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Robot
La parola robot deriva dal ceco robota(1). Il termine è stato introdotto nel 1920 dal drammaturgo cecoslovacco Karel Capek per indicare gli automi (organici) protagonisti del suo dramma R.U.R. (Rossum's Universal Robots), che si rivoltavano contro l'uomo che li sfruttava. La diffusione dell'espressione è dovuta poi alla lingua inglese. Il primo robot industriale fu prodotto nel 1961 negli Stati Uniti dalla Unimation Inc. Dalle 360 pagine del rapporto "World Robotics 2001", pubblicato dalla United Nations Economic Commission for Europe (UNECE) in collaborazione con la International Federation of Robotics (IFR), risulta che le macchine di automazione industriale sono 749.800. In particolare, il Giappone ne utilizza 389.400, l'Unione Europea 197.800 e gli Stati Uniti 89.900(2). In Europa, la Germania è in testa con 91.200, seguita dall'Italia con 39.200, dalla Francia con 20.700 e dal Regno Unito con 12.300. Il 2000 è stato un anno record, con l'installazione di 100.000 nuovi robot (+25%). Il 2001 dovrebbe essere in controtendenza (Europa in crescita, resto del mondo in calo), a causa della crisi economica, ma i dati definitivi non sono ancora disponibili. Per il 2004 è previsto un totale di 976.000 robot a livello mondiale. In Giappone vi sono quasi 300 robot ogni 10.000 addetti, 120 in Germania, 95 in Italia, circa 80 in Svezia, 60 in Francia e circa 50 in Spagna, Stati Uniti, Svizzera e Benelux. Nell'industria dell'auto nipponica, il rapporto fra robot e lavoratori è di 1 a 6, in Italia e Gemania di 1 a 10. Il loro impiego ad uso professionale sta aumentando anche in altri campi (medicina, costruzioni, ricerca sottomarina, sorveglianza, etc.). Le unità di questo sono 10.415, con una prospettiva di 30.000 nuove unità entro il 2004. I robot ad uso personale e privato non ludico sono invece 12.500; quelli ad uso ludico 100.000. Le prospettive di crescita in questi ultimi due gruppi sono spaventose: 425.000 nuovi robot nel primo gruppo e 200.000 nel secondo. Dagli anni '60 sono stati installati circa 1.200.000 robot, ma molti sono stati ritirati dal mercato per obsolescenza. Scopo dei robot è sgravare l'uomo dalla fatica e dalla noia del produrre. Le "fabbriche senza luci" (non hanno bisogno di illuminazione perché dentro non c'è più nessun essere umano) sono in parte già una realtà e sono destinate a affermarsi sempre di più. E anche quelle in cui ancora ci sono le luci (perché dentro c'è gente che lavora) sono diventate sempre più strutture in cui l'uomo ha ormai soltanto banali compiti di sorveglianza e manutenzione più che di produzione vera e propria. La posizione pionieristica del Giappone nel campo della robotica non è casuale. Tetsuwan Atom, il personaggio di manga e anime conosciuto in Occidente come Astro Boy, è stato creato da Tezuka Osamu alla fine degli anni '40. Il fatto che un robot possa diventare un supereroe della cultura popolare giapponese è dovuto all'animo giapponese, in cui è radicata l'idea che tutte le cose hanno uno spirito, anche gli oggetti inanimati. Ciò deriva dalla loro religione autoctona, lo shintoismo, che è di tipo animista. Questo è alla base della continua antropomorfizzazione degli oggetti (leggete, ad esempio, il manuale di istruzioni di un qualsiasi apparecchio e guardate le illustrazioni). Anime e manga sono pieni di robot che aiutano l'umanità, mentre i supereroi occidentali sono sempre umani o comunque organici. L'idea giudaico-cristiana secondo cui solo l'uomo ha un'anima rimane un concetto morale molto forte. Anche Pinocchio, la creatura di Collodi, non resta un pupazzo per sempre. Tetsuwan Atom, sebbene voglia diventare un ragazzo vero, dovrà accontentarsi della sua immortalità meccanica, ma esso è perfettamente umano quando capisce la differenza tra bene e male.
La Honda Motor Co., produttrice del robot Asimo(3), all'inizio degli anni '90 si recò in Vaticano per avere il parere della Chiesa Cattolica riguardo l'idea di costruire robot in forma umana, poiché aveva il dubbio che alcuni occidentali potessero fraintendere le intenzioni dell'azienda, magari credendo che giocassero a "fare Dio". Isaac Asimov, lo scrittore di fantascienza americano, è il creatore delle tre leggi della robotica, illustrate nel romanzo "I, Robot" e nei successivi. Queste leggi (in ordine di importanza: i robot non possono recano danno agli essere umani; devono obbedire loro; non possono comportarsi in modo da recare danno a se stessi), riflettono il desiderio dell'uomo di trasmettere una dimensione morale ai robot, poiché da sempre l'immaginario occidentale ha trasmesso l'idea di un'intelligenza artificiale diabolica (Il pianeta proibito, 2001 Odissea nello spazio, Terminator, Matrix, etc.) e non solo "malfunzionante". Per i manager delle aziende giapponesi, i robot sono "buoni" perché aiutano la gente.
Note
1. Durante il periodo feudale, il termine indicava i due o tre giorni di lavoro alla settimana che i contadini erano obbligati a fare nelle terre del feudatario senza essere pagati. Anche in epoche successive, robota continuò ad essere utilizzato per indicare del lavoro non volontario, mentre le giovani generazioni ceche e slovacche usano robota per indicare un'attività noiosa o poco interessante.
2. Esiste qualche discrepanza tra il metodo statistico utilizzato in Giappone e quello degli altri paesi.
3. Asimo, creato nel 2000, è ora impegnato come guida per i visitatori in un padiglione del National Museum of Emerging Science and Innovation di Tokyo.
Bibliografia
United Nations Economic Commission for Europe e International Federation of Robotics. 2001. World Robotics: Statistics, Market Analysis, Forecasts, Case Studies and Profitability of Robot Investment. United Nations, Genève.
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