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Sempre più single in Giappone
di Massimiliano Crippa

8 settembre 2002. Yamada Masahiro, nato nel 1957, si è laureato in sociologia alla Tokyo Daigaku ed ora è professore associato di sociologia alla Gakugei Daigaku, sempre a Tokyo. E' autore di alcuni libri sull'evoluzione della famiglia giapponese, tra i quali Kindai kazoku no yukue (Dova va la famiglia moderna?) e Kazoku no risutorakucharingu (Ristrutturazione della famiglia). Qui ci occuperemo, in particolare, dell'argomento che l'ha reso famoso, i single parassiti.

Vivere con i genitori

Yamada ha usato per la prima volta il termine "parasaito shinguru" (dalle parole inglesi parasite e single) in un articolo apparso sul quotidiano Nihon Keizai Shinbun l'8 febbraio 1997, dandone la seguente definizione: persone non sposate che, anche dopo aver terminato gli studi ed essere diventate adulte, continuano a vivere con i genitori e a dipendere da essi per cibo, vestiario e alloggio.
Egli venne ispirato dal best-seller di Uchida Yasuo "Parasite Eve" (1981), poi trasformato in film. Il protagonista, Asami Mitsuhiko, è un single trentenne che lavora come scrittore freelance e vive insieme alla madre e al fratello poliziotto.
Nel 1998 il termine si diffonde sulla stampa americana. Yamada precisa meglio la sua tesi nel saggio Kore o shoushika fukyou to naze iwanu (Perché questa non è chiamata recessione da basso tasso di natalità?) sulla rivista Shokun (agosto 1998), attribuendo parte della crisi economica a questi giovani che non vogliono formare una famiglia propria. Su Voice (agosto 1999), li accusa di spendere soldi solo per beni futili, sostanzialmente beni di lusso e viaggi. Infine, nell'ottobre del 1999, viene pubblicato il libro Parasaito shinguru no jidai (L'era dei single parassiti), frutto di quattro anni di ricerche, che ha ottenuto un discreto successo di vendite.
I single parassiti sono quel gruppo sempre più numeroso di persone tra i 20 e i 34 anni che decidono di non sposarsi e continuare a vivere coi genitori, dipendendo da loro e sfruttandoli nello stesso tempo, al fine di condurre una vita libera da preoccupazioni. Una generazione di egoisti insomma. Essere single non viene visto come un sacrificio, una condanna, ma bensì come una scelta, un'affermazione di sé. Piuttosto che andare a vivere da soli oppure sposarsi, vivono coi genitori per motivi di convenienza, per poter spendere il proprio salario in divertimenti ed essere nel contempo serviti. Sposarsi e avere figli significherebbe rinunciare a tutto questo.
In Giappone i ventenni sono considerati persino conservatori, soprattutto le donne, mentre sarebbero più progressisti i trentenni e quarantenni. D'altronde, ciò è perfettamente logico: visto che si stanno avvantaggiando del sistema vigente, perché dovrebbero volerlo cambiare? Un parassita, in fondo, non vuole cambiare il proprio ospite. Yamada sositiene che essi vivono come gli aristocratici dell'epoca feudale e costringono i loro genitori a fargli da servi.
Yamada stima, in base al censimento del 1995, che tale gruppo raccolga ormai 10 milioni di persone in tutto il Giappone, equamente divise tra uomini e donne. Circa la metà di questi aiuta i genitori nel proprio lavoro, il resto sono veri parassiti. Il rapporto tra uomini e donne è tre a sette. La tendenza ha cominciato a svilupparsi verso la metà degli anni '80. Nel 2000 il gruppo dovrebbe raccogliere il 10% della popolazione.

Single parassiti in Giappone
in milioni di persone (Yamada, 1995)

TotaleUominiDonne

20-24 anni 9,962,1% 5,059,3% 4,965,1%
25-29 anni 8,837,5% 4,539,9% 4,335,1%
30-34 anni 8,117,4% 4,121,7% 4,013,1%

Totale26,840,5%13,641,6%13,239,4%

Le statistiche ci dicono che, in Giappone, le persone non sposate in genere non vivono da sole. Nel 1970, circa il 70% degli uomini e il 45% delle donne tra i 20 e i 34 anni era single. Nel 1995 le percentuali salgono all'85% per gli uomini e al 65% per le donne. Di questi, circa il 50% degli uomini e il 60% delle donne vive con i genitori.
L'età media del primo matrimonio è passata per gli uomini da 26,9 a 28,6 (1998), mentre per le donne è passata da 24,2 a 27 (2000).
Una conferma sembra venire dal libro bianco del ministero della Sanità relativo al 1996, secondo cui l'80% delle donne lavoratrici single tra i 20 e i 29 anni vivono con i genitori, mentre la percentuale è del 70% tra i 30 e i 34 anni.

Tanto tempo libero

Nel rapporto The Japanese Youth: A Summary Report of the Sixth World Youth Survey, pubblicato dalla Management and Coordination Agency's Youth Affairs Administration nel 1998, si scoprono differenze tra il Giappone e l'Occidente. Alla domanda "per quale motivo lavori?", il "guadagnare" raccoglie dal 75% al 90% dei consensi nei vari paesi occidentali, mentre in Giappone solo il 60%. In percentuale superiore agli altri paesi, i giapponesi rispondono "per realizzare se stessi". Solo i single giapponesi possono concedersi il lusso di prendere un lavoro solo se di loro gradimento.
La "lussuosa disoccupazione" in cui vivono i parassiti, appoggiandosi ai genitori, ha diffuso l'idea del lavoro come "hobby". Yamada parla di tale fenomeno usando il termine "furiitaa" (dall'inglese free e dal tedesco Arbeiter, termine usato per indicare il part-time), espressione di quei giovani che si accontentano di lavori temporanei e scappano dal posto fisso. L'economista Genda Yuuji contesta questa idea: la verità è che di lavoro non ce n'è. La diffusione dei single parassiti non è tra le cause, ma tra le conseguenze dell'aumento della disoccupazione. Non tutti i giovani disoccupati se la spassano.
Secondo una ricerca del Japan Institute of Labour pubblicata su Asahi Shinbun il 29 marzo 2000, i furiitaa appartengono a tre categorie:
  • quelli "in attesa", che non sanno ancora cosa vogliono fare della loro vita (40% degli uomini e delle donne);

  • quelli "senza scelta", che cercano un posto fisso, ma non l'hanno ancora trovato (40% degli uomini e 30% delle donne);

  • quelli "che inseguono un sogno", cercando di realizzare una carriera in un campo specialistico (20% degli uomini e 30% delle donne).
Yamada li considera complessivamente dei "sognatori che forniscono una riserva di manodopera a basso costo", inseguendo sogni spesso irrealizzabili, poiché la crisi economica fornirà loro solo lavori a bassa remunerazione. Per quanto riguarda le donne, oltre la metà sta solo aspettando di trovare marito, ma difficilmente lo troverà.
Pons li definisce "nomadi volontari, incostanti, edonisti, che rifiutano il conformismo produttivista retaggio delle generazioni del dopoguerra". E, soprattutto, sono persone che non vogliono cambiare il mondo. Non li si può considerare devianti. Passivi, apatici? La loro "rivolta" è "discreta, allusiva, senza ideologia, senza un progetto preciso". Mentre la generazione precedente era chiamata shinjinrui ("nuova razza umana"), secondo Pons questa è iruka sedai, la "generazione delfino": intelligente, sensibile, individualista senza eccessi, indifferente al culto della griffe. Non sono, insomma, dei putaro, dei "perditempo". I furiitaa sono ancora pochi: secondo il ministero del Lavoro, il loro numero è cresciuto da 500.000 nel 1992 a 1,5 milioni nel 1997.

Tanti soldi

La prosperità in cui vivono oggi i giovani giapponesi è, comunque, senza confronti. Nel 1970, i ventenni erano la fascia di età meno soddisfatta della propria vita, con un gradimento crescente insieme all'età. Nel 1997, invece, i ventenni erano i più soddisfatti, così come gli anziani, mentre i quarantenni erano il fanalino di coda. I giovani ritengono di avere un tenore di vita alto. Il fenomeno dei parassiti ha potuto svilupparsi, perché la generazione dei loro genitori, cresciuta durante il boom economico, ha dimostrato di non aver bisogno di aiuto finanziario dai propri figli.
Nonostante la crisi, le vendite di abbigliamento, accessori, computer, cellulari e altri oggetti per i giovani sono rimaste buone. Secondo Japan Travel Bureau (JTB), la quota di viaggi vacanza detenuta dai single, in particolare donne, è in continuo aumento. Alcuni commentatori interpretano questo fenomeno in chiave positiva: c'è molta richiesta di beni di lusso e non c'è carenza abitativa. La remunerazione per i lavori temporanei è bassa, ma diventa una grossa cifra perché questi giovani spendono tutto quello che guadagnano per se stessi, per divertirsi, per coltivare i propri hobby, per sviluppare i propri talenti. Per Renata Pisu, le single spendaccione sono le "utilissime cicale in un paese di formiche risparmiatrici dove il governo le inventa tutte per incentivare i consumi".
Yamada vede, invece, in questo fenomeno degli effetti negativi per l'economia giapponese. L'incremento della domanda di alcuni beni "superflui" non compensa il calo della domanda di beni "duraturi" come abitazioni, beni correlati ad essa (elettrodomestici, mobili, etc.), auto, etc. Se solo il 10% di questi single facesse il grande passo, andando a vivere da solo o sposandosi, genererebbe una richiesta di abitazioni tra il mezzo milione e il milione. Una spinta non da poco per l'economia. Questo gruppo sociale è, quindi, fondamentale per il futuro dell'economia giapponese essendo, in parte, sia la causa che la soluzione della crisi.
Fukuda Yuji, direttore delle ricerche al Dentsu Institute for Human Studies, propende per l'indifferenza: che vivano con i genitori o per proprio conto, l'unico cambiamento sarebbe nel modo di spendere i soldi.

Niente figli

Il tasso di natalità in Giappone era 3,65 figli per donna nel 1950 e solo 1,35 nel 2000 (ma 1,06 a Tokyo). L'età media a cui una donna partorisce per la prima volta era 24,4 nel 1950 e 27,9 nel 1999. Anche il declino della natalità sembra essere dovuto in gran parte proprio ai single parassiti. Infatti, il numero medio di figli di una coppia sposata è fisso intorno a 2,2 da 20 anni, mentre i figli nati al di fuori del matrimonio sono soltanto l'1% (negli Stati Uniti, ad esempio, sono quasi il 33%). Il calo di nuovi nati è dovuto solo alla diminuzione dei matrimoni. Nemmeno la gravidanza della principessa Masako le ha convinte, come si sperava, a imitarla.
Riuscendo ad incentivare la nascita di figli, ultimo stadio della catena che porta i giovani a lasciare i genitori, trovare casa e sposarsi, si risolverebbero anche altri problemi di natura sociale, tra tutti il rapido invecchiamento della popolazione. Ma i giovani non vedono più il matrimonio come il coronamento dell'età adulta e i figli come una fonte di felicità. Secondo una ricerca del National Institute of Population and Social Security Research, la paercentuale di giovani che intendono sposarsi (in un momento preciso della loro vita che è già stato individuato) è scesa dal 60,4% del 1987 al 42,9% del 1997.
Inoltre, i giovani vogliono crescere i propri figli nel benessere, perché a questo sono stati abituati, ma l'attuale crisi economica non lo permette. Le donne pensano che la crisi economica renda lo stipendio del possibile marito non sufficiente a sostenere una vita confortevole; gli uomini vedono nella moglie un'altra persona da mantenere.
Non dobbiamo pensare che ciò sia dovuto solo ad un egoismo rampante, al non voler rinunciare al benessere raggiunto. In fondo, lo stesso motivo per cui spesso ci si sposava nelle generazioni precedenti era proprio per raggiungere quel benessere che, vivendo da soli, non si avrebbe potuto raggiungere.
Renata Pisu pensa che il fenomeno dei single parassiti, almeno per quanto riguarda le donne, potrebbe essere "l'alba di una rivoluzione femminista che il Giappone non ha finora conosciuto, per lo meno non nei modi in cui è scoppiata da noi ormai trenta e più anni fa". I politici, che puntano sugli incentivi economici, sbagliano: c'è bisogno di una società più giusta. La volontà non è quella di restare single, ma di sfuggire alle regole dettate dalla società. Però l'esperienza degli altri paesi insegna che le ragazze decidono di non sposarsi per buttarsi nel mondo del lavoro e fare carriera. In Giappone, questo succede raramente.
Per ovviare a questa dipendenza, Yamada propone una speciale tassa per tutti coloro che vivono ancora con i genitori, se non per motivi correlati alla cura degli anziani o per gestire qualche impresa familiare.
Altre possibili soluzioni sono aiutare i giovani che vogliono diventare autosufficienti, fornendo sgravi fiscali o facilitazioni per gli alloggi. Lo stesso per chi intende studiare e specializzarsi. Anche il sistema delle retribuzioni in base all'anzianità andrebbe rivisto, per non penalizzare troppo i giovani. Eliminare le discriminazioni in base al sesso ancora presenti sul posto di lavoro aiuterebbe in modo particolare le donne.

I figli unici colpevoli?

Anche i genitori hanno le loro colpe. La disponibilità dei genitori a mantenere i figli anche oltre il periodo canonico è la condicio sine qua non per lo sviluppo del fenomeno. Molto spesso si pensa solo a ciò che i genitori danno ai figli, ma è ovvio che la dipendenza è reciproca e i genitori ricavano anche alcuni vantaggi dal tenere i figli sotto la propria ala protettiva, in particolare compagnia e assistenza.
Inoltre, si tende ad accusare i giovani di credere solo nel denaro e nell'esteriorità senza mai chiedersi chi glielo abbia insegnato. Chi si è dimenticato di educarli diversamente se non i genitori e, più in generale, la società, gli adulti?
Negli anni '80, quello che è successo in Giappone è capitato in tutto il mondo, ma convivenza (anche con amici) e matrimonio sono più diffusi in Occidente, dove ci si aspetta che i giovani, diventati adulti, si mantengano da soli e trovino il proprio posto nella società. Anche Yamada ci ricorda che solo superando le difficoltà si riesce ad essere soddisfatti. Qui, anche se la famiglia è ora benestante, i genitori cercano di non far dimenticare ai propri figli le difficoltà che hanno dovuto passare, insegnando loro la disciplina.
I genitori giapponesi sembra abbiano voluto, invece, far dimenticare gli sforzi fatti per raggiungere il benessere e lasciare i figli liberi di fare ciò che vogliono. Pur non esistendo in Giappone un rito di passaggio che porti all'allontanamento dalla famiglia di origine(1), è difficile credere che vivere in modo stravagante e senza responsabilità sia consono ad una persona adulta, soprattutto avendo di fronte una crisi economica prolungata che ha lasciato molte persone di mezza età senza lavoro.
Il critico Murobushi Tetsuro accusa i giovani giapponesi, soprattutto gli uomini, di voler condurre per sempre una vita facile. Kaji Nobuyuki, studioso di filosofia cinese, parla di declino dei valori. Ai ragazzi viene a mancare una fase fondamentale della propria crescita, che li limita fortemente nell'acquisizione di un'autonomia complessiva, attraverso la conoscenza dei propri limiti e delle proprie capacità. Una generazione di eterni bambini che pensa solo a se stessa, ignorando i problemi della società e del mondo.

Anomalia giapponese?

Il Giappone mostra un comportamento singolare? Assolutamente no.
Per i sociologi, la famiglia giapponese non è molto diversa da quelle presenti nella vicina Corea del Sud o nel Sud Europa (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna), tutti paesi che registrano alte percentuali di figli che vivono ancora con i genitori.

Giovani che vivono a casa dei genitori
in percentuale nel 1995 (European Communities, 1999)

15-24 anni25-29 anni

Svezia60 5
Finalandia50 6
Danimarca57 8
Olanda7015
Regno Unito6718
Francia7118
Belgio7518
Germania7321
Austria7529
Lussemburgo7629
Irlanda7432
Grecia8249
Portogallo8650
Italia9056
Spagna9060

Unione Europea7630

Anche gli Stati Uniti ne sono influenzati, seppure in misura minore: la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che vivono con i genitori è aumentata dal 47% del 1970 al 53% del 1995, mentre tra i 25 e i 34 anni è passata dall'8% al 12% (Statistical Abstract of the United States, 1996).
Beppe Severgnini esprime sull'argomento questa interessante opinione:

Molti ragazzi americani, terminati gli studi, tornano in casa coi genitori. Uno su quattro, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, vive in famiglia. [...] Le spiegazioni del fenomeno sono soprattutto economiche [...]. La disoccupazione giovanile è al 12% [...]. Secondo Monstertrak.com, un sito che si occupa di ricerca d'impiego, il 35% dei graduating college seniors (i laureati di quest'anno) progetta di tornare a vivere dai genitori per almeno sei mesi. Ha speso per il college e non sa come mantenersi. Fa perciò i suoi conti e torna in famiglia, in attesa d'un mestiere o del matrimonio (anche questo, spostato più avanti. Oggi l'età media è 27 anni per i maschi e 25 per le femmine. Quattro anni più alta rispetto al 1970). [...] La nuova tendenza è tanto evidente - e clamorosa, considerate le abitudini americane - che se ne occupano commentatori e vignettisti. [...] La nazione che espelleva i figli al momento dell'ingresso al college, per rivederli solo nelle Giornate del Ringraziamento, si prende una pausa di riflessione. [...] L'idea che i figli se ne debbano andare di casa a diciott'anni, affinché i genitori possano andare ad abbronzare le rughe al sole della Florida, non ha mai convinto del tutto noi europei del sud. Ma contiene un principio sano: diventare adulti non vuol dire solo guidare l'automobile e andare a letto con la ragazza. Vuol dire anche scegliere, sebbene certe scelte costino. [...] Forse non è male che gli americani tengano i figli in casa un po' più a lungo. Ma sarebbe bene se noi italiani li sbattessimo fuori un po' prima."(2)

In Europa, il confonto con Francia, Germania e Regno Unito mette in luce alcune differenze rispetto al Giappone, ma pur sempre nella tendenza all'aumento dell'età a cui si lascia la casa dei genitori. Soltanto il Nord Europa si mostra refrattario a tale tendenza.
Il confronto con l'Italia mostra come il fenomeno sia addirittura più accentuato da noi che in Giappone.

Italiani che vivono a casa dei genitori
in percentuale (Rossi, 1997)

197119811991

20-24 anni64,967,778,5
25-29 anni29,729,944,1
30-34 anni14,712,118,9

Nel 1995 la percentuale per le fascie di età 20-24 e 25-29 erano arrivate addirittura all'86% e al 56%.
Manacorda e Moretti (2002) fanno notare come il reddito dei genitori permetta loro di tenere i figli con sé, mentre Giannelli e Monfardini (2000) puntano il dito sul costo degli immobili.
La ricerca curata da Andrea Ichino, ancora in corso(3), sviluppa lo spunto fornito da Fogli (2000): il comportamento dei giovani è dovuto alla grande insicurezza presente nel mondo del lavoro, a cui corrisponde una relativa sicurezza dei genitori nello stesso ambito.
L'Italia è l'unico tra i paesi occidentali dove la ragione principale per cui si lascia la casa dei genitori è il matrimonio. Non vengono sperimentate le forme alternative di convivenza e condivisone diffuse nel resto dell'Occidente. Anche in Italia è presente un basso tasso di natalità, pari a quello giapponese.

Giovani che vivono a casa dei genitori
in percentuale (Fernandez Cordon, 1997)

Uomini
20-24 anni
Donne
20-24 anni
Uomini
25-29 anni
Donne
25-29 anni

19861994198619941986199419861994

Francia56,961,836,441,619,322,5 8,410,3
Germania64,864,642,844,627,428,811,012,7
Gran Bretagna57,256,833,837,021,920,8 8,610,8
Spagna88,191,576,184,353,264,835,347,6
Grecia76,579,352,362,353,862,623,832,1
Italia87,892,270,482,449,666,025,544,1

Rossi rileva l'esistenza tra i giovani di una certa insicurezza che li porta a posticipare ogni decisione, a non sentirsi mai pronti: per il lavoro, il matrimonio, il primo figlio, etc. Questo comportamento può diventare ossessivo e portare alla fuga da ogni stuazione a rischio. Il rischio è quello di non maturare mai.

Decadenza o rivoluzione?

Andrew Gordon si pone questo dilemma. Forse nessuno dei due, dovremmo concludere. Prima di tutto, parlando di single parassiti, spesso ci si riferisce solo alle donne. Sgombriamo la mente da questo errore.
Poi dobbiamo dire che i cambiamenti sociali che hanno dato origine al fenomeno dei single parassiti (innalzamento dell'età del matrimonio, declino della natalità, atteggiamento più emancipato delle donne, etc.) sono in corso almeno dagli anni '80 in tutto il mondo. Per quanto riguarda le donne, questo fenomeno, sebbene con altre definizioni come "modern girl" o "office lady", può essere fatto risalire fino agli anni '20 e '30. E ad ogni mutamento ci si appella ad un'astratta figura di donna tradizionale, come se quella fosse la prima occasione in cui sia stata messa in discussione.
Possiamo ricordare anche, su suggerimento di Anne Soukhanov, che negli anni '80 andava di moda il termine "boomerang baby" che descriveva quegli americani che facevano ritorno alla casa natale per vivere con i genitori dopo aver concluso gli studi e aver avuto magari qualche esperienza all'estero.
Non siamo comunque di fronte ad una guerra tra i sessi, ad una rivoluzione femminista stile anni '70. E' più probabile che la parola "femminista" abbia, in Giappone, una connotazione negativa.
Rivoluzione quindi lo escluderemmo.
Decadenza quindi? Ma chi è scontento per questa situazione? Una madre chiamava la figlia parassita "para-chan" ("piccola parassita") con un tono più affettuoso che di disapprovazione. Un economista di primo piano come Hisao Kanamori, invece, parla di declino dello spirito imprenditoriale, di peggioramento delle relazioni tra lavoratori e management, di un aumento dei consumi e una conseguente diminuzione del risparmio e, per finire, di una minore predisposizione al "problem-solving".
Al di là del fatto che l'aumento dei consumi, come abbiamo già visto, è tutto da verificare, si dovrà aspettare ancora qualche anno prima di poter giudicare questo fenomeno, giusto il tempo di uscire da una crisi economica che sta falsando la nostra capacità di giudizio sulla realtà giapponese. Solo quando ognuno potrà scegliere se lavorare o meno, spendere o meno, fare figli o meno, tante ipotesi potranno non essere più tali.

Note

1. Non esistono, in Giappone, norme sociali che spingano a lasciare la casa dei genitori. La famiglia allargata è stata la norma fino a tempi molto recenti. Per le donne non sposate vivere con i genitori era quasi un obbligo, così come lo era per il primogenito maschio, depositario della tradizione familare, che avrebbe dovuto rimanere a vivere con i genitori anche dopo il matrimonio, diventando il capofamiglia. Inoltre, oggi la maggior parte della popolazione vive nelle città e non ha quindi bisogno di lasciare la famiglia per andare all'università o cercare lavoro.
2. Cfr. Severgnini, Beppe. Gli americani ci copiano e diventano "mammoni". Corriere della Sera, 13 giugno 2002.
3. La ricerca di Ichino (EUI) è finanziata dall'Unione Europea e vi partecipano anche Sasha o. Becker (CESifo), Samuel Bentolila (CEMFI) e Ana Fernandes (CEMFI). Il rapporto è disponibile su Internet in versione preliminare.

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