
|
Shutting out the sun
How Japan created its own lost generation
di Michael Zielenziger
Nan A. Talese, 2006
pagine 340
Con questo titolo ("Chiudere fuori il sole. Come il Giappone ha creato la sua generazione perduta"), che pare richiamare la mitologia primordiale nipponica, i conflitti tra Amaterasu, signora del cielo, ed il fratello, che condussero la dea a rifugiarsi in una grotta, così privando di luce la terra, o più semplicemente ricorda la definizione del Giappone quale terra del sol levante ("Hi no moto"), immagine iconografica del cerchio rosso nella bandiera nazionale ("Hi no maru"), si allude ad una problematica sociale di consistenti proporzioni e di peculiare, quasi esclusiva, pertinenza giapponese. E' il fenomeno degli hikikomori, una piaga definita, e pertanto riconosciuta, seppure tra numerose e reiterate reticenze, dal Ministero della Sanità nipponico solo nel 2003, nonostante già si fossero manifestati simili casi di comportamento asociale. Il termine deriva dal verbo hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi) ed indica un disadattamento grave che induce i giovani a isolarsi dal contesto sociale, sbarrando letteralmente il sole (sigillano finestre con carta scura e nastro adesivo) ed ogni relazione, fuori dalla propria vita, a condurre l'esistenza reclusi nella propria stanza, sostenuti solo dai genitori, che divengono talvolta vittime dell'aggressività dagli stessi esercitata. Il bullismo (ijime) è spesso un fattore decisivo nel determinare la scelta di isolamento. Ogni forma di diversità dal gruppo scolastico può costituire lo spunto per divenire oggetto di derisione, abuso, esclusione. Il conseguente rifiuto della scuola (futoku), dalle istituzioni scolastiche giustificato da generici problemi di salute per evitarsi ogni stigma, è talvolta la prima canalizzazione del malessere, che può poi giungere ad espressioni più radicali con chiusura nelle proprie stanze per mesi, a volte anni, senza contatti con il mondo esterno se non per basilari necessità di sopravvivenza cui provvedono i genitori. Seppure con sfumature diverse, tali drastiche scelte di fuga esistenziale e negazione all'ingresso nell'universo adulto hanno una comune radice: la difficoltà di confronto con il gruppo, di inserimento in un contesto sociale percepito come severo, censorio, inibitore di ogni creatività, desiderio, opinione individuale in nome dell'armonia universale. Le ragioni antropologiche di questo orientamento vengono rintracciate nella cultura del riso, che imponeva attività orchestrata all'interno della comunità per garantirne la sopravvivenza. Il kanji "hito" (persona) esemplifica perfettamente l'idea di dipendenza intrinseca alla società giapponese, raffigurando due tratti grafici, uno appoggiato sull'altro. Se dunque in ambito scolastico, non si lascia libera espressione alle propensioni individuali consentendo di perseguire interessi o attitudini e si impone memorizzazione di dati senza alcuna analisi critica, allo stesso modo nel più ampio contesto sociale obbedienza, disciplina, adesione a regole comportamentali codificate sono essenziali per essere riconosciuti ed accettati. L'individuo esiste in base alla funzione che esemplifica in ambito familiare, scolastico, professionale; il contesto definisce la persona (da qui l'importanza dei bigliettini da visita) ed i valori morali paiono situazionali, sanciti dall'orientamento della maggioranza e non da un'etica universale. Il rilievo del contesto è fattore fondamentale anche a livello cognitivo. Studi in proposito hanno consentito di verificare come la percezione della realtà circostante sia prevalentemente orientata alla visione di insieme, olistica, per i giapponesi, mentre a noi occidentali sia più propenso un approccio analitico. Anche una semplice foto di un amico diviene, nell'un caso, più frequentemente un quadro ben contestualizzato, ove il contorno prevale quasi sulla persona, nel secondo, una focalizzazione, magari un primo piano, sull'individuo. E' lo specchio della forte pressione che la società impone: agli individui più sensibili, il peso di tale conformismo ed auto-annullamento appare insostenibile e la loro fuga è un'estrema affermazione di rifiuto, un gesto disperato di preservazione di identità e ricerca di protezione. La sfida per costoro è trovare spazio individuale nel contesto collettivo, rientrare nel mondo pur esistendo come individui con propri pensieri, desideri, esigenze e propensioni da assecondare. Solo certe realtà estere hanno offerto a taluni la possibilità di scoprire che altrove si può vivere senza sentirsi sempre giudicati e condizionati. In effetti, in occidente la tendenza è opposta: si sprona piuttosto all'indipendenza ed all'autoaffermazione, associando spesso il raggiungimento della libera espressione con la realizzazione esistenziale, la diversità con un valore da perseguire. Esemplificativo è il caso della pubblicità dei jeans Levi's: negli Stati Uniti invitava a osare essere diversi, in Giappone è stata trasposta in "Inserisciti nel gruppo". Gli hikikomori costituiscono tuttavia solo una delle forme di disagio sociale con cui il Giappone moderno si confronta. Il consistente calo delle nascite, i suicidi - talvolta in ritualistici eventi di gruppo, le morti per eccesso di lavoro ed esaurimento, solitudine, depressione e divorzi sono ulteriori espressioni di una società che non trova più valori a cui ancorarsi ed è vittima di un materialismo privo di radici accolto con fragile immaturità. Anche il ricorso all'alcool, lungi dal rappresentare il momento di catartica liberazione dalle repressioni sociali in nome del libero sfogo, è in realtà un'altra faccia in cui conformismo e obblighi sociali (pubbliche relazioni in ambito professionale con fini di avanzamento di carriera) si esplicano e può persino tramutarsi in vero strumento di violenza ("akuru-ara", alcohol harassment) perpetrata dalle gerarchie superiori nei confronti dei sottoposti, in ambiente societario, tramite costrizioni all'assunzione di alcol quale prova di lealtà e rispetto. Forme più blande di rifiuto di adesione a modelli sociali istituzionalizzati sono costituite dagli otaku e dai membri delle zoku, gruppi giovanili che sfuggono l'appartenenza all'irreggimentato universo adulto, trovando accoglienza nella coesione di un gruppo "diverso" che si propone come refrattario alle soffocanti regole imposte dalla maggioranza. La via risolutiva che l'autore pare individuare suggerisce un percorso di flessibilità, tolleranza ed apertura al diverso da intraprendersi non solo da parte delle istituzioni minute, ma coinvolgente l'intera realtà economico-politica del Giappone. Sono proprio le nuove istanze di globalizzazione ad imporre nuove dinamiche di interazione. La trattazione non si limita pertanto ad una mera disamina socio-psicologica; il discorso viene assumendo più estesi riverberi nell'affrontare la problematica dei rapporti tra Stati Uniti e Giappone all'ombra delle emergenti economie indiane e cinesi, della diversa evoluzione in Corea del Sud - ove istanze cristiane hanno consentito lo sviluppo di concetti di etica universale, auto-realizzazione e responsabilità dell'individuo, in palese divaricazione con percorsi ed esiti del caso nipponico, nonché dell'identità degli Stati Uniti quale realtà capace di costante rinnovamento ed apertura come richiesto dalle sfide dell'evoluzione futura.
L'autore
Michael Zielenziger possiede ampia esperienza in tali ambiti, avendo trascorso oltre sette anni in Giappone quale corrispondente estero, responsabile della sede di Tokyo dei Knight Ridder Newspapers. Ha scritto diffusamente su questioni sociali, economiche, politiche in Giappone, Cina, Corea del Sud, India e Asia sud-orientale. Attualmente è ricercatore presso l'Università di California - Berkeley, ove si occupa di globalizzazione e temi legati ai rapporti tra Stati Uniti e Cina. Nel 1995 fu tra i finalisti del premio Pulitzer per attività di reportage internazionale grazie alla sua analisi del ruolo dei cinesi emigrati oltre oceano quali veicoli propulsori della modernizzazione della Cina. Riportiamo una breve intervista all'autore a cura di Paola Dentone.
Come nasce il suo interesse per il Giappone? A metà degli anni '90 fui assegnato in Giappone in qualità di corrispondente estero, ma già da prima mi ero interessato di vari aspetti della società giapponese.
Come giudica in generale i suoi sette anni di permanenza in Giappone? Molti stranieri lamentano la mancanza di socializzazione con la popolazione e l'essere in qualche modo tenuti al margine. Come ricordo nel libro, mi attendevo di assistere alla potente ripresa del Giappone, che ancora non è avvenuta. Il mio soggiorno in Giappone è stato molto stimolante ed interessante, ma non privo di frustrazioni. E' vero che per molti stranieri, a meno che non "bed and wed" una giapponese, è molto difficile essere "accettati" all'interno della società giapponese e di solito vengono considerati degli outsider. Tuttavia, il mio non essere giapponese ha avuto anche i suoi vantaggi. Molti disadattati e psichiatri con cui ho lavorato hanno suggerito che la capacità di parlare giapponese, pur non avendo sembianze giapponesi, mi dava una sorta di accesso che non sarebbe stato possibile ai giapponesi, perché gli altri giapponesi appaiono estremamente pronti a dare giudizi. Coloro che mi hanno consentito di avvicinarli, ritenevano che solo uno straniero potesse elaborare un resoconto ed un'analisi quali io ho predisposto.
Dalla pubblicazione di "Shutting Out the Sun" ha visto sviluppi o cambiamenti nella politica americana o giapponese in relazione agli atteggiamenti che descrive nel libro? Sebbene sia stato completato nell'estate del 2005, non vi sono state vere modifiche nelle relazioni tra Stati Uniti e Giappone che modifichino le mie aspettative.
Ha altre pubblicazioni in vista su temi legati al Giappone? Prevedo la pubblicazione di "Shutting Out the Sun" in versione giapponese. Finora non vi sono stati editori italiani che abbiano espresso interesse ad una traduzione.
|
|