubblicità di un altro locale di Itaewon, il quartiere dei divertimenti, un giovane coreano con un'uniforme nazista fa il tipico saluto. Alcuni degli avventori di questi bar, aperti tutti nel corso del 2000, probabilmente non sanno nemmeno cosa rappresentano tali simboli; altri si definiscono semplicemente indifferenti verso una simbologia tanto evocativa di tristi presagi.
Il primo locale in origine si chiamava "Terzo Reich", ma in seguito alle proteste della comunità straniera presente in Corea e dei governi di Germania e Israele, il nome fu cambiato. Il governo coreano fece addirittura pressioni per la sua chiusura, sebbene non violasse nessuna legge.
Anche nella pubblicità è spuntata qualche icona nazista. La Crown Bakery, un'azienda dolciaria, ha realizzato una campagna promozionale dove un famose attore comico coreano impersonificava Hitler, ispirandosi a "Il grande dittatore", il film del 1940 con Charlie Chaplin. La campagna pubblicitaria fu sospesa dopo l'intervento del Simon Wiesenthal Centere. Secondo la stilista coreano-americana Koh Jung Won, che aveva realizzato gli abiti per la pubblicità, non si voleva offendere nessuno, si voleva solo "tentare di presentare Hitler in un modo simpatico".
Ovviamente nulla fa pensare che esista in Corea un sentimento antisemita o la voglia di tornare ad una politica autoritaria del tipo sperimentato in Germania o nella stessa Corea fino a non molti anni fa.
Per molti giovani, i nazisti sono semplicemente diventati "alla moda"; forse per il fascino del proibito, alcuni dicono addirittura "perché vestivano bene".
I coreani più anziani nutrono ancora un certo risentimento verso i giapponesi, anche se i giovani in genere non sono più di questo parere. Ma nessuno, secondo Donald Macintyre di Time, prova alcun interesse per l'Olocausto e le sue vittime, considerato un problema dell'Occidente.
Il Simon Wiesenthal Center ha protestato anche nel marzo del 2001 per l'apertura di altri due bar coreani di stile nazista. Il primo, "Hitler Techno Bar and Cocktail Show" si trova a Pusan; il secondo si chiama "Gestapo" ed è nella periferia di Taegu. Il rabbino Abraham Cooper disse quanto segue all'Ambasciatore sudcoreano Yang Sung-chul:

Ci fu detto che molte persone nella Corea del Sud non comprendono pienamente l'orrore del genocidio inflitto da Hitler e dai suoi sostenitori al popolo ebraico. Forse questo si estende anche al fatto che la Germania nazista era alleata al Giappone imperiale, un regime che tanta sofferenza ha inflitto al vostro popolo.(19)

Nel marzo 2002, nell'approssimarsi dei Mondiali di Calcio ospitati in Corea e Giappone, il Simon Wiesenthal Center chiese al Comitato Organizzatore coreano e in particolare al suo Presidente, Chung Mong-joon, una mano per chiudere uno degli ultimi nati tra i bar "nazisti", il Rechts Bar di Pusan. Pressioni furono esercitate anche su Joseph Blatter, Presidente della FIFA. A quanto ci risulta, queste proteste non hanno ottenuto alcun risultato.
Il Rechts Bar è divenuto famoso anche in Giappone, a seguito di una recensione su The Japan Times:

[...] un nuovo bar situato in un seminterrato e arredato con molto stile, un'illuminazione che mette di buon umore, un uso artistico di alcuni temi e un'atmosfera piacevole e rilassata. Quindi qual è il problema? Ehm, solo uno: il tema del Rechts è la svastica nazista. E' difficile non trovare piacevole il locale, ma è comunque scomodo trovarsi qui. Il personale è vestito di pelle nera e porta delle lenti a contatto "blu ariano".(20)

Dopo le proteste del Simon Wiesenthal Center, la recensione fu rimossa.
Già parecchi anni prima qualcuno qui in Europa aveva pensato di censurare la svastica, credendo così di cambiare in meglio la natura umana(21). Dubito, comunque, che i coreani siano diventati simpatizzanti dei nazisti.

Libertà di dissentire

Nel corso degli anni, a molti sarà capitato di leggere o di sentir nominare tesi revisioniste. Probabilmente, non avete dato molta importanza alla cosa. Secondo alcuni, è meglio così, ma forse non è questo il comportamento più corretto. In genere, è facile riconoscere queste tesi come irrealistiche e scartarle; altre volte esse ci fanno pensare al modo in cui ci poniamo verso la storia. Non credo sia un bene scartarle a priori. La storia non è una questione di fede, come la religione, e sappiamo bene che viene sempre scritta dai vincitori.
Il sociologo Bauman ci ricorda ancora una volta l'importanza di non dare mai nulla per scontato.

Il difetto della società in cui viviamo, ha detto Cornelius Castoriadis, è che ha cessato di mettersi in discussione. E' un genere di società che non concepisce più alcuna alternativa a se stessa e che per questo si sente esentata dal dovere di esaminare, argomentare, giustificare (per non dire provare) la validità dei suoi postulati, espliciti e impliciti.(22)

Esiste una verità ufficiale, che è stata stabilita una volta per tutte, e nel nome della quale è giusto impedire ogni ulteriore approccio critico alla questione? Come ha chiaramente messo in luce l'episodio della rivista Marco Polo, c'è in ballo un principio fondamentale: la libertà di stampa e di espressione. Vediamo alcuni esempi recenti.

Norman Finkelstein. Ebreo americano e figlio di sopravvissuti allo sterminio, egli ha scritto nel 2000 un libro che propone tesi provocatorie, al limite della decenza direbbe qualcuno(23). Il libro di Finkelstein è stato pubblicato, con fatica, negli Stati Uniti da una piccola casa editrice inglese e fatto passare sotto silenzio dalla critica. Persino dove stampa ed editoria dovrebbero essere libere, grazie al Primo Emendamento della Costituzione, esiste il ricorso al boicottaggio nei confronti di un libro controcorrente, anche se di autore ebreo indirettamente toccato dall'Olocausto. Il libro è stato pubblicato in Italia da Rizzoli, dopo essere stato rifiutato da Einaudi. Nonostante il boicottaggio e le proteste, ha avuto un certo successo in alcuni paesi, ma non negli Stati Uniti.
Egli mette in discussione vari "dogmi" dell'Olocausto, ma non è tutto. L'Olocausto, secondo Finkelstein, è diventato una costruzione ideologica, un evento strumentalizzato per ragioni politiche ed economiche, una vera e propria industria per fare soldi.

L'Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politci e di classe. Per meglio dire, l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di "vittima", e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. [...] D'altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che "le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità". [...] L'attuale campagna dell'industria dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle "vittime bisognose dell'Olocausto" ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. [...] il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell'Olocausto.(24)

In effetti, non è per niente logico e realistico credere che una vittima sia intrinsecamente buona e che attorno ad una tragedia tanto evidente non si metta in scena il solito teatrino delle debolezze umane. Bramosia di denaro e vendetta non sono certo sentimenti estranei al popolo israeliano e agli ebrei sparsi per il mondo.
Certi comportamenti, come il giocare col numero dei morti (quando bisogna raccogliere consensi) e dei sopravvissuti (quando bisogna raccogliere compensi) come se niente fosse, mi hanno molto colpito. Sconvolgente il fatto che la targa commemorativa di Auschwitz che riportava, fino a pochi anni fa, la cifra di 4 milioni di morti, ora riporta 1,5 milioni. Qualcuno ha mentito? E adesso non ci staranno mentendo ancora? Certo, non è il numero che conta in una tragedia, ma la fiducia e l'onestà dove sono andate a finire? Ciò non può che alimentare i sospetti e dar voce ai revisionisti, afferma Finkelstein.

E' proprio questa sciatteria nel controllo delle fonti a rendere credibile la negazione dell'Olocausto. Esaminare le fonti con meticolosità è senza dubbio più importante che cercare di suscitare clamore intorno alle minacce dei negatori dell'Olocausto.
[...]
A mio parere, l'unica vera lezione dell'Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell'attuale clima di intimidazione e "correttezza verso l'Olocausto", il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell'industria dell'Olocausto alimentano la negazione dell'Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l'antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l'industria dell'Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.(25)

Infine, l'arroganza del governo israeliano, che sembra pronto a sterminare il popolo palestinese, non porta certo ad un miglioramento dei rapporti tra i popoli e al riconoscimento della verità storica, come ci ricorda il palestinese Edward Said, professore alla Columbia University e autore di numerosi saggi.

Ogni calamità umana è differente, quindi non ha senso cercare equivalenze tra l'una e l'altra. Ma non c'è dubbio che una delle verità universali dell'Olocausto è non solo che non dovrà mai più capitare agli ebrei, ma che, in quanto punizione collettiva tragica e crudele, non dovrebbe capitare mai a nessun popolo. Ma se non ha senso cercare equivalenze, può valer la pena di notare le analogie e forse le somiglianze nascoste, pur mantenendo un senso delle proporzioni. A prescindere dal suo passato di errori e malgoverno, a Yasser Arafat oggi viene fatto provare dallo stato ebraico ciò che avrebbe provato in passato un ebreo perseguitato. Senza dubbio l'aspetto più ironico del suo assedio da parte dell'esercito israeliano nel quartier generale di Ramallah, ormai in rovina, è che la sua persecuzione è stata pianificata ed attuata da uno psicopatico che sostiene di rappresentare il popolo ebreo. Non voglio spingere l'analogia troppo oltre, ma è corretto affermare che i palestinesi sotto l'occupazione israeliana sono oggi altrettanto impotenti che gli ebrei negli anni '40. [...] E nonostante tutto Sharon sostiene che Israele stia lottando per sopravvivere contro il terrorismo palestinese. C'è qualcosa di più grottesco di questa affermazione, proprio mentre questo pazzo assassino invia i suoi F-16, i suoi elicotteri da combattimento e centinaia di carri armati contro gente disarmata e senza alcuna difesa? [...] Gli ebrei israeliani sono i potenti. I palestinesi sono quelli disprezzati e perseguitati. [...] Sharon sentirà sicuramente che non solo può fare quello che vuole e farla franca, ma addirittura riuscire a gestire una campagna il cui obiettivo è quello di far passare Israele per vittima. [...] Qualunque critica della politica israeliana viene adesso automaticamente paragonata all'antisemitismo [...] Vedere fino a che livello di sadismo e di brutalità riusciranno a spingersi gli israeliani prima che qualcuno li fermi, è un gioco che potrebbe portare vicini ad un vero e proprio genocidio. [...] E' un potere usato per motivi malvagi, non certo per autodifesa. [...] E' questo l'obiettivo sionista per il quale sono morte centinaia di migliaia di persone?(26)

Finkelstein "respinge l'equazione morale che apparenta ogni critica della politica d'Israele a bieco antisemitismo"(27). Il libro di Finkelstein non contiene una sola parola che possa in alcun modo suggerire la negazione dell'Olocausto. D'altronde viene da chiedersi come potrebbe, visto che la sua stessa famiglia fu quasi sterminata durante l'ultimo conflitto mondiale. Ma le sue idee non sono andate giù a Valentina Pisanty, autrice di libri sull'Olocausto(28), che è arrivata a dire che si può sospettare di antisemitismo un ebreo:

Il fatto che Finkelstein sia ebreo non significa che lui stesso non possa essere antisionista, come esplicitamente è, o anche antisemita. Vedo un atteggiamento polemico, una estremizzazione delle tesi sull'Olocausto da sfruttamento inutile ai fini di una comprensione scientifica del fenomeno. Non dico che Finkelstein cada nel filone del revisionismo o del negazionismo, ma i suoi toni finiscono con l'avvicinarlo pericolosamente a quella sponda.(29)

Secondo lo storico Philippe Burrin sul valore scientifico dell'opera non è nemmeno il caso di discutere, è un "insieme di diffamazioni", ma egli non dice dove il libro è menzognero o diffamante. Pierre Vidal-Nacquet su Le Monde, con la sua competenza di storico e la sua autorità morale, raccomanda "il silenzio" su un'opera che egli giudica detestabile. Salomon Korn, membro del direttivo del Zentralrat der Juden in Germania, lo definisce come "acqua al mulino degli antisemiti".
Lo storico Michael Brenner sul quotidiano berlinese Tagesspiegel afferma che "essere ebrei non protegge dalla follia [il folle è Finkelstein, ndr]. Non è affatto necessario affrontare un dibattito con questo signore". Come loro, la pensano tanti altri.
Invece il dibattito, non solo sarà difficile evitarlo, ma anzi sarà meglio farlo per non lasciare tutto nelle mani dell'estrema destra. Finkelstein non si preoccupa di portare acqua al mulino dei revisionisti:

Le Monde si preoccupa che il mio libro possa suscitare antisemitismo. Condivido e rispetto questa preoccupazione. Negare questo pericolo sarebbe dare prova di malafede. Ma è soprattutto la tattica brutale e avventuriera dell'industria dell'Olocausto a creare antisemitismo. Biasimare il mio libro equivale a biasimare il messaggero portatore di cattive notizie. [...] Come Le Monde, io difendo con la massima energia la memoria dell'Olocausto commesso dai nazisti. Ciò contro cui lotto è il suo sfruttamento a fini politici ed economici. Nessun progresso nella conoscenza storica è possibile fino a quando l'industria dell'Olocausto non metterà fine alle proprie attività.(30)

L'associazione internazionale "Avvocati senza frontiere" aveva annunciato a Parigi nel marzo 2001 una causa legale per "diffamazione razziale" e "incitazione all'odio razziale" contro il pamphlet di Finkelstein. Non ci è dato sapere la conclusione di questa vicenda, ma questo fatto ci introduce all'esempio seguente.

Oriana Fallaci. Nell'ennesimo articolo scritto dopo l'11 settembre(31), Fallaci critica gli oppositori italiani alla politica del governo isrealiano, che manifestano pacificamente, e li confonde con gli antisemiti.
In Francia hanno chiesto di metterla sotto processo. Il tribunale di Parigi ha però annullato la procedura, anche se solo per vizio di forma. Sono cadute così, per ora, le accuse di "istigazione all'odio razziale" rivolte da tre associazioni antirazziste a La rage et l'orgueil, la traduzione francese del suo pamphlet.
La Fallaci si è appellata alla libertà d'espressione e ha affermato che è "ormai venuta l'ora di fare dell'anti-islamismo elementare".
Il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli (Mrap) aveva chiesto il blocco della diffusione del libro. La Lega dei diritti dell'uomo e la Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (Licra) avevano invece chiesto che l'editore francese inserisca una fascetta sulla copertina del libro per mettere in guardia il lettore sulle espressioni contro l'Islam in esso contenute.
Il presidente del Mrap, Mouloud Aounit, si è detto indignato per la sentenza che "anche se fondata su un problema di diritto, assolve le dichiarazioni abominevoli di Oriana Fallaci": la scrittrice "si è arrogata il diritto, senza alcun ritegno e a volte in modo volgare, di fare di ogni musulmano un fanatico, un estremista"(32).
In Europa abbiamo superato gli Stati Uniti nella congiura del silenzio verso scritti politicamente scorretti. In Francia (Fabius-Gayssot, 1990), Svizzera (1993), Germania (Deckert, 1994), Austria e Italia (Mancino-Modigliani) sono state introdotte nel codice penale norme limitatrici della libertà di stampa e di parola per affermazioni considerate razziste, antisemite o che semplicemente contestano la versione ufficiale della storia. Come ci ricorda la stessa Fallaci, il romanziere Michel Houellebecq è stato processato "per aver dichiarato in un'intervista che quella musulmana è la religione più stupida del mondo e che il Corano è scritto male"(33).
L'avvocato ebreo di Oriana Fallaci, Gilles William Goldnadel, ha parlato di "terrorismo intellettuale".

Yahoo!. Può il giudice di un paese vietare l'accesso a siti collocati oltre confine? Un giudice francese, Jean-Jacques Gomez, ha detto di sì nella causa che ha riguardato il sito Yahoo!.
Il magistrato, nel maggio 2000, aveva ordinato alla versione francese del popolare motore di ricerca di impedire l'accesso a un sito americano che metteva in vendita memorabilia naziste, giudicandola "una violazione della legge francese e un'offesa alla memoria collettiva di una nazione che è stata profondamente ferita dalle atrocità commesse da e in nome dell'iniziativa criminale nazista". La Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (Licra), l'Unione degli studenti ebrei francesi (Uejf) e il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli (Mrap) hanno chiesto che Yahoo! venga condannata a pagare un'ammenda di 400.000 euro per ogni giorno di accessibilità del sito da parte degli utenti francesi.
La legge francese vieta la vendita di oggetti del nazismo, ma il sito che li proponeva era americano, paese nel quale questo tipo di vendita non è reato. Il sito francese di Yahoo! si era affrettato a chiudere le vendite, ma rimaneva il sito negli Stati Uniti, che poteva essere tranquillamente raggiunto dai cittadini francesi.
Alla fine, comunque, Yahoo! ha pensato che fosse meglio cedere. Dal 10 gennaio 2001 il portale non ospita più, nemmeno negli Stati Uniti, la vendita di cimeli nazisti, del Ku Klux Klan e di altri gruppi xenofobi e razzisti. In teoria, Yahoo! potrebbe essere denunciata da qualche gruppo neonazista per aver calpestato i suoi diritti e un tribunale americano finirebbe forse col condannarla.
Per trovare un modo tecnicamente fattibile di impedire che i cittadini francesi potessero accedere al sito americano era stata nominata addirittura una commissione di tre esperti, fra cui vi era persino Vinton Cerf, uno dei padri di Internet.
Altri portali americani hanno mostrato anche più disponibilità. Amazon monitora il sito di aste e rimuove ogni materiale di propaganda nazista; inoltre ha impedito ai clienti tedeschi di comprare il libro di Hitler, Mein Kampf, la cui vendita in Germania è vietata. La casa d'aste online eBay ha messo in funzione un software che filtra i navigatori francesi e li esclude da ogni accesso ad aste di cimeli nazisti.
Secondo Alan Davidson, del Center for Democracy and Technology di Washington, "questo intervento delle giustizia francese avrà conseguenze disastrose sulla libertà d'espressione nel mondo intero"(34). Gli esperti sottolineano che la Francia potrebbe agire con le migliori intenzioni, ma che altri potrebbero avere scopi differenti: cosa accadrebbe, ad esempio, se la Cina dovesse chiedere agli altri paesi di bloccare l'accesso dei cittadini cinesi ai siti Internet che diffondono le idee dei dissidenti che si battono per i diritti umani?

Richard Wagner. Il 7 luglio 2001, Daniel Barenboim ha rotto un tabù, suonando in Israele la musica di Wagner e attirandosi gli strali della commissione cultura della Knesset, il parlamento israeliano, che invitava a boicottarlo. Anche se a volte veniva trasmessa alla radio e si potevano trovare alcune registrazioni in vendita, di fatto la rappresentazione pubblica della musica di Wagner era tacitamente vietata in Israele.
Questa vicenda solleva, secondo lo scrittore americano di origine palestinese Edward Said, due tipi di problemi. E' possibile apprezzare il musicista preferito di Hitler e scindere quindi l'artista dall'uomo? Anche se Wagner esprimeva nei pamphlet il suo odio per gli ebrei, nella sua opera musicale non troviamo espliciti elementi antisemiti.
E poi, come si può giustificare il rifiuto di conoscere l'Altro? Barenboim si è sempre considerato israeliano, è cresciuto in Israele, ha frequentato la scuola ebraica e possiede un passaporto israeliano. E' sempre stato considerato un grande esponente della cultura israeliana, ma il fatto che abiti a Berlino e prediliga la musica del repertorio classico austro-tedesco ha provocato non pochi turbamenti fra molti dei suoi ammiratori israeliani. O forse perché è contrario all'occupazione dei territori palestinesi. In questi ultimi anni, Barenboim ha radunato giovani musicisti arabi e israeliani per farli suonare insieme: l'arte va oltre la politica. Egli è affascinato dall'Altro e rifiuta categoricamente l'irrazionalità insita nell'atteggiamento secondo cui è meglio non conoscere che conoscere.
Said conferma.

Come lui, penso anch'io che l'ignoranza non potrebbe essere una buona strategia politica per un popolo e che, di conseguenza, ognuno a modo suo deve comprendere e conoscere l'Altro anche se è proibito.
[...]
Non vi è nulla nella storia che resti fisso, cristallizzato nel tempo; nulla nella storia che sfugga al mutamento; nulla nella storia che sia al di là della ragione, della comprensione, dell'analisi e dell'influenza umana.
[...]
Quanti scrittori, musicisti, poeti, pittori ci rimarrebbero, se si giudicasse la loro arte col metro della loro integrità morale? E chi dovrà decidere qual è la soglia di bruttura e di turpitudine accettabile nella produzione artistica di un artista? Una volta che si comincia con la censura, non ci sono più limiti teorici.
[...]
la vita non può essere regolata dai tabù e dalle proibizioni che colpiscono lo spirito critico e l'esperienza liberatrice. Queste posizioni meritano sempre di vedersi riconosciuta la massima priorità. Non saranno l'ignoranza e la volontà di non sapere ad aprirci la strada del presente.(35)

Educare e non censurare

Io credo che si debba riflettere attentamente prima di proporre un qualsiasi intervento che comporti una limitazione della libertà di stampa e di espressione. Continuo a pensare che la verità vince solo dove non c'è censura. La contrapposizione di opinioni diverse incoraggia la capacità critica, che è una difesa migliore di quella offerta dalla censura che, al contrario, rischia di rendere allettanti le opinioni vietate.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, pur disprezzando la Fallaci per quello che ha scritto dall'11 settembre a oggi, alla notizia della richiesta di incriminazione ho immediatamente pensato che fosse una limitazione inaccettabile della sua libertà. Alla fine, si tratta solo di opinioni. Pur di fronte a dichiarazioni abominevoli, credo che il diritto di esprimerle sia più importante. Non diamole scuse per sembrare peggio di lei.
L'intellettuale ebreo Noam Chomsky in una lettera dell'11 ottobre 1980, poi diventata senza il suo esplicito consenso la prefazione al libro Mémoire en défense del negazionista francese Robert Faurisson, scriveva:

Negli Stati Uniti, Arthur Butz (che può essere considerato come l'equivalente americano di Faurisson) non è stato sottoposto agli attacchi spietati che sono stati lanciati contro Faurisson. Quando gli storici revisionisti ("no-holocaust") hanno tenuto negli Stati Uniti un grande convegno internazioriale, alcuni mesi fa, non è accaduto nulla di paragonabile all'isteria che in Francia ha circondato il caso Faurisson. Quando il Partito nazista americano organizza una marcia nella città a larga maggioranza ebraica di Skokie (Illinois), cosa che equivale chiaramente ad una provocazione, l'American Civil Liberties Union difende il diritto di manifestazione (facendo evidentemente infuriare il Partito comunista americano). Per quanto sappia, lo stesso avviene in Inghilterra o in Australia, paesi che, come gli Stati Uniti, hanno una viva tradizione di difesa delle libertà. Butz e gli altri sono oggetto di critiche e di condanna (intellettuale) dura, ma senza che si attenti, per quanto mi consti, alle loro libertà.
[...]
Vorrei aggiungere un'osservazione finale riguardo al preteso "antisemitismo" di Faurisson. Notiamo innanzituito che, anche se Faurisson fosse per ipotesi un antisemita scatenato o un filonazista fanatico (e sono accuse contenute in una corrispondenza privata che non sarebbe opportuno citare nei particolari ora), ciò non avrebbe assolutamente alcuna conseguenza sulla legittimità della difesa dei suoi diritti civili. Anzi, renderebbe la loro difesa ancor più imperativa in quanto, ancora una volta, ed è evidente da anni, se non da secoli, a dover essere più strenuamente difeso è proprio il diritto ad esprimere liberamente le idee più spaventose; è troppo facile difendere la libertà d'espressione di coloro che non hanno bisogno di essere difesi.(36)

La democrazia contiene in sé le propria negazione. Qualsiasi pensiero che non sia di stampo autoritario contiene in sé la propria negazione. Qualsiasi pensiero che lasci spazio al dubbio, contiene in sé la propria negazione. Tuttavia, è preferibile avere dubbi. In democrazia non si dovrebbe finire in prigione per reato d'opinione. E' indispensabile che tutte le opinioni vengano espresse senza rischi per chi le enuncia, affinché si possa giudicare tra tutte le possibili opzioni. La democrazia deve reprimere solo i comportamenti. Affermare che le idee "cattive" generano comportamenti "cattivi" è solo una maniera mascherata di essere autoritari. Si autorizza la conclusione che lo Stato deve essere giudice delle idee e quindi sostituirsi alla volontà del popolo nelle scelte.
Anche la parola antisemitismo va usata con parsimonia, altrimenti si rischia di banalizzare il concetto e svuotarlo di significato. L'accusa di antisemitismo è la scusa più facile per negare validità alle idee altrui senza doverlo dimostrare. Un antisemita si comporta anche da antisemita: non può bastare lo scrivere qualche critica per farsi affibiare tale infamante titolo. L'allarmismo su un ritorno dell'antisemitismo(37) non deve diventare propaganda volta a vietare ogni tipo di confronto. Lo storico Franco Cardini sostiene che "troppo allarmismo sortisce un effetto contrario". Forse il giudizio di un giapponese, in questo frangente, ci può aiutare. Yamamoto Shichihei crede che i libri antisemiti siano "più noiosi che pericolosi", ponendosi quindi contro la censura.
In ogni caso, se di ritorno dell'antisemitismo vogliamo parlare, questo riguarda più l'Occidente che il Giappone(38). L'atteggiamento dei giapponesi verso gli ebrei è senz'altro unico al mondo, ma non certo tra i peggiori. In fondo, quello che diceva Watanabe all'inizio non era tanto lontano dalla verità.
La persecuzione antisemita nella Germania nazista cominciò ufficialmente con le leggi razziali del 1935. L'Italia fascista, senza aver subito pressioni dall'alleato, emise nel 1938 leggi discriminatorie contro la comunità ebraica italiana(39). Esse, almeno, non contemplavano la deportazione, nemmeno nelle zone occupate durante la guerra (Francia, Grecia ed ex Yugoslavia). Tuttavia non si può sostenere che l'Italia non abbia mai cooperato allo sterminio degli ebrei. La fattiva collaborazione della Repubblica Sociale Italiana è infatti un evento accertato dagli storici(40). Nel 1943, gli ebrei italiani e quelli che si trovavano sotto la protezione italiana nelle zone occupate, furono deportati.
Il Giappone oppose sempre un netto rifiuto alla "Soluzione Finale" ed accolse un discreto numero di ebrei, secondo alcuni pari al numero dei rifugiati in Svizzera e Stati Uniti, che non furono certo molto più "aperti" nei loro confronti. Fino alla primavera del 1941 permisero ai rifugiati di entrare in Giappone, e gli ebrei della Cina occupata dai giapponesi ricevettero un buon trattamento. Nell'estate e nell'autunno del 1941, i rifugiati presenti in Giappone furono trasferiti a Shanghai. Qui non furono prese misure contro di loro fino all'inizio del 1943, quando vennero obbligati a trasferirsi nel ghetto di Hongkew. Le condizioni di vita erano lungi dall'essere soddisfacenti, ma sicuramente migliori rispetto ai ghetti posti sotto l'occupazione nazista.
I giapponesi non avevano in mente un piano di sterminio nemmeno per gli asiatici(41). Il loro obiettivo non era quello di eliminare i coreani o i cinesi dalla faccia della terra. Il loro scopo era solo la conquista dell'Asia e per raggiungerlo erano certo disposti a lastricare l'Asia di cadaveri, ma di per sé la distruzione di un popolo non era il loro obiettivo.
In Giappone, il pregiudizio non si è mai trasformato in razzismo. O almeno non nel tipo di razzismo che porta a dominare o discriminare l'altro, anche se magari è presente un razzismo che porta a tenere a distanza l'altro, ad evitare di entrare in contatto con esso. Il 14% del campione analizzato da Kowner non voleva avere come vicino di casa un ebreo(42), ma è molto probabile che nessuno di essi abbia mai visto un ebreo in vita sua.
A chi preferisce gli atti ufficiali, possiamo dire che il 16 febbraio 1999 la Corte Distrettuale di Tokyo ha affermato senza ombra di dubbio che nei campi di concentramento nazisti gli ebrei sono stati uccisi nelle camere a gas, come stabilito dal Tribunale Internazionale di Norimberga. Così si è chiusa la causa intentata tre anni prima dal sopracitato Kimura al settimanale Shuukan Kin'yobi e a due giornalisti indipendenti, che aveva creato un caso opposto a quello, di poco precedente, della rivista Marco Polo(43).
A tal proposito, Kowner nel 2001 scriveva:

Tuttavia, sebbene l'antisemitismo abbia profonde radici in Giappone e tragga forza da una serie di motivi, la negazione dell'Olocausto è piuttosto un romanzo e un debole fenomeno in questo paese. [...] La negazione dell'Olocausto ha solo pochi promulgatori, le cui motivazioni non sono necessariamente l'antisemitismo. Questi individui possono rispecchiare la tendenza giapponese a emulare quasi ogni moda o mania straniera. Nello stesso tempo, l'accettazione della negazione dell'Olocausto in Giappone rientra anche in un contesto storico. Essa è associata [...] con mezzo secolo di occultamento del recente e cupo passato, principalmente la Seconda Guerra Sino-Giapponese e la Seconda Guerra Mondiale. Essa riflette anche un crescente numero di storici giapponesi che presentano il Giappone come una vittima piuttosto che come un aggressore in queste guerre.(44)

Il nostro augurio, quindi, è che il Giappone continui ad essere una nazione pacifica, come è ormai da molti anni, e che riesca ad affrontare a poco a poco il proprio passato, riconoscendo gli errori commessi, senza che qualcuno li obblighi a farlo.

Il parere dei lettori

Basta che qualcuno si ostini a distruggere un libro perché quel libro divenga ai miei occhi incredibilmente interessante, e acquisti già di per sé una maggiore credibilità. Questo vale per i nazisti e per i sionisti, entrambi amanti delle stesse pratiche, entrambi incendiari di libri, a modo loro. Per questo motivo chiedo gentilmente a chiunque possegga informazioni sul numero della rivista Marco Polo in questione a fornirmi gli estremi per procurarmente una copia. Resto dell'idea che nessun testo, anche il più folle, debba essere censurato, ma dibattuto e commentato. Solo i lettori giudicheranno la veridicità delle informazioni. Nascondere le informazioni è tipico dei sionisti. Hanno paura di qualunque voce che si levi a dibattere il loro "Verbo". Perché hanno tanta paura se si tratta, come dicono, di scemate o teorie folli? E' facile darsi la risposta. Chissà se i sionisti darebbero altrettanta pubblicità alle fosse comuni di Jenin, o alla vecchia storiella di Sabra e Shatila, o a quello che succede oggi in Palestina. Sharon ha applaudito Putin, un politico che gassa i suoi stessi compatrioti. Evidentemente esistono "gassatori" buoni e "gassatori" cattivi. Non lo sapevo. Grazie ai sionisti e ai loro innumerevoli megafoni sparsi per il mondo per avermi informato. Gassare non è un crimine, dipende da chi stai gassando! O solo i massacri di ebrei hanno diritto alla pubblicità? (Furio Detti)

I giapponesi sbagliano? Non possono certo migliorare se gli esempi da seguire sono peggiori. Il Giappone non può diventare una democrazia se il mondo circostante è autoritario e dispotico. (Cristiano Martorella)

Note

1. Cfr. Nishioka, Masanori. Nazi gasu shitsu ga nakatta, in "Marco Polo", febbraio 1995, pp. 170-79. Difficile trovare l'articolo originale. Il sito del revisionista Institute for Historical Review propone una sua traduzione in inglese dell'articolo nell'articolo "Holocaust pressure groups shut down Japan's Marco Polo magazine".
2. A gennaio, sulla loro rivista Vajrayana Sacca, era stato pubblicato un articolo antisemita intitolato "Manuale della paura. L'ambizione ebraica: conquista completa del mondo". In esso veniva attribuita agli ebrei la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e un piano per sterminare tre miliardi di persone nei seguenti cinque anni. Ai bambini della setta veniva insegnato che Hitler era un eroe ed era ancora vivo. Cfr. Brackett, D. W. 1996. Holy Terror: Armageddon in Tokyo. Weatherhill, New York.
3. La Bungei Shunjuu è una casa editrice pargonabile all'americana Time-Life. La rivista principale è un mensile che porta lo stesso nome ed ha una tiratura di 700.000 copie, la più alta in Giappone. Bungei pubblica anche alcune delle più antiche riviste giapponesi, come le riviste di narrativa All Yomimono (92.000 copie) e Bunga Kukai (50.000 copie) che nacquero entrambe negli anni '30. Altre testate sono Shokun! (145.000 copie) e Shukan Bunshun (704.000 copie), riviste di informazione generaliste; la sportiva Sports Graphic Number (280.000 copie), la femminile Crea (250.000 copie), la sofisticata No Side (80.000 copie). Secondo alcuni, però, Bungei Shunjuu ha forti legami col potere politico e in passato ha diffuso quella che si può definire disinformazione governativa.
4. L'Institute for Historical Review ha sempre trovato un terreno fertile in Giappone. Parecchi giapponesi sono stati invitati a parlare alla loro conferenza annuale, così come altri sono stati pubblicati sulla loro newsletter. Alla conferenza del 1990 ha partecipato Albert Kawachi, autore del libro "Why I Survived the A-Bomb". Nel 1992 Kobori Keiichiro, professore alla Tokyo Daigaku, elogiò il lavoro dell'IHR in un articolo del quotidiano Sankei Shinbun.
5. In Giappone non c'è una specifica legge sulla libertà di stampa che vada oltre gli astratti dettami dell'articolo 21 della Costituzione, ispirato al Primo Emendamento americano. Il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, risalente al 1791, è il primo esempio di garanzia alla libertà di stampa. Thomas Jefferson, uno dei proponenti, disse: "Dovendo scegliere tra un governo senza giornali o giornali senza governo, sceglierei la seconda senza la minima esitazione". A Voltaire (1694-1778) viene invece attribuita la frase: "Non sono d'accordo neanche su una parola di quelle che costui dice, ma mi batterò fino alla morte perché possa continuare a dirle".
6. Nishioka, successivamente, approfondì le tesi del suo articolo nel libro "La verità sulle camere a gas di Auschwitz" (Nisshinhodo, 1997).
7. Soltanto qualche rivista, nei numeri successivi all'episodio, gli dedicò approfondimenti o numeri speciali: Sapio, 23 marzo 1995; Takarajima, 30, aprile 1995; Seiron, aprile 1995; Brutus, 1 luglio 1995.
8. Cfr. Shakespeare, William. 1883. Jinniku shichi iri saiban. Kongodo, Tokyo.
9. Nel 1919 venne tradotta l'opera "I protocolli dei savi di Sion", il più celebre falso antisemita. Il libro era stato scritto probabilmente a Parigi da agenti dell'Ochrana, il servizio segreto zarista, per giustificare e fomentare i pogrom che divampavano in patria. Fu facile dimostrare che il testo era desunto da un pamphlet antinapoleonico del Secondo Impero e da altri testi antisemiti dell'Ottocento. Alcuni grandi processi confermarono la tesi del plagio.
Ma il libro, da allora, riappare periodicamente alla superficie per giustificare campagne antisemite. E' successo nella Germania nazista, nell'Italia fascista, in alcune democrazie occidentali e, più recentemente, nei paesi arabi che si oppongono al governo isareliano. Cfr. Romano, Sergio. 1999. I falsi protocolli. TEA Libri. Ma la diffusione in Giappone del celebre falso non ebbe l'effetto di provocare antisemitismo, ma di incitare l'allora ministro degli Esteri a cercar di contattare quella "gente tanto potente", con la speranza di farne degli alleati.
10. Cfr. Kurihara, Sadako. 1999. When We Say Hiroshima: Selected Poems. Center for Japanese Studies, University of Michigan, Ann Arbor; Dower, John W. e Junkerman, J. (a cura di). 1985. The Hiroshima Murals: The Art of Iri Maruki and Toshi Maruki. Kodansha International, New York.
11. Xu Xin spiega che la mostra "The courage to remember the Holocaust: 1933-1945", preparata in collaborazione con il Simon Wiesenthal Center, fu allestita in varie città cinesi, tra cui Shanghai, Beijing e Nanjing (Nanchino): "La mostra di Nanjing è probabilmente da citare perché fu allestita nel Memoriale del massacro di Nanjing. Fianco a fianco due popoli dell'Olocausto possono usufruire di questa mostra. [...] La gente per la prima volta ha capito che durante la Seconda Guerra Mondiale cinesi ed ebrei hanno sofferto allo stesso modo. [...] Le storie su come i nazisti uccisero gli ebrei e i giapponesi uccisero i cinesi sono identiche. [...] La gente ha cominciato a fare questo collegamento. Gli studi sull'Olocausto in Cina sono connessi con quelli sul massacro di Nanjing. Molti studiosi [...] usano l'esperienza dell'Olocausto per far sapere ai cinesi come bisogna porsi di fronte all'intervento giapponese in Cina". Cfr. Xu Xin. Holocaust Studies in China. Northeastern University Symposium, Boston, 18-20 aprile 2001.
12. Il nihonjinron ("teoria dell'essere giapponese") cerca di dimostrare l'unicità della società, della cultura e del carattere dei giapponesi. La nazione rappresenta, in esso, l'identità collettiva preminente. E' considerato la base ideologica del nazionalismo giapponese. Cfr. Befu, Harumi. "Nationalism and Nihonjinron", in Harumi Befu (a cura di). 1993. Cultural Nationalism in East Asia: Representation and Identity. Institute of East Asian Studies, Berkeley; Befu, Harumi e Manabe, Kazufumi. 1987. An empirical investigation on Nihonjinron: How real is the Myth. Kwansei Gakuin University Annual Studies, n. 36; Kowner, Rotem e Befu, Harumi e Manabe, Kazufumi. 1997. The human profile of Japanese nationalism: A study of Nihonjinron followers; Yoshino, Kosaku. 1992. Cultural Nationalism in Contemporary Japan. Routledge, London.
13. La prima, autorevole rivista economica pargonabile al nostro Il Sole 24 Ore, ha ospitato nel numero del 27 luglio 1993 la pubblicità di una trilogia di libri antisemiti scritti da Oshinou Shotarou sotto lo psudonimo di Jacob Morgan. Cfr. ad esempio Redazione. Anti-Semitic book ad assailed. The Japan Times, 31 luglio 1993. La seconda, con una tiratura oltre le 500.000 copie, nel 1992 addossò agli ebrei la colpa di un crollo di borsa, definendoli come capaci di struggere l'intero Giappone ogni qual volta lo desiderino. Nello stesso periodo, Shuukan Gendai affermò che alcuni media americani erano controllati dagli ebrei e capaci di manipolare l'opinione pubblica. Cfr. Kowner, Rotem. The Jewish Spot on the Rising Sun: Part I, in "The Australia/Israel Review", vol. 22, n. 15, ottobre-novembre 1997.
14. Cfr. Saito, Eisaburo. 1984. Sekai o ugokasu yudaya pawaa no himitsu. Nihon Keizai Tsuushinsha, Tokyo.
15. Per maggiori dettagli su questo episodio cfr. Adler, C. 1928. Jacob H. Schiff: His Life and Letters. Doran Doubleday, Garden City (NY); Best, G. D. 1972. Financing a foreign war: Jacob H. Schiff and Japan, 1904-05, in "American Jewish Historical Quarterly", vol. 61, pp. 313-324.
16. Tra le prove, se così possono essere chiamate, dei sostenitori di questa ipotesi troviamo ampi riferimenti al continente perduto di Yonaguni (che, secondo alcuni, spiegherebbe l'origine continentale del popolo giapponese) ed al relativo uso diffuso del simbolo ebraico per eccellenza, il sigillo di Salomone (Maghen David, da alcuni chiamato Stella di David). Brevemente, tale antico simbolo, da alcuni fatto risalire addirittura al continente perduto di Lemuria, si può ritrovare in molti luoghi sacri del Giappone tradizionale; ad esempio nella prefettura di Mie, nel tempio di Ise, costruito dalla Casa Imperiale.
Tuttavia, la cosa più affascinante ed interessante riguarda le presunte costanti comuni tra l'universo simbolico, religioso e linguistico dei due popoli. Alcuni di questi elementi comuni possono avere apparentemente una spiegazione antropologica molto semplice. Il mito del Dio che si rivela e detta la sua Legge dall'alto della montagna per esempio è comune a molti altri culti. Ma nel caso giapponese la somiglianza è impressionante. Nel caso del Dio del Monte Moriya, troviamo infatti il rito dell'uccisione di 75 cervi. Lo stesso numero delle 75 pecore sacrificate, secondo alcuni rabbini, nei tempi antichi in onore del sacrificio di Isacco. Da notare che in Giappone questo sacrificio era effetturato durante la festa del Grande Isaku, nome molto simile ad Isacco. Perché renne e non pecore? Perché le pecore in Giappone anticamente non erano presenti.
Altra affinità è che il nome del monte assimiglia sorprendentemente a Moria, il monte del tempio di Gerusalemme. Sempre in tema di festività ricordiamo il festival di Gion a Kyoto. Gion e Zion sono molto simili.
Ancora meno discutibile è la presenza di assonanze (e spesso anche la comunanza di significato) di alcune parole delle due lingue. Ad esempio, "anta" è molto simile al tu ebraico; l'imperatore del Giappone è detto "mikado", che assomiglia molto alla parola ebraica "migadol", che significa "il nobile"; in giapponese un leader di un posto è detto "agata-nushi", formato da "agata" (area) e "nushi" (leader), che in ebraico si dicono "aguda" e "nasi"; "magaru" significa girare e in ebraico "magal" significa cerchio.
Altre somiglianze sono più visibili: lo stemma della Famiglia Imperiale del Giappone appare molto simile a quello ritrovato a Gerusalemme ed attribuito alla famiglia di Erode; gli yamabushi, preti della montagna, indossano un copricapo chiamato tokin, legato da fettucce nere, molto simile ai tefillin ebraici e suonano una conchiglia dal suono molto simile al corno di montone (Shofar) suonato dai rabbini. Forse parlare di reale discendenza è un po' azzardato, ma questi elementi spingono comunque a cercare le tracce di un contatto avvenuto in tempi antichi.
17. Le ricerche di Kowner, purtroppo, non indagano sulla possibilità che esista un rapporto di causa-effetto tra le negatività attribuite ai due gruppi e in quale direzione.
18. Il telegramma a Sugihara dal ministro degli Esteri Matsuoka Yosuke è datato 16 agosto 1940.
19. Cfr. il comunicato stampa del 22 marzo 2001 sul sito Internet del Simon Wiesenthal Center.
20. Cfr. il comunicato stampa dell'11 marzo 2002 sul sito Internet del Simon Wiesenthal Center.
21. La Jugoslavia di Tito vietò, in qualsiasi pubblicazione ufficiale, la rappresentazione della svastica, ma sappiamo bene a quale sanguinosa guerra civile sia andata incontro alla morte del suo ispiratore.
22. Bauman, Zygmunt. 2002. La società individualizzata. Il Mulino, Bologna, p. 129.
23. Norman Finkelstein è nato nel 1953 a New York. Si è laureato a Princeton discutendo una tesi sulla teoria del sionismo. Sino ad oggi, oltre a "The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering" (2000), ha pubblicato altri tre volumi: "Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict" (1995), "The Rise and Fall of Palestine" (1996), "A Nation on Trial: The Goldhagen Thesis and Historical Truth" (1998) insieme a Ruth Bettina Birn. Collabora a "The London Review of Books", "Index on Censorship", "Journal of Palestine Studies", "New Left Review", "Middle East Report", "Christian Science Monitor" e "Al Ahram Weekly". Allievo di Noam Chomsky, è stato per dieci anni docente di Scienze politiche all'Hunter College, City University of New York, prima di essere allontanato per le sue idee. Attualmente insegna alla DePaul University, Chicago.
24. Finkelstein, Norman G. 2002. L'industria dell'Olocausto. Rizzoli, Milano, pp. 9-16.
25. Ibidem, pp. 279-281.
26. Said, Edward W. Low point of powerlessness. Al-Ahram Weekly, 26 settembre-2 ottobre 2002. Sergio Luzzato ci ricorda che "a differenza di molti intellettuali americani di origine ebraica, una volta pervenuto all'età adulta Norman Finkelstein non ha confuso una piena assunzione della sua tragica identità di ebreo dell'Europa orientale con la rinuncia a un diritto e con il ripudio di un dovere: il diritto e il dovere di guardare con spirito critico al passato e al presente dello Stato di Israele". Cfr. Luzzatto, Sergio. Finkelstein, la soluzione immorale. La Stampa, 24 settembre 2002.
27. Luzzatto, Sergio. Finkelstein, la soluzione immorale. La Stampa, 24 settembre 2002.
28. Cfr. ad esempio Pisanty, Valentina. 1998. L'irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo. Bompiani, Milano.
29. Intervista di Paolo Conti apparsa sul Corriere della Sera del 13 luglio 2000. Sergio Luzzato sostiene invece che "il libro di Finkelstein solleva questioni troppo importanti per essere frettolosamente liquidate - ancora in linguaggio freudiano - evocando l'odio di sé caratteristico di molti ebrei". Cfr. Luzzatto, Sergio. Finkelstein, la soluzione immorale. La Stampa, 24 settembre 2002.
30. Finkelstein, Norman G. Olocausto, l'industria dell'estorsione. La Stampa, 6 marzo 2001.
31. L'articolo è apparso su Panorama ed è stato ripreso dal Corriere della Sera. Cfr. Fallaci, Oriana. Sull'antisemitismo, in "Panorama", 12 aprile 2002; Fallaci, Oriana. "Io, Oriana Fallaci trovo vergognoso...". Corriere della sera, 12 aprile 2002.
32. Redazione. Parigi, la Fallaci vince in tribunale. Corriere della Sera, 20 novembre 2002.
33. Fallaci, Oriana. Wake up. Occidente, sveglia. Corriere della Sera, 26 ottobre 2002.
34. Rampini, Federico. Nazi, Yahoo! contro Parigi. "In gioco la libertà del Web". La Repubblica, 22 novembre 2000.
35. Said, Edward W. Un tabù infranto. Quando Barenboim suona Wagner in Israele. Le Monde diplomatique, ottobre 2001.
36. Faurisson, Robert. 1980. Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire. La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Paris. Cfr. anche Chomsky, Noam. The Faurisson Affair, His Right to Say It, in "The Nation", 28 febbraio 1981, pp. 231-234; Chomsky, Noam. All Denials of Free Speech Undercut a Democratic Society, in "Journal of Historical Review", vol. 7, n. 1, 1986, pp. 123-127. Per un parere contrario, cfr. Cohn, Werner. 1984. Partners in Hate. Noam Chomsky and the Holocaust Deniers. Avukah Press, Cambridge.
37. Cfr. il comunicato stampa del 27 giugno 2002 sul sito Internet dell'Anti-Defamation League: "ADL European Survey Findings: A Potent and Dangerous Mix". Le ultime due ricerche sono European Attitudes Towards Jews, Israel and the Palestinian-Israeli Conflict (maggio-giugno 2002) e Anti-Semitism in America (maggio 2002).
38. Come ci ricorda Fiamma Nirenstein, "[...] Abraham Foxman, di ritorno dall'Europa, spiegava ai giornalisti che l'antisemitismo nel mondo cresce dappertutto, persino in America, che l'Europa ne è una produttrice instancabile, che del mondo arabo non se ne parla nemmeno: la tv egiziana (paese moderato) manda in onda i protocolli dei savi di Sion in trenta puntate, produzione Canale dei sogni; Al Hayat, giornale siriano di Londra, loda le otto edizioni programmate per il libro dell'ex ministro della difesa Mustafa Tlass L'azzima di Sion, che spiega al mondo arabo (e presto anche da noi, perché il libro sarà tradotto in inglese, francese e italiano) l'uso inveterato di sangue giovanile da parte degli ebrei per preparare la loro matzà di pasqua. [...] Il panorama europeo non è migliore [...] I pregiudizi si sono trasformati in boicottaggi delle merci israeliane, in espulsioni di intellettuali ebrei dalle università, in incredibili documenti razzisti di intellettuali europei. [...] E non è possibile aver dubbi su questo, considerando le violente dimostrazioni olandesi, la distruzione di negozi nello stesso Paese, le cinque bombe gettate nella sinagoga di Bruxelles, l'attacco a fuoco alla sinagoga di Azntwerp data alle fiamme, il pestaggio di due ebrei religiosi nel distretto chic di sinistra di Berlino, Kurfuerstendamm, l'attacco nella stessa città di una donna con la stella di David, il graffito spray su una sinagoga: Sei milioni non bastano. Una decina di ebrei inglesi sono stati attaccati. Da noi, Yasha Reibman è stato aggredito ad una manifestazione. I cortei dei no-global a Johannesburg sfilavano mettendo sullo stesso piano l'apartheid e lo scontro israelo-palestinese. Del resto, ho sentito con le mie orecchie in un'occasione un giornalista della BBC dire la stessa cosa. La Francia poi è l'epicentro delle aggressioni, con bus scolastici presi a sassate mentre trasportano i bambini, con aggressioni per strada, le scritte Hitler ha un figlio, Sharon che campeggiavano su numerosi poster a una manifestazione; in Belgio: Hitler ha due figli, Bush e Sharon. A Salonicco: Fermate ora il genocidio, siamo tutti palestinesi. Di nuovo a Berlino: Sharon è un assassino di bambini". Cfr. Nirenstein, Fiamma. Nell'occhio del ciclone, in "Shalom", anno XXXV, n. 11, novembre 2002.
Ancora Nirenstein riporta che "[...] tutti gli stilemi classici dell'antisemitismo sono ormai patrimonio del 21 per cento della popolazione europea, che alberga vedute fortemente antisemite, secondo una recentissima ricerca dell'Anti Diffamation League. L'Italia occupa un posto ragguardevole, anzi supera di un punto la media europea; nelle varie convinzioni classicamente antisemite è quasi sempre seconda in classifica dopo la Spagna". Cfr. Nirenstein, Fiamma. Il ritorno dell'ebreo cattivo. La Stampa, 3 novembre 2002.
Le grida di allarme si susseguono anche all'inizio di quest'anno: "Ovunque uno metta il dito sulla carta geografica d'Europa si può imbattere in episodi di boicottaggio contro gli ebrei, come nelle università inglesi e francesi in cui non si vuole più fare lavorare accademici e studenti israeliani. L'unione dei musicisti inglesi ha proposto di espellere dall'Inghilterra i musicisti israeliani... in Olanda i supermercati non espongono prodotti israeliani... c'è un attacco a tutti i simboli ebraici, scuole ebraiche, cimiteri, bandiere di Israele, sinagoghe... esattamente come nella Germania degli anni '30 prima della famigerata notte dei cristalli...". Cfr. Buffa, Dimitri. Europa indifferente al nuovo antisemitismo. Libero, 28 gennaio 2003. Più incentrato sulla situazione italiana Umberto Eco: "Si può consentire con l'onorevole Casini e dire che l'antisemitismo popolare italiano è stato meno forte che in altri paesi europei [...] e che infine la gente comune si è opposta alle persecuzioni razziali aiutando gli ebrei. Ma in Italia è fiorito l'antisemitismo dottrinale gesuitico [...] insieme a quello borghese, che alla fine ha prodotto quegli studiosi e scrittori notissimi che hanno collaborato all'infame rivista La difesa della razza, e l'edizione dei Protocolli introdotta nel 1937 da Julius Evola." Cfr. Eco, Umberto. Gli italiani sono antisemiti? L'Espresso, 1 agosto 2002.
39. Per la legislazione antisemita italiana e la sua indipendenza da quella nazista, cfr. Sarfatti, Michele. 1994. Mussolini contro gli ebrei. Cronaca della elaborazione delle leggi del 1938. Zamorani, Torino; Sarfatti, Michele. 2000. Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzioni. Einaudi, Torino.
40. Per la collaborazione della RSI nello sterminio, cfr. Picciotto Fargion, Liliana. 1991. Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia, 1943-1945. Mursia, Milano. Uno studio recentissimo studia al cap. 11 la complessa politica, ora di collaborazione tiepida, ora di boicottaggio, ora di indifferenza tenuta, prima della RSI, dalle truppe italiane di occupazione nei confronti della deportazione forzata degli ebrei operata dagli alleati nazisti. Cfr. Rodogno, Davide. 2003. Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943). Bollati-Boringhieri, Torino.
41. Casomai si può imputare questa accusa ai giapponesi per i sopprusi che hanno subito gli ainu, popolazione autoctona dell'Hokkaido ora quasi estinta.
42. Solo l'1% del campione non voleva come vicini di casa degli stranieri, mentre il 4% non voleva degli occidentali. Negli altri paesi, in genere, gli ebrei sono tra i gruppi meno "spiacevoli".
43. Cfr. Jacobs, M. Holocaust denial and Japanese judges, in "The Australian/Israel Review", vol. 22, n. 15, ottobre-novembre 1997.
44. Cfr. Kowner, Rotem. Tokyo recognizes Auschwitz: the rise and fall of Holocaust denial in Japan, 1989–1999, in "Journal of Genocide Research", vol. 3, n. 2, giugno 2001.

Definizioni

Antisemitismo. Avversione nei confronti degli ebrei, fondata su una serie di pregiudizi, che si traduce in ideologia e in forme di discriminazione e di persecuzione, spesso cruenta, e culminata nel corso della Seconda Guerra Mondiale nello sterminio di milioni di persone. Esso è ora piuttosto diffuso nell'Islam, continuamente alimentato dal conflitto arabo-israeliano.
L'ideologia antisemita si basa su una teoria razzista, inizialmente formulata in Francia e in Germania alla metà del XIX secolo, secondo la quale le persone della cosiddetta "razza ariana" sarebbero per fisico e temperamento superiori agli ebrei. Questa teoria, sebbene duramente criticata per la sua inconsistenza scientifica, si diffuse ugualmente in particolare attraverso le opere del diplomatico francese Joseph Arthur de Gobineau e quelle del filosofo tedesco Karl Dühring e fu utilizzata per giustificare la persecuzione civile e religiosa che gli ebrei avevano subito attraverso i secoli.
I tratti principali attribuiti storicamente agli ebrei sono l'aspetto che sarebbe sudicio, maleodorante e trasandato; l'atteggiamento altezzoso ed esclusivo; l'orgoglio di religione e di razza derivante dalla convinzione di essere gli eletti; il ruolo di cospiratori, tessitori occulti di trame sovversive ai danni della società' in cui vivono e a vantaggio dello straniero; il dominio che avrebbero acquisito sulle finanze mondiali; il comportamento untuoso e infido; l'esercizio dell'usura; l'invadenza mostrata nell'industria, nella amministrazione pubblica, nella scuola; l'estraneità dichiarata del loro culto, delle usanze, delle feste, della dieta, rispetto a quelli della società che li ospita; la solidarietà complice che li porterebbe ad avere sempre la meglio sui cristiani; il parassitismo, il tendere sempre ad occupare posti lucrosi ma comodi.
L'antisemitismo si diffuse e si intensificò nel popolo tedesco con la grave crisi economica apertasi nel 1873, la cui responsabilità si volle attribuire alle trame dei banchieri ebrei, sebbene il momento della loro massima potenza fosse trascorso ormai da qualche decennio.
Il termine fu coniato nel 1879 dal giornalista viennese Wilhelm Marr per sostituire "Judenhasse", che in tedesco significa "odio degli ebrei". E' sempre stato usato, quindi, nei confronti dei soli ebrei e non, ad esempio, anche degli arabi, a rigore anch'essi appartenenti al ceppo semitico. Secondo lo Zingarelli, infatti, semita deriva da Sem, figlio di Noè; si riferisce cioè "ai popoli, collegati tra loro per nessi razziali, linguistici e culturali, abitanti in ampie zone del Medio Oriente, dell'Africa Settentrionale e dell'Etiopia, con fortissime radici culturali in tempi preistorici e storici".

Revisionismo. Il revisionismo potrebbe essere definito come lo sforzo di interpretare un evento storico in maniera diversa da quella corrente, considerando teorie e fattori precedentemente trascurati.
Come ci ricorda Claudio Vercelli sul sito Olokaustos:

A stretto giro di logica, tutti gli storici sono dei revisionisti poiché è nell’implicito dell’agire storiografico stesso il comparare, lo stabilire scale di comprensione, l’identificare similitudini e alterità e così via. Si tratta di determinare ricorrenze e differenze poiché nelle discontinuità si cela il rinnovarsi di antiche categorie così come il mutamento di paradigmi. Da ciò possono derivare scarti e modificazioni nel giudizio di fatto – qualora di nuovi fatti si possa parlare – o addirittura di valore, quando una costellazione di fatti, fino ad un dato momento sconosciuti o sottovalutati, si riordina nel giudizio in modo tale da fornire una visuale diversa del passato. Sono comunque eventi rari e richiamano sempre la responsabilità, unita alla consapevolezza, di cui l’operatore culturale deve dotarsi nel momento in cui fa storia descrivendola e socializzandola.

In realtà, con questo termine si intende qualcosa di più preciso (e negativo), cioè una corrente che cerca di riscrivere la storia contemporanea e soprattutto di relativizzare l'orrore del nazismo, della soluzione finale e anche del fascismo. In pratica, la storia viene piegata a fini politici.
C'è, comunque, revisionismo e revisionismo. Più grave è il caso del negazionismo. Revisione implica una ridefinizione del giudizio rispetto ad un evento, non la sua deliberata cancellazione dal quadro dei dati concreti. Il negazionismo (riferito, ad esempio, alle camere a gas naziste) in genere cerca di recuperare ciò che la storia ha già definitivamente escluso e condannato.

Bibliografia

Basabe, Ferdinando. Attitudes of Japanese students toward foreign countries, in "Monumenta Nipponica", n. 21, 1966.
Bauman, Zygmunt. 2002. La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza. Il Mulino, Bologna.
Ben-Dasan, Isaiah (Yamamoto, Shichihei). 1972. The Japanese and the Jews. Weatherhill, Tokyo (vers. orig. 1970. Nihonjin to yudayajin. Yamamoto Shoten, Tokyo).
Brislin, Tom. 1996. David and Godzilla: Anti-Semitism and Seppuku in Japanese Publishing. Association for Education in Journalism and Mass Communication Annual Conference, Anaheim (CA).
Buruma, Ian. 1994. The Wages of Guilt: Memories of War in Germany and Japan. Farrar, Straus & Giroux, New York.
Caroli, Rosa. Riflessi dell'antisemitismo nel Giappone bellico, in "Atti del XX Convegno di Studi sul Giappone", Venezia, 1997, pp. 75-92.
Fallaci, Oriana. Wake up. Occidente, sveglia. Corriere della Sera, 26 ottobre 2002.
Fertilio, Dario. Lo spettro della censura spaventa gli scrittori nella Francia tollerante. Corriere della Sera, 8 ottobre 2002.
Finkelstein, Norman G. 2002. L'industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei. Rizzoli, Milano.
Finkelstein, Norman G. Olocausto, l'industria dell'estorsione. La Stampa, 6 marzo 2001 (traduzione di Contre la dévaluation de la mémoire. Le Monde, 2 marzo 2001).
Gold, Alison Leslie. 2000. A Special Fate: Chiune Sugihara: Hero of the Holocaust. Scholastic Press, New York.
Goldstein, Clifford. Anti-Semitism in Japan, in "Liberty", marzo-aprile 1989.
Golub, Jennifer. 1992. Japanese Attitudes toward Jews. Pacific Rim Institute of the American Jewish Committee.
Goodman, David G. e Miyazawa, Masanori. 1995. Jews in the Japanese Mind: The History and Uses of a Cultural Stereotype. The Free Press, New York.
Goodman, David G. 1998. "Anti-semitism in Japan: its history and current implications", in Dikötter, Frank. (a cura di). The Construction of Racial Identities in China and Japan: Historical and Contemporary Perspectives. University of Hawaii Press, Honolulu.
Hilberg, Raul. 1961. The Destruction of the European Jews. Franklin Watts.
Kapner, Daniel Ari e Levine, Stephen. The Jews of Japan, in "Jerusalem Letter", n. 425, 1 marzo 2000.
Kouno, T. 1999. "Xenophobia and anti-semitism in contemporary Japan: in search of their origins", in Feldman, Ofer (a cura di). Political Psychology in Japan: Behind the Nails Which Sometimes Stick Out (And Get Hammered Down). Nova Science, New York.
Kowner, Rotem. 1997. On Ignorance, Respect and Suspicion: Current Japanese Attitudes towards Jews. Analysis of Current Trends in Antisemitism, n. 11. The Vidal Sassoon Internatinal Center for the Study of Antisemitism, The Hebrew University, Jerusalem.
Kowner, Rotem. The Jewish Spot on the Rising Sun: Part I, in "The Australia/Israel Review", vol. 22, n. 15, ottobre-novembre 1997.
Kowner, Rotem. Tokyo recognizes Auschwitz: the rise and fall of Holocaust denial in Japan, 1989–1999, in "Journal of Genocide Research", vol. 3, n. 2, giugno 2001.
Kranzler, David. 1976. Japanese, Nazis, and Jews: The Jewish Refugee Community in Shanghai, 1938–1945. Yeshiva University Press, New York.
Kranzler, David. Japanese policy toward the Jews, 1938-1941, in "Japan Interpreter", n. 11, 1977.
Levine, Hillel. 1996. In Search of Sugihara: The Elusive Japanese Diplomat who Risked his Life to Rescue 10,000 Jews From the Holocaust. The Free Press, New York.
Luzzatto, Sergio. Finkelstein, la soluzione immorale. La Stampa, 24 settembre 2002.
Macintyre, Donald. They Dressed Well, in "Time", vol. 156, n. 22, 5 giugno 2000.
Mochizuki, Ken e Lee, Dom. 1997. Passage to Freedom: The Sugihara Story. Lee & Low Books, New York.
Mola, Giancarlo. La retromarcia di Yahoo!. "Stop alle aste di cimeli nazi". La Repubblica, 3 gennaio 2001.
Ottolenghi, Sandro. Giappone, non ci sono ebrei, ma è forte l'antisemitismo. Panorama Online, 5 giugno 2000.
Rampini, Federico. Nazi, Yahoo! contro Parigi. "In gioco la libertà del Web". La Repubblica, 22 novembre 2000.
Redazione. Parigi, la Fallaci vince in tribunale. Corriere della Sera, 20 novembre 2002.
Redazione. La rabbia e l'orgoglio. Parigi rinvia la sentenza. Corriere della Sera, 10 ottobre 2002.
Redazione. Oggetti nazi su Yahoo! è scontro in Francia. La Repubblica, 11 agosto 2000.
Said, Edward W. Un tabù infranto. Quando Barenboim suona Wagner in Israele. Le Monde diplomatique, ottobre 2001.
Satou, Hiroaki. The Marco Polo Incident, in "Inside/Outside Japan", vol. 4, n. 1, febbraio 1995.
Shapiro, Michael. 1989. Japan: In the Land of the Brokenhearted. Henry Holt & Company.
Shillony, Ben Ami. 1981. Politics and Culture in Wartime Japan. Clarendon Press, Oxford.
Shillony, Ben Ami. 1992. The Jews and the Japanese: The Successful Outsiders. Charles E. Tuttle, Tokyo.
Tokayer, Marvin. Nihon-Yudaya, huuin no kodaishi. Tokuma shoten.
Tokayer, Marvin e Schwartz, Mary. 1979. The Fugu Plan: The Untold Story of the Japanese and the Jews during World War II. Paddington Press, New York.
Tokudome, Kinue. Japanization Of The Holocaust, nel convegno "Third World Views of the Holocaust", Northeastern University, Boston, 18-20 aprile 2001.
Uno, Masami. 1986. Yudaya ga wakaru to nihon ga mietekuru. Tokuma Shoten, Tokyo.
Uno, Masami. 1986. Yudaya ga wakaru to sekai ga mietekuru. 1990 nen shumatsu keizai sensou heno shinario. Tokuma Shoten, Tokyo.
Uno, Masami. 1989. Miezaru teikoku: 1993, shionisto yudaya ga sekai o shihai suru. Nesco, Tokyo.
Uno, Masami. 1989. 1992 nen yudaya keizai senryaku. Bungeisha, Tokyo.
Uno, Masami e Crowley, Dale Jr. 1989. Yudaya ga wakaru to amerika ga mietekuru. Chuutou Mondai Kenkyuu Sentaa, Tokyo.
Watanabe, Takesato. The Revisionist Fallacy in the Japanese Media. Relazione tenuta al Simon Wiesenthal Center, Los Angeles, 27 ottobre 1998.
Weber, Mark. "No Gas Chambers" Says Influential Japanese Magazine, in "The Journal of Historical Review", vol. 15, n. 2, marzo-aprile 1995.
Weber, Mark. Critical study of Holocaust story published in Japan, in "The Journal of Historical Review", vol. 16, n. 3, maggio-giugno 1997.

Articoli correlati

Revisionismo per immagini

Siti correlati

The Ancient Refugees From Religious Persecution in Japan
Anti-Defamation League
Antisemitic Trends In 2002
Institute for Historical Review
Israelites Came To Ancient Japan
Jewish Community of Japan
The Jews of Kobe
Lost Tribes of Israel
Mystery of the Ten Lost Tribes: Japan
Olokaustos - Storia dell'Olocausto dal 1933 al 1945
Simon Wiesenthal Center
Sito ufficiale di Norman G. Finkelstein
Visas for Life: The Remarkable Story of Chiune and Yukiko Sugihara
Yad Vashem
Chi scrive su Nipponico Come previsto dalla nuova Legge sull'editoria Come funziona la trascrizione del giapponese su Nipponico Valuta la possibilità di fare pubblicità su Nipponico Inserisci Nipponico nel tuo bookmark