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Revisionismo per immagini
Come il manga affronta la storia recente
di Massimiliano Crippa

1 dicembre 2002. Dall'inizio degli anni '90, il Giappone ha visto rinascere una forte ondata revisionista che critica soprattutto la storiografia ufficiale sul periodo dell'espansionismo asiatico (1910-1945). Il revisionismo giapponese, in particolare, non vuole solo riabilitare il passato, ma anche cambiare il futuro, ad esempio l'articolo 9 della Costituzione.
Approfittando della crisi economica, che ha reso più ricettiva alle fascinazioni l'opinione pubblica, si punta ancora una volta ad affermare la specificità culturale giapponese di fronte alla globalizzazione.
Esiste ancora in Asia una diffusa antipatia verso un Giappone che cerca di sottrarsi alle proprie responsabilità e ogni volta che si avvicina una data con un qualche significato storico, ecco piovere le polemiche. La destra giapponese ha sempre contestato la visione di un Giappone "aggressivo" per proporre una sua visione "liberatrice", negando o minimizzando quelle che sono le atrocità commesse dall'esercito imperiale. E' grazie a questi gruppi di pressione che, alla metà degli anni '50, è stato reintrodotto il controllo del governo sui manuali scolastici, per controbilanciare il potere della sinistra all'interno del sindacato insegnanti. La destra nazionalista conta tra le sue file politici e intellettuali, è sostenuta da una parte del mondo imprenditoriale e delle sette religiose e ha come testata di riferimento il Sankei Shinbun.
Fortunatamente, il Giappone può contare anche su uno schieramento democratico fatto di personalità forti, come il professor Ienaga Saburou, grazie al quale nel 1997 la Corte Suprema, dopo trent'anni dalla presentazione del ricorso, ha finalmente riconosciuto le sue ragioni contro la "censura" dei manuali scolastici. A conferma di ciò, nell'agosto del 2001, i 542 comitati scolastici incaricati di scegliere i libri di testo per il secondo ciclo, hanno rifiutato, praticamente all'unanimità, il manuale proposto dai revisionisti.
Ma i revisionisti, per diffondere le proprie idee, hanno puntato prima di tutto sui manga, un media molto diffuso in Giappone anche come canale informativo.

Manga politici

Il manga Goumanizumu sengen (Manifesto dell'orgoglismo), di Kobayashi Yoshinori, è pubblicato sulla rivista bimestrale Sapio dal 1995. Il protagonista, che assomiglia molto ad un alter-ego dell'autore, arringa il pubblico dei suoi lettori come farebbe un moderno conduttore televisivo agitando di volta in volta lo spettro di uno dei tanti problemi del mondo. Dar prova di "orgoglismo" (goumanizumu), neologismo inventato dall'autore e usato dal protagonista del manga, significa smetterla di impietosirsi, male che affligge il Giappone del dopoguerra.
Dello stesso Kobayashi è uscito nel 1998 per Gentosha il manga "Della guerra", che ha venduto oltre 600.000 copie, andando a finire tra i best-seller. Qui, un protagonista disincantato e cinico disquisisce sulla pace (che per lui equivale all'ordine) e sulla guerra, ovviamente la Seconda Guerra Mondiale, per difendere la "giustezza" di quest'ultima: una guerra contro i bianchi razzisti e colonialisti, una guerra di liberazione dei popoli asiatici, tesi già proposta da alcuni intellettuali di destra, tra cui Hayashi Fusao (1903-1975).
Kobayashi critica pesantemente l'individualismo, che ha distrutto il senso civico dei giapponesi, e il comunismo, che manipola l'informazione. L'autore nega il massacro di Nanchino, considerato solamente come un'invenzione per "controbilanciare" i morti giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Lo stesso dicasi per le "comfort women" costrette a prostituirsi dai militari giapponesi, arrivando persino a criticare lo storico Yoshimi Yoshiaki, che fece conoscere i documenti degli archivi militari ove si dimostravano le responsabilità dello stato maggiore giapponese in questo crimine.
Nell'ultimo volume del Manifesto dell'orgoglismo, intitolato Taiwan ron (Da Taiwan), egli elogia il colonialismo giapponese a Taiwan (1895-1945) e sostiene che "queste povere donne [le "comfort women", ndr] erano già prostitute e farlo per i soldati giapponesi non poteva che essere un miglioramento delle loro condizioni". Quando il volume fu tradotto in cinese nel febbraio 2001, Kobayashi divenne per il governo taiwanese "persona indesiderata".
Kobayashi era già famoso per aver denunciato la questione degli emofilici, trasfusi con sangue contaminato, e per aver posto l'attenzione sulla setta Aum Shinrikyou. Alla metà degli anni '90, egli si unì alla corrente revisionista formatasi attorno alla "Scuola per una visione liberale della storia", diretta da Fujioka Nobukatsu, professore di pedagogia alla Tokyo Daigaku.
Kobayashi è anche membro dell'Associazione per il rinnovamento dei manuali di storia, fondata nel 1997 dallo storico Nishio Kanji, germanista noto per la sua xenofobia anti-occidentale.
Commentatore televisivo di primo piano, Kobayashi si atteggia volentieri a provocatore, difendendo le sue posizioni con discorsi veementi degni di uno strillone.
Ovviamente i manga politici sono stati anche di sinistra, negli anni '20 e nel dopoguerra, con protagonisti i lavoratori, e negli anni '60 delle rivolte studentesche. La Seconda Guerra Mondiale è l'episodio che più ha fatto da sfondo ai manga pacifisti, soprattutto negli anni '60: Kuroi ame ni utarete (Colpito dalla pioggia nera) e Hadashi no Gen (Gen di Hiroshima) di Nakazawa Keiji o Hai no ki (Diario di fuga) di Mizuki Shigeru. Memorabile un'opera storica degli anni '80 come Botchan no Jidai (Ai tempi di Bocchan), di Taniguchi Jirou e Sekikawa Natsuo, in cui si descrive il Giappone del periodo Meiji (1868-1912). Indimenticabile anche La storia dei tre Adolf, opera di Tezuka Osamu del 1983. Negli anni '90, i temi sono diventati di scottante attualità, come in Chinmoku no kantai (Flotta silenziosa), di Kawaguchi Kaiji, che parla del ruolo delle Forze di Autodifesa.

Fare il primo passo

Il giornalista francese Philippe Pons, molto coraggiosamente, parla di una visione storica distorta che non riguarda solo il Giappone, anche se il Giappone ne è sostanzialmente la causa. Che il Giappone sia colpevole non deve più essere messo in discussione, ma la storiografia vuole ancora sapere i motivi precisi dell'espansionismo giapponese in Asia.
Perché è sicuramente interessante che il Giappone fosse la sola potenza non occidentale che riuscisse a resistere al colonialismo europeo e americano, suscitando probabilmente qualche speranza nei movimenti indipendentisti della regione che, secondo il giornalista, qualche pur minimo vantaggio lo hanno ricavato in termini di sviluppo per il loro paese.
I giapponesi, nel loro negazionismo, sono stati aiutati dagli Stati Uniti e dalla guerra fredda. Stando dalla parte dei "buoni", prima per obbligo e poi anche per libera scelta, la destra di governo si rafforzò senza subire pressioni per il riconoscimento dei propri crimini. L'Imperatore Hirohito era lì a dimostrazione di questa teoria.
Se Hirohito "non è stato giudicato responsabile di aver scatenato e condotto la guerra, perché aspettarsi che i cittadini comuni scavino nel passato e considerino in modo gravoso le proprie responsabilità?", si interroga lo storico John W. Dower in un libro illuminante sull'immediato dopoguerra, Embracing Defeat: Japan in the Wake of World War II, nel quale egli si interessa alla posizione dell'opinione pubblica attraverso lo studio di quotidiani, manga, film e libri. Quest'opera ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 2000. Un'altra opera, pure insignita del Pulitzer (2001), Hirohito and the Making of Modern Japan di Herbert P. Bix, scompone i meccanismi della responsabilità di Hirohito.
Entrambi i testi sono stati tradotti in giapponese, ma gli studi giapponesi non mancano: Bix stesso ha ammesso di essersi ispirato agli studi di Yoshida Yutaka e Watanabe Osamu. Purtroppo queste opere, assolutamente imparziali, non sono certo diffuse tra la popolazione, che resta spesso attaccata ad interpretazioni politiche di comodo.
La storiografia cinese e coreana non è purtroppo migliore di quella giapponese. Ad esempio, la questione delle "comfort women", che fu messa in luce dallo storico giapponese Yoshimi Yoshiaki a partire dai documenti degli archivi militari, non ha ancora chiarito le responsabilità dei coreani stessi (reclutatori e tenutari dei bordelli) in questo dramma, che fu fatto proprio dai coreani solo negli anni '90.
Non viene citata nemmeno l'importante questione del collaborazionismo durante il periodo coloniale. Ciò non può che alimentare i sospetti e dar voce ai revisionisti. "Come pretendere che i giapponesi riconoscano i loro torti, se noi non facciamo chiarezza sui nostri?", si chiede lo storico Han Hong-koo dell'Università Sungkonghoe di Seul.
Il Giappone, ovviamente, dovrebbe essere il primo a fare un passo verso la riconcilazione. L'unico modo per superare il problema è affrontarlo. Ma ciò non esonera gli altri dal fare altrettanto.

Bibliografia

Bix, Herbert P. 2001. Hirohito and the Making of Modern Japan. Harper & Collins.
Dower, John W. 1999. Embracing Defeat: Japan in the Wake of World War II. Norton and Company.
Dower, John W. 1986. War Without Mercy: Race and Power in the Pacific War. Pantheon, New York.
Pons, Philippe. Come il Giappone dimentica i suoi crimini, in "Le Monde diplomatique", ottobre 2001.
Pons, Philippe. Il negazionismo nei manga, in "Le Monde diplomatique", ottobre 2001.
Redazione. Le "ricette" dei fumetti revisionisti, in "Le Monde diplomatique", ottobre 2001.

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