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A Snake of June

Se si dovesse scegliere un solo aggettivo per descrivere il cinema di Tsukamoto Shin'ya, penso che il dito cadrebbe su "estremo". Da usare come contorno di sostantivi quali "mutazione", "deformità", "sessualità", "nevrosi".
Il suo stile cinematografico, che a noi sembra così moderno, in realtà pesca a piene mani nella tradizionale visione che i giapponesi hanno del sesso e della vita.
Definito il "Cronenberg" giapponese dopo le deliranti immagini del suo cult movie, Tetsuo (1989), Tsukamoto ha presentato alla 59° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia questo Rokugatsu no hebi (Un serpente di giugno, 2002), che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria nella sezione Controcorrente. Un film a metà tra il thriller e l'erotico, che definiremmo quasi classico, visto quello a cui ci ha abituati il regista, ma che non smentisce la sua fama di artista innovativo e trasgressivo.
Protagonista del film è la famiglia Tatsumi, una coppia apparentemente normale e felice, senza problemi economici. La moglie (l'attrice Kurosawa Asuka), ad esempio, è una donna giovane e bella, mentre il marito (l'attore Kotari Yuji) è dirigente d'azienda. La vita coniugale, però, non ha riservato alcuna soddisfazione a Rinko, ignorata completamente da Shigehiko, che si dedica solo al lavoro ed è ossessionato dalla pulizia e dalla calvizie. Alla ragazza non resta che sfogarsi nell'autoerotismo, l'unico modo per provare piacere all'interno di un rapporto senza sesso, come va molto di moda ora in Giappone.
Rinko lavora come terapista al call center di un centro di igiene mentale dove, come per ironia, dovrebbe aiutare gli altri ad uscire dalla propria depressione. E ci riesce meglio di chiunque altro. Un giorno riceve la telefonata di Iguchi Michio (lo stesso Tsukamoto), un fotografo che vuole suicidarsi ma che Rinko convince a desistere. Egli, allora, inizia ad interessarsi a lei. L'uomo si rivela ben presto un maniaco che prova giovamento nel fotografarla mentre si masturba. Ricattandola con le foto, la costringe a compiere atti sempre più estremi, alla scoperta dei suoi desideri repressi (il serpente del titolo). La donna, dapprima spaventata, finirà col trarre giovamento da questo strano rapporto e riuscirà anche a rimettere in piedi il rapporto con il marito.
Medico e paziente si sono invertiti di ruolo. Per Rinko, l'immagine fotografica fornitale dal folle è un catalizzatore in grado di svegliarla dal suo sonno pieno di sogni e fantasie, costringerla a scrutarsi nel profondo e liberarla dalla paura di vivere.
Con Tsukamoto, la fotografia smette di essere un fermo immagine della realtà, spesso al servizio del consumismo e dell'omologazione, per diventare un vero strumento di autocoscienza e di evoluzione interiore dallo sconvolgente potere catartico.
E' forte, come sempre, la critica verso il Giappone: dai rapporti di coppia senza sesso e sentimenti al lavoro come ossessione. Il film, finora, è piaciuto molto alle donne.
In questo film, Tsukamoto si occupa di tutto, dalla produzione al montaggio, passando per sceneggiatura, scenografia e fotografia. Il film è realizzato in bianco e nero, ma con un viraggio verso il blu, che sta a rappresentare il grigiore della città durante la stagione delle piogge, ma è anche un ottimo colore per i corpi nudi.
Il film doveva uscire anche in Italia, ma al momento non se ne ha più notizia.

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