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Terrorismo
Dovendo confrontarsi con le limitazioni imposte dalla Costituzione, il Giappone ha sempre avuto problemi nel confrontarsi col terrorismo. Le Forze di Autodifesa non hanno alcuna capacità offensiva, mentre la polizia ha sì delle squadre speciali che ricordano la SWAT americana, ma il loro uso è molto limitato. L'Agenzia Nazionale di Polizia ha una divisione anti-terrorismo, ma è sempre stata incentrata sulla Nihon Sekigun (Armata Rossa Giapponese), l'unico gruppo terroristico giapponese, e l'uscita di scena di quest'ultimo negli anni '90 ha portato al suo ridimensionamento. Sapendo di non poter lottare ad armi pari, il Giappone nel passato ha negoziato con le organizzazioni terroristiche. Nel 1977, ad esempio, la Nihon Sekigun dirottò un aereo di Japan Air Lines facendolo atterrare a Dhaka, nel Bangladesh; il governo giapponese pagò 6 milioni di dollari per il rilascio degli ostaggi. Ora il paese ha aderito alle convenzioni internazionali che proibiscono di negoziare con i terroristi, come ribadito dal 1996 nel manuale della diplomazia giapponese, il Gaikou Seisho. Esiste tuttavia il sospetto che il Giappone nel 1999 abbia pagato dai 2 ai 5 milioni di dollari al Movimento Islamico dell'Uzbekistan per la liberazione di quattro geologi tenuti in ostaggio in Kyrgyzstan. In generale, si può dire che il Giappone non vede il terrorismo come un problema di primaria importanza e la sua politica si riassume nel non fare nulla per debellarlo, affrontandolo caso per caso. Preponderante sembra invece il desiderio di assicurare in ogni modo la sicurezza di coloro che vivono all'estero e la salvezza degli ostaggi. Basti pensare che la divisione anti-terrorismo del ministero degli Esteri in inglese si chiama "Anti-Terrorism Bureau", ma in giapponese è "Houjin tokubetsu taisakushitsu" ("Ufficio misure speciali per i giapponesi d'oltremare"). I sondaggi mostrano come la maggioranza dei giapponesi sia a favore delle trattative con i terroristi, anche se la percentuale è scesa al 55% dopo l'occupazione da parte dei Tupac Amaru dell'Ambasciata del Giappone a Lima, in Perù (1996-97). Persino l'attentato della setta Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo (1995) non ha sortito molti cambiamenti se non una legge che garantisce al governo maggiori poteri di investigazione e controllo sulle organizzazioni che hanno commesso crimini di massa. Il recente appoggio di Koizumi agli Stati Uniti nella sua lotta al terrorismo non sembra essere un radicale ripensamento della politica giapponese verso il terrorismo come fenomeno complessivo, ma nasconde forse velleità interventiste in campo militare. Per i giovani di oggi, il radicalismo che sfocia nel terrorismo è assolutamente incomprensibile, ma forse anche l'idea che, in casi estremi, la vita di alcune persone debba essere sacrificata, proprio per non scendere a compromessi con tale radicalismo e mantenere alto l'onore della nazione. La parola per esprimere il comportamento giapponese secondo Fukuda Kazuya è hikyou, l'essere irresoluti.
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Per come la vedo io, questa forma giapponese di rispetto per la vita non è niente di più che una scusa per fuggire dalle responsabilità. Le persone nelle posizioni di responsabilità parlano dell'importanza della vita per liberarsi dalla necessità di prendere delle decisioni con ripercussioni potenzialmente gravi.(1)
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Nihon Sekigun
L'Armata Rossa nasce nel 1971 in Libano per mano di una donna di 54 anni, Shigenobu Fusako, reduce dai tumulti del movimento studentesco giapponese. Il gruppo si fa conoscere a livello internazionale il 30 maggio del 1972 quando un commando suicida di tre persone spara tra la folla nell'aeroporto Lod di Tel Aviv, uccidendo 24 persone e ferendone altre 76. Nel 1974 viene assaltata l'Ambasciata di Francia a The Hague, in Olanda. Nel 1975 viene assaltata l'Ambasciata degli Stati Uniti di Kuala Lumpur, in Malaysia, che vale loro la liberazione di cinque membri della fazione. Nel settembre 1977, come già ricordato, dirottano un aereo della JAL in viaggio verso l'India. Anche in quest'occasione vengono liberati sei prigionieri. Nell'aprile 1988, fanno esplodere una bomba a Napoli. Da allora sono praticamente scomparsi dalla scena internazionale. Nel 1993 hanno dovuto lasciare la loro base operativa nella valle della Bekaa, in Libano. Nel corso degli anni, i membri dell'organizzazione sono stati arrestati uno ad uno. Nel 1997, in Libano ne sono stati arrestati cinque, ponendo praticamente fine alla sua esistenza come gruppo armato. Al loro massimo, negli anni '70, il gruppo comprendeva circa 40 persone. Shigenobu è stata arrestata ad Osaka nel novembre 2000. Nel 2001 ella ha scritto un libro, uscito per Gentosha, che si intitola Ringo no ki no shita de anata o umo to kimeta (Sotto un albero di mele, ho deciso di farti nascere). Esso non è propriamente un libro politico. Fu indirizzato al ministro della Giustizia per aiutare il riconoscimento della cittadinanza giapponese della figlia Mei, nata nel 1973. Racconta l'infanzia in Giappone e la vita in Medio Oriente, riconoscendo gli errori di una scelta tanto radicale. Ma è soprattutto un libro sulle vicissitudini di una madre in una situazione eccezionale. Su questo gruppo, Tatematsu Wahei ha scritto un romanzo, Hikari no ame (Shincho Bunko, 1998) da cui il regista Takahashi Banmei ha poi tratto un film.
Delfo Zorzi
I giapponesi fanno finta di essersene dimenticati. Dopo le promesse di Mori dell'aprile 2000, di Koizumi al G8 di Genova del luglio 2001 e, più tardi, dell'ex ministro Tanaka, ora il nuovo ministro degli Esteri Kawaguchi Yoriko fa orecchie da mercante. Pure le nostre autorità, a quasi un'anno dalla sentenza in cui il neofascista veneto è stato condannato all'ergastolo, non si impegnano più di tanto nella richiesta di estradizione. L'ex militante di Ordine Nuovo, definito dalla sentenza di Milano come l'esecutore materiale della strage di Piazza Fontana (Milano, 1969), vive da molti anni in Giappone, nell'elegante quartiere residenziale di Aoyama, col nome giapponese di Roi Hagen. Zorzi si è laureato in Lingue orientali all'Università di Napoli ed è emigrato in Giappone nella prima metà degli anni '70. Si è sposato con una donna giapponese, dalla quale ha avuto due figli, e si è trasformanto in un uomo d'affari di successo nel settore dell'import di prodotti d'alta moda. La cittadinanza giapponese l'ha ottenuta nel 1989. La sua privacy sembra sia molto ben protetta. Tra Italia e Giappone non esistono trattati di estradizione (l'unico paese con il quale Tokyo ha un accordo del genere sono gli Stati Uniti, e a breve sarà il turno della Corea del Sud). Zorzi, però, non è cittadino giapponese dalla nascita, come è invece l'ex presidente peruviano Alberto Fujimori, e quindi la cittadinanza, come gli è stata concessa, gli può essere revocata, se si presentano le condizioni. La domanda di estradizione va quindi avanti. Il ministero della Giustizia ha speso finora circa 300.000 euro tra viaggi, comunicazioni internazionali e traduzioni, ma l'impressione è che ci si trovi in un vicolo cieco. Il Giappone ha mostrato una velata disponibilità politica e il Ministero della Giustizia giapponese ha cominciato una sorta di pre-esame informale della vicenda, ma da parte del governo italiano questa possibilità non è mai stata sfruttata a dovere. Zorzi non potrà mai essere estradato se non si dimostra che ha acquisito la cittadinanza in modo fraudolento, mentendo al governo giapponese. Le prove ci sarebbero: Zorzi, al momento della domanda, aveva dichiarato di non avere precedenti penali e per otto anni dopo la naturalizzazione ha mantenuto anche il passaporto italiano(2), che è vietato dalla legge giapponese. Tali inadempienze potrebbero portare ad un processo amministrativo di revoca della cittadinanza e, di conseguenza, all'espulsione di Zorzi, diventato a quel punto "persona non gradita". Ma è ovvio che, per ottenere tutto ciò, l'impegno da parte italiana deve essere massimo. Il caso Zorzi è un caso molto delicato, che il Giappone non si azzarderà ad affrontare apertamente. Lo si può risolvere solo con una forte pressione politica. Zorzi in Giappone è ricco e potente, ha imbavagliato la stampa intentando cause per diffamazione che non stanno in piedi contro la maggior parte dei quotidiani e dei settimanali, solo per bloccare ogni ulteriore articolo su di lui fino alla fine dei processi. Il ministero della Giustizia giapponese ha chiesto i documenti per valutare se la condanna di Zorzi abbia un qualche fondamento, documenti che hanno dovuto essere interamente tradotti con grande dispendio di risorse umane ed economiche. Ma i legali giapponesi di Zorzi sanno già che è tutto inutile, perché Zorzi è inestradabile: la sua condanna in Italia è frutto di un processo in contumacia, non riconosciuto dall'ordinamento giuridico giapponese.
La crisi peruviana
Se occorreva una dimostrazione che il Giappone non ha le capacità per gestire una crisi, i fatti di Lima sono questa dimostrazione. La sera del 17 dicembre 1996, alcuni membri del Tupac Amaru Revolutionary Movement (MRTA) entrano nella residenza dell'ambasciatore giapponese e prendono in ostaggio circa 700 persone tra personale d'ambasciata, politici peruviani e residenti giapponesi che partecipavano ad una festa per festeggiare il compleanno dell'Imperatore. Il 22 aprile 1997, 127° giorno della crisi, reparti d'assalto dell'esercito e della polizia entrano nel palazzo e in un'ora tutto era finito. Tutti i 14 terroristi furono uccisi. Morirono anche due uomini delle forze dell'ordine e uno dei 72 ostaggi ancora nelle mani dei terroristi, un giudice della Corte Suprema peruviana. La stampa giapponese ha addossato le colpe all'Ambasciatore Aoki Morihisa, per non aver saputo gestire la sicurezza dei suoi ospiti, anche se alcune voci hanno fatto notare che sono le autorità peruviane a dover sostenere tale onere, in base alla Convenzione di Vienna (articoli 22 e 29). Anche il comportamento del Primo Ministro Hashimoto Ryuutarou nei primi giorni della crisi è stato giudicato debole(3). Ma la stampa ha le sue colpe per essersi interessata troppo alla vita degli ostaggi giapponesi e troppo poco a quella degli altri, per non aver fatto troppe domande su cosa sia giusto e sbagliato. Inoltre, il governo giapponese non era stato informato preventivamente dell'operazione, né era stata chiesta la sua approvazione. Ma anche se fosse arrivata un'informativa, la procedura legale per rispondere ad essa è tanto farraginosa che i tempi dell'intervento si sarebbero dilatati oltre il possibile(4). E' triste che si sia lasciato tutto in mano al Presidente peruviano Alberto Fujimori, confidando forse nelle sue origini giapponesi, ma trovandosi così a dover accettare l'esito della crisi, qualunque esso fosse stato.
Note
1. Cfr. Fukuda, Kazuya. Brave Alberto Fujimori, Cowardly Japanese, in "Japan Echo", vol. 24, n. 3, agosto 1997.
2. Egli ha anche rinnovato il documento nel 1995 presso l'Ambasciata italiana e soltanto nel 1997 lo ha restituito.
3. All'inizio di gennaio si è presentato al ministero degli Esteri e ha regalato degli "anpan" ai membri dello staff impegnati a gestire la crisi, come ringraziamento per aver trascorso le vacanze di fine anno in ufficio a lavorare. La stampa lo ha così definito il "Primo Ministro anpan", che non può certo essere considerato un complimento, anche se la mossa può avere effettivamente sollevato il morale degli impiegati.
4. Il Primo Ministro non può prendere una decisione del genere da solo: la legge prevede l'unanimità di tutti i ministri del governo.
Bibliografia
D'Emilia, Pio. Delfo Zorzi. Chi è costui? Il Manifesto, 26 aprile 2002.
D'Emilia, Pio. Zorzi resta un intoccabile. In Giappone. Il Manifesto, 23 agosto 2002.
Fukuda, Kazuya. Brave Alberto Fujimori, Cowardly Japanese, in "Japan Echo", vol. 24, n. 3, agosto 1997.
Karino, Ayako. Red Army crimes of the past. Asahi Shinbun, 1 dicembre 2001.
Leheny, David. Tokyo Confronts Terror, in "Policy Review", n. 110, dicembre 2001.
Redazione. Lessons from Lima, in "Japan Echo", vol. 24, n. 3, agosto 1997.
Redazione. Piazza Fontana, Zorzi "sconvolto" e il Giappone è in imbarazzo. La Repubblica, 1 luglio 2001.
Redazione. Strage di Piazza Fontana. Zorzi verso l'estradizione. La Repubblica, 14 aprile 2000.
Schilling, Mark. The revolution will be cinematized. The Japan Times, 19 dicembre 2001.
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