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I degni figli di Hideyoshi
Persistenza della mentalità samurai nel Giappone dell'era moderna
di Maurizio Scanferla

29 novembre 2006. La nostra percezione del Giappone è viziata sia dai nostri pregiudizi, legati alla nostra idea dell'Oriente, sia dall'immagine molto idealizzata del suo turbinoso passato, dovuta a grandi cineasti come Kurosawa Akira oppure ai manga o agli anime.
Le radici del Giappone moderno affondano nel suo medioevo più d'ogni altro paese avanzato, dato che il medioevo nipponico finisce in pratica nel 1867. Pressappoco, la storia del Giappone premoderno si può dividere in cinque fasi: periodo Heian (794-1185), periodo Kamakura (1185-1333), periodo Muromachi (1338-1568), periodo Momoyama (coincide all'incirca con l'epoca delle guerre, Sengoku 1467-1568) e periodo Tokugawa (1603-1867).
Il periodo Heian è, in pratica, l'unico periodo in cui il paese era unito da un governo civile al quale i militari erano sottoposti. Alla fine di quest'era, l'autorità del governo imperiale si disgregò e iniziarono le guerre civili, che proseguirono per secoli.
L'epoca della guerra (che determina le caratteristiche del samurai classico) è in pratica una secolare guerra tra bande per il controllo del territorio(1) e della popolazione contadina che lo fa fruttare.
La ricchezza di un daimyou si misura in koku, che è la quantità di riso che alimenta un uomo per un anno(2). La fluidità sociale in quest'epoca è grande. In particolare, occorrono molti casi di gekokujou (vassalli che vincono i signori), in altre parole possidenti di rango inferiore che scalzano dal potere vecchie e antiche famiglie nei loro feudi.
Un esempio fra tutti: Toyotomi Hideyoshi (1536-1598), ultimo daijou daijin (gran ministro) prima dell'era Tokugawa. Egli era, per utilizzare un termine moderno, un self-made man. Iniziò come ashigaru (fante), divenne generale, poi daimyou e alla fine, dopo aver unificato il Giappone con le armi, kanpaku (reggente). Proprio lui, però o appunto per questo, iniziò la cristallizzazione degli ordini sociali con l'editto "caccia alle spade" che concesse solo ai samurai la possibilità di portare armi. Dopo la sua morte, Tokugawa Ieyasu, un suo vassallo, conquista il potere e riorganizza totalmente il panorama feudale e le classi sociali.
La classe samuraica ha il diritto legale ed esclusivo di esercitare la violenza. Solo un samurai poteva portare la spada e con questa uccidere a suo piacimento membri delle classi inferiori che non gli avevano mostrato il rispetto dovuto (questa era l'enunciazione(3)). Sotto Ieyasu, i samurai ricevono uno stipendio dall'autorità e non hanno il diritto di possedere terre. Tutto il paese è incasellato in categorie ben precise e inamovibili: Samurai, contadini, artigiani e mercanti(4). Ad ognuna di queste classe venne imposto un ferreo codice di comportamento. I contadini, che erano la maggioranza della popolazione, erano anche sottoposti al concetto di responsabilità collettiva, in pratica se un appartenente ad un villaggio compiva un crimine, tutti i suoi concittadini ne subivano le conseguenze.
I samurai diventano, in questo periodo, una classe parassitaria ma dominante, che impone le proprie tradizioni e i propri credi a tutta la popolazione del paese.
Precisazione sui credi. Samurai significa letteralmente "servitore" (dall'antico verbo saburau, servire). Le doti principali del samurai, oltre al coraggio e all'abilità nel maneggio delle armi, sono la subordinazione e l'obbedienza assoluta. Questo può sembrare in contraddizione con i secoli di guerre civili, ma la fedeltà è dovuta verso il proprio superiore diretto, il capo clan o padre, figure equivalenti(5). A causa dell'isolamento, non culturale ma territoriale, della loro isola, i giapponesi non furono quasi mai costretti a dover preservare la loro identità e indipendenza contro altri popoli e, di conseguenza, non impararono mai a ritenersi una nazione unica (in questo molto simili agli italiani fino alla proclamazione del Regno d'Italia).
Con l'espulsione degli stranieri, iniziata nel 1624, e la persecuzione del Cristianesimo, il paese si chiuse alle influenze straniere(6).
A livello teorico, il Giappone dell'era Tokugawa era un paese congelato. Nella realtà le cose erano piuttosto diverse. I Samurai, concentrandosi fisicamente nelle città, lasciarono che gli shoya (capi villaggio e contadini arricchiti) diventassero sempre più indipendenti (la produttività del suolo aumentò, tant'è che la popolazione si raddoppiò). Numerose persone intraprendenti, molto spesso della casta dei mercanti, si arricchirono e, facendosi adottare da famiglie samurai (squattrinate), acquisirono un cognome, diventando Samurai a tutti gli effetti. In alcune province il rango di Goshi (Samurai di campagna, dotato di una piccola proprietà terriera) fu messo in vendita, permettendo così a contadini arricchiti o mercanti di elevarsi di casta. Inoltre altre categorie finirono per assumere ruoli non previsti e importanti come i medici (mai inseriti in una qualche casta), o gli attori di teatro (che interpretavano parti femminili), ritenuti effeminati e immorali, ma soggetti ad un'adorazione divistica.
Rimanevano anche i samurai senza padrone (Ronin) cioè guerrieri trovatisi senza un signore (senza un' autorità) che però conservavano il diritto legale alla spada, cioè alla violenza. Questo diritto unito molto spesso alla povertà e allo sradicamento sociale portava spesso a problemi d'ordine pubblico(7). La particolarità del Giappone dell'epoca era, che anche nelle classi sociali più disagiate non esisteva un'effettiva tendenza alla ribellione. I contadini, la classe sociale più oppressa, si ribellavano solo quando l'unica prospettiva era la morte. Nel periodo Tokugawa si verificarono carestie che sfociarono in rivolte contro le autorità costituite, che regolarmente le reprimevano spietatamente (nonostante tutto la durata media della vita in Giappone era maggiore che in Europa nello stesso periodo).
L'ultima e più sconcertante rivolta contro lo shogunato fu effettuata da un samurai, Oshio Heihakiro, nel 1837. Heihakiro era disgustato dalla carestia causata dalla corruzione della classe dirigente e il suo intento era di eliminare i funzionari corrotti intorno a lui e di sostituirli con persone valide, senza però cambiare il tipo di governo. La sollevazione fallì miseramente quando i rivoltosi saccheggiarono i depositi di cibo e di alcolici, rimanendo inermi contro i samurai accorsi. Oshio Heihakiro riuscì a sfuggire alla cattura, ma si tolse la vita qualche giorno dopo.
Peraltro l'ultima fase dell'era fu caratterizzata da una rinascita culturale e artistica che venne posteriormente chiamata Rinascimento Giapponese. Si cominciò ad anche risvegliare l'interesse verso il mondo esterno e il governo sviluppò una scuola per l'insegnamento delle scienze straniere. L'era Tokugawa inizia nel 1603 e finisce nel 1867 con la guerra di restaurazione dell'Imperatore Mutsuhito, da allora chiamato Meiji (letteralmente governo illuminato(8)), contro l'ultimo Shogun Tokugawa. Anche in questo caso sono i samurai a causare il cambiamento.
Nell'ultimo periodo dell'era Tokugawa i samurai leali all'Imperatore, gli shishi(9), per finanziarsi esigevano il pizzo ai ricchi commercianti, e per ottenerlo minacciavano di suicidarsi (il suicidio di protesta fa parte della tradizione samurai). Ovvio che un simile modo di fare non ottenesse grandi risultati, ma ciò dimostra che queste persone non immaginavano nemmeno modi di pensare diversi dal loro. Finisce l'epoca Tokugawa, non esistono più daimyo, la nazione si riconosce nella figura religiosa e fisica dell'Imperatore.
Il paese evolve, l'Imperatore ordina la smobilitazione della classe samuraica. Molto semplicemente, lo stato abbassa gli stipendi precedenti, revoca il permesso di portare la spada e toglie la facoltà di uccidere persone di classi inferiori. Questo causò alcune rivolte e l'ultima, capeggiata da Saigou Takamori, un samurai che aveva attivamente contribuito a causare la caduta del precedente regime, fu repressa dall'esercito imperiale formato da soldati di leva, che dimostrarono di essere in grado di combattere e vincere i guerrieri per tradizione.
Nonostante non si vedano più per strada samurai con la spada e il codino, i partiti politici costituitisi e lo stesso governo è pieno di ex-samurai(10). Ex-samurai fondano associazioni patriottiche e società segrete che influenzano, spesso con la violenza e l'omicidio, la politica interna ed estera del governo (sembra che la violenza carnale e l'omicidio dell'ultima regina della Corea sia stata effettuata da agenti di una di queste società).
Gli anni della modernizzazione e dell'imperialismo sono molto tumultuosi e sarebbe una fatica improba descriverli interamente. La cosa da notare è come la violenza facesse parte, in pace, del panorama politico giapponese. Violenza in patria e violenza all'estero. Non c'è dubbio che lo spettacolo dell'imperialismo occidentale ottocentesco convincesse i giapponesi a sviluppare una propria politica imperialista, per salvaguardare la propria autonomia.
Per non finire come la Cina, che era definita dagli europei con immenso disprezzo "l'Africa gialla", i dirigenti nipponici decisero di sviluppare una grande potenza militare. L'indipendenza dell'alto comando imperiale dalla politica civile è sanzionata nella Costituzione(11), si sviluppano esercito e marina e si intraprende una serie di guerre. Cronologicamente:

  • Guerra contro la Cina (1894); acquisizione di Formosa
  • Rivolta dei Boxers (1900)
  • Guerra contro la Russia (1904); protettorato su Corea e Manciuria
  • Prima Guerra Mondiale (1914)
Nella guerra contro la Cina del 1894 il giovane esercito nipponico massacrò la popolazione cinese di alcune città. Le cifre variano tra i 30.000 e i 20.000 morti (sembra una specie di pulizia etnica ante litteram).
Nel 1895 l'ultima regnante coreana, la Regina Myeongseong, fu violentata e uccisa da agenti giapponesi (incidente di Ulmi).
Nella guerra russo-nipponica non ci furono episodi conclamati di uccisioni ingiustificate o torture o di violazioni di nessun tipo, e i prigionieri russi furono trattati con umanità. Nell'assedio di Port Arthur furono proclamate delle tregue d'armi, in cui i soldati fraternizzarono, o perlomeno si scambiarono sigarette, cibo, etc., cosa che abitualmente non succede tra nemici che si odiano.
Ma subito dopo la guerra, l'esercito autoctono coreano fu disarmato e 3.000 dei migliori soldati furono sterminati dall'esercito nipponico mediante un inganno(12).
Nella prima guerra mondiale, in cui i giapponesi furono impegnati a invadere le varie colonie tedesche nel Pacifico, non accadde qualcosa che possa essere denominato crimine di guerra e i tedeschi catturati non ebbero nulla da ridire sul trattamento riservatogli.
Nel 1919 in Corea una marcia pacifica contro l'occupazione, divenne l'occasione per un rastrellamento in cui la polizia e reparti militari giapponesi circondarono alcuni villaggi e uccisero tutti gli uomini (e anche donne e bambini), alcuni chiudendoli in una chiesa che venne poi incendiata. Sembra che 7.500 persone furono uccise immediatamente e 45.000 arrestate (non si conosce il numero esatto di quelli che furono in seguito torturati o uccisi). Nel 1921 l'esercito nipponico ricevette un riconoscimento dalla Croce Rossa Internazionale per l'esemplare trattamento umanitario riservato ai prigionieri bolscevichi, catturati durante l'intervento nella guerra civile russa.
Tutti questi dati sono evidentemente contraddittori tra di loro. Nel corso dei secoli, nelle guerre sono sempre accaduti episodi simili di uccisioni e torture, a tutte le latitudini. E' solo negli ultimi 300 anni, e in Occidente, che si è verificato un lento adeguarsi a regole comuni, improntate a una limitazione della violenza verso i soldati inermi e verso i civili innocenti(13). Nel lontano Oriente la crudeltà in guerra era una prassi comune (come nell'Europa del 1600), e il trattamento umanitario dei prigionieri dell'esercito nipponico, riservato agli occidentali, può sembrare più sorprendente delle sevizie inflitte ad altre etnie.
Una spiegazione può essere questa: dopo la Restaurazione, il maggior desiderio dei dirigenti nipponici era che l'Impero fosse introdotto nel novero delle nazioni cosiddette civili e sviluppate. All'epoca questo voleva dire Occidente. Di conseguenza anche nella guerra ci si adeguò a seguire le regole occidentali. Il trattamento inumano verso altri orientali, non era una contraddizione a queste regole. Gli stessi europei democratici, nella gestione e nella conquista delle colonie si erano comportati in modi simili, ad esempio la conquista del Congo da parte del Belgio nel diciannovesimo secolo, o i bombardamenti con gas da parte dei britannici contro i rivoltosi in Iraq nel 1920. Di conseguenza la brutalità verso i cinesi e i coreani, considerati abitanti di colonie (esseri inferiori), e l'umanità verso i prigionieri russi o tedeschi, considerati propri pari, sono due facce della stessa medaglia.
La Prima Guerra Mondiale segna l'apogeo del Giappone dell'era Meiji (sebbene si fosse già nell'era Taisho): la sparizione delle marine mercantili occidentali dovuta alla guerra, consentì ai Nipponici di affermare il loro monopolio nei traffici marittimi nel Pacifico. Inoltre l'industria prosperò rifornendo gli alleati in guerra. Si diffuse in patria un benessere mai provato prima. Dal 1885 al 1918 l'esercito era passato da 7 divisioni a 12, con un organico di 380.000 uomini di leva e di 270.000 riservisti. La marina aveva avuto uno sviluppo simile. Entrambi i servizi avevano un peso politico pari al loro gravare sul bilancio dello stato (ad esempio la tassa fondiaria del periodo di guerra era del 8% di cui il 6% era sovra imposta di guerra ed la tassa sulle aree fabbricabili era passata dal 2.5% al 19.5%). Alla fine, però i nodi vennero al pettine. Con il ritorno delle condizioni anteguerra ci fu una crisi da sovrapproduzione (un'anticipazione della crisi mondiale del 1929).
La politica cercò di limitare i danni. La conferenza di Versailles (1919) concesse al Giappone il rango di "Potenza Mondiale" ed il controllo di tutte le colonie tedesche occupate nel Pacifico ed il riconoscimento di "speciali diritti" sulla provincia Cinese di Shandong(14). Ma fu parimenti negato ai Giapponesi il diritto di emigrazione in Australia e negli Stati Uniti. Nella Conferenza di Washington (1921), la Gran Bretagna e gli Stati Uniti costrinsero il Giappone a rinunciare ai territori acquisiti in Cina e in Siberia ed a limitare la potenza della marina militare. Dalle fazioni nazionalistiche. questo trattato fu considerato un tradimento da parte dei politici. La crisi economica flagellò il paese, aggravata dal protezionismo economico delle nazioni occidentali (che avevano gli stessi problemi finanziari) e dal blocco dell'immigrazione nipponica imposto dagli altri paesi.
Il nazionalismo cresce nell'esercito e nella marina (e nel paese), anche a causa di una riforma militare che portò ad arruolare ufficiali provenienti da classi sociali medie(15), i quali inserendosi nelle vecchie società segrete o fondandone di nuove, portarono il paese ad un ancora più accentuato fanatismo, diretto spesso contro le autorità civili e militari non allineate.
Un esempio su tutti. L'ammiraglio Yamamoto Isoroku, che fece parte di vari governi, era un uomo conosciuto per il suo scarso avventurismo militare e per la sua propensione alla pace, dovuta ovviamente alla conoscenza delle condizioni reali del Giappone e non ad una specie di pacifismo ante litteram. Per questo furono progettati attentati alla sua vita(16) nonostante fosse un autentico eroe di guerra e un uomo integerrimo.
Nel 1923 un terribile terremoto colpisce la pianura del Kantou. Scoppiò un pogrom contro i coreani, accusati di voler approfittare dell'occasione per scatenare una rivoluzione. Le fonti ufficiali dicono che i civili giapponesi uccisero indiscriminatamente cittadini coreani o chiunque pronunciasse in modo sbagliato l'alfabeto sillabico(17) e che i soldati ristabilirono l'ordine. Molte testimonianze coreane affermano che invece i soldati affiancarono nei linciaggi i civili imbestialiti. Le cifre parlano di 6.000 coreani e 700 cinesi uccisi, nei linciaggi o a sangue freddo (questo è un classico esempio di odio razziale).
Nel 1931 inizia la guerra contro la Cina, in seguito a una serie di incidenti provocati da agenti giapponesi (questa attività non era diretta dal governo, era un'impresa privata delle forze armate). Nel 1932 la Manciuria è dichiarata stato indipendente, in realtà era una colonia dell'esercito giapponese). Da quest'anno iniziano una serie di attentati verso politici, per costringere i governi a impegnarsi a fondo nella politica espansionista. Nel 1932 (Go-ichigo jiken, incidente del 15 maggio) e nel 1936 (Ni-niroku jiken, incidente del 26 febbraio) ci furono addirittura due colpi di stato militari contro il governo civile, che però furono soffocati. Da notare che la maggior parte di questi rivoltosi erano giovani ufficiali, e per quanto riguarda l'incidente del 26 febbraio, fu sospettato l'appoggio o l'incoraggiamento del Principe Chichibu Yasuhito, fratello minore dell'Imperatore Hirohito. Adesso si può iniziare a parlare di crimini di guerra.
Parlando dei crimini di guerra effettuati dai soldati giapponesi non si vuole fare del pregiudizio, ma semplicemente enumerare fatti e tentare una spiegazione. Nel lungo prologo si è descritto come, negli anni '20 e '30, le forze armate giapponesi (filiazione diretta dello spirito dei samurai) si siano messe in contrapposizione all'autorità civile, sullo stesso suolo patrio. Precedentemente alla Seconda Guerra Mondiale i soldati nipponici non erano mai stati definiti autori di crimini di guerra, da una parte perché la definizione finale di crimini di guerra fu elaborata solo successivamente e dall'altra per le ragioni sopra menzionate (crimini effettuati solo verso abitanti di colonie).
La sistematicità dei crimini di guerra nipponici a partire dagli anni '30 induce a credere:

  • alla permanenza di concezioni medioevali nella mentalità militare giapponese (tra le quali il gekokujo);
  • ad un risentimento verso il mondo esterno, il quale non riconosce lo sforzo fatto dalla nazione per svilupparsi;
  • all'influsso di ideologie razziste-scioviniste con agganci alle ideologie europee nello stesso periodo.
I crimini di guerra giapponesi si sono articolati in varie parti:

1) Violenze e omicidi e lavoro forzato su prigionieri di guerra. Le violenze sui prigionieri alleati sono di pubblico dominio e furono spesso citate nei tribunali alleati per i processi ai criminali di guerra. Molto nota la "Marcia della morte" nelle Filippine e i successivi campi di lavoro ferroviari nel Sud-Est Asiatico.

2) Violenze su civili e non combattenti. Le violenze su civili furono effettuate in tutti i territori occupati. Ogni persona poteva essere oggetto di violenza da parte di militari giapponesi. E' famoso l'episodio dello "stupro di Nanchino"(18) o gli eccidi di civili nelle Filippine, al tempo della ritirata da Manila.

3) Lavoro servile di civili non nipponici. Molti uomini dei territori occupati furono assunti con patti truffaldini e tradotti in ogni parte dell'impero. Arrivati nei luoghi dove dovevano prestare la loro opera, venivano costretti a lavorare in condizioni insostenibili e non gli veniva corrisposta nessuna paga. Se si ammalavano non venivano curati, se si ribellavano venivano uccisi. A volte venivano costretti a combattere (ad esempio, i lavoratori coreani nelle isole del Pacifico).

Tutti i crimini che hanno a che fare con civili e prigionieri di guerra, sono espressioni del concetto di onore e di separazione della vita militare da quella civile, tipico del samurai. Il nemico è stimato, quando combatte con assoluto sprezzo della sua vita, ma quando si arrende perde tutta la stima perché, tradizionalmente, un samurai non si consegna al nemico(19).
Il civile e la donna non combattono, e sono espressioni di un mondo separato, di conseguenza non sono considerati. Il combattente del periodo Shouwa è distaccato dalla popolazione, non combatte per essa, ma combatte per il proprio onore e per l'onore dell'organizzazione a cui appartiene (esercito o marina, che si comportano a volte come due famiglie samurai non avversarie ma neanche propriamente alleate).
Questo può spiegare alcuni avvenimenti. In patria quando delle donne o nonnine offrono cibo ai prigionieri occidentali, i soldati di scorta le malmenano.
A Saipan accadono fatti mai ben chiariti. Centinaia di civili giapponesi si gettano da una scogliera per non cadere nelle mani degli americani (nonostante che i traduttori americani li avessero assicurati con gli altoparlanti che non gli sarebbe stato fatto alcun male). I marines, poco lontani, vedono che molti sono forzati a saltare dai soldati. Arrivati in sito, gli americani trovano neonati uccisi.
Ad Okinawa, i civili sono costretti a partecipare alle cariche suicide.
Ci sono poi cose che sembrano direttamente tratte dal Genji Monogatari(20). In Cina si fanno gare a chi taglia più teste di nemici (però è molto più facile tagliare la testa a nemici catturati che a nemici combattenti) e i nomi dei vincitori sono citati sui giornali nazionali (da notare che il conteggio e l'esibizione delle teste dei nemici sconfitti era normale dopo le battaglie delle guerre civili).

4) Uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali (guerra chimica e batteriologica). Le armi vietate furono usate contro i cinesi dal 1931. Sempre in Cina furono effettuati dall'aviazione bombardamenti terroristici contro obiettivi civili.

5) Uso di cavie umane in esperimenti scientifici. L'Unità 731 e l'Unità 100, specializzate in ricerche sulla guerra batteriologica, furono inviate in Cina nel 1936. Le cavie umane (chiamate maruta, cioè pezzi di legno) erano usate per testare batteri utili per la guerra. Alla fine della sperimentazione venivano vivisezionate(21).

Il secondo tipo di crimini, uso di armi vietate e sperimentazione scientifica su cavie umane, sembrano estranei al nostro concetto di samurai, ma invece sono espressioni di spregiudicatezza militare(22). Il Giappone fu costretto ad aprire le frontiere nel 1862, sotto la pressione di paesi militarmente più avanzati. Logicamente, i nipponici non volevano rimanere indietro in nessun campo. La storia dell'Unità 731 è stata recentemente divulgata in varie pubblicazioni, dopo un oblio (voluto) durato 50 anni. Per farne una breve descrizione, si studiavano i batteri di malattie adatti a essere usati nella guerra batteriologica (peste, malattie epidemiche varie, l'elenco è terribilmente lungo) e si progettavano mezzi adatti a diffonderli (avvelenamento dei pozzi, insetti, dispersione mediante bombe e granate, etc.). Le conoscenze ottenute furono direttamente utilizzate per scatenare varie epidemie in Cina, che causarono migliaia di morti (secondo stime americane 200.000 persone morirono fino al 1948), tutto ciò allo scopo evidente di indebolire la resistenza cinese contro gli invasori. Però, come danni collaterali, in queste offensive atipiche morirono contagiati anche 1.700 soldati giapponesi. La sperimentazione medica è una parte della ricerca di nuove armi e, curiosamente, ricorda la storia del samurai che ordina una nuova spada a un grande armaiolo. Come collaudo, sembra fosse una pratica comune comprare un condannato a morte e tagliarlo in due con un colpo solo, se la spada era buona(23).

6) Prostituzione coatta (comfort women). Dal 1931 l'esercito e la marina organizzarono un servizio di prostituzione militare, che non esisteva precedentemente. Originariamente le donne erano cittadine nipponiche maggiorenni (21 anni), prostitute riconosciute, reclutate volontariamente (quello che le aspettava però era un vero incubo). Quando le giapponesi cominciarono a scarseggiare, ci si rivolse ad altre nazionalità. Le donne di questo secondo periodo erano di etnia coreana, cinese e di qualsiasi territorio occupato, di razze che i giapponesi consideravano inferiori (ma anche olandesi).
Il, chiamiamolo cosi, servizio era coatto. Le donne (età media da 15 a 22 anni, o addirittura bambine) erano reclutate con l'inganno o semplicemente rapite, portate lontano da casa e costrette a subire continue violenze sessuali. In alcuni casi una donna doveva soddisfare 40 uomini al giorno. Chi non si sottometteva era picchiata e torturata. Se si ammalavano non erano curate o, più spesso, erano semplicemente uccise. Queste donne non ricevevano alcun compenso per le loro prestazioni. Quando i giapponesi si ritiravano, le sventurate erano uccise per non farle catturare dal nemico, o semplicemente abbandonate in mezzo alla giungla.
Il capitolo delle comfort women rispecchia la bassa valutazione della donna nell'Estremo Oriente e, a mio modo di vedere, un certo maschilismo deteriore tipico degli ambienti militaristi. Il servizio di prostituzione militare, serviva paradossalmente a tutelare l'immagine delle forze armate imperiali. I soldati si sfogavano nei bordelli, evitando così di violentare le civili che vivevano vicino alle loro basi. Le confort woman erano considerate come parti di equipaggiamento(24). Il loro strazio non finì nemmeno dopo la guerra. Quelle poche sopravvissute che riuscirono a tornare a casa loro divennero della paria, rifiutate dai loro stessi parenti, che evidentemente non le consideravano delle vittime(25).

7) Cannibalismo. Sembra che nello "Stupro di Nanchino" ci sia stato almeno un caso documentato di cannibalismo da parte di un soldato verso un civile cinese. Un'altra fonte afferma di cadaveri mutilati degli organi genitali maschili, destinati al mercato interno giapponese, nella convinzione che mangiarli aumentassero la virilità. I primi casi di cannibalismo verso occidentali furono riportati in rapporti australiani durante la campagna della Nuova Guinea. I soldati nella giungla affermavano di aver trovato in bivacchi abbandonati dai giapponesi delle ossa umane spolpate con segni di combustione. Col prosieguo della guerra fu documentato il caso di un battaglione che resistette per due mesi mangiando carne umana nelle Filippine.
Il cannibalismo era vietato espressamente nei regolamenti militari (e se una cosa è vietata, c'è almeno qualcuno che ci pensa). Gli alleati, però, scoprirono che era una pratica ufficiosamente tollerata in condizione di assoluta mancanza di rifornimenti, condizione tipica della guerra nella giungla. Questo assunto però contraddice con episodi avvenuti in condizioni non estreme. E' stato documentato che un ufficiale dei servizi segreti fece uccidere un prigioniero americano per mangiarne il fegato. Ufficiali ordinarono di servire carne umana di prigionieri a una festa di battaglione. L'insieme dei dati fa pensare a un qualcosa ordinato da ufficiali, indubbiamente fanatici, più che a una scelta dettata dalla disperazione. Molto spesso i singoli soldati, posti di fonte all'alternativa tra morire di fame e mangiare carne umana, preferirono morire. Inoltre, a volte le vittime del cannibalismo non erano solo nemici, ma anche soldati giapponesi caduti.
Sul campo culturale non si sa proprio cosa dire. Ci sono documenti che sembravano affermare l'esistenza di casi di antropofagia da parte di samurai (sempre loro!) durante assedi della tarda età Momoyama, sia in patria che nella sciagurata invasione della Corea di Hideyoshi. Però non esiste nulla di certo su questi episodi. Di certo ci sono episodi provati di cannibalismo nell'ultima carestia del periodo Tokugawa (1783-1786) e la diceria popolare che mangiando la carne di un altro essere umano si acquisisse la sua forza. L'unica spiegazione possibile esiste nella volontà di continuare a combattere a ogni costo e nella depravazione di singoli ufficiali.

Passiamo ora a parlare dei kamikaze. I kamikaze sono l'espressione finale del carattere samurai e, allo stesso tempo, una risposta alla crisi militare.
Il nome kamikaze è composto da kami (dei) e kaze (vento o tempesta). Con questo nome, i giapponesi denominarono il tifone che nel 1281 distrusse la flotta mongola d'invasione. La parola kamikaze non aveva nessuna accezione militare. Il nome in codice dato alla prima azione suicida della marina era "Forza speciale di attacco shinpu" (che ha la stessa pronuncia di kamikaze) ed erroneamente i civili in patria cominciarono a chiamare kamikaze tutte le azioni suicide di tutte le armi. Durante il conflitto, la denominazione ufficiale dei gruppi di piloti suicidi volontari era "Squadre speciali di attacco" (Tokkoutai).
Storicamente, l'unico esempio di combattenti dichiaratamente suicidi(26) nella storia giapponese risale alla guerra del 1904 contro la Russia e per una sola azione. Nello stesso periodo nel quale in Germania si progettavano e costruivano nuove armi, che avrebbero dovuto colmare il divario numerico con gli Alleati, in Giappone un ufficiale, il vice Ammiraglio Oonishi Takijirou, propose un'idea: gettare sulle navi del nemico mezzi (prima aerei, poi altro) carichi di esplosivo per rendere troppo dispendioso agli americani il prosieguo del conflitto. Nonostante la sua apparente semplicità, l'ideatore deve faticare moltissimo per far approvare il concetto agli alti comandi. Una volta accettato, è tutto un fiorire di invenzioni e adattamenti suicidi, alcuni piuttosto ingegnosi.
Tutto questo fa sembrare un voler contrapporre la carne e l'anima, aiutati da un po' d'esplosivo, alla macchina bellica alleata. Tutta la propaganda esalta la spiritualità del samurai moderno contro il bieco materialismo nemico.
Bisogna dire, però, che l'alto comando rispetta il criterio economico: un buon soldato è prezioso e si deve usare più volte. I giapponesi sono gli unici, nella Seconda Guerra Mondiale, che fanno un uso estensivo di armature protettive nella fanteria. Inoltre, la fortificazione esasperata delle isole del Pacifico contrasta con il discorso romantico di "cercar la bella morte".
I volontari appartenenti alla "squadre speciali di attacco" erano per la maggior parte uomini molto giovani e piloti pochissimo addestrati, che non avrebbero mai avuto la possibilità di diventare esperti combattenti. I loro mezzi erano molto spesso obsoleti o arrivati al limite della vita operativa, oppure di limitata autonomia e di difficile pilotaggio.
D'altra parte, i piloti suicidi sono quasi venerati come divinità incarnate dai loro commilitoni.
Tutte le cerimonie offerte in onore dei kamikaze esaltano lo spirito di corpo e l'ammirazione tributata questi giovani che arrivano al sacrificio supremo.
Occorre un attimo spiegare le credenze ultraterrene nipponiche.
L'immortalità offerta a questi combattenti assoluti non si trovava in un aldilà religioso (come sembra per gli attuali attentatori suicidi islamici), ma si colloca nella memoria della loro gente. Moltissimi di loro erano atei, alcuni addirittura cristiani. A parte il loro tradizionale sincretismo religioso (una persona può dichiarasi buddhista, sacrificare agli dei shintoisti e poi sposarsi in una chiesa cristiana per ragioni estetiche), un giapponese desidera avere figli anche perché sono loro a occuparsi del monumento funebre dei genitori e a bruciare incenso nel piccolo santuario domestico. Essenzialmente l'immortalità di una persona dura quanto il suo ricordo. Gli eroi guerrieri giapponesi sono ricordati per sempre. Non c'è giapponese che non conosca la storia di Minamoto Yoshitsune (1159-1189), un eroe vissuto nel XII secolo, mentre ci sono italiani che non sanno chi fosse Giovanni de Medici delle Bande Nere, condottiero italiano del Rinascimento.
Per i sommergibilisti che attaccarono Pearl Harbour, che non erano kamikaze, furono addirittura stampate delle cartoline con una vista del porto sotto attacco e i ritratti di quei marinai, in uno stile che ricorda quello zuccheroso dei santini cattolici.
E, per chi non lo sapesse, il tradizionale grido di guerra "Banzai!" significa letteralmente "10.000 anni!", cioè il periodo per cui si spera di venire ricordati. Questa almeno è una delle interpretazioni.
Comunque sia, gli americani non si fermarono, e l'avanzata continuò.
La guerra, con l'invasione di Okinawa, arriva alle porte del Giappone.
Nonostante ora i giapponesi tendano maggiormente ad arrendersi (nelle prime fasi della campagna del Pacifico, gli alleati catturarono pochissimi prigionieri, in confronto agli altri teatri di guerra), non si vedeva la possibilità di una soluzione rapida ed economica del conflitto.
I comandi giapponesi consideravano inevitabile l'invasione della madrepatria e puntavano tutto sulla resistenza dell'esercito e della popolazione.
L'esercito era stato intaccato ben poco dalla campagna degli americani che aveva distrutto la marina e l'aviazione (dopo la resa, furono smobilitati oltre due milioni di militari in Giappone e rientrarono più di tre milioni di soldati da oltremare).
Per un attimo torniamo al concetto di suicidio. Tutti sanno che cosa è l'harakiri, o meglio seppuku, il suicidio rituale del samurai sconfitto. Tutti sanno anche del classico suicidio militare, cioè dello spararsi un colpo in testa per non sopravvivere alla vergogna della sconfitta, usanza molto sentita dai militari tedeschi.
Tra le due cose, la differenza è sostanziale. I due guerrieri,tedesco e giapponese, si suicidano entrambi. Ma se per il germanico suicidarsi è un'opzione, anche se apprezzata, per il nipponico è un obbligo morale(27).
Però non tutti sanno che esisteva anche lo junshi. In questa pratica, nel medioevo, il daimyou sconfitto appiccava il fuoco alla sua casa o maniero in modo che la sua famiglia e i suoi sottoposti non cadessero nelle mani del nemico e morissero con lui. Però quello che valeva per il daimyou, valeva anche per gli inferiori, che spesso si suicidavano volontariamente per seguire il loro signore nella morte. Un esempio: quando morì l'imperatore Meiji nel 1912, il comandante dell'esercito Nogi Maresuke (1849-1912) e sua moglie si suicidarono(28).
Gli attacchi all'arma bianca delle ultime fasi di Guam o di Saipan sono tipici esempi di junshi. Mancando il maniero da incendiare, ci si gettava sulle mitragliatrici o sui lanciafiamme avversari.
Semplicemente, i comandi giapponesi speravano che il popolo degli Stati Uniti, quando le perdite di soldati americani (dovute alle tattiche suicide) fossero diventate troppo grandi, avrebbe costretto il governo a cercare un armistizio.
L'intero paese era stato militarizzato. Tutti gli adulti lavoravano in industrie connesse con la difesa e gli adolescenti, maschi e femmine, venivano addestrati a combattere con lance di bambù e cariche esplosive (automaticamente, questo ne faceva dei kamikaze).
Più si scendeva nei gradi, più la consapevolezza della disfatta veniva sostituita dal fanatismo.
Con lo sgancio delle due bombe atomiche, la situazione si cristallizza. Per i governanti, la prospettiva dell'annichilimento totale della nazione giapponese diventa terribilmente reale(29).
Nello stesso tempo, i sovietici denunciano il patto di non aggressione e attaccano la Manciuria.
L'imperatore Hirohito decide di avallare la resa senza condizioni proposta dal governo(30).
E qui accade un episodio da periodo Muromachi(31). Un migliaio di soldati occupano la residenza imperiale, per impedire la proclamazione della resa. L'evidente volere di questi soldati è la prosecuzione ad oltranza della guerra.
Questi dissidenti setacciano la residenza per trovare il disco dove è stata incisa la dichiarazione dell'Imperatore e per uccidere i ministri responsabili. Il golpe non riesce, perché non si trovano né gli uomini né la registrazione (nonostante l'incendio delle residenze del Primo Ministro e del Presidente del consiglio privato dell'Imperatore), sia perché il comandante generale dell'area di Kyoto, informato dell'accaduto, marcia sul palazzo imperiale.
Si può vedere come, nonostante la sacralità della persona dell'Imperatore e la formale obbedienza assoluta ai suoi ordini, un qualunque quadro medio (tra questi dissidenti non c'erano ufficiali superiori) potesse pensare e tentare un colpo di stato clamorosamente contro gli interessi della sua patria (dato che la continuazione della guerra sarebbe stata un'assoluta catastrofe per il Giappone) e corrispondente a un'idea eroica e romantica, ma totalmente controproducente, di onore militare.
Questi rivoltosi, agendo in questo modo, interpretavano l'anima antica e autocratica delle forze armate(32).
Dopo la proclamazione della resa, il comandante ribelle si uccise. Alcuni kamikaze si gettarono in mare con i loro aerei e il vice Ammiraglio Oonishi Takijirou fece seppuku, rifiutando però il colpo di grazia (garantendosi così delle ore di terribile sofferenza. Dopo qualche tempo, un suo sottoposto pietosamente lo decapitò). Tutto sommato, ci furono meno suicidi di quanto si potesse immaginare (tranne per gli ufficiali sospettati di crimini di guerra, che a volte si suicidarono per sottrarsi al processo degli alleati).
Per la seconda volta in 60 anni, l'Imperatore ordinò ai samurai di rinunciare alle spade, ed essi lo fecero. Lo spirito del samurai si trasferiva negli affari.
E' indubbio che la disciplina e il modo di pensare samurai abbiano contribuito enormemente allo sviluppo del paese, ma nello stesso tempo l'ossessione nei confronti della guerra e l'indifferenza verso la popolazione civile ha condotto il Giappone verso una conclusione obbligata, la sconfitta.

Appendice: la memoria strabica?

In Giappone esiste un tempio e un museo che insieme vengono chiamati Yasukuni Jinja (Tempio delle divinità della pace). Il tempio fu fondato nel 1869 per commemorare i caduti delle guerre di restaurazione. Fu chiuso nel 1945 e riaperto nel 1986. E' un luogo di culto shintoista che ricorda tutti i caduti (diventati dei) delle guerre combattute dal Giappone dal 1859 al 1945. Non solo militari, ma anche marinai della marina mercantile, volontari minorenni, infermiere della Croce Rossa, civili uccisi dai bombardamenti alleati, etc. (questo eccetera è piuttosto triste).
Commemora inoltre i "martiri dell'era Shouwa" (testuale) ovvero quei 1.068 condannati dai tribunali privi di vergogna (testuale) degli alleati per crimini di guerra. Regolarmente ogni volta che un membro del governo giapponese lo visita, scoppia un caso diplomatico. I paesi che hanno provato le piacevolezze dell'occupazione o combattuto contro il Giappone, non apprezzano molto la rievocazione agiografica delle forze armate nipponiche, di cui questo tempio è un esempio, nonché la definizione di martiri data ad alcuni criminali di guerra.
Esistono inoltre due musei dedicati specificatamente alle "Squadre speciali d'attacco" (Tokkoutai), uno a Chiran e l'altro a Kaseda, entrambi nella prefettura di Kagoshima, nella penisola di Satsuma (patria di Saigou Takamori).
Il Giappone, in cinquant'anni, non è mai stato costretto a elaborare il proprio passato, come la Germania, ma a quanto pare si è limitato a rimuoverlo.

Note

1. Quando un clan vinceva una guerra, regolarmente uccideva tutti gli appartenenti alla famiglia dello sconfitto (anche le donne e i neonati). Il suicidio rituale era anche un modo per privare il nemico della vittoria totale. Per questo parlo di guerra di bande.
2. In pratica un daimyou può possedere un patrimonio di 1.500 koku pari a quello di un altro daimyou che ha però una estensione territoriale maggiore. Si tratta di una misura di produttività del suolo.
3. In questo periodo nascono le scuole di Karate e Judo. Notare che tutte queste arti marziali (in cui non esiste il maneggio della spada) sono sistemi di combattimento diretti in pratica contro i samurai.
4. Esisteva anche un piccolo gruppo di nobili di corte (Kuge) che furono ancora di più estraniati dalla vita del paese.
5. Anche il gekokujou sembra una contraddizione, ma è facilmente spiegabile: se il mio superiore è dichiaratamente incapace, io ho il diritto di scavalcarlo, perché servirei meglio da superiore che inferiore.
6. Rimase un piccolo gruppo di olandesi rinchiuso in un'isola della baia di Nagasaki. Questi furono gli unici stranieri che ebbero un limitato accesso al paese per 200 anni.
7. A capo delle rivolte contadine quasi sempre si trovarono dei Ronin.
8. Alla fine dell'era Tokugawa si cominciò a denominare i periodi di reggenza con un termine, a volte il nome dell'Imperatore in carica: era Meiji (1867-1912), era Taishou (1912-1926), era Shouwa (1926-1989).
9. Letteralmente: uomini dai grandi intenti. La maggior parte di loro erano goshi o samurai di campagna, provenienti dai 4 feudi tradizionalmente ostili ai Tokogawa. Dopo che lo shogunato ebbe aperto i porti ai gaijn (barbari dagli occhi tondi, gli occidentali) instaurarono un movimento teso a annullare l'influenza degli stranieri sul Giappone.
10. Ovviamente la maggior parte degli ex samurai si limitò a cercare di sbarcare il lunario.
11. Articolo XI della Costituzione Meiji :"L'Imperatore ha il comando supremo dell'Esercito e della Marina". Le due armi avevano ministeri divisi, i responsabili dello Stato Maggiore dell'esercito e della marina rispondevano direttamente e solo all'Imperatore del proprio operato e, cosa sconcertante agli occhi degli occidentali, potevano far cadere governi a loro antipatici. Come si può osservare, tutta la struttura dello stato era subordinata alla difesa dello stesso. Inoltre, l'autorità e sacralità dell'Imperatore è qualcosa di difficilmente comprensibile per noi.
12. Questo diede origine a una attiva guerriglia antigiapponese che venne annientata solo nel 1910.
13. Da notare come queste regole venissero applicate solo verso quelli che si percepiva come pari. Ad esempio la Francia rivoluzionaria (patria della Dichiarazione dei diritti dell'Uomo) trattava con moderazione i prigionieri di guerra delle nazioni nemiche, mentre nella Vandea rivoltosa le Armate repubblicane compivano atti che nemmeno i Nazisti avrebbero tentato di fare.
14. Il governo cinese si rifiutò di firmare il trattato e ci furono sollevazioni anti nipponiche.
15. Questi ufficiali provenienti da famiglie di funzionari dello stato, piccoli proprietari terrieri, etc., non avevano lo stesso rispetto per l'autorità degli ufficiali provenienti da famiglie altolocate e nobili. La maggioranza degli uomini di leva continuava a essere di origine contadina. Nei primi anni del secolo, l'instaurarsi della potenza imperiale non aveva portato a un effettivo miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Questi ufficiali, vedendo nelle forze armate l'unica possibilità di avanzamento sociale, portarono a un aumento della conflittualità nella nazione e, paradossalmente, a una tendenza all'insubordinazione verso gli ufficiali superiori, quando non condividevano la loro linea politica sciovinista.
16. E' interessante notare che era lo stesso uomo che, da comandante in capo della marina, stabilì la condotta della guerra nel Pacifico. Egli conosceva bene gli americani, essendo stato attacchè della marina all'ambasciata di Washington, e predisse esattamente i tempi del declino giapponese. Nonostante questa sua consapevolezza, ricevuto l'ordine, si mise a programmare la guerra con la medesima metodicità con cui aveva lavorato per tutta la vita, e non diede mai segni di disapprovare la deriva suicida del militarismo.
17. L'alfabeto sillabico giapponese viene pronunciato così: bi ba bo. I coreani lo pronunciano con le p al posto delle b.
18. La città cade dopo un lungo assedio. Per punirla, gli ufficiali ordinano di uccidere e violentare a piacimento (inoltre ci sono massacri organizzati). I soldati fanno cose che sembrano uscite da menti di serial killer, e nessuna autorità giapponese, né civile né militare protesta o fa nulla. Nelle sue memorie, il generale Matsui Iwane, comandante del fronte, affermò che i suoi ordini, tesi alla salvaguardia dei civili e delle proprietà, furono semplicemente ignorati dai suoi sottoposti (classico esempio di gekokujo). Ma sta di fatto che lo stesso generale non riuscì, o non volle evitare la prosecuzione degli abusi dopo il suo arrivo in città.
19. Il discorso sicuramente vale per gli ufficiali e sottufficiali. Per i soldati semplici le cose sono più complicate. L'eroismo, o la selvaggia ostinazione dell'esercito imperiale, per la maggior parte, si esplica in isole da cui è impossibile scappare. Il soldato giapponese medio, molto giovane, educato all'obbedienza da bambino, uscito dal suo villaggio per la prima volta quando è partito per la leva, si trova di fronte dei nemici incomprensibili, diversi, che per la propaganda hanno sempre umiliato e schiavizzato i popoli orientali. La disciplina brutale, il trattamento inumano inflitto a qualsiasi prigioniero (anche di origine orientale), le lezioni di suicidio impartite dai sergenti, non permettono nemmeno di immaginare la resa. I soldati che si arrendono fanno un autentico salto nell'ignoto. Dall'altra parte, il soldato americano che si trova davanti un disprezzato jap che alza le mani, spesso lascia partire un colpo. Certi aspetti della guerra del Pacifico sono più facili da comprendere se si pensa all'esistenza di un odio razziale.
20. Storia della famiglia Genji: prima cronaca in lingua giapponese.
21. I maruta erano inizialmente cinesi, poi quando i giapponesi misero le mani su prigionieri di altre etnie (sovietici, europei e americani) cominciarono a essere usati anche questi, per ottenere dei risultati non falsati dalla biologia delle cavie. Le vittime erano sezionate da vive perché gli anestetici non influissero sui processi fisiologici. Tutto ciò è un'applicazione scientifica su vasta scala della vivisezione.
22. Voglio precisare che la mia non è un'approvazione.
23. Effettivamente, l'autore non ha trovato fonti che affermassero chiaramente se il condannato era vivo o morto. Immagino, dato che una spada deve necessariamente agire sulla carne viva, la prova più realistica fosse su un uomo vivo.
24. Può sembrare strano, ma anche i soldati giapponesi venivano considerati in questo modo. Chi si ammalava riceveva un'assistenza medica inferiore a quella di tutti gli eserciti combattenti. Inoltre, un aspetto del gekokujo nelle truppe era il mancato uso di preservativi da parte dei soldati, o i maltrattamenti non sessuali quali percosse o uso delle armi da taglio sulle confort woman. Se esse erano parti di equipaggiamento, malmenarle o infettarle con malattie veneree avrebbe potuto essere considerato un sabotaggio.
25. Secondo statistiche postbelliche, circa 400.000 donne subirono questa sorte. Quelle che tornarono a casa, non erano più del 30%. E' interessante notare che i concittadini delle confort woman, i quali le condannavano alla morte sociale al loro ritorno, a volte erano gli stessi che le avevano consegnate ai Giapponesi per evitare che i soldati fossero stati lasciati liberi di stuprare a piacimento nelle loro città o villaggi.
26. La distinzione è questa: il combattente suicida è chi ha solo la morte come risultato della sua azione sia che fallisca sia che non fallisca. Il soldato che, sconfitto, si uccide non è propriamente un combattente suicida.
27. Ci furono ufficiali che si suicidarono per aver recitato male il Senjin-kun (Codice del combattente, scritto nel difficile Giapponese di corte), cioè per aver perso la faccia. Cosa che, in qualsiasi altro esercito sarebbe stata vietata e stigmatizzata.
28. La pratica era proibita già dall'era Tokogawa. Dopo la fine dell'era Meiji, ufficialmente non accaddero più episodi di questo tipo.
29. Gli americani avevano disponibili solo due bombe, e produrne altre avrebbe richiesto dei mesi, ma questo ovviamente i giapponesi non lo sapevano.
30. La proposta di resa inviata agli alleati conteneva una sola condizione irrinunciabile: la permanenza dell'Imperatore sul trono. Gli alleati rispondono a questa proposta senza un riferimento esplicito alla clausola, e questo causò discussioni nel governo giapponese. L'intervento diretto dell'Imperatore (che accettava la resa incondizionata, e quindi non chiedeva garanzie sul suo futuro) sbloccò la situazione e la resa fu dichiarata senza condizioni.
31. Nel periodo Muromachi, l'imperatore Go Daigo cercò di imporre il suo potere sullo shougun, causando un'ennesima guerra civile.
32. Da notare che le forze armate giapponesi erano le più antipersonalistiche del mondo. Tutte le decorazioni al valore erano alla memoria. La ferrea disciplina portava a pensarsi membri di un gruppo e non singoli combattenti. L'apparente individualismo dei kamikaze era concepito solo come spirito d'avanguardia. Con simili precedenti storici, è facile immaginare che un generale potesse sentire la tentazione del bonapartismo e, di conseguenza, come tutto l'addestramento militare fosse stato concepito in modo da soffocare velleità individualistiche.
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